Norberto Bobbio

  Ludovico Martello
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Norberto Bobbio: il centenario

Per ricordare il centenario della  nascita di Norberto Bobbio (Torino, 1909 – 2004) sono in svolgimento una serie di iniziative in tutto il paese. Si segnala  l’ allestimento del sito “centenariobobbio.it“ e la  recente commemorazione organizzata  a Torino il 23 giugno , dal  Centro di Documentazione, Ricerca e Studi sulla Cultura Laica “Piero Calamandrei”, in collaborazione con il Comitato Nazionale per il Centenario della nascita di Norberto Bobbio. Durante la manifestazione il professore Gaetano Pecora ha tenuto una lezione su  “Tolleranza e laicità nel pensiero di Norberto Bobbio”. La lezione è stata preceduta da una introduzione del professore Michelangelo Bovero  docente di Filosofia Politica alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.Per onorare la memoria del pensatore Torinese e contribuire alla diffusione dei sui preziosi insegnamenti,il nostro sito ripropone il profilo di Norberto Bobbio tracciato dal professore Ludovico Martello.

I tempi della Storia quasi mai sono rispettosi delle umane cronologie. Eppure, per quanto concerne il ventesimo secolo – nonostante siano stati registrati brevi scarti di qualche decennio – le lancette della Storia e quelle dei campanili dell’Occidente hanno segnato lo stesso tempo. Si può, infatti, tranquillamente affermare che la storia politica del Novecento ha inizio il 24 giugno del 1914 – quando per mano dello studente Gravilo Princip resta ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando – e si con­clude il 9 novembre del 1989 con l’abbattimento di quel Muro eretto a Berlino 28 anni prima. Da questa prospettiva la storia politica del ventesimo secolo può essere sinteticamente descritta come lo scontro fra democrazia liberale e totali­tarismo. Molti dimenticano che, per buona parte di questo secolo, la maggioranza dei Paesi europei sono stati dominati da regimi politici dittatoriali o totalitari: fascismo, franchi­smo, nazismo e comunismo avevano lanciato la loro sfida alla democrazia. Oggi, finalmente, in varie forme, la democrazia liberale regna su tutta l’Europa grazie a coloro che hanno accettato la sfida e l’hanno vinta. Una pagina della nostra storia, che racconta le vicende e gli uomini che hanno reso possibi­le l’affermazione della democrazia nel nostro Paese, l’ ha scritta Norberto Bobbio. “Una libera coscienza alle prese con un secolo difficile”, secondo la descrizione redatta da Arrigo Levi. “Un autore che sente e soffre tutti i temi del nostro tempo”, nel giudizio espresso da Giovanni Sartori. Bobbio è uno di quei preziosi maestri che hanno insegnato agli antidemocratici illiberali di sinistra e ai liberali di destra che era possibile, anzi era un dovere morale di ispirazione kantiana, coniugare i valori solidaristici della tradizione socialista con le libertà individuali della tradizione liberale. La democrazia senza socialismo e il socialismo senza democrazia – spiega Bobbio in una rac­colta di saggi pubblicata con il significativo titolo Quale socialismo? ( Einaudi1976) – sono rispettivamente una democrazia e un socialismo imperfetti. Intanto, mentre nelle università stava dilagando “un conformismo marxista di pessima lega, egli rivolgeva “un invito allo studio, alla riflessione, alla medita­zione sulle cose della storia, ad abbandonare le frasi fatte, le formule, i catechi­smi, la boria degli iniziati, lo sdottrinamento e il dottoralismo, il parlare diffici­le, il gergo delle scuole e delle sette, a studiare i meccanismi del potere e non soltanto delle ideologie che li legittimano o li rifiutano, a preferir l’abito di chi non ha capito niente a quello di chi ha capito tutto”.”In realtà – afferma Bobbio descrivendo sé stesso – se dovessi veramente cercare di giungere sino al fondo dei miei pensieri e delle mie convinzioni, sarei tentato