Vincenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino

  Ludovico Martello
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Per gentile concessione dell’autore e della redazione Archivio Storico del Sannio , riceviamo e pubblichiamo volentieri di seguito il saggio del prof. Ludovico Martello Vincenzo Cuoco e il totalitarismo giacobino ( tratto da Archivio Storico del Sannio anno XII n°1 gennaio – giugno 2007 ESI Napoli)

Il giovane avvocato molisano

“ Avea allora più metafisica nella mente, più vita nel cuore … – ricorda l’esule Vincenzo Cuoco raccontando i momenti sereni trascorsi a Napoli prima dei tragici avvenimenti del 1799 che di lì a poco avrebbero travolto come in un vortice la sua giovane esistenza – (…) Alle donne – egli rammenta – sembrava strano che si passassero due ore senza parlar di mode, senza dir male, senza fare all’amore. Agli uomini giovani, stranissimo che non si facesse all’amore, non si parlasse di cavalli, non si giocasse. Ai vecchi che si parlasse di queste frivolezze e non della rivoluzione di Fran­cia, che allora bolliva forse più forte, e turbava le menti de’ democratici con false promesse, degli aristocratici con falsi ti­mori, degl’indifferenti colla curiosità di sapere come sarebbe andato il mondo dopo una rivoluzione. Noi non facevamo al­l’amore; credevamo inutile parlar di mode e di cavalli; noioso passar due ore a ripeter sempre “re, fante, donna”; inutile dir male, poiché il mondo non si sarebbe corretto; superfluo parlar della rivoluzione, perché, in ogni caso, tutto poi, senza l’o­pera nostra, si sarebbe accomodato per la meglio”.1

Il giovane avvocato molisano non si era dimostrato certo impaziente di fare come in Francia. Non era animato dal sacro furore palingenetico. Realizzare una brillante carriera forense e dilettarsi due ore al giorno in discussioni metafisiche ed estetiche con i suoi interlocutori preferiti, fra i quali Vincenzo Russo, rappresentavano le massime aspirazioni per le quali circa dodici anni prima, poco più che diciassettene, egli era giunto a Napoli da Civitacampomarano in provincia di Campobasso, dove era nato nell’ottobre del 1770.

Cuoco non possedeva né l’indole del martire, né quella del carnefice; quindi non poteva fare la Storia. Come tutti coloro che sono dotati di una certa obiettività e di un po’ di buonsenso nel giudicare le cose del mondo, la storia poteva solamente raccontarla. Certo non dalla parte dei carnefici, ma neanche acriticamente dalla parte degli sconfitti. Pervaso di pietà per il sacrificio, forse vano, dei martiri del ’99 napoletano, ma non per questo meno indulgente nel criticare i loro errori e meno determinato nel demolire quel sogno utopico perseguito da tante generazioni di rivoluzionari, che, nel corso dei tempi, le dure repliche della storia hanno puntualmente, in ogni epoca, trasformato in un incubo omicida.

Il caso Cuoco

“ Era insomma un riformista, non un rivoluzionario”2. Netta e precisa come una rasoiata questa descrizione – formulata da Indro Montanelli – della natura politica dell’ autore del Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli. Proprio come il rasoio di Occam, il giudizio formulato da Montanelli delimita anche se non risolve del tutto la disputa secolare sul “caso Cuoco”.

“ Il caso Cuoco ha sempre occupato un posto di grande rilievo nella storia del pensiero politico italiano degli ultimi due secoli. – spiega con magistrale sintesi, che val la pena leggere nella completezza dell’intero brano, Vinvenzo Ferrone – Intorno al Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli si sono, infatti, combattute aspre battaglie interpretative che hanno contribuito non poco al processo di formazione della coscienza storica di tante generazioni di italiani. Di vol­ta in volta quello straordinario testo è stato letto, apprezzato o valutato negativamente, per intero o in sue specifiche parti, da moderati e da ra­dicali, da cattolici e da laici, da democratici e da liberali, da fascisti e da comunisti. Con la critica di Cuoco ai repubblicani del ‘99, presentati come eroi generosi, ma sprovvisti di un’autentica e realistica cultura rivoluzionaria, hanno fatto i conti, subendone spesso e volentieri il fascino, Manzoni, Foscolo, Gioberti, Mazzini, Pisacane, sino a Croce e Gentile. Attraverso il Saggio storico, la Repubblica del ‘99, con la sua terribile con­clusione in un bagno di sangue ad opera dei Borbone e dei sanfedisti, è divenuta di fatto un evento cruciale e periodizzante della storia dell’Italia moderna.

Generalmente – egli prosegue – si è visto nella riflessione del geniale molisano, (…), il pensiero di un moderato capace di denunciare precocemente il mito delle rivoluzioni dall’alto, di cogliere i primi segni del nascente spirito patriottico della nazione italiana, il prototipo dell’antigiacobinismo, fustigatore dei pericolosi sognatori di palingenesi sociali, sempre dimentichi della realtà e della funzione storica delle masse. Alcuni commentatori lo hanno accostato a Burke e a de Maistre, altri a Constant e a Tocqueville. Nel secondo dopoguerra, gli epigoni di Croce ne hanno fatto il padre spirituale del pensiero liberaldemocratico italiano. Gramsci, che ne ammirava il genio, oltre a considerare il Saggio storico un documento impressionante della vittoria moderata nell’Otto­cento italiano, rese ancora una volta celebre il concetto di rivoluzione passiva, elaborato da Cuoco, applicandolo al .Risorgimento: un concetto fortunato dunque, – conclude Ferrone – che però, guarda caso, piaceva tanto anche ai reazionari borbonici, in quanto smascherava finalmente il mancato consenso popolare alla rivoluzione napoletana. Infine, quel continuo riferirsi al popolo, ai suoi bisogni troppo spesso scordati dalle èlites intellettuali, alla sua funzione storica, intrigò allo stesso tempo personaggi di destra, come Volpe e Gentile, che vi coglievano il profetico invito alla nazionalizzazione delle masse nel segno del fascismo, e autorevoli intellettuali comunisti che, nei decenni successivi, proprio in virtù di questo ossessivo quanto generico richiamo al popolo, amavano sottolineare la concreta natura ri­voluzionaria del pensiero del molisano.”.3

Il realismo di Cuoco

A due secoli di distanza dalla seconda pubblicazione del Saggio ( avvenuta nel 1806), la recente rinascita dell’ Archivio storico del Sannio offre una qualificata tribuna dalla quale riesaminare, senza i pre-giudizi del meridionalismo asfittico e in un rinnovato contesto storico, il caso Cuoco.

