La Rivoluzione d’ Ottobre e il totalitarismo Sovietico

  Ludovico Martello
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Il senatore Fosco Giannini di RC nel aula del Senato ha duramente contestato il servizio del Tg2 del 25 ottobre sulla “Rivoluzione d’ Ottobre”. A proposito dell’ annosa polemica, riceviamo e pubblichiamo l’ autorevole e illuminato contributo redatto da Ludovico Martello

La rivoluzione bolscevica ha rappresentato: un passo decisivo nella storia dell’umanità per la emancipazione delle classi subalterne?Oppure: ha rappresentato solamente l’inizio dell’incubo totalitario, prima comunista e poi ha generato per reazione il nazismo? La rivoluzione d’Ottobre è stata una reazione alla avanzata della modernità.

Ancora oggi, dopo novanta anni, gli esiti storici e politici della rivoluzione d’ ottobre suscitano un acceso dibattito. Si confrontano due schieramenti, irriducibilmente contrapposti. Il primo, d’ orientamento marxsista, sostiene che l’ esperimento Sovietico abbia contribuito, su scala mondiale, all’emancipazione delle classi subalterne. Il secondo schieramento d’ orientamento liberale, individua nel comunismo Sovietico il processo genetico del totalitarismo – di destra e di sinistra – che hanno caratterizzato la storia della prima metà del Ventesimo secolo: dalla Germania nazista alla Cambogia comunista. Sulla natura totalitaria del regime Sovietico, crediamo che non esistono dubbi possibili. Resta, però, dà stabilire se il regime Sovietico abbia rappresentato una cattiva interpretazione e applicazione delle indicazioni marxiane o né ha rappresentato la logica ed inevitabile conseguenza. In altri termini: lo stalinismo è stata una sorta di degenerazione del leninismo e quest’ultimo una aberrazione del marxsismo oppure seguendo la via indicata da Marx si finisce, inevitabilmente, nell’universo concentrazionario ? Per rispondere a queste domande, diamo uno sguardo ravvicinato agli avvenimenti che, in quel tempo, sembravano realizzare il sogno egalitario dell’utopia comunista, mentre davano vita al incubo totalitario. Cominciamo dalla osservazione dell’opera staliniana. Gli avvenimenti «positivi» che caratterizzarono la storia sovietica durante il periodo staliniano sono noti: l’edificazione del primo Stato «socialista», la vittoria nella seconda guerra mondiale, l’ascesa della Russia al rango di seconda potenza militare. Ma sui costi e le procedure per ottenere simili risultati è necessario riflettere ancora. I costi furono di dimensioni bibliche in termini di vite umane. Le procedure furono spietate. La guerra civile devastava il paese. L’attuazione del processo di «dekulakizzazione» provocava lo stermino di 10 milioni di contadini rei di possedere un pezzo di terra. La realizzazione dei kolchoz richiedeva lo spostamento di 130 milioni di contadini. La requisizione del grano li aveva privati del loro raccolto. «Molti contadini — racconta Roy A. Medvedev nel saggio lo Stalinismo —, scoperti a rubare quello stesso grano che essi avevano coltivato, vennero condannati a lunghi anni di prigione o persino fucilati» . Si registrarono casi di cannibalismo. Lo scrittore Michail Osorgin, redattore del bollettino «Pomose» (II Soccorso), organo del Comitato panrusso per il soccorso agli affamati, conosceva, grazie a centinaia di lettere, la situazione delle zone colpite, e scriveva che il cannibalismo vi era diventato un fenomeno di ordinaria amministrazione: «La gente mangiava soprattutto quelli che gli erano più vicini, a mano a mano che morivano; si alimentavano dei bambini più grandi, ma i neonati […] non venivano risparmiati, per quanto magro potesse essere il ricavato. Ciascuno divorava nel proprio cantuccio, non alla tavola comune, e nessuno ne parlava» . Il prezzo di tutto questo, in vite umane, fu di 20 milioni di contadini. «Il genocidio dei contadini in Unione Sovietica — notano M. Geller e A. Nekric — non si distinse solo per le mostruose proporzioni, ma anche per il fatto che la popolazione veniva sterminata in tempo di pace e per iniziativa del suo stesso governo» . Oltre alle basi materiali necessarie per l’esistenza anche i vincoli di solidarietà tra gli uomini erano sconvolti. «Durante tutta la Purga — scrive R. Conquest nel volume Grande Terrore — i colpi di Stalin furono portati contro ogni forma di solidarietà e di cameratismo, all’infuori di quelle offerte dalla fedeltà personale a lui stesso. In generale, il Terrore distrusse dovunque la fiducia personale tra privati cittadini». Ancora Conquest osserva: «Persino i figli e i parenti degli arrestati si levavano a denunciare i loro congiunti» . «Il paese — concludono Geller e Nekric nel volume storia del URSS — cade in preda alla follia. Il nemico è dappertutto» . In questo clima fatto di delazione, di deportazioni e di massacri si svolsero,tra l’altro , i noti processi a carico delle stesse élites rivoluzionarie e contro i vertici del esercito. Non è possibile compilare l’elenco completo di tutti i processi e delle conseguenti condanne. Ma alcuni nudi valori numerici sono esplicativi per descrivere la mostruosa entità delle vittime provocate dal «Grande Terrore» . Dei 33 appartenenti al Politbjuro, dal 1919 al 1938, ne sopravvissero solamente 6. Gli altri: 2 morti in circostanze misteriose; 14 fucilati; 2 assassinati; 2 suicidi; solo 7 morirono di morte naturale. Su 139 membri del Comitato centrale, per la fine del 1938, 110 furono arrestati e fucilati. Il 90% dei dirigenti cittadini di partito, nel periodo compreso tra il ’36 e il ’39, furono arrestati e fucilati. Nella sola Mosca se ne salvarono appena 7 su 136. Il numero delle vittime, accusate di reati politici, aumentava in modo impressionante a mano a mano che si procedeva dal vertice alla base della piramide sociale. «Nel 1937-1938 — sostiene Roy Medvedev — c’erano dei giorni in cui più di mille persone venivano fucilate nella sola Mosca. Non era un rivo, erano fiumi di sangue, il sangue dell’onesto popolo sovietico» .

