La profezia del Tramonto

  Ludovico Martello
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Alla ricerca delle cause dei totalitarismi del Ventesimo secolo

Abel Cornelius, Thomas Buddenbrook, Hans Castorp popolano la Germania nei primi decenni del ventesimo secolo. Essi conducono esistenze diverse, ma un profondo sentimento accomuna le loro vite. “Il sentimento – descritto da Thomas Mann in una pagina del Doktor Faustus – che eravamo al termine di un’epoca la quale non solo comprendeva il secolo decimonono, ma risaliva fino allo spirare del Medioevo, alla rottura dei legami scolastici, all’emancipazione dell’individuo, alla nascita della libertà, un’epoca che dovevo veramente considerare quella della mia più ampia patria spirituale, l’epoca insomma dell’umanesimo borghese. Il sentimento, dico, che per essa era scoccata l’ora e un mutamento della vita stava per compiersi, mentre il mondo entrava in un’oscillazione nuova e ancora senza nome. Questo sentimento che invitava a stare in orecchi non era un prodotto della fine della guerra, ma era già esistito allo scoppio di essa, quattordici anni dopo l’inizio del secolo, e aveva costituto la base di quell’agitazione, di quella commozione fatale che allora aveva colpito gli uomini come me”.

I personaggi, nati dalla penna di Thomas Mann, provano “dolore” per il “disordine” provocato dalle “novità” del progresso. L’individualismo e la democrazia parlamentare sono avvertite come “novità” che generano disordine politico e morale. Un senso di colpa e di impotenza pervade ogni singolo tedesco che ha vissuto il dramma della Grande Guerra, il crollo dell’Impero Guglielmino, e che assiste alla dissoluzione della Kultur germanica. In questo universo “crepuscolare” di decadenza, immerso in un atmosfera satura di disperazione, appare nelle vetrine delle librerie un poderoso volume redatto da un autore poco noto. La sola lettura del titolo : Il tramonto dell’Occidente, rappresenta una sorta di psicoterapia collettiva per i tedeschi : lo stato di angoscia che agita la Germania può essere proiettato sull’intero occidente europeo. Il volume conferisce, così, una vasta celebrità al suo autore. Spengler incarna le ansie e le paure dell’anonimo attore sociale tedesco, ne coglie le domande ed offre a questi le risposte desiderate ma, fino ad allora, ritenute, forse, inconfessabili. “Il tramonto dell’Occidente – osserva Domenico Conte nella Introduzione a Spengler – è indissolubilmente legato alla particolare fisionomia del suo autore, più di quanto questa considerazione a prima vista banale possa suggerire. Solo un autodidatta isolato, lontano dal rigore ma anche dai convenzionalismi della scienza ufficiale, e solo un individuo psicologicamente spaccato fra sogni di grandezza e incubi di fallimento, poteva scrivere un’opera così particolare, riuscendo con essa a toccare i nervi ormai scoperti di una nazione intera”. E lenirne il dolore.

Al mondo come meccanismo regolato dalle idealistiche leggi della storia o dalle positivistiche leggi matematiche, l’autore, oppone il mondo come organismo vivente. La storia non è altro che la vita di tale organismo. Storia e natura coincidono : le civiltà sono organismi viventi che nascono, vivono e periscono in una totale assenza di fini. La decadenza, allora, non è un fenomeno ascrivibile ad un particolare popolo e circoscrivibile nel tempo e nello spazio di una particolare società. La decadenza e la raffigurazione simbolica del naturale movimento di un organismo che vive. “Spengler – spiega Stefano Zecchi nel saggio introduttivo alla riedizione de Il tramonto dell’Occidente – riabilita così i concetti di Simbolo e di Destino che la cultura moderna ha deriso e avvilito, credendo di poterli sostituire con quelli di Segno e di Progresso… la necessità meccanica (causa) è subordinata alla necessità organica (destino)”.