Ricollocare il dibattito sulla questione meridionale in un contesto che superi le anguste mura del provincialismo autolesionistico è l’impegno assunto dal direttore della pubblicazione: “ Una cosa, una cosa soltanto, però, sia consentito anticiparla fin d’adesso – avverte Gaetano Pecora nell’editoriale del primo numero – una rivista come l’Archivio storico del Sannio è giocoforza che prenda materia di riflessione dalle consuetudini, dagli eventi, dai personaggi che hanno fatto la storia di queste terre; né si vede da quale altra tempera possano venire riscaldate le sue pagine. Con l’avvertenza, però, che consuetudinieventi e personaggi vengano incastonati in un giro di problemi più ampio, che è poi il problema infaticato, eterno e vorremmo dire maledetto della questione meridionale. Diversamente, se manca questo respiro più largo, le pagine di storia locale si cangiano in pettegola erudizione campanilistica, e le ricerche sulle nostre radici, anche le più amorose, anche le più coscien­ziose, si rattrappiscono in minuzie che forse faranno la gioia dei dotti, ma che certo non si convengono a cittadini, e a cittadini in formazione quali sono (o dovrebbero essere) gli studenti dell’Università.”. 4

Inoltre il tramonto delle ideologie forti ha dissolto i vortici delle ortodossie che di volta in volta, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, hanno tentato di avvolgere e di risucchiare l’opera e la figura dell’autore del Saggio, a destra o a sinistra, descrivendolo, di volta in volta, come un conservatore, come un rivoluzionario o, peggio ancora come un cinico opportunista e trasformista.

Chi era Cuoco? A questa domanda non è possibile dare risposte definitive, ma con umiltà intellettuale possiamo contribuire a chiarire chi non era: Cuoco non era né un rivoluzionario giacobino, né un conservatore reazionario. Certamente egli – come lo ha definito Croce – era un illuminista. La formazione illuminista gli consentiva di comprendere le tesi dei giacobini napoletani, ma non gli imponeva di condividerle. L’affettuosa frequentazione dei salotti del giacobinismo partenopeo non si era mai trasformata in acritica condivisione dei progetti e delle analisi che si dibattevano. In proposito risulta illuminante la descrizione – certo romanzata, ma basata su accurata documentazione – redatta da Vincenzo Striano, del rapporto intercorso fra Cuoco ed i rivoluzionari napoletani.

Mentre l’esercito francese minacciava i confini del regno, – racconta Striano in un passo de Il resto di niente – dai Cassano si commentava e si derideva l’iniziativa della famiglia reale che, attraverso l’affissione di un manifesto, invitava la popolazione ad unirsi in preghiera per scongiurare il pericolo di un’invasione in difesa della patria.

“ << Ferdinando vuol fermare i Francesi con le preghiere>> esclama Marra.

«Eppure…» borbotta Cuoco, con la sua aria pedagogica, «C’è qualcosa di vero in quello stupido manifesto.»

«Avvocato!» grida sbalordito Marra. «Vi sta dando di volta il cer­vello?»

«No. Ma nella sostanza è vero che i Francesi, se venissero a Napo­li, attaccherebbero quella che, per tanti napoletani semplici, è co­munque la Patria. Distruggerebbero vecchi e saldi valori, come il tro­no e la religione. In vari casi insulterebbero le donne, saccheggerebbe­ro i beni.»

«Che eresie stai dicendo!» interviene Gennaro Serra. «L’esercito france­se non è un esercito come un altro. È l’esercito della rivoluzione! Del­la libertà.»

«Sarà» sorride Cuoco. «Però turberebbe quelle che il manifesto chiama “dolcezze della vita” e che sono, poi, le tranquille, semplici cose che rendono le giornate care ai miti Napoletani. Né si può dubi­tare che sovvertirebbero costumi patri e leggi.»

«Io penso vogliate scherzare» ribatte seccamente Marra.

«Non scherzo.»

«E allora dite assurdità. Il n’y a pas de patrie là où il n’y a pas de liberté.»

«Non c’è libertà per voi» s’agita Cuoco. «Per una parte minima della popolazione. Quella che pensa, legge, sa. O crede di sapere. Ma il popolo si sente libero, sereno, senza troppi problemi. Perché è il re che ci pensa.»

«Senza problemi? La miseria, la fame…»

«Aspettate» Cuoco poggia a Marra una mano sulla spalla. «Non esa­geriamo per amor di polemica. Nonostante l’aumento dei prezzi dovuto alla scriteriata operazione dei Banchi, a Napoli non si muore di fame. Con nove grana comprate un rotolo di maccheroni. Anche il pane. Con pochi carlini frutta e pesce a volontà, con mezza pezza siete un signore.»

«Et pour vous c’est suffisant! La vostra mentalità è esattamente quella di Capeto, del ministro Simonetti .>>. «Vincenzo sta facendo l’advocatus diaboli » interviene Gennaro, notando che Cuoco ha avuto un moto di risentimento.

«Niente affatto» insiste lui, secco. «Io guardo la realtà. E nessuno potrà negare che la venuta dei Francesi sovvertirà costume patrio, pace.»

«Pace, costume patrio…» borbotta Marra. << L’obéissance passive des esclaves.>>

«Io penso invece, – [ribadisce Cuoco ndr.] – e lo dico, a costo d’apparire un sostenitore di re Ferdinando, come mostra di ritenere il cittadino Marra, il quale varie cose non le sa… Dico che la venuta dei Francesi non risolverà i pro­blemi del nostro popolo. Ci elargirà un bel periodo d’occupazione militare: con relative conseguenze.». 5

E, coerentemente, all’indomani della vittoria dell’esercito francese ed alla fuga del re, Cuoco non muta il suo atteggiamento critico nei confronti dell’agire politico del governo rivoluzionario. Commentando con Eleonora Fonseca Pimentel un proclama emanato dai nuovi governanti, egli esclama:

“ «Cose da pazzi! Da pazzi!»

«Che c’è, Vincenzo?» chiede, preoccupata Eleonora.

«Senti che razza di proclama ai Napoletani si sta compilando di là. Ne ho trascritto il principio. Ascolta. “Napoletani! Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema!”. E senti il resto. <<I destini d’Italia devono adempirsi: scilicet id populo cordi est, et cura quietos sollicita animos .>>

«Virgilio» osserva, perplessa.

«Sì. Ma anche se fosse Tacito o Cicerone, mi dici chi lo capirebbe?»

Cuoco s’agita nei tic.

«Questi non hanno compreso che il popolo non deve necessaria­mente conoscere la storia greca o romana per essere felice» sogghigna.

«Ma sapessi che vanno proponendo! Pagano vuoi costituire efora­ti, arcontati. Russo impedisce ogni discorso sensato con le sue utopie: vuole si vieti per legge l’uso dei cappelli, dei gilé, pretende si decreti­no l’abolizione della religione, la conversione dei preti in contadini.»

«Sono anche avidi» incalza Cuoco. «Non vogliono utilizzare per la Repubblica gli ex-impiegati del Regno. Gl’impieghi pubblici van distribuiti ai patrioti, a mogli, figli, nipoti dei patrioti.»