Dal 1925 al 1953 il vortice di delazioni, condanne ed esecuzioni non conobbe pause. La sua furia devastatrice travolgeva, una dopo l’altra, tutte le trame del tessuto sociale. Con l’accusa di sabotatori venivano processati e condannati molti dei cosiddetti «specialisti borghesi». Questi — come spiega R. Medvedev — «provenivano dai ranghi della vecchia intelligencija o dalle classi abbattute dalla rivoluzione d’ottobre. Essi lavoravano nello apparat economico sovietico, nelle imprese industriali, nelle istituzioni scientifiche ed educative, nelle direzioni agricole, nel Gosplan e negli uffici statistici». Su di loro Stalin e i suoi collaboratori facevano ricadere le conseguenze delle errate scelte economiche nazionali. Neppure le forze armate vennero risparmiate dal «Grande Terrore». Nel settore delle scienze «la purga» non fu meno crudele. Migliaia di scienziati, ingegneri, dirigenti di settori industriali, economici e così via, morirono […]. L’intera scuola matematica di Mosca fu dichiarata controrivoluzionaria e borghese». Infine, nel 1948, la sessione dell’Accademia delle scienze agricole condannava l’agrobiologia e la genetica sovietica. Fu questo il caso più eclatante di assoggettamento e di falsificazione della verità scientifica, per adesione conformistica e vile, alle direttive politiche. Il caso è noto con il nome di lysenkismo.

Alle vittime del terrore vanno aggiunti i dirigenti politici dei partiti comunisti «fratelli». Bela Kun, già capo della Repubblica ungherese dei soviet, venne arrestato e fucilato. Nell’estate del 1938 decine di comunisti polacchi furono arrestati e internati nei campi di lavoro. Il nucleo dirigente del Partito comunista Jugoslavo fu decimato. In ricordo di questo avvenimento, Tito scriverà: «Rimasi solo». Ma, ancora una volta, risulta efficace — più di ogni commento — la sofferta descrizione redatta da R. Medvedev:

«Dopo la firma del patto nazi-sovietico, nel 1939, Stalin commise un altro crimine senza precedenti nella storia del nostro paese: un largo gruppo di antifascisti tedeschi e di ebrei, che erano fuggiti dalle mani della Gestapo per rifugiarsi in URSS, vennero consegnati ai nazisti. Da quel momento in poi, le frontiere sovietiche vennero chiuse ai rifugiati dell’Europa schiavizzata. Molti comunisti italiani, francesi, romeni, olandesi, perfino brasiliani e americani vennero arrestati e uccisi. E’ un terribile paradosso — conclude lo storico sovietico — che i leader e gli attivisti comunisti occidentali che venivano in URSS siano periti, laddove molti di coloro che nel 1937-38 si trovavano in prigione nella loro patria natia siano sopravvissuti. La repressione dei partiti comunisti fratelli, di rivoluzionar! che avevano chiesto asilo politico in URSS, fu in tal modo doppiamente criminale» .

Per completare l’elenco delle atrocità, un’ultima nota:riguarda le deportazioni. Nel corso degli anni ’40, con il cinico eufemismo della «riunificazione dei popoli fratelli», furono represse le autonomie delle regioni autonome. Furono soppresse: la Regione autonoma dei karacai, la Repubblica autonoma dei ceceni e degli ingusci. Furono decise le annessioni delle Repubbliche baltiche e dell’«Ucraina occidentale» (cioè della Polonia orientale). Le deportazioni interessarono milioni di persone, che, ammucchiate in vagoni per il bestiame, venivano inviate negli Urali. Scopo delle deportazioni — secondo Geller e Nekric — «era essenzialmente popolare di russi le zone di frontiera e quelle che erano teatro di tensione» .

Per ogni vittima del «Grande Terrore» si ripeteva, con allucinante ritmica ritualità, la stessa prassi ossessiva: denuncia, arresto, tortura, confessione, processo, condanna.

La denuncia. «Uno degli aspetti più terribili della repressione degli anni ’30 — scrive R. Medvedev — fu che le masse, fiduciose nel partito e in Stalin, vi furono anch’esse coinvolte. Centinaia di migliaia di semplici e sostanzialmente onesti cittadini, guidati dai migliori motivi, furono coinvolti nella campagna contro i “nemici del popolo”. Altri milioni di persone vennero avvelenate dal sospetto. La pretesa staliniana che esistessero organizzazioni clandestine antisovietiche si trasformò in spiomania» . Non meno efficace la spiegazione di R. Conquest: «Ognuno si trovava isolato, l’opposizione individuale, silenziosa, si trovava davanti gruppi numerosi che chiedevano di far morire “come cani” i capi dell’opposizione, o approvavano il massacro dei generali. Come poteva sapere se queste richieste non erano genuine, o se lo erano in gran parte? Non si scorgevano segni ne di opposizione ne di neutralità;

l’entusiasmo era il solo fenomeno visibile. Persino i figli e i parenti degli arrestati si levavano a denunciare i loro congiunti».

L’arresto. Esso poteva avvenire in ogni momento, in ogni luogo, senza alcun mandato.

La tortura. Inutile soffermarsi nella descrizione delle atrocità fisiche inferte. Basti sapere che, per gli imputati minori, ai torturatori della NKVD non erano imposti limiti. Mentre per i dirigenti, che sarebbero dovuti apparire incolumi al processo pubblico, la tecnica di «persuasione» impiegata era il «nastro»: consisteva nell’interrogare il teste ininterrottamente per giorni senza consentirgli di dormire, mangiare, bere; la tortura veniva interrotta quando il teste forniva una confessione «adeguata e soddisfacente».