di dire che io sono piuttosto un uomo del dubbio che di una qualsiasi fede, sia pure quella laica”. Nel volume Politica e cultura, redatto nel 1955 e ripubblicato nel 1974 (Einaudi), egli precisa: “II compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccoglie­re certezze. Di certezze – rivestite della fastosità del mito o edificate con la pie­tra dura del dogma – sono piene, rigurgitanti, le cronache della pseudo cultura degli improvvisatori, dei dilettanti, dei propagandisti interessati. Cultura signifi­ca misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronun­ciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevo­cabile, una scelta perentoria e definitiva…. All’uomo di cultura non spetta altro compito che quello di capire, di aiutare a capire. E, se nell’esercizio del suo compito favorisce lo spirito di compromesso, anziché quello di rissa, sarà tanto di guadagnato per la causa della pace.. L’importante è che l’uomo di cultura, quando è impegnato nella sua funzione che è quella di capire, non si lasci fra­stornare dagli zelatori di ogni ortodossia o dai pervertiti di ogni propaganda, i quali saranno sempre pronti a gettargli in faccia l’accusa che egli – per il fatto che non sceglie l’alternativa di destra – tradisce la civiltà, o – per il fatto che non sceglie l’alternativa di sinistra si oppone al progresso…. Tra i difensori ad oltranza e i liquidatori fino allo sterminio – egli conclude – si interpone l’uomo di ragione ed incomincia ad interrogare la storia”. Infatti solo la memoria stori­ca ci può consentire di non ripetere gli errori commessi nel passato. La storia non è “finita” con il tramonto delle “ideologie forti” e delle loro visioni teleologiche della Terra promessa. A quanti, come Fukuyama hanno decretato la “fine della Storia”, Bobbio risponde” che la storia umana, per quanto vecchia di mil­lenni, paragonata agli enormi compiti che ci spettano, sia forse appena cominciata”. (L’età dei diritti, Einausi 1992). Riprendendo e sviluppando lo stesso concetto, nelle pagine della “Autobiografia” pubblicata a cura di Alberto Papuzzi (Laterza, 1997) – Bobbio, interrogandosi sul futuro della democrazia, avverte che “la democrazia, sì, ha vinto ma la sua vittoria non è definitiva… La storia umana non solo non è finita, come ha annunciato alcuni anni fa uno storico americano, ma, forse, a giudicare dal progresso tecnico-scientifico che sta trasformando radicalmente la possibilità di comunicazione fra tutti gli uomini viventi, è appena cominciata. Difficile, se mai, dire verso quale direzione sia destinata a procedere”. Proprio il tumultuoso progresso scientifico crea il drammatico problema “della contraddizione tra lo sviluppo della scienza e i grandi interrogativi etici che questo sviluppo provoca, tra la nostra sapienza di indagatori del cosmo e il nostro analfabetismo morale… La scienza del bene e del male – egli annota malinconicamente – non è ancora stata inventata”. Quindi, lanciando il suo sguardo verso il “futuro della demo­crazia”, Bobbio, a conclusione della sua biografia, scrive: “Altrettanto incerto è se sia benefico o malefico l’influsso che sulla democrazia può esercitare il pro­gresso tecnico, che pone nelle mani degli uomini strumenti di trasformazione e di manipolazione della natura e del mondo umano sinora sconosciuti. Può, per un verso, favorire la volontà di potenza, per un altro sollecitare progetti irreali­stici di soluzione dei problemi di cui l’umanità soffre dalle origini della sua sto­ria. Del resto, come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdi­zione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino”. Nel redigere la sua opera, Bobbio, mentre agisce nel presente, non dimentica di volgere il suo sguardo al passato e di scrutare il futuro. “ Tutta la storia della nuova Italia – scrive l’autore in quella sorta di autorecensione a distanza che chiude il volume “Profilo