«Aboliscono i feudi con un tratto di penna. Chi aiuterà i contadi­ni a vivere senza più guida? Non sono avvezzi alla libertà totale, im­provvisa. Mi meraviglio di Pagano…»

«Basta proclamare la Repubblica» sentenzia Cuoco, ridendo. «Ve­drai che tutto andrà magicamente a posto.»6

Cuoco non era un voltagabbana! Prima, durante e dopo i tragici avvenimenti del ’99, non muta la sua analisi ed il suo giudizio. E’ vero, egli seguiva gli avvenimenti senza manifestare una particolare tensione emotiva. Strano per un giovane di ventinove anni, ma spiegabile se si considera quel giovanotto un inconsapevole scienziato sociale.

Poi,trentenne ed in esilio a Milano, egli cercherà di elaborare il proprio senso di colpa per essere ancora vivo, dopo che i suoi migliori amici sono stati tutti giustiziati, nell’unico modo che gli è congeniale: ripercorrendo analiticamente e con spietata lucidità scientifica i tragici avvenimenti nel famoso Saggio. Ma non gli basta: per assolversi dalla colpa egli deve dimostrare, prima a se stesso e poi a tutti gli altri, di aver tentato di avvertire i rivoluzionari di quale utopia suicida stavano perseguendo. A tale scopo, in appendice al Saggio, egli pubblica i Frammenti delle lettere intercorse fra lui e Vincenzo Russo nel breve periodo dell’esperimento repubblicano. Nell’ultimo brano, col quale egli conclude proprio i Frammenti, riporta l’ ultimo accorato appello all’amico per dissuaderlo dei suoi infausti propositi: “ Ascoltami. Tu conosci la mia adolescenza e la mia gioventù; tu sai se io ami la virtù e se sappia preferirla anche alla vita… Ma quando, parlando agli uomini, ci scordiamo di tutto ciò che è umano; quando, volendo insegnare la virtù, non sappiamo farla amare; quando, seguendo le nostre idee, vogliam rovesciare l’ordine del­la natura: temo – egli conclude – che invece della virtù insegneremo il fanatismo, ed invece di ordinar delle nazioni fondere­mo delle sètte.”7. Così, egli invoca, ricordando i suoi ammonimenti, una sorta di perdono postumo, ma non per questo intende abiurare alla suo realismo. Anche in questo passaggio straziante, Cuoco riafferma implicitamente il suo convincimento secondo il quale il sacrificio della vita non assolve i martiri dalle loro responsabilità storiche.

Infine, a coloro i quali, ancora oggi, insinuano il sospetto che I Frammenti rappresentassero “ un artificio retorico” e che Pagano non avesse mai conosciuto Cuoco, questi con due secoli di anticipo, nell’ultimo brano del frammento conclusivo redige una sorta di memoria difensiva: “ Io son dolente per non aver potuto conservare la lettera, che mi scrisse Mario Pagano dopo che Russo gli ebbe comunicate le mie idee. Sarei superbo dell’approvazione di un uomo, la cui morte, se è funesta alla patria, luttuosa a tutt’i buoni, è amarissima per me, che piango non solo la perdita del buon cittadino e dell’uomo grande, ma anche quella dell’ottimo maestro e dell’amico.”.8

Lo scienziato della politica

Come avevamo auspicato nelle pagine precedenti, proviamo a tirare fuori dalla “ pettegola erudizione campanilistica “ Cuoco e la sua opera. A tal fine cambiamo prospettiva: proviamo a rileggere il Saggio come un testo di scienza politica applicata e cerchiamo di comprendere il suo autore alla maniera di uno scienziato sociale. Ed è da questa nuova prospettiva, prima di procedere ad un commento critico del Saggio, che è già possibile formulare due considerazioni. Prima considerazione: fuori dagli angusti confini analitici e geografici meridionalisti, gli avvenimenti napoletani del ’99 e l’opera di Cuoco possono essere inscritti, a pieno titolo, in quel processo storico nazionale che ha generato l’Italia unita, indipendente e repubblicana. Pasquale Villani, a conferma di questa ipotesi, indica nel Saggio Storico << un punto di riferimento essenziale per il movimento risorgimentale>> e << un classico del pensiero politico italiano>>9. Seconda considerazione: l’indagine politologica di Cuoco si colloca perfettamente nell’alveo della scienza politica italiana che muove da Machiavelli fino ad anticipare i contributi di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto. Quella scienza politica che, capace di indagare sui fatti come le scienze naturali osservano i loro oggetti di studio, rigetta la concezione irrazionalistica e provvidenzialistica della Storia. Per i << machiavelliani – spiega Gaetano Pecora,– [la scienza politica (ndr)] … deve tener dietro alla “verità effettuale”, dove verità effettuale sta per studio intelligente dei fatti. Dei fatti quali sono, beninteso, e non quali si vorrebbero che fossero. Importa poco che la realtà sia buona, giusta e morale; conta che sia la realtà. Il mondo è così e così; e il solo ufficio dello scienziato è pigliarlo com’è.>>.10 Che Cuoco possa essere annoverato fra i machiavelliani non è una mera ipotesi in quanto egli stesso in una pagina del Saggio ha cura di precisarlo. << La scuola delle scienze morali e politiche italiane seguiva altri principi >>, precisa lo studioso molisano, cercando una fonte di legittimazione per le sue tesi. << Chiunque – egli prosegue – avea ripiena la sua mente delle idee di Machiavelli, di Gravina, di Vico, non poteva né prestar fede alle premesse né applaudire alle operazioni de rivoluzionari di Francia ché tosto abbandonarono le idee della monarchia costituzionale. Allo stesso modo la scuola antica di Francia, quella per esempio di Montesquieu, non avrebbe applaudito mai alla rivoluzione. Essa rassomigliava all’italiana, perché ambedue rassomigliavano molto alla greca e latina >>.11

In veste di scienziato della politica, egli denuncia l’astrattezza della Dichiarazione dei diritti e ne contesta l’universalità contrapponendo ad essa la Dichiarazione americana, che giudica più concreta e meno foriera di utopisici furori palingenetici. << La Francia aveva nel tempo istesso infiniti abusi da riformare. Quanto maggiore è il numero degli abusi, tanto più astratti debbono essere i princìpi della rifor­ma ai quali si deve rimontare, come quelli che debbono comprendere maggior numero di idee speciali. I france­si furono costretti a dedurre i princìpi loro dalla più astrusa metafisica, e caddero nell’errore nel qual cado­no per l’ordinario gli uomini che seguono idee sover­chiamente astratte, che è quello di confonder le proprie idee colle leggi della natura. Tutto ciò che avean fatto o volean fare credettero esser dovere e diritto di tutti gli uomini.