Le risposte formulate da Spengler travalicano i confini della Germania. L’ora del crepuscolo – nota Gennaro Sasso nelle prime pagine del Tramonto di un mito – è assunta “come simbolo metafisico dell’Occidente”. Spengler riesce a conferire espressione a “molte delle voci pessimistiche che da decenni s’intrecciano nella polifonia europea”. La pubblicazione dell’opera genera un particolare fenomeno : “fu – spiega Sasso – come se un piccolo germe, da tempo al lavoro nelle profondità della coscienza europea, fosse stato all’improvviso isolato e, mediante uno strumento, ingigantito, sì che quella, la coscienza europea, potesse finalmente percepirlo, osservarlo, e provarne orrore”.

Il tramonto dell’Occidente segna una profonda cesura epocale : l’idea del progresso inarrestabile è infinito appare, ora, niente altro che una tragica illusione. L’idea moderna di progresso, che si era consolidata nel corso dell’Ottocento, entra in una crisi irreversibile negli anni compresi fra le due guerre mondiali. Lo storicismo hegeliano, il positivismo comtiano, l’evoluzionismo darwiniano – nonostante le profonde specificità che distinguono tali sistemi teorici – avevano contribuito a conferire all’idea di progresso una dimensione teleologica che, ora, risulta falsificata dai tragici avvenimenti del tempo. Si dissolve, così, la fede nel progresso come processo necessario, immanente al divenire della Storia. “La crisi dell’idea di progresso – scrive, in proposito, Paolo Rossi in uno splendido saggio intitolato Naufragi senza spettatori – l’identificazione di quell’idea con un mito ottocentesco sono legate alle prospettive della cultura europea del secondo e del terzo decennio del Novecento, al senso dell’inutile massacro della prima guerra mondiale, alla grande crisi degli anni Trenta. La guerra e la crisi hanno distrutto il mondo della sicurezza ; la Scienza, il Progresso, l’Europa non appaiono più al centro della storia umana ; la storia appare priva di tendenze, di prospettive di direzioni ; la realtà si configura come un’ impari lotta fra l’individuo e le forze cieche e incontrollabili che operano nella storia ; la società appare una macchina devastatrice della natura autentica dell’uomo”.

In effetti questa percezione drammatica, apocalittica della realtà era stata presente anche nei periodi in cui prevaleva nella società una visione fiduciosa ed ottimistica nei confronti del futuro. “La storia dell’idea di progresso – avverte Paolo Rossi – è saldamente intrecciata non solo con la storia dell’utopia, ma anche con quella del millenarismo e del primitivismo…il tema pessimistico del decadimento della natura e della senescenza del mondo si sviluppa, è opportuno non dimenticarlo, contemporaneamente al tema del progresso”. Le paure di fronte all’ignoto che riserva il futuro, oppure, la nostalgia per un mitico Paradiso Perduto, o, ancora, una sorta di “cupidigia di morte” che invoca un’ Apocalisse Purificatrice sono, questi, alcuni dei sentimenti che hanno attraversato la storia dell’Occidente dal mancato verificarsi della parusia. Ma è soltanto, fra il declinante secolo decimonono e gli inizi del ventesimo che la visione del tramonto sedimenta in quel particolare stato d’animo collettivo che Gennaro Sasso ha indicato come “seconda coscienza”. Da questo momento in poi i temi presenti in Spengler ritorneranno – scrive Paolo Rossi – “quasi ossessivamente, nella cultura del Novecento : la servitù dell’uomo contemporaneo, la dissacrazione della persona, la responsabilità delle macchine, la violazione empia dell’intatta natura. Ciò che è moderno non coincide più con ciò che è umano. La veneranda querelle des anciens et des modernes sembra riaprirsi in termini rovesciati : nella prospettiva dei nuovi teorici dell’Apocalisse è progressiva la negazione della coincidenza modernità – umanità ; è reazionaria l’affermazione di tale coincidenza. Il rifiuto della mitologia del progresso diventa rifiuto della modernità”.