ideologico del Novecento italiano” (pub­blicato nel 1969 e ridato alle stampe nel 1986 Einaudi) – appare contrassegnata dal contrasto tra il lento progresso sulla via che conduce al rafforzamento delle istituzioni liberali e all’allargamento delle basi democratiche, e l’atteggiamento antidemocratico della maggior parte dei suoi intellettuali”. Redatto come un’a­mara e severa contestazione dei “contestatori” del ’68, questo scritto si legge oggi con rinnovato interesse. Dopo aver riconosciuto che il problema della sua generazione era stato quello di “ripristinare le condizioni di una libera convi­venza”, cercando un’ espressione sintetica per descrivere i primi venti anni dopo la liberazione, egli si domanda: ” Politicamente come si potrebbe chiamare que­sto ventennio se non democristiano? Eppure – egli nota – la cultura è stata tutto fuor che democristiana: marxista, leninista, gramsciana, persino stalinista, e poi neo-illuminista, empirista e pragmatista, positivisteggiante e sociologizzante, radical-liberale, radical-marxista, radical-cattolica, e ora, nelle sue ultime appa­rizioni, che cadono fuori di quel ventennio, nietzschiana, se pure di un Nietzsche su cui è stato posto un berretto frigio che non gli sta bene, ben diver­so da colui che aveva invocato le aristocrazie guerriere e inneggiato alla volontà di potenza. Scrivo queste pagine postume non per tentare una difesa, ma per illustrare le circostanze dalle quali è nata l’accentuazione, si dica pure la forzatura, di quel contrasto. Partivo allora, e parto con maggior forza di convinzione, se mai fosse possibile, anche ora, dall’idea che il processo di democratizzazione che caratterizza da qualche secolo la storia dell’Occidente, sia diventato irreversibile. Può pro­cedere più lento o più rapido. Può anche arrestarsi. Ma indietro non torna. Se non avessi timore di usare parole troppo solenni, direi che la democrazia, come forma di governo caratterizzata dall’esistenza e dal rispetto di regole che per­mettono la soluzione dei conflitti senza che sia necessario il ricorso all’uso della violenza, come prefigurazione, se pure sempre imperfetta, della società ideale in cui la libertà di ciascuno è compatibile con la libertà di tutti, è il nostro desti­no. Al quale non possiamo, anche mostrandoci recalcitranti, sottrarci. Partendo da questa convinzione – egli prosegue – non mi sono trattenuto dal mostrare le mie preferenze, con giudizi talora troppo aspri, lo riconosco, che ora a distanza di anni, col maggior distacco che viene dalla lontananza nel tempo e dalle passioni sopite, non esprimerei più nello stesso modo. Ma anche ora non ho alcuna ragione di nascondere che le mie simpatie vanno a Turati più che ad Antonio Labriola, a Rodolfo Mondolfo più che ai sindacalisti rivoluzionari ai detestati positivisti più che agli irrazionalisti che fecero un buon tratto di strada con Croce, ai conservatori, si, anche ai conservatori che avanzano con tanta prudenza da sembrare sempre fermi piuttosto che agli iconoclasti sempre pronti a inventare nuove rivoluzioni che non faranno, ai fautori di una politica del piede di casa piuttosto che ai predicatori della “grande politica”, preparatrice di altrettanto grandi disastri…. In questi ultimi anni – conclude Bobbio alla fine degli anni ’80 – assistiamo di nuovo fra estrema destra ed estrema sinistra allo scambio dei padri: c’è una nuova destra che si è richiamata a Gramsci e alla sua teoria dell’egemonia, e c’è una nuova sinistra che riscopre Nietzsche, Heideger e Carl Schmitt. Non a caso del resto: fra i due radicalismi esiste bene una convergenza, per lo meno negativa, che in determinate situazioni storichepuò anche diventare alleanza, se pure involontaria: una comune insofferenza per la “mediocrità” della democrazia, per l’inconcludenza dei dibattiti parla­mentari, per le virtù non eroiche del buon cittadino e per le azioni esaltanti del buon governo”.