Chi paragona la Dichiarazione de’ diritti dell’uomo fatta in America a quella fatta in Francia, – egli argomenta – troverà che la prima parla ai sensi, la seconda vuol parlare alla ra­gione: la francese è la formola algebrica dell’america­na. Forse quell’altra Dichiarazione che avea progettata Lafayette era molto migliore.

Idee tanto astratte e egli conclude – portano seco loro due inconvenienti: sono più facili ad eludersi dai scellerati, sono più facili ad adattarsi a tutti i capricci de’ potenti; i turbo­lenti e faziosi vi trovano sempre di che sostenere le lo­ro pretensioni le più strane, e gli uomini dabbene non ne ricevono veruna protezione. Chi guarda il corso del­la rivoluzione francese ne sarà convinto.>>.12

Questo giudizio negativo espresso da Cuoco nei confronti della Dichiarazione dei diritti ha suscitato molte critiche, ma non bisogna dimenticare che il Terrore giacobino aveva lordato di sangue quella dichiarazione, eleggendola quale fonte di legittimazione per gli orrendi crimini perpetrati. Pur senza negare le conquiste civili prodotte soprattutto dalla prima fase dalla Rivoluzione francese, il Terrore non poteva certo ispirare le fiduciose speranze per il futuro della convivenza sociale da parte di osservatori ideologicamente disincantati e scientificamente orientati. Diffidare delle metanarrazioni, quindi, non stravolgere i rapporti mezzi-fini e attenenersi esclusivamente alla razionalità rispetto allo scopo, sono questi i contenuti dell’insegnamento cuochiano. Con un secolo d’anticipo rispetto a Weber, Cuoco abita in un mondo disincantato. << La forza della sintesi cuochiana – sostiene Villani nella parte conclusiva della Introduzione al Saggio – sta nell’aver reinterpreta­to e presentato Machiavelli e Vico e la più recente cultura settecentesca napoletana, alla luce della rivoluzione france­se. Egli si legava così alla più profonda tradizione del pen­siero italiano, ma la rigenerava, riflettendo sugli eccezionali eventi e problemi dell’età sua. L’esperienza della rivoluzio­ne francese e l’accettazione di essa sono essenziali nel pen­siero del Cuoco; gli fanno superare di colpo la concezione settecentesca e lo distinguono nettamente da un De Maistre o da un Burke, ai quali lo spirito “antigiacobino” e il senso della tradizione sembrano talora avvicinarlo. La partecipa­zione alla rivoluzione napoletana, la comprensione storica della controrivoluzione sanfedista, e poi in particolare la prova dell’esilio e le riflessioni e l’impegno del periodo mi­lanese, lo pongono tra i sostenitori di un nuovo assetto na­zionale per l’Italia; lo inducono a riflettere sulla forza del­l’azione popolare, a studiare soluzioni per il rapporto popolo-classi dirigenti ben più articolate e complesse del pater­nalismo o dell’assolutismo illuminato di antico regime; lo portano ad apprezzare l’importanza sociale, politica e costituzionale dell’opera di rinnovamento e ricostruzione delle strutture statali e dell’ordinamento giuridico. Basterebbe considerare, – prosegue Villani – anche soltanto sul piano di una indagine lessi­cale, il nuovo significato e la frequenza, nel Saggio e negli altri scritti, delle parole nazione e popolo per intendere che l’esperienza della rivoluzione francese è base dell’ori­ginalità della riflessione cuochiana, la quale accetta come irreversibile l’assetto giuridico e sociale affermatosi nel 1789. I rilievi di astrattezza mossi dal Cuoco alla Dichiara­zione dei diritti dell’uomo e del cittadino non debbono trar­re in inganno; i principi dell’Ottantanove – conclude Villani – nel senso dell’u­guaglianza giuridica di fronte alla legge, del riconoscimento e della protezione della proprietà privata – con la conse­guente abolizione degli ordini privilegiati e del regime si­gnorile e feudale – sono il fondamento di tutto il sistema politico del Cuoco.>>13.

Il paradosso delle rivoluzioni

Il paradosso dei rivoluzionari progressisti, o che si autoproclamano tali, consiste nel tentativo di emancipazione delle classi subalterne attraverso l’impiego dell’ uso pedagogico del terrore. Un proposito, questo, espresso in termini chiarissimi da Robespierre alla Convenzione il 25 dicembre 1793: << La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici … Se la forza del Governo popolare in tempo di pace è la Virtù, la forza del Governo popolare in tempo di rivoluzione è a un tempo la Virtù e il Terrore. La Virtù, senza la quale il Terrore è funesto; il terrore, senza il quale la Virtù è impotente. Il Terrore – decreta il leder giacobino – non è altro che la giustizia pronta, severa e inflessibile. Esso è un’emanazione della Virtù….Il Governo della rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia>>.14

Questo perverso atteggiamento delle élites rivoluzionarie giacobine nei confronti del popolo è scoperto e denunciato dal Cuoco: << Le idee di Robespierre – egli spiega in una preziosa pagina del Saggio che è utile rileggere per intera e con attenzione per coglierne appieno il valore demistificatorio – non potevano star insieme né colle altre idee della nazione francese, né con quelle delle altre nazioni di Europa. (…) Di un antico si diceva che o doveva essere Cesare o pazzo; di Robespierre si avrebbe potuto dire che o doveva essere il dittatore del mondo o pazzo. Ho cercato nella storia un uomo a cui Robespierre si potesse assomigliare. Alcuni de’ suoi amici ed anche de’ suoi nemici lo han paragonato a Silla; ma convien dire che i primi non conoscessero Robespierre ed i secondi non conoscessero Silla >>15, egli afferma con tono irriverente e sarcastico. Quindi, proseguendo nella descrizione storica del personaggio, scrive: << Robespierre ha molta somiglianza con Appio. Differivano nelle massime che predicavano; non so se differissero nello scopo che si avean prefisso, perché per me è ben lontano dall’essere evidente che Robespierre, predicando libertà, non tendesse al dispotismo; (…). Ambedue volevano stabilir colle leggi quel dispotismo, il quale non è altro che la forza distruttrice della legge. Ambedue ebbero quell’autorità, che Machiavelli chiama “pericolosissima”, libera nel potere, limitata nel tempo, onde nell’uomo nasce la brama di perpetuarla, né gli mancano i mezzi; ma questi, non essendosi dati dalle leggi a quel fine al quale egli li indirizza, debbono per necessità divenir tirannici. (…). Ambedue – scrive Cuoco proseguendo nella sua coraggiosa denuncia – volean stabilire l’impero col terrore; non eran militari, né soffrivano la milizia della quale temevano, ma avevano alla medesima sostituita l’inquisizione ed una prostituzione di giudizi, che è più crudele di ogni milizia, perché è costretta a punire i delitti che questa previene ed accresce i sospetti che questa minora. Questa specie di tirannide, che chiamar si potrebbe “decemvirale”, è la più terribile di tutte, ma per buona sorte è la meno durevole.>>16. Ed è a questo punto dell’ indagine, condotta senza pre-giudizi ideologici, alla luce dei risultati ricavati dall’attenta analisi degli avvenimenti, egli conclude che : << La nazione sotto Robespierre fu costretta a salvar la sua libertà; sotto il Direttorio la sua indipendenza. >>17.