“Modernità – chiarisce Luciano Pellicani – vuol dire vita senza valori sacri”. Modernizzazione e secolarizzazione sono le fasi simbiotiche di quel particolare processo che conduce dalla società chiusa alla società aperta. Dalla società tradizionale – saturata di ordine e di sacro, pietrificata nei suoi “usi” ripetitivi – si avanza verso la società moderna nella quale l’azione elettiva prevale su quella prescrittiva, l’individuo sul collettivo, la ragione sulla fede. L’uomo avverte che “anche gli dei periscono”. Può liberarsi dalle verità dogmatiche ma resta privo di valori inconfutabili, in preda al terrore di essere solo davanti ai mali del mondo e alla morte. La vita gli appare priva di significato e di direzione. Cerca nuove risposte. Attende nuovi profeti. E questi non tardano.

Così, la condanna della modernità, la denuncia della sua natura “satanica”, il rifiuto rabbioso e furente dell’idea di progresso, la nostalgia per un mitico passato, l’attesa escatologica di una apocalittica palingenesi, tutto ciò concorre a costituire le “nuove” risposte e parte di quell’armamentario ideologico che ha accumunato, in questo secolo, autori – opposti negli schieramenti ma, sostanzialmente, uniti nella stessa fede – quali : Guenon, Adorno,Cioran. Questi, sciamani disperati, timorosi che il “disincantamento del mondo” potesse scalzarli dai loro altari e privarli della loro missione di pastori di anime, hanno indicato agli uomini la via per il ritorno alla barbarie. “La rinuncia a identificare l’Avversario con il Nemico, – spiega Paolo Rossi – la ricerca di un equilibrio sempre minacciato e sempre bisognoso di aggiustamenti e di riparazioni, l’idea che il Valore consista solo nell’evitare scelte irreparabili e solo nel rendere più tollerabile il volto demoniaco del Potere, sembrano certo ai sacerdoti e profeti del Destino dell’Occidente (equamente distribuiti entro la Destra ed entro la Sinistra) ideali poco nobili e troppo poco eroici”.

Il nietzschianesimo viene evocato in soccorso all’esangue marxismo. Una potente miscela distruttiva si prepara nei salotti “buoni” della nuova intellighentia. Soprattutto dopo l’autodissoluzione del regime sovietico. Quando il marxismo ha manifestato l’incapacità di distruggere la “satanica” società moderna : “capitalistico – borghese”, molti “intellettuali di sinistra” hanno attinto alla tesi metafisica dell’inevitabile tramonto. Riprendendo, così, a coltivare e a diffondere nella società occidentale quegli stessi germi, assopiti ma mai estinti, che consentirono l’ascesa del nazionalsocialismo. L’antistoricismo contemporaneo, spiega Gennaro Sasso, “non è certo costituito dal successo dello strutturalismo, dal diffondersi delle idee di Claude Lèvi Strauss……ma piuttosto dal ritorno di Nietzsche, un ritorno imponente e impetuoso, che in realtà, oltre quelli che esplicitamente lo propongono, riguarda gli stessi marxisti, i quali….fino a qualche anno fa avrebbero considerato addirittura ingiurioso che qualcuno sottolineasse la possibilità di un loro incontro con il profeta del Wille zur Macht...nemmeno Spengler è riuscito sul serio a risalire la corrente e ad impossessarsi di nuovo all’attenzione di una cultura così disorientata e…alquanto famelica di maestri”.

Il maestro, che più di ogni altro, è riuscito a conciliare i profeti apocalittici di destra e di sinistra, riabilitando alle menti di quest’ ultimi l’esecrato Nietzsche, è stato Martin Heidegger. “Di questa veemente e varia negazione dello storicismo, della storia, del progresso – argomenta ancora Sasso – s’intenda ricercare, accanto alle molteplici ragioni politiche e sociali, la fonte intellettuale più profonda…sta nella lunga, tenace, ora complicata, ora ambigua, meditazione filosofica di Martin Heidegger. Lo stesso ritorno di Nietzsche è, infatti, di questa crisi, non il fatto originario, ma la derivazione. La radice è in Heidegger”.

