EDITORIALE: Archivio Storico del Sannio Gennaio – Giugno 2007

  Gaetano Pecora
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L’editoriale di presentazione, questa volta, comincia dalla fine; e precisamente dalla rubrica «in cornice» che di solito chiude l’  Archivio storico del Sannio. Proprio qui il lettore troverà «incorniciato» il lungo saggio che Gaetano Salvemini scrisse nel 1955, quando – venuta l’ora del congedo – egli si provò a stringere nel giro di una elaborazione riassuntiva tutta la sua antica militanza di studioso e di politico meridionalista. Perché iniziare dalla cornice, da Salvemini dunque? Intanto perché nel cinquantennale della morte (avvenuta a Sorrento nel settembre del ’57), ci pare giusto trattenere il suo nome sulla china precipite della dimenticanza, specie poi se a questo nome si congiungono idee, temi e sensibilità che riscaldano le fibre più intime della nostra coscienza morale. Insomma, è come se con Salvemini riscoprissimo noi stessi – il meglio di noi stessi, si capisce – quel meglio che, talora ci fa arrossire di tutte le nostre debolezze e di tutte le nostre mancanze.C’è poi un secondo motivo che dà ragione di questa scelta; ed è che, sia pure cavalcando su epoche ed esperienze differenti, il suo meridionalismo è rimasto arpionato sempre lì, al gancio dell’idea che non ci può essere riscatto degli umili, che non ci può essere avanzamento degli ultimi, che non ci può essere bilanciamento degli squilibri, che nulla di nulla ci può essere senza una classe dirigente meno sciagurata e rammollita di quella che tempesta le nostre terre. Già, la classe dirigente: «questo – diceva Salvemini – è lo spaventoso malanno dell’Italia». «E non si rimedia – proseguiva – cambiando legge elettorale… occorrono gli educatori; e le università, le scuole medie, la stampa servono a diseducare». «Con tutto questo -precisava in un’altra occasione – io non so abbandonare ogni speranza. Ho osservato sempre che in quelle città meridionali, nelle cui scuole ha in­segnato, magari cinquant’anni or sono, un uomo di vero valore intellettuale e morale, sono rimasti alcuni discepoli che non hanno finito con andare a giocare la sera a tressette nel circolo dei ‘galantuomini’, non hanno preso parte a nessun carnevale elettorale, sono venuti all’aperto, facendo il loro dovere di cittadini». Che è poi, se pure svolto con diversa imbastitura, lo stesso filo della speranza che cuce insieme gli scritti di Costantino Marco e di Ludovico Martello: il primo, nelle acute riflessioni consegnate al suo saggio (Luoghi comuni e nuove prospettive del meridionalismo), si nega ad ogni approccio economicistico  e per così dire puramente << tecnico >> della questione meridionale (e chissà che l’appicco per questo rifiuto non gli sia venuto anche da Salvemini ); il secondo muove dalla lezione di un nostro conterraneo, da quel Vincenzo Cuoco di cui pure s’è sbiadito il ricordo, per ammonirci che, sì, effettivamente, una classe dirigente deve esserci; che, sì, veramente, senza gli educatori il riscatto sociale prende l’inconsistenza del miraggio; ma che dirigenti ed educatori debbono stare bene attenti a non involarsi nei cieli delle astrazioni, dove tutto è straordinariamente perfetto, simmetrico ed ordinato. Diversamente il sogno della redenzione si cangia nell’incubo della repressione, e della repressione della specie peggiore, quella guidata cioè da un pugno di fanatici che si arroga il diritto di pensare per tutti e che spedisce in carcere o all’altro mondo chi non si lascia conquistare dalle sue idee. Che è poi – come spiega magistralmente Martello nel suo Vincenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino – il destino in cui fanno capitombolo tutti i progetti di palingenesi sociale. Arricchiscono il fascicolo i lavori Lorenzo Marcuccetti su  I Liguri apuani e di Cristina Ciancio su II governo della capitale nel Regno di Napoli durante il decennio napoleonico. Marcuccetti con perizia, vorremmo dire, da <<palombaro>> scandaglia i fondali più profondi della nostra storia; la Ciancio, invece, come prendendo il testimone dal magistero di Cuoco, ricorda che nulla si fa d’improvviso in questo mondo, che per converso ogni cosa matura lentamente e che dunque le stesse riforme istituzionali dei napoleonidi spremevano il succo di una sapienza avita, quella che sull’onda della storia ( la storia, ancora la storia…) giunse poi a lambire anche il Regno di Napoli. Ce ne è quanto basta, ci sembra, perché questo numero dell’ Archivio stuzzichi anche la più sonnacchiosa delle curiosità.

Gaetano Pecora
INDICE
  • Editoriale 5
PAGINE DI STORIA LOCALE
  • Ludovico Martello, Vicenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino  7
  • Cristina Ciancio, Riforme istituzionali, regole e compromessi,  il governo della capitale nel Regno di Napoli durante il decennio napoleonico 53
IL SANNIO: LE RADICI
  • Lorenzo Marcuccetti, I Liguri Apuani 81
MEZZOGIORNO E DINTORNI
  • Costantino Marco,Luoghi comuni e nuove prospettive del meridionalismo 153
IN CORNICE

Gaetano Salvemini, Una sintesi delle esperienze fatte229