Il buongoverno di Luigi Einaudi

  Gaetano Pecora
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Con i suoi articoli, Luigi Einaudi è riuscito a “far leggere ragionamenti appoggiati da cifre e cifre illustrate da ragionamenti”. Così Prezzolini nel 1919, in un ritratto che è una sicura testimonianza di stima. Pure, quel giudizio coglie una parte, ma una parte soltanto della verità. La verità intera, quale emerge con smaltata chiarezza da Il buongoverno (ripubblicato da ultimo per i tipi di Laterza), la verità intera è che non c’è riflessione, quasi non c’è pagina in cui Einaudi non trascorra dalla minuzia (le “cifre” e i “ragionamenti” di Prezzolini) al colpo d’ala che innalza alle cime del pensiero. Sicché i suoi scritti, riguardassero anche soltanto i dazi, le imposte, la moneta, erano sempre in realtà scritti sul Vero e sul Giusto. Lo stesso liberismo che molti concitati neofiti salutano come lo strumento per soddisfare meglio gli appetiti terreni, quello stesso liberismo era per lui “una tesi morale”. Proprio così: morale. Morale perché il liberista à la Einaudi non riconosce a nessuno il diritto di imporre la virtù e la felicità con le leggi e la forza delle armi. La virtù, per lui, è tale se nasce dall’impegno penoso ma consapevole che ciascuno compie per promuoverla. Imposta a suon di decreti abbrutisce e perverte. E perciò, se anche gli si dimostrasse che i provvedimenti dello Stato renderebbero tutti ricchi, buoni e saggi, egli rifiuterebbe una saggezza, una bontà e una ricchezza, che non fossero frutto delle sue esperienze ma che gli venissero procurate dall’alto e con la minaccia delle sanzioni. In questo senso, come insegnava Einaud, il liberismo muove dal presupposto morale che l’individuo ha una sua incoercibile dignità; ed è dignità che matura con la perseveranza, il sacrificio, nello sforzo volontario di elevarsi da sé, e meglio se in competizione con gli altri. Già: la competizione. E qui arriviamo ad un punto fondamentale del magistero di Einaudi. Il quale non si accese mai di entusiasmi crociati per gli automatismi della concorrenza (che andava severamente regolata, specie per impedire i monopoli e quindi la sopraffazione dei forti sui deboli); pure, ci fu un’acquisizione dalla quale non decampò mai; e che cioè o il liberal-liberismo esce riscaldato dalla tempera dell’agonismo, o svapora tra i fumi dell’imbroglio ideologico. O è conflittuale, o non è. Al liberale riesce semplicemente impossibile vivere in una società di replicanti, dove cioè ognuno ripete lo stile di vita altrui. Se tutti fossero fatti ad immagine gli uni degli altri, il mondo sarebbe insopportabilmente tetro ed uggioso. Ma ci pensiamo? Tutti che agiscono nello stesso modo, che coltivano ideali e valori eguali, così desolatamente eguali fra loro, sempre in armonia, mai uno screzio, mai una dissonanza: no, quella non sarebbe più una società; avrebbe quel non so che di dolciastro che è proprio delle sagrestie o dei conventi. “Perché – si chiedeva Einaudi in una delle sue pagine più belle (bella anche per bellezza esteriore, ritmo, sonorità) – perché dovrebbe essere un ideale pensare ed agire nello stesso modo? […] Perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni? Il bello, il perfetto, non è l’uniformità, ma la varietà e il contrasto”. E proseguiva: “Un’idea, un modo di vita che tutti accolgono, non vale più nulla. L’idea nasce dal contrasto. Se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità”. Pensiamoci un momento: se il liberal-liberismo non è ombra che passa ma realtà che rimane, e realtà tutto sommato né tarda né scolorita, se esso dunque parla ancora alla nostra sensibilità e in fondo in fondo ci sentiamo contenti di avere un’anima in cui vibrano i suoi insegnamenti, se questo accade è precisamente perché anche per noi prende calore di ideale “l’impero della legge come condizione per l’anarchia degli spiriti”. Unità, sì, purché ristretta alle forme, alle forme della legge appunto. “Ma dentro – come voleva Einaudi – ma nella sostanza, nello spirito, nel modo di agire, lotta continua, pertinace, ognora risorgente”.

Gaetano Pecora