Ripercorrendo le orme heideggeriane, Umberto Galimberti decreta l’ennesimo tramonto dell’Occidente. Rispolverata la solita metafora che trae spunto dal significato etimologico della parola occidente, Galimberti, – nelle prime pagine del volume Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente – con il tono saccente e oracolare dello sciamano risentito nei confronti della vita, profetizza : “ il tramonto dell’Occidente è il compiersi racchiuso nella parola che dice : Terra della sera…la parola esprime un destino a cui non ci si può sottrarre. Il sole non si può fermare. Il tramonto è inevitabile. L’Occidente è la terra destinata ad ospitare questo tramonto”. Le profezie di Galimberti non hanno più attendibilità di quelle formulate dagli astrologi, purtroppo possono rivelarsi più pericolose per la convivenza civile. Per questo motivo si è costretti a leggerle e confutarle.

A conferma delle sue profezie, Galimberti evoca “Jaspers e Heidegger come testimoni del tramonto e come isolati indagatori del suo senso”.

Premessa heideggeriana alla prima profezia : dall’oblio dell’essere nasce Dio e mondo. “La dimenticanza dell’essere – egli spiega – ha determinato la dominazione dell’ente. L’ente è grazie all’essere, ma, là dove l’essere è obliato, si rende necessaria la ricerca di un ente superiore in grado di garantire la dominazione dell’ente sul nulla. Nasce l’entissimo (Dio) che fonda la totalità degli enti (mondo).

Profezia : da questa alienazione in un ente superiore e dall’oggettivazione della natura deriva l’inevitabile tramonto. “L’Occidente – egli precisa – è la terra che ha ospitato l’oblio dell’essere, ovvero lo smarrimento del suo senso ; il nichilismo ne è quindi la sorte, il tramonto il suo destino. Prender coscienza dell’oblio dell’essere significa veder crollare quanto è stato costruito nella sua dimenticanza : Dio e mondo”.

Confutazione della profezia : La nascita di un Dio non può aver caratterizzato il destino dell’Occidente visto che un’idea di Ente Supremo è presente in tutte le culture e in ogni tempo ! Questo processo di alienazione è stato comune a tutti gli umani. Ma il Dio dell’Occidente – obietta Galimberti, con una precisazione ad hoc è un Dio particolare : è il Dio biblico cristiano : L’indipendenza della coscienza o spirito dell’uomo dal mondo, (di evidente derivazione biblico – cristiana) andrà via via radicalizzandosi fino a diventare il fondamento della concezione meccanicistica e costruttivistica moderna”.

Anche questa affermazione è facilmente confutabile : se la specificità dell’Occidente è stata la presunzione della ragione e della scienza, tale specificità non può derivare dalla “matrice biblica”. Infatti l’islamismo, anche esso di derivazione biblico – cristiano, nonostante ciò non ha prodotto fenomeni analoghi ancora oggi.

Premessa nietzschiana alla seconda profezia : La morte di Dio fa cadere l’impalcatura di menzogne costruite durante l’oblio dell’essere : “La morte di Dio, – egli spiega – riconsegna l’uomo e la natura a se stessi, riscattandoli dall’alienazione bimillenaria che li aveva definiti in funzione di Dio”. Da questa premessa ci si attenderebbe una profezia più rassicurante per le sorti dell’Occidente. Infatti la morte di Dio, annunciata da Nietzsce, non segna l’avvento del tramonto dell’Occidente. Oltre il deserto del nichilismo egli indica una nuova alba.

Per Galimberti le cose non stanno così : “ con Nietzsche – egli sentenzia – prende la parola una strana filosofia”, ed ancora : “Nietzsche rimane prigioniero della metafisica dell’Occidente, in quanto ne porta a compimento le tendenze fondamentali, tese ad eliminare il più possibile l’originaria problematicità dell’ente, in cui si custodisce la differenza ontologica e quindi il senso obliato dell’essere”.

Seconda profezia : A determinare il tramonto dell’Occidente – egli precisa – non è dunque l’assenza dell’essere, ma l’oblio dell’assenza, per cui si crede che l’ente possa sussistere da sé indipendentemente dall’essere”.