La confessione. Dal racconto di M.P. Jakubovic (sopravvissuto a 24 anni di carcere): «Offrendomi di sedere Krylenko affermò: non ho alcun dubbio che personalmente non siete colpevole di nulla. Abbiamo ambedue compiuto il nostro dovere verso il partito. Vi ho sempre considerato, e vi considero un comunista. Il mio compito sarà quello di pubblico accusatore al processo, e voi confermerete la deposizione resa durante gli interrogatori. Questo è il nostro dovere verso il partito vostro e mio» . Non esistevano prove contro gli imputati «tranne le loro confessioni». Kamenev si accusò di «spregevole tradimento». Analogamente Zinovev e Bucharin, nonostante ciò questi si dichiararono colpevoli di reati mai commessi perché era il partito a volerlo. Ogni bolscevico aveva donato se stesso al partito. Egli aveva rinunciato alla propria individualità per fondersi nel partito quale Superego collettivo. Straziante quanto spaventosa l’affermazione di Lunaciarskij: «Nessun io singolo può essere tanto prezioso da non poter essere, sacrificato al nostro Noi» . Per comprendere il profondo rapporto tra il partito e il militante, alcune dichiarazioni risulteranno molto utili. Lev Trockij nel 1924, sosteneva: «Nessuno di noi desidera o è in grado di discutere la volontà del partito. E’ chiaro che il partito ha sempre ragione […]. Noi possiamo avere ragione soltanto insieme con e a fianco del partito, perché la storia non ci ha fornito altro modo di essere nel giusto». E ancora, da una dichiarazione di G. Pjatakov: «Secondo Lenin, il Partito comunista è fondato su un principio di coercizione che non riconosce alcun limite ne impedimenti. E l’idea centrale di questo principio di coercizione senza limiti non è la coercizione in se stessa, ma l’assenza di un suo qualunque limite — morale, politico, e persino fisico — a qualunque punto si arrivi. Un simile partito è capace di compiere miracoli e di fare cose che nessun’altra collettività umana potrebbe fare […]. Un vero comunista […], cioè un uomo che è stato allevato nel partito e ne ha assorbito profondamente lo spirito, diventa lui stesso, in un certo modo, l’uomo del miracolo […] per un simile partito, un vero bolscevico scaccerà volentieri dalla propria mente idee in cui ha creduto per anni. Un vero bolscevico ha sommerso la propria personalità in quella della collettività, il partito, al punto da sradicarsi dalle proprie opinioni e convinzioni, e di concordare onestamente con il partito — questa è la prova che egli è un vero bolscevico. Non può esserci vita per lui — prosegue Pjatakov — al di fuori dei ranghi del partito, ed egli sarà pronto a credere che il nero è bianco e che il bianco è nero, se il partito lo richiedesse. Allo scopo di diventare tutt’uno con questo grande partito, egli si fonderà con esso, abbandonerà la propria personalità, in modo che non rimanga entro di lui neppure una particella che non sia tutt’uno con il partito, che non appartenga ad esso» . Lo stesso Bucharin pochi giorni prima del suo arresto, nonostante presagisse la sorte che gli sarebbe toccata, non rinnegò i principi che avevano guidato le sue scelte ne le procedure adottate. Pur giudicando negativamente gli ultimi avvenimenti, egli riconfermò la sua fedeltà al partito e al suo capo. Alcuni giorni prima del suo arresto, Bucharin scrisse una lettera Alla futura generazione dei dirigenti di partito, chiedendo alla moglie, A.M. Larina, di impararla a memoria. Quando la donna rientrò a Mosca dal confino, la mise per iscritto e nel marzo del 1961, allorché si cominciarono a stendere le prime formalità per la riabilitazione di Bucharin, ne inviò una copia alla commissione di controllo. «Sto per lasciare la vita, per perdere la testa — scriveva il leader bolscevico — non sotto la scure del proletariato, che può essere senza pietà, ma anche innocente nei suoi atti […] le grandi tradizioni della CEKA sono gradualmente cadute nell’oblio del passato, quando un’idea rivoluzionaria guidava tutte le sue azioni, giustificava la crudeltà verso i nemici, tutelava lo Stato contro ogni genere di controrivoluzione […]. Nubi tempestose si sono radunate sul partito. La mia testa, colpevole o no, trascinerà con sé centinaia di teste innocenti. Per tale motivo si è creata un’organizzazione, l’organizzazione buchariniana, che in realtà non esiste affatto adesso; dopo sette anni che non ho nemmeno l’ombra di un disaccordo col partito, ma che non esisteva neppure allora, negli anni dell’opposizione di destra […]. In questi giorni quel giornale che porta il nome sacro di “Pravda” pubblica la più vile menzogna: che io, Nikolaj Bucharin, ho voluto distruggere le conquiste di ottobre e restaurare il capitalismo. Si tratta di una calunnia inaudita, di una menzogna che potrebbe equivalere, come forma di insulto e di irresponsabilità verso il popolo, solo a questa dello stesso tipo: […] che Nikolaj Romanov ha dedicato tutta la vita a combattere contro il capitalismo e la monarchia […]. Non sono mai stato un traditore; senza esitare avrei dato la mia vita per Lenin, amavo Kirov e non ho macchinato niente contro Stalin. Chiedo alla nuova, giovane e onesta generazione dei dirigenti di partito di leggere questa mia lettera al plenum, di assolvermi e di reintegrarmi nel partito» .

