Elias Canetti

  Ludovico Martello
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“La morte – scrive Elias Canetti nella Coscienza della parole – è la prima e più antica realtà, anzi saremmo tentati di dire: è l’unica realtà. È di una mostruosa vecchiezza e nuova ogni momento. Ha un grado di durezza dieci ed è tagliente come un diamante. Ha la massima freddezza che esiste nel cosmo (…). Fintante che esiste la morte, tutto ciò che vien detto è detto contro di lei. Fintante che esiste la morte, ogni luce è un fuoco fatuo poiché porta ad essa. Fintante che esiste la morte, il bello non è bello, il buono non è buono. La morte, dunque, come la vita, costituisce un fatto concreto, ma più della vita essa è ineluttabile. Alla vita si può rinunciare, alla morte non si può sfuggire. In definitiva, secon­do Canetti, tutta l’agire degli uomini ruota e deriva dall’inutile tentativo di schivare la morte.

Le religioni hanno tentato di colmare il vuoto che si annuncia con la morte. Ma tutte le religioni hanno fallito. In ogni uomo permane la vertigine del nulla. Ogni singola vita non è altro che un breve racconto contenuto in un volume dal quale una mano ignota ha strappato la prima e l’ultima pagina. Questa consape­volezza del nulla “ha conferito alla vita una nuova disperata sacralità”.Ogni uomo scrive le pagine restanti della propria vita. Alcuni di essi rag­giungono le vette della celebrità. Ma anche la celebrità, come quella letteraria, non è che una vana illusione dell’immortalità. “Con così tante parole non si diventa immortali”, osserva Canetti.
La scrittura non può conferire l’immortalità, anzi gli appare come una sorta di Via Crucis percorsa dallo scrittore nel disperato tentativo di elaborare una forma di comunicazione, un linguaggio universale. “In questo modo – scrive Canetti – ricade in parte sullo scrittore l’eredità dello spirito religioso (…) lo scrittore porta il peso di un’eredità: (…) la filosofìa gli ha lasciato in testamen­to la sua pretesa di universalità; la religione la problematica della morte nella sua purezza”.
I tentativi di elaborare un linguaggio universale sono, inevitabilmente desti­nati al fallimento. Ogni linguaggio non è che una forma assunta da un potere, ed in quanto tale esso è esercizio di violenza da parte di uomini su altri uomini.
Se per Hannah Arendt – e di recente per Harbermas – il linguaggio come comunicazione corrisponde al luogo della risoluzione dei conflitti senza fuso della violenza, diversamente Canetti – sulle orme di Heidegger – sostiene che il linguaggio conferendo a tutte le espressioni vitali un nome, di fatto, le oggetti-vizza, le disamina, le priva della loro essenza, le rende cose morte. Le due espressioni linguistiche che ben rappresentano le forme estreme di violenza eser­citate dal potere sono l’interrogazione ed il comando. “Il porre una domanda -si legge in Massa e Potere – significa sempre agire per penetrare. Quando la domanda viene usata quale mezzo di potere, essa affonda come un coltello nel corpo dell’interrogato (…). La domanda, che in ultima analisi è una sorta di dis­sezione, inizia con un contatto; poi il contatto si intensifica e riguarda punti diversi: là dove s’incontra minore resistenza si penetra”. Di domanda in doman­da, l’interrogato è vincolato a vita alle risposte. “Interrogato a morte”. Analogamente il comando, “il più antico ordine (…) è una sentenza di morte”. Ogni volta che siamo costretti ad obbedire qualcosa muore in noi.
L’unica forma di comunicazione non intrisa di potere è quella di un linguag­gio fatta di suoni non codificati in una struttura semantica. Quei suoni che muo­vono volontariamente dalle labbra di chi li emette e raggiungono direttamente la parte più profonda di chi li ascolta. Una lingua, fatta di “una sostanza stupenda­mente balenante”, è quella descritta nelle Voci di Marrakech: “è una lingua che io laggiù non capivo e che ora si deve gradualmente tradurre in me? (…) Io sogno un uomo che disimpara le lingue della terra finché egli non capisce più in nessun paese ciò che viene detto. Cosa c’è nella lingua? Che cosa copre essa? Che cosa ruba essa ad un uomo? Durante le settimane da me trascorse in Marocco non ho tentato di apprendere ne l’arabo ne alcuna delle lingue dei ber­beri. Non volevo perdere nulla della forza del grido straniero”.