Niente da fare : per Galimberti il tramonto dell’Occidente è una vera fissazione : “l’oblio dell’essere e l’oblio dell’oblio – egli conclude – ha così portato la nostra epoca all’insesatezza, in quanto l’ha privata della possibilità di cogliere il senso dell’essere, l’apertura della sua verità…il senso dell’essere dunque, la sua verità può trovare spazio solo là dove la domanda sull’essere non è resa insignificante dalla determinazione aprioristica che ha già tutto deciso circa l’ente, perché in questo caso non resterebbe più nulla da chiedere e più nulla da decidere. Forse l’ultimo senso dell’Occidente si raccoglie proprio in questo nulla che assume il significato di un congedo, il congedo dell’essere dalla terra del tramonto”.

Galimberti, al pari di Adorno ed Heidegger, è dominato dalla mistica “nostalgia del totalmente Altro”. Dalle sue pagine emana una volontà di dissoluzione dell’esistente. L’Occidente de-sacralizzato deve tramontare. Oltre Heidegger, Galimberti ritiene che sia troppo tardi affinché “un Dio ci possa salvare”, e allora che si avveri la maledizione faustiana : “niente di ciò che esiste è degno di sopravvivere”.

Un’altra diagnosi apocalittica è stata formulata da Piero Ottone, questi con il volume dall’inequivocabile titolo : Il tramonto della nostra civiltà, sentenzia : “la civiltà Occidentale sta avviandosi verso l’estinzione, verso la morte”. Ed ancora : “Da parte mia, sono convinto, come Spengler, che la civiltà occidentale sia in declino ; ritengo la decadenza inarrestabile”.

Il tono distaccato adottato da Ottone rende le sue affermazioni allucinanti : “La consapevolezza del male Futuro, lungi dal guastare il godimento del bene presente, lo ha piuttosto intensificato…siamo spettatori a teatro ; estatici e commossi, secondo la recita, ma anche tranquilli e sereni, perché agli spettatori non può accadere nulla”.

A parte questo irritante atteggiamento di indifferenza del suo autore, il testo non contiene nulla di originale. “Ottone – commenta Paolo Rossi – è riuscito in un impresa che sembrerebbe impossibile : scrivere un libro gradevole ed elegante che contiene dentro di sé, enunciato come verità pensata in prima persona, un giudizio caricaturale. Una specie di doppio salto mortale : fare una bella caricatura di una caricatura”.

Ma a parte le astruse dispute metafisiche sulla storia dell’Occidente come oblio dell’essere, cosa c’è, in concreto, – secondo gli apologeti del tramonto – in questa nostra civiltà da renderla peggiore delle altre, passate e presenti, e quali sono, gli agenti e i fattori che ne possono provocare l’inevitabile tramonto ? Un inequivocabile segno del declino è individuato da Piero Ottone nella dissoluzione delle ideologie forti. “Coloro che svolgono attività politica nel nostro tempo – egli nota – presentano caratteristiche analoghe in tutti i paesi dell’Occidente…non manifestano profonde convinzioni ideologiche, non inseguono nobili ideali, non si sentono investiti da missioni storiche…E’ difficile credere – egli lamenta – che nascano nei prossimi anni nuove ideologie. Se la nostra analisi è giusta, l’epoca delle teorie sociali è tramontata, e non ne sorgeranno di nuove perché la nostra civiltà ha perso fiducia, non crede più che si possa cambiare la condizione umana mediante l’adozione di regole globali, secondo le indicazioni di dottrine filosofiche. Si abbandona l’idealismo e si scivola rapidamente verso un realismo brutale. Anche i regimi che fino a ieri credevano o fingevano di credere, nella palingenesi dell’umanità, anche il regime russo o cinese, promettono Coca – Cola e jeans”.

Ottone dimentica di precisare che Lenin, Stalin, Hitler e Mao, proprio per il fatto di sentirsi investiti da missioni storiche e sorretti da ideologie forti, hanno, con le loro scelte politiche provocato, nella prima metà di questo secolo, centinaia di milioni di morti. Speriamo proprio per la pace e la vita dell’Occidente che non nascano nuove ideologie finalizzate alla “palingenesi dell’umanità”. La Coca – Cola ha fatto meno vittime del socialismo reale.