Fino a che punto gli scarni dati numerici, sin qui riportati, sono atti a descrivere le atrocità di questo massacro collettivo? L’apparato linguistico è insufficiente a evocarne l’orrore. Nonostante ciò, dobbiamo tentare di capire, ponendoci la domanda elementare: perché? Nel corso degli anni sono state formulate varie ipotesi esplicative. Il solo Isaac Deutscher ha elaborato, in diversi momenti della sua parabola intellettuale, ben tre spiegazioni. Prima spiegazione: Deutscher sostiene che i processi tenuti a Mosca fra il ’36 e il ’38 furono una vendetta diabolica del menscevismo sul bolscevismo. Egli argomenta questa assurda spiegazione ricordando che le vittime erano tutti bolscevichi mentre l’accusatore era l’ex menscevico Vyscinskij. Seconda spiegazione: Stalin fu costretto a eliminare alcuni membri del partito per scongiurare il consolidamento di una nuova classe che, tesa al conseguimento di vantaggi personali, era intenzionata a bloccare lo sviluppo del nuovo sistema e a restaurare il capitalismo in Russia. Terza spiegazione: distruzione da parte di Stalin di tutti i possibili centri di potere concorrenziali. Questi, se si fossero sviluppati, avrebbero potuto bloccare il consolidamento del sistema. Delle tre spiegazioni l’ultima, forse, è la meno inverosimile. Ma una «simile interpretazione — afferma Leszek Kolakowski — può risultare forse adeguata per i processi di Mosca, ma è meno chiaro come possa spiegare il carattere di massa dell’eccidio che coinvolse fo­le enormi di persone sconosciute che non avevano la possibilità di aspirare al ruolo di dirigenti del partito. La stessa obiezione si applica ad altre teorie talvolta avanzate, come quella che si richiama alla necessità per Stalin di trovare capri espiatori sui quali scaricare le disfatte della sua politica economica o al carattere vendicativo e al sadismo del satrapo (spiegazione forse valida per un gran numero di singoli casi ma non per il massacro di milioni di persone)». Più concrete e articolate le ipotesi esplicative proposte da Roy Medvedev. Questi, quale prima operazione, precisa i reali termini dello scontro che dilaniava dall’interno il Partito bolscevico: «II fatto che Stalin, dopo aver vinto la battaglia contro l’opposizione, abbia usurpato tutti i poteri nel paese, annientando molti dei suoi vecchi oppositori o alleati, non deve indurci a credere che egli avesse completamento torto nella sua lotta contro l’opposizione, o che i suoi avversar! avessero del tutto ragione. Al tempo stesso, sarà sbagliato imitare quegli storici borghesi che dipingono la battaglia fra i diversi gruppi nel partito soltanto come una lotta di potere, priva di ogni vera ragione ideologica, mascherata di argomenti teorici al solo scopo di ingannare la classe lavoratrice. Negli anni venti, tale battaglia non era soltanto una lotta di potere, esistevano anche serie ragioni di disaccordo teorico e pratico, e contrasti di idee, specie per quanto riguardava i metodi e la possibilità di costruire il socialismo in URSS, che all’epoca era il solo paese socialista al mondo». Ma la costruzione del socialismo non spiega — secondo Medvedev — il «Grande Terrore». Pur indicando Stalin quale responsabile dei crimini di massa, egli ritiene altrettanto responsabile dei tragici avvenimenti la stessa opposizione. «La situazione nel partito — spiega — prese a deteriorarsi rapidamente dopo che tutta l’opposizione aveva capitolato. Fu esattamente in questo periodo di “unità senza precedenti” che Stalin adottò la politica dei crimini di massa, che colpì il partito in modo tale che non si è ancora ripreso. E l’opposizione stessa divide una buona parte di responsabilità. La tragedia, per il partito, non fu soltanto che un uomo come Stalin guidasse il Comitato centrale negli anni venti, ma anche che l’opposizione fosse capeggiata da uomini quali Trockij, Zinovev e Bucharin, che non potevano offrire un’accettabile alternativa alla leadership staliniana». L’atteggiamento di Medvedev è molto critico nei confronti di Stalin. Egli lo accusa di rozzezza caratteriale e di incapacità nell’esecuzione delle procedure politiche ed economiche. Me ne condivide le scelte economiche e politiche di fondo. Delle quali, peraltro, assegna i meriti a Lenin. «La collettivizzazione dell’agricoltura in Unione Sovietica — egli sostiene — segnò una rivoluzione di prima grandezza, in un momento di grave crisi politica ed economica, determinante per la vittoria del socialismo. L’epoca della collettivizzazione abbonda di grandi risultati ottenuti da migliaia di membri del partito. Per tale motivo, è ancor più amaro per uno storico dover ricordare che il cammino di questa rivoluzione, che in ogni caso sarebbe stato complesso e oltremodo difficile, venne reso estremamente arduo dalla leadership incompetente ed avventuristica di Stalin» . Procedendo nella sua «amara» ricerca, Medvedev formula varie ipotesi per spiegare e spiegarsi il perché del martirio di milioni di persone. Ma, in virtù della sua onestà intellettuale, egli è consapevole della fragilità delle sue ipotesi. Così, all’argomento che «i timori di Stalin, la paura di una qualche vendetta contro di lui, lo [avessero indotto] a commettere altri e altri delitti», egli stesso replica: «ma non ci è possibile attribuire l’ondata di repressione degli anni trenta soltanto alla morbosa diffidenza di Stalin. Ogni despota è in preda al suo spettro, ma la diffidenza non spiega da sola il dispotismo». E ancora: «Effettivamente — scrive — ci fu un fenomeno di degenerazione burocratica di molti dirigenti nel periodo post-rivoluzionario». Ma subito dopo aggiunge: «Non era inevitabile che la degenerazione burocratica colpisse l’intero regime e il partito nel suo insieme». Proseguendo in questa sofferta altalena di affermazioni e di confutazioni, Medvedev scrive: «Siamo dunque giunti alla conclusione che ne gli intrighi dei collaboratori di Stalin, ne la sua sospettosissima natura svolsero il ruolo principale degli avvenimenti del 1936-39, anche se sarebbe sbagliato negare alcun significato a questi fattori messi insieme. Quali, dunque, i motivi di base dei delitti staliniani? Il primo e il più importante di questi motivi fu, senza dubbio, la smisurata ambizione di Stalin». Ma anche quest’affermazione non è conclusiva; infatti, dopo qualche pagina, si legge: «Non è tuttavia ancor detto che l’eccessiva ambizione di un capo. debba automaticamente condurre alla repressione di massa dei suoi oppositori e rivali» .

I brani qui riportati sono .stati estratti dall’opera di Roy Medvedev nota con il titolo Lo stalinismo, che descrive con grande accuratezza storica l’ascesa di Stalin, ma non fornisce risposte convincenti al perché del «Grande Terrore». Per tutta la sua ricerca l’autore formula e confuta ipotesi esplicative. Il limite analitico, che non gli consente di produrre risposte definitive, sta nell’ostinazione a non mettere in discussione la figura di Lenin. Egli aderisce in modo dogmatico alla ricetta leniniana per la realizzazione della società socialista. Medvedev ritiene che la struttura e il ruolo del partito debbano essere quelli codificati da Lenin. Approva ed esalta la scelta economica della collettivizzazione. Condivide la scelta politica di accentrare tutti i poteri nelle mani dello Stato. Una tale ipertrofìa ideologica non gli consente di vedere che in queste scelte strutturali — e non nell’incapacità dei successori di Lenin — sta la spiegazione del «Grande Terrore».

Tutte le ipotesi, fin qui esposte, per spiegare le cause del «Grande Terrore» — pur se diverse nella loro specificità — hanno, però, un denominatore comune. In esse non sono presenti dubbi sulla validità e sulla bontà del sistema sociale generato dalla rivoluzione d’ottobre. Nell’elaborazione delle ‘oro ipotesi gli autori, infatti, isolano il fenomeno del terrore come l’unico aspetto patologico e degenerativo di un sistema fondamentalmente sano e auspicabile. Una tale spiegazione è ritenuta inaccettabile da L. Kola-kowski. Questi, nel terzo volume della sua monumentale opera Nascita, sviluppo, dissoluzione del marxismo, scrive: «Se si ritiene — e questo è il tipico punto di vista dei comunisti — tale assassinio di massa come il vero punto “negativo” dello stalinismo, allora tutto lo stalinismo risulta una deprecabile casualità; questo modo di procedere sottintende che il sistema comunista funziona bene finché non assassina i propri quadri. Questa tesi è difficilmente accettabile dallo storico […] i tratti fondamentali di questo sistema permangono indipendentemente dal fatto che, in un determinato anno, il numero degli assassinati si possa contare a milioni piuttosto che a decine di migliaia, che le torture siano di uso quotidiano anziché sporadico, o che le vittime siano soltanto contadini, operai e intellettuali piuttosto che burocrati del partito» .