Ma a nessuno è consentito di vivere per lungo tempo da straniero in una comunità. Inesorabilmente un linguaggio penetra e invade gli individui con la sua visione del mondo. Attraverso il linguaggio dominante, il potere si racconta ed eleva il suo racconto a storia. “La storia – spiega Canetti nella Provincia del­l’uomo-presenta. tutto come se niente si fosse potuto svolgere altrimenti. Invece si sarebbe potuto svolgere in cento modi. La storia si mette dalla parte di quel che è avvenuto e lo distacca dal non avvenuto costruendo solide connessioni. Tra tutte le possibilità si basa su quella sola che è sopravvissuta. Così agisce sempre la storia, come se fosse dalla parte dell’avvenimento più forte, cioè di quello realmente avvenuto: non sarebbe potuto rimanere non avvenuto, doveva avveni­re”. Da quale volontà perversa è stato generato il potere, e da dove trae la sua legittimità? “Dallo sforzo dei singoli per allontanare da sé la morte è sorta la mostruosa struttura del potere. Si richiesero innumerevoli morti perché conti­nuasse la vita del singolo. La confusione che ebbe origine allora si chiama storia”. Il saggio Massa e potere è un’indagine sulla paura. Certo paura della morte, ma anche paura dell’altro. Essere parte di una massa placa le angosce indivi­duali. L’insostenibile provvisorietà e la solitudine dell’ io si placano in un rassi­curante noi. Dalla massa si genera il potere. Simile al fuoco, la massa riscalda e distrugge. La massa nasce dalla necessità dell’uomo di superare la propria con­naturata fragilità, di sentirsi immortali in un megaorganismo che sopravviverà al singolo; di dominare il minaccioso mondo circostante. L’individuo si aggrega, si trasforma, ingloba gli altri e le cose in un indefinito processo di metamorfosi. L’uomo grazie a questa sua capacità di metamorfosi, di divenire altro da sé -nemico, animale o pianta – lo incorpora, lo com-prende. “Grazie alla meta­morfosi – si legge ne La coscienza delle parole – l’uomo è diventato quello che è. Grazie ad essa si è appropriato del mondo, lo possiede in parte, e che alla metamorfosi egli debba il suo potere lo si ammette facilmente, ma ad essa gli deve qualcosa di più e di meglio, le è debitore della sua pietà”.
Viceversa se privato della sua empatica capacità di immedesimazione, l’uo­mo, perdendo la capacità di com-prendere l’altro da sé e di provarne amore e/o pietas, si trasforma in una monade, in un io solitario che si autocondanna alla distruzione.
Questo nostro mondo, in questo nostro tempo, caratterizzato dall’efficienza e dalla iper-specializzazione, è un mondo che “sempre più vieta la metamorfosi -avverte Canetti – in quanto essa si impone in contrasto col fine universale della produzione, che non esita a moltiplicare dissennatamente gli strumenti della pro­pria auto-distruzione”.
La missione dell’intellettuale è, quindi, quella di preservare la metamorfosi, l’unico meccanismo capace di contrastare il potere e di elaborare nuovi linguaggi non ancora asserviti al potere. “Lo scrittore – esorta l’umanista Canetti – è il custode delle metamorfosi (…) gli scrittori dovrebbero essere capaci di diventare chiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente”. Il ruolo dell’in­tellettuale non è quello di servire il potere, ma di smascherare gli abusi. Nonostante questa missione, però, l’intellettuale deve restare un uomo, non illu­dersi di essere una nuova divinità e, come tale, esente dal dubbio e dall’errore. Non deve abbandonarsi a forme di delirio di onnipotenza. Divenire un io solitario che non può com-prendere l’altro da sé. Deve, inoltre, essere consapevole che a volte, può capitare che i tentativi di smascherare il potere, paradossalmente, infon­dono in esso nuove energie e nuova legittimazione. “A volte – egli scrive – penso che questo mio occuparmi di potere mi divori vivo (…): Quanto resta ancora di me? Cosa devo fare con queste orrende creature? Perché io devo farlo, e non fal­lirò come tutti gli altri fino ad ora? Posso riuscire a trovare il punto debole del potere? Forse, con la mia inesorabile inimicizia gli infonderò nuove forze?”.
A questa figura di intellettuale si contrappone nell’opera canettiana un diver­so profilo di ricercatore: il professore Kien descritto nelle pagine del romanzo Die Blendung (noto in italiano con il titolo Auto da Fé). Il professore Kien è un illustre sinologo che vive segregato fra migliala di libri. Grazie ad una memoria prodigiosa, la sua erudiziene appare vasta ed approfondita. Ma egli è incapace di interagire di com-prendere l’altro. Il professor Kien vive, rintanato nei suoi libri come un feto in un utero, privo di coraggio, incapace di venire alla luce. Murate le finestre del suo studio, questi si addestra alla cecità per non vedere e non comunicare con il mondo estemo. Una monade, appunto, “senza finestre”, ilDiodiun micro uni verso, un io solitario che spinge il suo delirio paranoico fino alle estreme conseguenze: perire nel rogo che egli stesso ha appiccato alla sua biblioteca. Egli ha preferito i[ Nulla all’Essere.
Il solipismo di questa figuradi intellettuale denunciatoda Canetti rappresen­ta, secondo Claudio Magris, “con assoluta coerenza una totale mancanza d’a­more, un mondo follemente prosciugalo e sterilizzato dì ogni desiderio; la para­noia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti .sulla realtà che li circonda, di guardare le cose, i corpi e i volti con quella passione che li avvolge di incan­to, L’angoscia della morte e l’ossessione del potere (…) hanno annientatoognicarica affettiva”.