“ Molti professori e intellettuali “di sinistra” – argomenta Piero Melograni nelle pagine conclusive del volume La Modernità e i suoi nemici – non osano ammettere che la vera rivoluzione moderna possiede caratteri opposti a quella del socialismo. Disconoscono il valore politico della rivoluzione capitalistica, benché proprio essa abbia inferto un colpo mortale alla millenaria civiltà delle élite e abbia grandemente esteso la democrazia abolendo le mura che rinchiudevano le città, eliminando i vincoli corporativi, elevando la condizione femminile, imponendo che le informazioni, le merci, le persone e i capitali circolino con maggiore libertà. I parlamentari democraticamente eletti esistono soltanto nei paesi tecnologicamente sviluppati, mentre le dittature sopravvivono di solito nei paesi economicamente arretrati.

I paradossi del mondo sono tanti. Si definisce progresso ciò che è reazione, sinistra ciò che è destra, si crede bianco ciò che è nero . Il fatto è che all’esistenza di questi paradossi hanno contribuito un po’ tutti, a sinistra come a destra. Pochissimi, tra i capitalisti e i loro amici, hanno finora avuto coscienza del loro ruolo rivoluzionario e dunque “di sinistra”. Ritenevano di essere i difensori delle tradizioni, mentre le stavano distruggendo. Nelle loro ideologie esaltavano i principi antimoderni, elitari e perfino reazionari. Nella pratica, con le loro iniziative, sconvolgevano l’assetto del mondo intero”.

Altro fattore per decretare l’imminente tramonto è l’inquinamento atmosferico. “Il tentativo di estendere gli standard di vita occidentali – si legge nel testo di Christopher Lasch Il paradiso in terra – al resto del mondo porterà ancora più rapidamente all’esaurimento di risorse non rinnovabili, all’inquinamento irreversibile dell’atmosfera terrestre e, in breve, alla distruzione del sistema ecologico da cui dipende la vita dell’uomo”.

In risposta alle affermazioni di Lasch, rileggiamo alcune osservazioni riportate nel testo di Melograni. “Il numero di morti causato dagli inquinamenti industriali risulta enormemente inferiore a quello causato dagli inquinamenti preindustriali…nelle economie preindustriali l’acqua pura ha costituito quasi sempre un privilegio per pochi…l’umanità emanava cattivo odore….La civiltà del capitalismo industriale ha praticamente sconfitto la fame”.

Un’altra accusa che viene formulata nei confronti dell’Occidente è quella secondo la quale esso è riuscito a imporre il proprio modello su scala planetaria solo a prezzo dell’esclusione e dell’immiserimento culturale ed economico di alcuni miliardi di persone, che Serge Latouche definisce : naufraghi della modernità. “La società moderna – denuncia Serge Latouche nel volume Il pianeta dei naufraghi – esclude masse considerevoli di uomini che pure essa ha coinvolto nel proprio processo di sviluppo. Giudicati inadatti a svolgere un ruolo nella macchina tecno-economica questi esclusi sopravvivono riattivando le reti di solidarietà e reinventando una società perduta. I circuiti e le logiche che permettono la loro persistenza e la loro proliferazione corrispondono a un reinserimento dell’economico nel sociale. Questa trovata è quel che permette loro di uscire dai vicoli ciechi della modernità-mondo generati da un percorso inverso, quello dell’autonomizzazione dell’economia. Anche se la socialità informale finisse per essere distrutta per una ragione o per l’altra senza aver portato alla società alternativa dei naufraghi, costituirebbe pur sempre la confutazione della pretesa universalistica della modernità”.

Latouche, alimentando quel processo di falsificazione della storia che indica le cause del sottosviluppo del Terzo Mondo come derivanti esclusivamente dall’imperialismo occidentale, afferma che “il Terzo Mondo è stato espropriato dalla gestione del suo destino e delle sue crisi”.

Niente di più superficiale è stato mai affermato. Le cause del sottosviluppo sono antiche e profonde, e vanno ricercate nella diversa strutturazione dei due macrosistemi sociali. Ad una prima osservazione appare evidente che i paesi orientali a differenza di quelli occidentali, permangono, ancora, nonostante siano visibili alcuni tratti tipici della modernizzazione, società tradizionali, saturate dal sacro.