L’indagine cuochiana, eseguita con metodo storico-comparativo, non si limita, però, in modo esclusivo, né alle vicende francesi degli anni Novanta, né ai tragici avvenimenti partenopei del ’99. Essa va ben oltre. Con lucida consapevolezza, Cuoco dichiara: << Io credeva di far delle riflessioni sulla rivoluzione di Napoli, e scriveva intanto la storia della rivoluzione di tutt’i popoli della terra.>>.18 Egli, infatti, individua e confronta le fasi dei conflitti stasiologici più significativi spaziando dalla Roma dei Cesari alla Firenze di Machiavelli, riscontra le analogie della Rivoluzione puritana con quella giacobina. Cuoco, con quasi due secoli di anticipo, individua le fasi del processo rivoluzionario e formula un’ ipotesi di legge politologica quando afferma: << Questo è il corso ordinario di tutte le rivoluzioni. >>.19 Egli intuisce che, se osservata come un fenomeno fisico, la dinamica di quelle rivoluzioni, che intendono realizzare, attraverso il sovvertimento dalle fondamenta dell’assetto del sistema politico e sociale di una nazione, una sorta di Totalmente Altro presentano, nel corso dei secoli, una sostanziale fenomenologia ripetitiva: << Quando io – egli precisa – paragono la rivoluzione inglese del 1649 alla francese del 1789, le trovo più simili che non si pensa: s’incomincia la riforma in nome del re, il re è arrestato, è giudicato, è condannato quasi dal re istesso; il popolo passa per gradi dalle antiche idee alle nuove, e sempre le nuove sono appoggiate alle antiche>>.20 Egli comprende che tutte le rivoluzioni a carattere politico muovono dalla crisi dell’Autorità dominante, promettono la felicità per gli adepti ma si concludono miseramente nella dittatura e nel terrore.21 Cuoco individua la causa di questa puntuale eterogenesi dei fini nella drammatica contraddizione che mina dall’interno i regimi rivoluzionari che si ispirano ai valori egualitari e libertari: da una parte i leader rivoluzionari vogliono allargare la sfera della libertà dei cittadini, creare un ordine sociale in cui si realizzi l’ideale dell’uguaglianza; d’altra parte, dato che le masse in nome delle quali essi dichiarano di operare non sono in grado di comprendere le nuove idee ed i nuovi valori, essi sono costretti ad imporre con la violenza e il terrore il loro programma. << Le operazioni de’ popoli van soggette ad un metodo, non altrimenti che le idee degli uomini. – spiega l’autore del Saggio – Se invertite, se turbate l’ordine e la serie delle medesime, se volete esporre nell’Ottantanove le idee del Novantadue, il popolo non le comprenderà; ed invece di veder rovesciato un trono, vedrete esiliato un mezzo sapiente o venale declamatore. Al pari che l’uomo lo è nell’idee, un popolo è nelle sue operazioni servo delle forme esterne onde sono rivestite; l’esattezza esterna di un sillogismo ne fa bever, senza avvedersene, un errore; l’esterna solennità delle formole sostiene un’operazione manifestamente ingiusta. Incominciate per inavvertenza o per malizia da un leggerissimo errore: quanto più vi inoltrerete, tanto più vi scosterete da quella retta nella quale sta il vero; e vi inoltrerete tanto, che talora conoscerete l’errore, ma ignorerete la strada di ritornare indietro. Allora – egli conclude – pochi ambiziosi dichiareranno giustizia e pubblica necessità quello che non è se non capriccio ed ambizione loro; ed il delitto si consumerà non perché il popolo lo approvi, ma perché ignora le vie di poterlo legittimamente impedire. Quando l’errore vien da un metodo fallace, il ricredersene è più difficile, perché è necessità ritornar indietro fino al punto, spesso lontano, in cui la linea della fallacia si separa da quella della verità; ma, ricreduti una volta gli animi, per cagion di un solo errore distruggeranno tutto il sistema>>.22

Cuoco, anticipando le analisi che da Bertrand Russel a Karl Popper denunceranno la natura utopica e totalitaria delle rivoluzioni comuniste nel Ventesimo secolo, avverte:<< Il male che producono le idee troppo astratte di libertà, è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire>>.23

La rivoluzione passiva

<< Narro le vicende della mia patria; (…) scrivo per i miei concittadini, che non debbo, che non posso ingannare>>24. Preoccupato di non ingannare anche sé stesso, Cuoco prosegue nella sua indagine alla ricerca delle cause che hanno determinato l’esito infausto dell’esperimento repubblicano, egli, deciso a perseguire ad ogni costo la verità sui fatti, deve riaffermare, prima di incidere la storia con il bisturi della ragione, che il martirio non assolve i protagonisti della Rivoluzione dalle loro responsabilità politiche. << Coloro i quali, colle più pure intenzioni e col più ardente zelo per la buona causa, per mancanza dilumi o di coraggio l’han fatta rovinare; coloro i quali o son morti gloriosamente o gemono tuttavia vittime del buon partito oppresso, mi debbono perdonare se nemmen per amicizia offendo quella verità che deve es­ser sempre cara a chiunque ama la patria>>25. Essi, che hanno guidato la rivolta ed hanno fondato la Repubblica, hanno commesso il ferale errore di non tenere in giusta considerazione il ruolo del popolo nel processo rivoluzionario. << Il popolo – che egli indica come – il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni >>.26 Le èlites rivoluzionarie << non potevano produrre senza il popolo una rivoluzione>>27. Il popolo non desiderava affatto sovvertimenti di tipo rivoluzionario. << La nostra – precisa Cuoco, è stata – una rivoluzione passiva>>.28 La rivoluzione attiva è fatta dal popolo, quella passiva è subita dal popolo. Nella prima la spinta rivoluzionaria è interna, nella seconda è esterna. Una rivoluzione passiva in quanto indotta da un esercito straniero. La rivoluzione fu portata dai francesi. Certo è vero, come precisava il Monitore napoletano, che nel momento in cui le truppe francesi entrarono in Napoli, i napoletani << avevano già repubblica stabilito>>,29 ma è anche vero che essa non avrebbe mai potuta essere costituita se l’esercito borbonico e parte del popolo in armi non fossero stati sconfitti dai francesi. La rivoluzione fu un processo esogeno favorito dalla ignominiosa fuga dei sovrani, ed avvenuto nonostante la coraggiosa resistenza del popolo napoletano che aveva cercato di respingere le truppe francesi. Ma lasciamo all’autore del Saggio il racconto di quei tragici eventi. <<Tutti i buoni desideravano l’arrivo dé francesi. – Egli racconta con tono non privo di sarcasmo e di risentimento – Essi erano già alle porte. Ma il popolo, ostinato a difendersi, sebbene male armato e senza capo alcuno, mostrò tanto coraggio, che si fece conoscer degno di una causa migliore. In una città aperta trattenne per due giorni l’en­trata del nemico vincitore, ne contrastò a palmo a pal­mo il terreno: quando poi si accorse che sant’Elmo non era più suo, quando si avvide che da tutti i punti di Napo­li i repubblicani facean fuoco alle sue spalle, vinto anziché scoraggito, si ritirò, meno avvilito dai vincitori che indispettito contro coloro ch’esso credeva traditori>>.30