Gli oggetti delle indagini di Canetti, tra i quali la morte, la paura, il potere, costituiscono già di per se stesse categorie prive di vincoli cronologici. Ma l’an­tropomorfismo canettiano, esente da forme di messianesimo, conferisce all’in­dagineun valore che va oltre il tempo caduco delle ideologie e delle fedi. L’eredità canettiana non si svaluterà nel tempo, essa avrà valore fino a quando esisterà un uomo che oserà denunciare la violenza de! potere; che lancerà la sua sfida alla morte per amore della vita. E farà tutto questo in piena libertà, senza il sostegno di un piano teleologico, libero. Un uomo cheoserà tantopur se consa­pevole della inevitabile sconfitta.

Ludovico Martello
CENNI BIOBIBLIOGRAFICI

Elias Canetti, ebreo sefardita, nato a Eustschunk in Bulgaria nel 1905; morto a Londra nel 1994. Premio Nobel per la letteratura nel 1981. Di origine ebraico-spagnola, si trasferì nel 1911 a Manchester, iniziando così una serie di spostamenti che [o portaro­no a Vienna. Zurigo, Francoforte. Ne! 1938 si fermò per un anno a Parigi prima di sta­bilirsi definitivamente a Londra. Amico di K. Kraus e di H. Broch e affascinato dalla loro opera, si dedicò a studi sulla psicologia di massa e sull’autonomia del potere {Masse und Macht, 1960, Massa e potere: Macht Ùberien, 1972, Potere e sopravvivenza). All’inizio della sua camera letteraria era riuscito a pubblicare, dopo anni di rifiuti, il romanzo Die Blendung (1935; Aula da fé): è la straordinaria storia dell’autodistruzione di un sinolo­go viennese che cerca l’assoluto nel sapere, dentro un paesaggio umano grottesco per follia e ferocia; l’autore appare quasi cinico nella descrizione della psicologia dei perso­naggi, sempre travolti dagli eventi e ossessionati da fissazioni maniacali che li portano a un incontrovertibile declino. I diari (Alle vergendole Verebrung, 1970, Tutte venerazioni sprecale: Die Provini der Menschen. 1973, La provincia dell’uomo), le pagine di viag­gio (Die Slimmen vmi Marrakech, 1968, Le voci di Marrakech), La coscienza delle paro­le (raccolta di saggi scritti tra il 1936 e il 1976), e un’altra raccolta di saggi scritti tra il 1973 e il 1985 (Dos Geheimherz der Uhr, 1987, // cuore segreto dell’orologio), unita­mente alle opere teatrali (Komodie der Eiteikeit, 1934; Commedia della vanità; Die Befristelen, 1956, / dilazionati), offrono un quadro complessivo del lavoro di Canetti. Un discorso a parte meritano le tré parti dell’autobiografia, iniziata con Die gerettete Zunge (1977; La lingua salvata), proseguila con Die Fackel im Ohr (1980 fruito del fuoco) e conclusa con Das Augenspiei (1985 gioco degli occhi).Del 1992 è la raccolta di pensieri Die Filegenpeine (La pena delle mosche).Di recente pubblica­zione in Germania una raccolta di pensieri inediti, scritti dal 1973 al 1984, intitolata A ufzeichnungen.