La «degenerazione» del progetto leniniano o la «follia» di Stalin sono le ipotesi esplicative formulate dagli storici giustificazionisti per l’individuazione delle cause del «Grande Terrore». In realtà queste ipotesi perseguono un doppio scopo: attribuendo la responsabilità degli atroci avvenimenti a un solo uomo, riaffermano la validità del sistema sociale creato da Lenin. Inoltre, risulterebbero vere (ma in ogni caso non sufficienti per un giudizio di valore positivo sulla natura sociale del sistema sovietico) a una precisa condizione: la totale estraneità della teoria e della prassi bolscevica — prima del periodo staliniano — dalla legittimazione e dall’uso del terrore. Ma tale condizione non trova conferma. Anzi, dal riesame delle dichiarazioni dei capi bolscevichi e degli avvenimenti che precedettero l’ascesa di Stalin, risultano evidenti la teorizzazione e l’impiego della tecnica del terrore.

Prima della rivoluzione, nel 1901, Lenin scriveva: «In linea di principio, noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo. E’ un’operazione militare che può perfettamente riuscire ed essere persino necessaria, in un determinato momento della battaglia» . In seguito, il leader bolscevico giustificherà il ricorso al terrore, sottolineando che la parola d’ordine dei bolscevichi, durante la rivoluzione, non poteva che essere «quella della lotta senza quartiere, del terrorismo» , e che «il terrore e la CEKA erano cose assolutamente indispensabili». Il terrore leniniano proseguì incessante anche dopo la presa del potere. Dopo i bianchi si procedeva all’eliminazione dei menscevichi. Nel giugno e nel luglio del 191.8, Lenin impartiva le seguenti istruzioni: «Compagno Zinovev, solo oggi abbiamo appreso al Comitato centrale che a Pietrogrado gli operai volevano rispondere all’assassinio di Volodarskij con il terrore di massa e che voi li avete trattenuti. Protesto decisamente […]. Bisogna stimolare forme energiche e massicce del terrore contro i controrivoluzionari […] bisogna tendere tutte le forze, costituire un triumvirato, instaurare subito il terrore di massa […] deportazioni in massa dei menscevichi e degli elementi infidi» . Le indicazioni leniniane furono eseguite: durante la seconda metà del 1918, furono fucilate oltre 6.000 persone; caddero vittime del terrore anche contadini e operai.

Un’efficace descrizione del terrore leniniano è riportata nel volume Storia dell’URSS. Gli autori — Michail Geller e Aleksandr Nekric — scrivono: «Per Lenin, che avversava il terrorismo individuale, il terrore di massa era un metodo indispensabile per costruire la società socialista». Il terrore di massa contro i contadini è documentato da una risoluzione del Consiglio della difesa operaia e contadina del 15 febbraio 1919, in essa si afferma: «Che è necessario prendere ostaggi fra i contadini perché, se non viene spazzata la neve, vengano fucilati». Il terrore colpiva anche gli operai. Infatti — documentano Geller e Nekric — «tutti gli operai scontenti del nuovo potere venivano definiti “non operai”. Non erano proletari “puri”, ma erano contaminati dalla mentalità piccolo-borghese.

I campi di concentramento venivano ribattezzati “scuole di lavoro”[…]. La CEKA si trovava sotto la guida personale di Lenin». Anche dopo il definitivo consolidamento del regime, il terrore leniniano non conobbe soste. «Risulta — sostiene Luciano Pellicani — senza ombra di dubbio che Lenin non concepiva il terrore come una pratica imposta dall’emergenza rivoluzionaria,bensì come una istituzione permanente». Quale conferma della sua affermazione, lo studioso riporta il seguente brano tratto da una lettera scritta da Lenin nel maggio del 1922. In essa si legge: «Compagno Kurskij, a completamento della nostra conversazione le mando un abbozzo del paragrafo supplementare del codice penale. Il pensiero fondamentale è chiaro, spero, nonostante i difetti della brutta copia: esporre apertamente il concetto di principio e politicamente veritiero (e non solo strettamente giuridico) che motivi l’essenza e la giustificazione del terrore,la sua necessità ed i suoi limiti. La giustizia non deve eliminare il terrore; prometterlo sarebbe autoinganno o inganno, deve invece formularne e legittimarne il principio: chiaramente, senza falsità ne abbellimenti. Occorre formularlo con la massima ampiezza possibile, perché soltanto la coscienza giuridica rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria stessa potranno suggerire la sua applicazione di fatto, più o meno ampia»

L’impiego indiscriminato e permanente del terrore era condiviso, senza alcuna eccezione, da tutti i leader bolscevichi. Trockij, nel suo scritto Terrorismo e comunismo, scriveva: «La rivoluzione richiede alla classe rivoluzionaria che essa raggiunga il proprio fine con tutti i mezzi a disposizione e, se necessario, con una insurrezione armata; se occorre, col terrorismo […] la guerra, come la rivoluzione, si fonda sull’intimidazione […] la rivoluzione lavora allo stesso modo: essa uccide gli individui, e intimidisce le migliaia. In questo senso il terrore rosso non può essere distinto dall’insurrezione armata, di cui rappresenta la diretta conseguenza » . Analogo l’atteggiamento di Buchamo questi, in Economia del periodo di transizione, sosteneva: «La coercizione proletaria, in tutte le sue forme, dalla fucilazione all’obbligatorietà’ del lavoro, è, per quanto ciò possa sembrare paradossale, un metodo di elaborazione dell’umanità comunista del materiale umano dell’epoca capitalistica». Da quest’affermazione di Bucharin risulta evidente l’uso del terrore quale «tecnica pedagogica»:Esso, infatti, diviene tale «quando — come spiega Luciano Pellicani — non viene usato per ristabilire l’ordine, bensì per riplasmare il cervello delle masse, per rifare la mentalità dei governati, per sostituire il vecchio sistema di credenze e di valori con quello nuovo» . Il terrore, quindi, già prima dell’ascesa di Stalin, era stato teorizzato e adottato dai bolscevichi «quale tecnica terapeutica», «attraverso la quale — osserva Kriegel — si esercita un’intensa pressione collettiva per modificare la psiche e stimolare l’acquisizione delle credenze, dei valori, e delle identità considerate ufficialmente come desiderabili».