Il consenso è la categoria politica intorno sulla quale lo studioso molisano elabora il suo ragionamento. Il consenso dei governati nei confronti dei governanti resta per Cuoco l’elemento fondante di qualunque processo politico che intenda realmente emancipare il popolo. Non si può fare una rivoluzione in nome di quel popolo sul quale, come abbiamo letto nelle pagine precedenti, contemporaneamente si spara. Né, a maggior ragione, l’élites repubblicana poteva imporre l’instaurazione di una nuova forma di governo senza aver precedentemente elaborato, comunicato e condiviso con il popolo un sistema di valori comuni. Diversamente, le èlites rivoluzionarie non riusciranno ad ottenere la partecipazione del popolo. I destini della Repubblica, e Cuoco lo ripete disperatamente in ogni pagina del Saggio, sarebbero dipesi proprio dalla capacità, da parte delle èlites << di guadagnare l’opinione del popolo. Ma – egli precisa – le vedute dei patrioti e quelle del popolo non erano le stesse>>.31 Questi, entrambi protagonisti del processo rivoluzionario, erano immersi in due universi culturali diversi e contrapposti. << Essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse. – Scrive Cuoco denunciando il distacco fra le élites rivoluzionarie ed il popolo che esse intendevano rappresentare ed emancipare –. Quella stessa ammirazione per gli stranieri, – egli prosegue – che avea ritardata la nostra coltura ne’ tempi del re, quell’istessa formò, nel principio della nostra repubblica, il più grande ostacolo allo stabilimento della libertà. La na­zione napoletana si potea considerare come divisa in due popoli, diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Siccome la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione intera, e che potea sperar­si solamente dallo sviluppo delle nostre facoltà. Alcuni erano divenuti francesi, altri inglesi; e coloro che era­no rimasti napolitani, che componevano il massimo nu­mero, erano ancora incolti. Così la coltura di pochi non avea giovato alla nazione intera; e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l’era utile e che non intendeva.>>.32

Suggerimenti per un riformismo possibile

La più totale incomunicabilità, provocata dalla profonda lacerazione nella trama sociale delle credenze, fra le elités rivoluzionarie e le masse popolari, è indicata dall’autore del Saggio come il peccato originario commesso dai giacobini napoletani. Ma, l’errore ancora più grave, che essi commisero, e che avrebbe prodotto una cascata di effetti esiziali per la Repubblica, fu quello successivo di non preoccuparsi di ricucire una tale lacerazione. << Il primo passo in una rivoluzione passiva è quello di guadagnar l’opinione del popolo; il secondo è quello di interessare nella rivoluzione il maggior numero delle persone che sia possibile>>,33 precisa l’autore del Saggio. Ed invece: tutt’altro! Ogni provvedimento adottato dai governanti della neonata Repubblica aumentava il conflitto fra le classi sociali ed alimentava il risentimento di tutti i governati.

Guidati dall’etica della convinzione piuttosto che dall’etica della responsabilità, i governatori della neonata Repubblica, fedeli esclusivamente alla loro ideologia palingenetica, intenzionati a rifondare la realtà in tutti i suoi aspetti secondo precisi valori prefissati e irrinunciabili, non si preoccuperanno di valutare gli effetti delle loro decisioni politiche in relazione al mutamento delle condizioni reali di vita della popolazione ed alla formazione del consenso nei confronti del governo. Ma, avverte Cuoco, in proposito, << Quando colui che dirige una rivoluzione vuol tutto riformare, cioè vuol tutto distruggere, allora ne avviene che quelli istessi, i quali bramano la rivoluzione per una ragione, l’aborrono per un’altra: passato il primo momento di entusiasmo ed ottenuto l’oggetto principale (…) incomincia a sentirsi il dolore di tutti gli altri sacrifici che la rivoluzione esige. (…) Comincia ad ascoltare l’interesse privato; (…) Ciascuno valuterà più quello che ha perduto che quello che ha guadagnato. Le volontà individuali si cangiano, incominciano a discordar tra loro >>.34

Accecati dall’ideologia, i rivoluzionari ignoravano i concreti bisogni del popolo, mentre avrebbero potuto conquistarlo con un programma di riforme progettate e realizzate con consapevolezza. << Ecco tutto il segreto delle rivoluzioni: – suggerisce l’autore del Saggio – conoscere ciò che il popolo vuole, e farlo; egli allora vi seguirà: distinguere ciò che vuole il popolo da ciò che vorreste voi, ed arrestarvi tosto che il popolo più non vuole; egli allora vi abbandonerebbe. (…). La mania di voler tutto riformare – egli conclude – porta seco la controrivoluzione. (…). Sapete allora perché si segue un usurpatore? Perché rallenta il rigore delle leggi; perché non si occupa che di pochi oggetti, che sottopone alla volontà sua, la quale prende il luogo ed il nome di “volontà generale”, e lascia tutti gli altri alla volontà individuale del popolo.>>.35

A questo punto della sua esposizione, Cuoco passa in rassegna, una dopo l’altra, le iniziative riformatrici, o meglio rifondative, operate dal governo repubblicano nei vari settori del sistema sociale. Egli ne evidenzia i limiti e propone correttivi. Il criterio che guida la formazione dei suoi giudizi per stabilire la validità di una riforma è semplice: ogni iniziativa adottata è valida se risponde ai bisogni concreti del popolo, viceversa è sbagliata se persegue la realizzazione di astratti principi non condivisi dalla maggioranza della popolazione. Un esempio, in proposito, è costituito dall’azione del governo repubblicano nell’ambito religioso: << In Napoli – racconta Cuoco – era facile far delle riforme sulle ricchezze del clero tanto secolare quanto regolare. Una gran parte della nazione era in lite col medesimo per ispogliarlo delle sue rendite, né il rispetto per la religione e per i suoi ministri l’arrestava. Perché dunque, – egli si chiede con artificio retorico – quando queste riforme si vollero tentare dalla repubblica, furono odiate? Perché i nostri repubblicani, – egli risponde – seguendo sempre idee tropo esagerate volean far due passi nel tempo in cui ne doveano far uno: l’altro avrebbe dovuto venir da sé, e sarebbe venuto. Ma essi, mentre voleano spogliare i preti, volean distruggere gli dei; si unì l’interesse dei primi e dei secondi, e si rese più forte la causa dei primi.>>.36 Come se non bastasse, la formulazione delle legge per l’esproprio dei ben ecclesiastici era talmente astratta da risultare quasi del tutto priva di precise norme attuative. << La legge – egli nota – nulla determinava: il suo silenzio proteggeva le persone ed i beni degli ecclesiastici; quindi quei pochi agenti del governo, che volean dar sfogo alle loro idee proprie, si doveano restringere agli insulti. Or gli insulti ricadono più direttamente contro gli dèi, e le operazioni contro gli uomini. La condotta di molti repubblicani era tanto più pericolosa quanto che si restringeva alle sole parole: mentre si minacciavano i preti, si lasciavano; ed essi ripetevano al popolo che gli agenti dl governo l’aveano più colla religione che coi religiosi, perché, mentre si lasciavano i beni, si attaccavano le opinioni. Si avrebbe – conclude mestamente l’autore – far precisamente il contrario, ed allora tutto sarebbe stato nell’ordine.>>.37