In questo senso, ed all’interno della sua tesi delirante, con giusta ragione, Umberto Galimberti, può affermare che :”L’Oriente non ha mai contrapposto l’uomo all’essere, così da generare una serie di dualismi in cui si è espressa a tutti i livelli la metafisica occidentale. L’uomo orientale non ha mai vissuto la sfida dell’essere”.

Galimberti e Latouche individuano in questa permanenza dei valori sacro – magici una sorta di superiorità morale della cultura orientale nei confronti di quella Occidentale.

Certo il Dio biblico – cristiano è morto trascinando con sé il fondamento di tutti i valori inquestionabili, mentre Allah gode di ottima salute. Ma in nome di Allah continuano a morire di Guerre Sante e di stenti milioni di persone ! Pare che L’Oriente non sia in preda alle convulsioni nichilistiche “dell’oblio dell’oblio dell’essere”. Ma in compenso essere al mondo tra genocidi, carestie, ed enormi disuguaglianze sociali resta fortemente problematico.

Il modello sociale che i profeti del tramonto auspicano per l’Occidente corrisponde, di fatto, ad una società risacralizzata. Una società chiusa al mutamento. La realizzazione di una tale società è il compito che Lautouche affida ai suoi “naufraghi” e Galimberti ai suoi “desituati”. Essi indicano il ritorno ad un futuro – remoto che ha una sua precisa definizione : il Tempo della barbarie !

Quel tempo in cui non esistevano cittadini ma sudditi ai quali non era riconosciuto alcun diritto : nemmeno il diritto alla vita. “L’intera storia del progresso umano – ricorda Norberto Bobbio, citando Joan Stuart Mill – è stata una serie di transizione attraverso cui un costume o un’istituzione dopo l’altra sono passate, dall’essere presunte necessarie all’esistenza sociale, nel rango di ingiustizie universalmente condannate”. In proposito un esempio chiarificatore : l’abolizione della schiavitù.

Il maggiore sviluppo dell’Occidente non deriva dalle conquiste imperialistiche del capitalismo, come sostengono gli apocalittici di sinistra. Le conquiste furono successive e dipendenti da tale sviluppo. Il fattore decisivo si trova nel diverso ordine istituzionale che ha storicamente caratterizzato i due diversi universi. Infatti, come ha spiegato Luciano Pellicani, se si mette a confronto la parabola storica della civiltà islamica con quella della civiltà occidentale si nota che mentre la prima scivolava nel sottosviluppo per l’assenza di tutela giuridica della vita dei sudditi e della proprietà privata ; la seconda progrediva lungo la via del progresso economico, tecnologico e scientifico grazie alle “mille franchige, strappate ai governanti…(queste)…diventarono un guscio istituzionale entro il quale nacque la società civile, vale a dire la società dei diritti…(questa)…, infatti, produsse non solo lo sviluppo, costruendo pezzo dopo pezzo la macchina del capitalismo ; produsse anche le forze spirituali che avrebbero costruito l’edificio della Modernità : l’individualismo, il razionalismo, la cultura laica”.

Solo proseguendo lungo la strada della tutela dei diritti dell’uomo, senza un Dio che detti le sue Tavole, l’Occidente potrà evitare il suo tramonto e porsi come esempio per quelle società che ancora calpestano i più elementari diritti alla libertà della persona. “Il problema sempre più urgente – si legge – nell’accorato saggio di, Norberto Bobbio, L’età dei diritti – di fronte al quale ci troviamo non è il problema del fondamento ma quello delle garanzie”. I diritti non hanno natura divina, sono un precipitato storico e come tali vanno salvaguardati e sviluppati. “Anche i diritti dell’uomo – prosegue Bobbio – sono diritti storici, che emergono gradualmente dalle lotte che l’uomo combatte per la propria emancipazione e dalla trasformazione delle condizioni di vita che queste lotte producono. L’espressione diritti dell’uomo che è certamente enfatica, anche se opportunamente enfatica, può trarre in inganno, perché fa pensare all’esistenza di diritti appartenenti ad un uomo astratto e come tali sottratti al flusso della storia, ad un uomo essenziale ed eterno dalla cui contemplazione derivano la conoscenza infallibili dei suoi diritti e dei suoi doveri. Oggi sappiamo che anche i diritti cosiddetti umani sono il prodotto non della natura, ma della civiltà umana ; in quanto diritti storici sono mutevoli, cioè suscettibili di trasformazione e di allargamento”.