Ancora gli storici giustificazionisti indicano nella dittatura personale di Stalin una delle cause principali del terrore. Questi storici imputano a Stalin la colpa di aver instaurato una dittatura personale in spregio agli insegnamenti leniniani, tradendo la lezione di democrazia impartita da Lenin. Niente di più falso! Era stato, infatti, proprio Lenin a spiegare e a legittimare il ricorso alla dittatura personale. Egli chiariva, senza possibilità di equivoci, che cosa dovesse intendersi per dittatura, quando dichiarava: «II concetto scientifico di dittatura non implica altro che un potere illimitato, non circoscritto da alcuna legge, da alcuna norma, direttamente fondato sulla violenza». Inoltre specificava che la dittatura, in tempi tranquilli, doveva essere esercitata dall’avanguardia di classe del proletariato, cioè dal partito: «Quando ci si rimprovera — argomentava Lenin — la dittatura di un solo partito […] noi diciamo:

Sì, dittatura di un solo partito! E’ questa la nostra posizione e non possiamo allontanarcene». Mentre, «in un’epoca di aspra lotta», la dittatura doveva essere personale. Lo disse nel marzo del 1919, in un discorso dedicato alla memoria di Sverdiov: «In un’epoca di aspra lotta, quando si realizza la dittatura operaia, bisogna portare avanti il principio dell’autorità personale, dell’autorità morale dell’individuo alle cui decisioni tutti si sottomettono senza tante discussioni». La società ideale sognata da Lenin aveva i tratti della «grande orchestra». Nel marzo del 1918 egli aveva spiegato: «Ma come si può garantire la più rigorosa unità di intenti? Con la subordinazione della volontà di migliaia a quella di un solo individuo. Tale sottomissione, in presenza di una coscienza e di una disciplina ideale di coloro che partecipano al lavoro comune, potrebbe accostarsi soprattutto all’esempio della duttile guida del direttore d’orchestra. Può anche assumere le dure forme della dittatura […] ma in un modo o nell’altro la sottomissione incondizionata ad un’unica volontà […] è indispensabile».

Ancora la tradizione giustificazionista tende ad addossare unicamente a Stalin la responsabilità politica e morale dei processi condotti nella totale violazione di ogni forma di legalità giuridica. Ma Stalin non poteva sentirsi vincolato ad alcuna forma di legalità e, tantomeno, a quella borghese. I concetti giuridici ai quali egli doveva attenersi erano già stati indicati da Lenin, e il pubblico accusatore Krylenko li aveva così sintetizzati: «In tempo di guerra civile è criminale non solo l’azione [contro il potere sovietico] ma anche l’inazione […]. Le finezze giuridiche non occorrono perché non occorre chiarire se l’imputato sia colpevole o innocente; il concetto di colpevolezza, vecchio concetto borghese, è stato adesso sradicato […]. Quali che siano le qualità individuali [dell’imputato] gli si può applicare un unico metodo di valutazione, ed è quello fatto dal punto di vista della convenienza di classe» . Le basi legislative — espressione eufemistica per intendere il totale arbitrio— sulle quali poggeranno i processi erano state codificate da Lenin in persona. Questi, nel 1922, volle che fosse inserito nel codice penale un articolo che prevedeva le pene più severe contro coloro che «aiutano oggettivamente o possono aiutare la borghesia mondiale». Con l’introduzione di questo articolo Lenin aveva gettato le basi della legislazione tipica di un sistema totalitario. Arrivando a decretare la pena di morte per coloro che esprimevano opinioni che potevano «aiutare oggettivamente la borghesia», di fatto, egli aveva privato il cittadino di ogni difesa giuridica nei confronti dello Stato.

Nessuno, tra gli storici giustificazionisti contesta la politica economica di Stalin. Semmai gli contestano le procedure adottate. Essi sostengono che la statizzazione dell’economia doveva procedere nei limiti previsti dalla NEP. Anche in questo caso, essi ritengono Stalin colpevole di aver deviato dalle indicazioni leniniane. Non è dello stesso parere L. Kolakowski. Questi sostiene che «Stalin realizzò il marxismo-leninismo nell’unico modo possibile» . «Non esistevano — scrive — altre soluzioni economiche e vi erano soltanto due alternative: o ritornare completamente alla NEP e liberalizzare il commercio assicurandosi la produzione agricola e le consegne di grano in pieno rispetto delle leggi di mercato, oppure perseguire coerentemente il corso già avviato, liquidando l’economia agricola privata nonché l’intera classe contadina con l’uso del terrorismo militare e poliziesco» . Stalin adottò la seconda soluzione, la più coerente con l’ideologia sulla quale poggiava il sistema sovietico. Infatti — spiega Kolakowski — «la dottrina marxista-leninista insegnava che il socialismo poteva essere edificato soltanto tramite l’assoluta centralizzazione del potere sia economico che politico; che la distruzione dei mezzi privati di produzione sarebbe stato lo scopo prioritario dell’umanità e il dovere principale del sistema più progredito del mondo; il marxismo prometteva una completa fusione della società civile con lo Stato. Stalin realizzò quindi il marxismo-leninismo nell’unico modo possibile: rafforzando la dittatura sulla società e cioè, per essere più chiari, liquidando tutti i rapporti sociali non statalizzati e tutte le classi, quella proletaria inclusa».

La politica economica adottata da Stalin rappresentò, dunque, la fedele esecuzione delle indicazioni marx-leniniane. La NEP era stata una temporanea «ritirata strategica». Esemplificative le seguenti dichiarazioni di Preobrazenskij:,. «i nepman non sono ancora una classe e non li lasceremo diventare tali. Sono individui che mirano ad approfittare della situazione per godere e per arricchire […]. Siamo troppo forti noi: possiamo giocare con loro come il gatto col topo […] li nutriamo oggi, i nepman, come i patrizi romanifacevano con le murene. Con questa differenza, che noi li nutriamo con la loro stessa carne: lasciamo che si divorino reciprocamente. Il più grosso mangia il più piccolo […]. Ma li conosciamo tutti, questi squali, e la loro vita è nelle nostre mani: un bei giorno chiuderemo gli sbocchi e faremo una colossale retata […] sarà la nuova fase della rivoluzione» . Lo stesso Lenin, con riferimento alla NEP, aveva spiegato: «Il mercato privato si è dimostrato più forte di noi, [ponendoci di fronte al] problema della nostra stessa esistenza: [ci siamo trovati] nella situazione di chi è ancora costretto a ritirarsi, per poter poi passare, finalmente, all’offensiva». Ed è proprio ciò che fece Stalin. Egli passò all’offensiva. Lenin, nella Questione agraria in Russia, aveva spiegato: «quanto al socialismo, è noto che esso consiste nella distruzione dell’economia di mercato […] se rimane in vigore lo scambio è persino ridicolo parlare di socialismo». E Stalin distrusse il mercato. Lenin aveva precisato: «Noi diamo veramente battaglia al capitalismo e diciamo che, quali che siano le concessioni alle quali ci costringe, siamo tuttavia per la lotta contro il capitalismo e lo sfruttamento. E lotteremo in questo campo implacabilmente […] se riusciremo in questa lotta non ci sarà ritorno al capitalismo, al precedente punto, a tutto ciò che vi è stato nel passato. Questo ritorno sarà impossibile, bisogna soltanto fare la guerra alla borghesia, alla speculazione, alla piccola proprietà […]. Quando avremo strappato i contadini alla proprietà e li avremo iniziati al nostro lavoro statale, allora potremo dire di aver compiuto una parte difficile del nostro cammino» . E Stalin strappò «i contadini alla proprietà».