Ancora un prova di parzialità da parte dei governanti. Per la formazione della Guardia Nazionale, nei primi giorni della Repubblica, furono respinte tutte le domande di adesione presentate da coloro che non avevano direttamente preso parte alle fasi del processo rivoluzionario, per la selezione, infatti, ci si attenne ad un rigido criterio di << parzialità>> ispirato alla adesione ideologica ed alla militanza politica. << Nei primi giorni della nostra repubblica – ricorda l’autore del Saggio – infiniti furono quelli che diedero il loro nome alla milizia nazionale: rispettabili magistrati, onestissimi cittadini, i principali tra i nobili, quanto insomma vi era di meglio nella città, disperando dell’abolito governo, voleva farsi un merito col nuovo. Conveniva ammetterli: si sarebbe ottenuto il doppio intento di compromettere molta gente e di guadagnare l’opinione del popolo: in ogni evento infelice, il libro che conteneva i loro nomi avrebbe forse potuto formar la salute di molti. Ma – egli scrive, proseguendo nella sua accorata e critica ricostruzione degli avvenimenti – si volle spingere la parzialità anche nella formazione della guardia nazionale: allora il maggior numero si ritirò, e non si ebbe l’avvertenza neanche di conservare il libro che conteneva i loro nomi>>.38 Questa procedura selettiva si rivelerà esiziale per le sorti della Repubblica quando si tratterà di difenderla dai nemici, e suicida per i patrioti.

Il provvedimento governativo, adottato dalla neonata repubblica, che destò il risentimento più rancoroso nella popolazione fu la riforma del sistema dell’elaborazione e riscossione delle imposte. Essa prevedeva una sorta di relazione inversamente proporzionale fra l’adesione ideologica alla rivoluzione repubblicana e le imposte da pagare all’erario. In altri termini: partendo dall’esenzione per i patrioti di provata fede, le imposte aumentavano gradualmente mano a mano che l’entusiasmo per la causa si intiepidiva. << Ma chi potrebbe esporre il modo, quasi direi capric­cioso, col quale un’imposizione per se stessa smoderata fu ripartita? – si domanda Cuoco in una delle pagine che raccontano un episodio che potrebbe definirsi farsesco se non fosse parte di avvenimenti drammatici – . Nulla era più facile – egli scrive, proseguendo nel ragionamento – che seguire il piano della decima che già esigeva il re, e proporzionare co­sì la nuova imposizione alla quantità dei beni che nel­l’officio della decima trovavasi già liquidata. Si videro fa­miglie milionarie tassate in pochi ducati, e tassate in somme esorbitantissime quelle che nulla possedevano: ho visto la stessa tassa imposta a chi avea sessantamila du­cati all’anno di rendita, a chi ne avea dieci, a chi ne avea mille. Le famiglie dei patrioti si vollero esentare, mentre forse era più giusto che dessero le prime l’esem­pio di contribuire con generosità ai bisogni della patria. Si cangiarono tutte le idee: ciò che era imposizione fu considerato come una pena, e non si calcolarono tanto i beni quanto i gradi di aristocrazia che taluno avea nel cuore. “ Noi tassiamo l’opinione” risposero i tassatori ad una donna che si lagnava della tassa imposta a suo marito, il quale, non avendo altro che il soldo di ufficiale, fuggendo il re, avea perduto tutto. Si tenne da co­loro ai quali il governo avea commesso l’affare una massima che appena si sarebbe tollerata in un generale di un’armata vittoriosa e nemica. Una tassa imposta sul pensiero apriva tutto il campo all’arbitrio. Questo è il male che producono le imposizioni male immaginate e mal dirette; quando anche evitate l’ingiustizia, non potete evitare il sospetto che producono sul popolo gli effetti medesimi dell’ingiustizia >>.39

Per la riorganizzazione delle Province fu creata la figura del “democratizzatore”, essa era costituita da giovani inesperti di procedure amministrative, ma armati di una “ carta di democratizzazione”. Questi volenterosi, animati esclusivamente dal sacro furore della loro fede rivoluzionaria, inondarono la periferia del territorio del Regno, intenzionati a realizzare in quei luoghi remoti i primi nuclei di un utopico Mondo Nuovo. Cuoco prende spunto dal racconto di questi episodi per denunciare la cecità operativa dei governanti repubblicani, i quali, in preda ad una sorta di esaltazione mistica, prodotta da un sistema ideologico che non consentiva dubbi, esercitavano il potere con la presunzione di poter pianificare ogni iniziativa riformatrice dall’alto per realizzare un sistema sociale esente da ingiustizie, un sistema pensato dalla testa di pochi eletti che avevano stabilito una volta per tutte che cosa fosse il Bene e che cosa fosse il Male. Essi procedevano punendo e premiando, ma evitando accuratamente la controrivoluzionaria necessità di tener conto della realtà e dei bisogni concreti della popolazione.

Ma, lasciamo, ancora una vota, all’autore il racconto di quegli eventi: << Forse il miglior metodo per organizzare le province era quello di far uso delle autorità costituite che già vi erano.>>. Egli afferma in una di quelle memorabili pagine che trasudano realismo politico. << Tutte le province avevano di già riconosciuto il nuovo governo: le antiche autorità o conveniva distruggerle tutte, o tutte conservarle. Non so quale di questi due mezzi sarebbe stato il migliore: so che non si seguì né l’uno né l’altro, ed i consigli mezzani non tolsero i nemici né accrebbero gli amici.