Questa ultima lunga citazione, come del resto tutte le altre, è risultata utile per tracciare un rapido profilo dell’opera e del pensiero di Norberto Bobbio prima di procedere alla descrizione e al commento della sua raccolta di saggi presentate nel volume “Ne con Marx nè contro Marx”, curato da Carlo Violi. (Editori Riuniti, Roma 1997). Certo è sempre emozionante rileggere, anche se in modo veloce, un autore che è entrato nella storia dei “classici” della teoria politica, ma la rilettura era necessaria per non creare spiacevoli equivoci. Sentivo il dovere di esprimere la mia ammirazione per la sua opera, di indicare in lui uno di quei maestri che mi hanno insegnato la prati­ca del dubbio nella ricerca scientifica e la pratica della tolleranza nel confronto con chi non la pensa come me. Dovevo sottolineare tutte queste cose per con­sentire a me stesso di esprimere il mio rispettoso dissenso per almeno due delle conclusioni  cui giunge il Maestro soprattutto nel saggio conclusivo Invito a rileggere Marx.Non penso di essere in grado di esprimere un giudizio sui saggi compresi tra gli anni ’40 e gli anni ’60, ero troppo giovane allora e comprendo, ora, l’esigen­za, già sottolineata, di “ripristinare le condizioni di una libera convivenza”. Del resto condivido il fatto che “nell’atteggiamento – descritto nell’introduzione da Violi – di Bobbio verso Marx e i marxisti c’è sempre un equilibrio costante tra opposte posizioni, che corrispondono al modello di uomo di studio… un atteg­giamento né di accettazione fideistica, incondizionata, e neppure di rifiuto pre­concetto, emotivo e acritico”. Ma non riesco a condividere il concetto, che poi conferisce il titolo al testo, secondo il quale un liberale possa dichiararsi “nécon Marx né contro Marx. Certamente un liberale può collocare tra i classici l’opera di Marx per quanto riguarda la dimensione descrittiva, ma non può non rigettarne quella prescrittiva. Un tale atteggiamento di rifiuto radicale per le indicazione marxiane deriva dalla convinzione che l’esito totalitario ed omicida dell’esperimento sovietico non sia stato un accidente della storia, ma che esso derivi direttamente dall’applicazione ortodossa delle indicazioni marxiane. “ Lenin e i leninisti – sostiene Luciano Pellicani in una delle pagine più intense della Miseria del marxismo (SugarCo Edizioni – Milano 1984) – hanno percor­so il cammino ideale tracciato dai padri del «socialismo scientifico,… «il verme era nel frutto»”. Infatti i tre elementi fondanti del sistema di dominio creato da Lenin – quali il Partito come avanguardia cosciente della classe operaia, la dit­tatura rivoluzionaria e la statizzazione dei mezzi di produzione – si trovano teo­rizzati in maniera inequivocabile nelle opere di Marx ed Engels. Un liberale può “rileggere Marx”, ma non può non schierarsi contro Marx !L’altra affermazione di Bobbio che non condivido è quella nella quale egli sostiene: “Anche Dio è stato dato per morto, ma non è mai stato vivo come oggi”. Personalmente penso che le cose non stiano così. Ovviamente il Dio al quale il fedele si rivolge nelle sue preghiere è vivo e potrà continuare a vivere nelle singole coscienze. Ma in Occidente il Dio come “causa ultrasensibile delle idee e come fine di ogni realtà è morto” nel senso che il mondo ultrasensibile delle idee ha perduto la sua forza normativa. “Morte di Dio” e “disincanto del mondo” sono due diverse formulazioni per descrivere lo stesso fenomeno: il processo di secolarizzazione si è spinto fino alla negazione del Metasistema dal quale era possibile derivare il senso della umana vicenda. Ha frantumato l’unità fra l’Essere e il Valore. Ha scosso l’Occidente provocando quel sismo spirituale che, con drammatica espressione. Henry Corbin ha definito “catastrofe Metafisica”. Una catastrofe alla quale dobbiamo rassegnarci raccogliendo il monito weberiano di imparare a ” vivere … senza Dio e senza profeti ” . Per il bene dell’umanità spero che il comunismo non rappresenti più un'”attesa”.Memore dell’insegnamento di Norberto Bobbio, concludo questa breve nota con una sua affermazione: “L’ultima battuta di un dibattito apparentemente concluso sia anche la prima di un dibattito ancora da fare”.

Ludovico Martello