Le sue procedure furono cruente, ma, ancora una volta, nel rispetto delle indicazioni dettate da Lenin. Questi, nel maggio del 1918, aveva affermato: «Non c’è dubbio il kulak è un feroce nemico del potere sovietico. O i kulak stermineranno un numero infinito di operai, o gli operai schiacceranno implacabilmente le rivolte dei kulak — che sono una minoranza brigantesca del popolo — contro il potere dei lavoratori. Non vi può essere via di mezzo. La pace non è possibile […] questi vampiri hanno accaparrato e continuato ad accaparrare le terre dei proprietari fondiari, e asservono di nuovo i contadini poveri. Guerra implacabile contro questi kulak. A morte!». Stalin, come già Lenin, era consapevole che proseguire nell’adozione della NEP o attuare il modello di economia mista elaborato da Bucharin non avrebbe realizzato il «comunismo a passo di lumaca», ma avrebbe rigenerato, in tempi più o meno brevi, il sistema capitalistico. Questo avrebbe significato il trionfo della civiltà borghese, la vittoria dell’Occidente. In altri termini: l’istituzionalizzazione del Male e la definitiva rinuncia alla «resurrezione dell’umanità» .La politica economica di Stalin era finalizzata, esclusivamente, a scongiurare simile eventualità. Questa spiegazione trova un’ulteriore conferma nella biografia di Stalin pubblicata dal diplomatico sovietico S. Dmitrievskij. Questi, nel 1930, in piena fase di collettivizzazione, scriveva: «L’edificio della dittatura staliniana non può reggersi e realizzare i suoi piani se non detenendo il monopolio assoluto del potere politico ed economico». Egli constatava, poi, la minaccia rappresentata dai contadini per «l’edificio della dittatura staliniana»: «la vittoria dei contadini all’interno del paese sarebbe una vittoria dell’Occidente: della sua concezione fondamentale dell’individualismo e del liberalismo nella vita politica».

La rivoluzione d’ottobre era stata — volendo adottare l’efficace espressione di Pannekoek — «l’inizio della ribellione asiatica contro il capitale». Il nuovo ordine, che i bolscevichi stavano edificando, doveva essere «l’unico luogo sociale» entro il quale costituire l’esercito permanente della rivoluzione mondiale. Il «luogo» dal quale muovere per realizzare la profezia annunciata da Engels — e che. i bolscevichi avevano fatta propria —: «Diventare templari di questo Graal, cingere ai fianchi la spada permesso e rischiare lietamente la vita nell’ultima guerra santa, alla quale seguirà il Regno millenario della libertà». Essi avvertivano prossimo, oltre che storicamente predeterminato, quanto annunciato da Engels: «Si avvicina il giorno della grande decisione, la battaglia delle nazioni, e la vittoria sarà certamente nostra».

Da tutte le nazioni erano giunti in Russia gli internazionalisti per arruolarsi nell’Armata rossa, per contribuire all’edificazione del nuovo mondo. I bolscevichi, però, erano convinti di poter contare su un esercito ben più ampio:

il proletariato mondiale. Il proletariato «esterno» muoveva contro la civiltà capitalistico-borghese fidando, però, sulla secessione del «proletariato interno» della società aggredita. Significativa, in proposito, l’affermazione di Karl Radek: «Dal momento che la Russia è il solo paese dove la classe operaia abbia conquistato il potere, gli operai del mondo intero debbono d’ora in poi diventare patrioti russi». Il nuovo Stato dichiarava la guerra permanente contro i valori e le istituzioni della società borghese. Il capitale, il mercato, il borghese — come ha spiegato Hobsbawm — non erano per i bolscevichi categorie economiche e sociologiche, ma categorie metafisiche-morali. Esse erano le forme nelle quali si era incarnato il Male. Come tali andavano distrutte, estirpate alla radice affinchè non potessero mai più rigenerarsi. I bolscevichi, alla testa del popolo eletto, muovevano alla conquista del mondo per imporre la loro dottrina salvifica su tutti gli uomini. Per realizzare l’utopia marx-leniniana di società perfetta. Lo «scontro culturale» fra Oriente e Occidente si era rimaterializzato in guerra.

La politica estera dello Stato sovietico era l’attuazione dei princìpi indicati da Lenin. Questi aveva affermato che, finché fossero esistiti, capitalismo e socialismo non avrebbero potuto convivere pacificamente. In risposta alle polemiche sulla pace di Brest-Litovsk, Lenin propose al VII Congresso del partito la seguente risoluzione: «II Congresso autorizza il Comitato centrale del partito sia a rompere ogni trattativa di pace, sia a dichiarare la guerra a qualsiasi potenza imperialistica e a tutto il mondo quando il Comitato centrale stesso riconosca che ne sia giunto il momento opportuno» . Certo, la risoluzione era finalizzata a placare gli avversari degli accordi di Brest-Litovsk, ma conteneva la sostanza della dottrina leniniana in politica estera. Lo Stato proletario — da quanto aveva affermato Lenin — non era vincolato al rispetto delle norme morali e giuridiche che regolavano i rapporti internazionali tra gli Stati. Lo Stato proletario, incarnando il progresso, avrebbe avuto sempre ragione nei confronti degli Stati capitalistici che incarnavano la reazione. Qualunque azione avesse intrapreso, lo Stato proletario obbediva alle leggi della Storia.