Proprio su questi diritti del singolo cittadino, non più suddito, poggia la democrazia. “La democrazia moderna – avverte Bobbio – riposa sulla sovranità non del popolo ma dei cittadini…eliminate la concezione individualistica della società. Non riuscirete a giustificare la democrazia come una buona forma di governo”.

Proprio quella “ concezione individualistica” che i profeti del tramonto e i nemici della Modernità pretendono di sopprimere. Essi sanno benissimo che la soppressione di tale “concezione” provocherebbe l’annientamento dell’unico assetto istituzionale capace di garantire la libera concorrenza tra gli uomini. Concorrenza intesa nel suo significato più ampio e non esclusivamente economico. Infatti, anche “la scienza – come sottolinea Karl R. Popper in un brano del volume che raccoglie i suoi pensieri con il titolo La mia filosofia – e in particolar modo il progresso scientifico, non sono il risultato di sforzi isolati, ma della libera concorrenza del pensiero”. Dalla “libera concorrenza del pensiero” deriva un’idea di progresso il cui sviluppo, fuori da ogni schema teleologico, è totalmente affidato al singolo attore sociale ed al suo agire storico.

Già Kant, criticando le speranze di perfezionamento dedotte fino ad allora in temi cosmologici o di filosofia della storia, aveva elaborato un concetto di progresso compatibile con la possibilità di esperienze storiche contrastanti. “Per Kant – spiegano Reinhart Koselleck e Cristian Meier nel volume Progresso – il progresso verso il meglio non era tanto un dono della natura o un piano divino quanto un compito assegnato per sempre all’uomo”. Così il progresso “dal peggio al meglio” diveniva un compito morale “dell’uomo autonomo, capace di dominare se stesso. “L’uomo stesso pone, come essere morale, non soggetto al mutamento temporale, gli obiettivi del progredire”.

L’etica della responsabilità verso se stessi e, soprattutto nei confronti delle generazioni future, impone ad ogni singolo individuo di operare per preservare e sviluppare “verso il meglio” le conquiste umane. “Non c’è nessuna conquista umana – avverte Josè Ortega y Gasset in una pagina del volume L’uomo e la gente – che sia stabile. Anche la conquista che appaia definitiva e consolidata può svanire nel giro di poche generazioni…l’uomo si è fabbricato una zattera in quel naufragio iniziale che è sempre il vivere. Ciò che noi chiamiamo civiltà, tutte queste certezze sono insicure, tanto che in un batter d’occhio, alla più piccola disattenzione, scappano dalle mani dell’uomo e svaniscono come fantasmi. La storia ci parla di innumerevoli regressi, di decadenze e di degenerazioni. Ma non è detto che non siano possibili regressi assai più radicali di quelli che conosciamo, ivi incluso il più radicale di tutti : la totale volatilizzazione dell’uomo come uomo ed il suo malinconico ritorno alla scala animale”.

Oggi, alle soglie del terzo millennio, si impone un’idea problematica del progresso. Nessuna profezia è possibile. Risulta inaccettabile la “visione” ottimistica in quanto si fonda sulla certezza deresponsabilizzante di un progresso irreversibile e necessario. Altrettanto inaccettabile è la profezia apocalittica che anela ad un mitico Paradiso Perduto o da conquistare, e intanto, crea i presupposti per precipitare nella barbarie.

La storia non ha bisogno di profeti. “La profezia storica – nota Karl R. Popper – è una specie di ciarlataneria”. E il profeta non è che un ciarlatano. A questi può essere rivolto l’ammonimento formulato da Norberto Bobbio che lo esorta ad analizzare il passato e il presente frenando i propri deliri. Allora “gli parrà che la storia umana per quanto vecchia di milenni, paragonata agli enormi compiti che ci aspettano, sia forse appena cominciata”.

Ludovico Martello