Due anni dopo la pace di Brest-Litovsk lo Stato proletario ritenne giunto il momento di dichiarare guerra al corrotto Occidente. Il 7 agosto 1920, durante una pausa dei lavori del II Congresso del Komintern, Lenin dichiarava ai delegati francesi: «Sì! Le truppe sovietiche sono a Varsavia. Tra poco avremo anche la Germania. Riconquisteremo l’Ungheria, e i Balcani si solleveranno contro il capitalismo. L’Italia tremerà. L’Europa borghese scricchiola da tutte le parti, in mezzo a questa tempesta» . I bolscevichi speravano che il «miracolo» della rivoluzione d’ottobre potesse ripetersi su scala mondiale. Ma la speranza svaniva sulla Vistola: il proletariato polacco respingeva l’avanzata dell’Armata rossa. Il comandante in capo, generale S. Kamenev, nel tentativo di individuare le cause della sconfitta, scriveva: «L’Armata rossa tese la mano al proletariato polacco, ma non trovò alcuna mano proletaria protesa dall’altra parte. Sicuramente, le ben più forti mani della borghesia polacca l’avevano presa e celata in qualche profondissimo recesso». Analoga la spiegazione fornita dallo storico sovietico G.V. Kuzmin: «La borghesia e il clero cattolico polacco riuscirono a ottenebrare la coscienza dei contadini, degli artigiani e di parte degli operai polacchi con il veleno del nazionalismo borghese» . Il capitalismo aveva vinto la prima battaglia. Ma lo scontro fra la «società aperta» e la «società chiusa» restava permanente, nell’attesa dell’«ultimo assalto».

Dopo la sconfitta subita sulla Vistola, l’ondata rivoluzionaria defluiva. Il 20 dicembre 1924 la «Pravda» pubblicava un violento attacco .di Stalin contro la teoria della «rivoluzione permanente» di Trockij. Stalin affermava che se il comunismo — come aveva sostenuto Trockij — non poteva esistere se non su scala mondiale, alla rivoluzione russa non restava che scegliere: «o marcire fino alle midolla o degenerare in Stato borghese». Vi era, però, una terza soluzione, e Stalin la propose: il consolidamento del «socialismo in un solo paese». Per preparare la «vittoria definitiva» che doveva realizzare la «resurrezione dell’umanità», Stalin, dunque, procedeva alla realizzazione della «vittoria completa del socialismo in un solo paese». Ma il capitalismo non restava fuori dalle mura dello Stato sovietico. I valori borghesi erano già penetrati come un cavallo di Troia all’interno della fortezza proletaria «assediata». I germi del capitalismo annidavano e si riproducevano nella società civile. Essi avevano contaminato milioni di contadini che reclamavano la proprietà privata della terra. Tecnici, intellettuali e scienziati erano affetti da «individualismo borghese». Il capitalismo era più forte che mai, «coloro che si era creduto fossero dei proletari», scrive Alain Besancon, erano in realtà dei piccolo-borghesi che aspiravano a realizzare valori e usi capitalistici . L’epidemia capitalistico-borghese si diffondeva e infettava l’intero corpo sociale. Ma la realizzazione dell’utopia richiedeva la sua purificazione. Stalin, dunque, quale capo carismatico del partito totalitario, quale unico interprete del messaggio rivoluzionario e guida per la sua realizzazione, decretava lo stato di guerra permanente contro la società civile. La tecnica purificatoria prescelta fu il terrore di massa.

Il terrore immunizzava il popolo procedendo allo sterminio degli individui «infetti» che corrompevano il corpo sociale. Oltre a questa funzione «catartica», il terrore svolgeva una funzione «pedagogica», poiché — come spiega L. Pellicani — «colpendo spietatamente i pochi» correggeva «il modo di pensare e di sentire dei molti» . La funzione pedagogica doveva procedere fino a quando il singolo attore sociale, completamente purificato, avrebbe rinunciato all’individualistico Io per fondersi nel Noi collettivo e aderito «entusiasticamente» al progetto salvifico. Il partito, lo Stato e la società civile — per quanto gerarchicamente ordinati, in virtù del grado d’identificazione con la gnosi marx-leniniana — dovevano fondersi fino a costituire un unico, inscindibile organismo. La guerra interna ed esterna contro il demone borghese non poteva consentire varianza sociale. L’intera società doveva essere come una sorta di «convento militarizzato». Scriveva Bertrand Russell, al ritorno di un suo viaggio in Russia: «II paese assomiglia a un immenso collegio di gesuiti. Ogni forma di libertà è bandita perché borghese». Il partito-Stato controllava tutti gli spazi sociali. Per coloro i quali — alla fine del trattamento di purificazione — non avevano aderito totalmente al progetto, non vi erano spazi sociali neutrali dove ritirarsi: per queste «scorie umane» il luogo di raccolta era il Gulag, edificato fin dal 1918 .

L’epidemia capitalistico-borghese si estendeva dalla base ai vertici della piramide sociale. La contaminazione borghese aveva colpito — secondo Stalin — anche i quadri del partito. Egli affermava: «II riflesso della resistenza delle classi morenti è costituito da tutte le possibili deviazioni dalla linea leniniana, deviazioni presenti tra le file del nostro partito». I dirigenti bolscevichi, infatti, pretesero di poter dissentire dalla linea politica, decretata dal partito per bocca del suo capo, sulle procedure per la realizzazione del comunismo. In tal modo essi avevano osato mettere in dubbio la funzione del partito — quale custode della gnosi — e del suo capo, quale unico legittimo interprete del messaggio. Tutto ciò era una gravissima colpa per due motivi. Primo motivo: i dubbi, espressi dai dirigenti del partito, demolivano l’unica fonte di legittimazione del dominio totalitario: il possesso della Verità. Secondo motivo:

l’atteggiamento «dubbioso», da parte dei dirigenti del partito, sulla linea politica da adottare, equivaleva a «un aiuto oggettivo» alla «nemica borghesia mondiale» contro la quale si era in guerra permanente. Quindi essi erano «oggettivamente traditori della patria». Per queste gravissime colpe furono istruiti i processi di Mosca del 1936, del 1937, del 1938. I capi d’imputazione non potevano che essere quelli di «tradimento della patria» e di «tradimento della rivoluzione». E il verdetto, per rei confessi di tradimento in tempo di guerra, non poteva essere che di condanna capitale.

Lo stanilismo, quindi, non rappresentò la degenerazione del lenilismo ma fu la fedele prosecuzione. Il leninismo non è stata un interpretazione aberrante del marxsismo, bensì di esso l’ applicazione ortodossa. Per quanto concerne, invece, il rivisionismo marxsista …questa è un altra storia che non ha a che vedere con la Russia Sovietica che è stata la patria del socialismo realizzato,ed ha indicato la via del esperimento totalitario.

Ludovico Martello

Per redigere questo testo è stata consultata la seguente bibliografia:

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Lenin, Compagni operai, alla lotta finale, decisiva!, in Opere complete:

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Pellicani, II mercato e i socialismi, SugarCo, Milano 1979;