Con un proclama del nuovo governo – egli nota, evidenziandone le contraddizioni – si ordinò a tutte le antiche autorità costituite delle province che rima­nessero in attività fino a nuova disposizione. Intanto s’in­viarono da per tutto dei “democratizzatori”, i quali ur­tavano ad ogni momento la giurisdizione delle autorità antiche; e, siccome queste erano ancora in attività, ri­volsero tutto il loro potere a contrariar le operazioni dei democratizzatori novelli. In tal modo si permise loro di conservar il potere, per rivolgerlo contro la repubblica, quando ne fossero disgustati; e s’inviarono i democratizzatori perché avessero un’occasione di disgustarsi.>>40.

Quindi, proseguendo nell’esposizione dei fatti con il tono di chi consapevolmente sfida le astruserie razionalistiche con la semplicità disarmante dell’ovvietà, si domanda: << Quale strana idea era quella dei democratizzatori? Io non ho mai compreso il significato di questa parola. S’intendeva forse parlar di coloro che andavano ad organiz­zar un governo in una provincia? Ma di questi non ve ne abbisognava al certo uno per terra. S’intendeva di colui che andava, per così dire, ad organizzare i popoli e rendere gli animi repubblicani? Ma questa operazione, né si potea sperare in breve tempo né richiedeva un commissario del governo. Le buone leggi, i vantaggi sen­sibili che un nuovo governo giusto ed umano procura ai popoli, le parole di pochi e saggi cittadini, che, vivendo senz’ambizione nel seno delle loro famiglie, rendosi per le loro virtù degni dell’amore e della confidenza del loro simili, avrebbero fatto quello che il governo da sé né dovea tentare né potea sperare.

Quando voi volete produrre una rivoluzione, – argomenta e suggerisce l’autore del Saggio – avete bisogno di partigiani; ma, quando volete sostenere o menare avanti una rivoluzione già fatta, avete bisogno di guadagnare i nemici e gl’indifferenti. Per produrre la rivoluzione, avete bisogno della guerra, che sol colle sèt­te si produce; per sostenerla, avete bisogno della pa­ce, che nasce dall’estinzione di ogni studio di parti. A persuadere il popolo sono meno atti, perché più sospetti, i partigiani che gl’indifferenti. Quindi è che, in una rivoluzione passiva, voi dovete far più conto di coloro che non sono dalla vostra che di quelli che già ci sono; e, siccome fu un errore e l’istituzione della commissione censoria e la prima pratica seguita per la formazione della guardia nazionale, perché tendevano a ristringer le cose tra coloro soli che eran dichiarati per la buo­na causa, così fu anche un errore, e fu frequente presso di noi, l’impiegare colui che volontariamente si offeriva, in preferenza di colui che volea esser richiesto, ed il servirsi dell’opera dei giovani anziché di quella degliuomini maturi. Non quelli che con facilità, ma bensì che con difficoltà guadagnar si possono, sono coloro che più vagliono sugli animi del popolo. (…). – Ed invece, egli conclude – Giovanetti inesperti, che non avevano veruna pratica del mondo, inondarono le province con una “carta di democratizzazione” >>. 41

Come tutti i governi sorti da una rivoluzione anche quello della Repubblica partenopea, privo ancora di una legittimità condivisa e di un consenso diffuso, dovette far ricorso prima alle leggi marziali e poi alle pratiche del terrore con l’azione del “tribunale speciale” per difendersi dai nemici esterni e da quelli che il conflitto fra le varie fazioni rivoluzionarie generava al suo interno. Cuoco esprime un giudizio di condanna durissimo che non concede attenuanti alla pratica del terrore pedagogico: << Il terrorismo è il sistema di quegli uomini che vogliono dispen­sarsi dall’esser diligenti e severi; che, non sapendo prevenire i delitti, amano punirli; che, non sapendo ren­der gli uomini migliori, si tolgono l’imbarazzo che danno i cattivi, distruggendo indistintamente cattivi e buoni. Il terrorismo lusinga l’orgoglio, perché è più vicino al­l’impero; lusinga la pigrizia naturale degli uomini, perché è molto facile. Ma richiede sempre la forza con sé: ove questa non vi sia, voi non farete che accelerare la vostra ruina. Tale era lo stato di Napoli. >>.42

I Frammenti: due modelli a confronto

Come tutti i rivoluzionari che li avevano preceduti e come tutti quelli che li seguiranno, nei secoli successivi, i giacobini intendevano riorganizzare il sistema sociale in tutte le sue istituzioni attenendosi fedelmente ad un progetto di totale e radicale rinnovamento elaborato dalla sola ragione. La ragione doveva riplasmare la realtà. Essi si proponevano di realizzare, in Francia, uno Stato etico attraverso l’uso pedagogico del Terrore.43 Cuoco coglie questo tratto totalitario del giacobinismo e lo confuta senza alcuna concessione sia sul piano della teoria politica, sia su quello della realizzazione pratica in ogni singolo aspetto. E’ bene precisare, però, che il pensiero politico cuochiano non è assolutamente assimilabile a quello di Edmond Burke.44 Lo studioso molisano non è un conservatore, egli condivide la necessità di un rivolgimento politico, ma, altresì ritiene che per progettare e realizzare un nuovo sistema sociale debba essere la ragione al servizio della realtà. Egli contesta ai giacobini partenopei la loro pretesa di razionalizzazione del reale, e, per di più, servendosi di una ragione straniera. Quella stessa ragione che – secondo Cuoco – anima e, per molti aspetti, inficia il Progetto della Costituzione Napolitana, coordinato e redatto da Mario Pagano.45

Questo progetto costituzionale costituisce l’oggetto di un serrato confronto epistolare intercorso fra Vincenzo Russo46 e Cuoco. Questi, per fortuna di noi posteri, ha avuto cura di allegare alcuni frammenti di queste lettere in appendice al Saggio. Frammenti preziosi nei quali si confrontano due diverse concezioni sui metodi di realizzazioni e sui modelli di organizzazione del nuovo sistema sociale. Sui grandi temi – per formulare qualche esempio: la natura umana, le rivoluzioni, le forme di governo, l’assetto della proprietà – la frattura tra il pensiero del Russo e quello del Cuoco non potrebbe essere più netta. All’approccio utopistico e razionalistico del primo si contrappone la critica realistica, la visione pragmatica e disincantata del secondo. Vincenzo Russo rigetta ogni forma di realismo gradualistico. Egli ritiene che per edificare la nuova società sia indispensabile fare tabula rasa di quella esistente. L’adesione al pensiero rivoluzionario deve essere realizzata dall’istruzione che deve distruggere la cultura del passato: << Quanto bramerei – afferma Russo in uno dei brani più noti dei Pensieri Politici – vedere nel genere umano pur finalmente la felice dimenticanza di tutto quello che non giovi o noccia ancora sapersi! Quanto vorrei che le fiamme, con vasta ed assoluta distruzione, purificassero finalmente la terra della luttuosa ignoranza torreggiante su tante migliaia di volumi scritti dal teologo e dal giurista. E vadano con essi anche la maggior parte dei monumenti del passato genere umano. Si annichilirà in questi la memoria di tanti secoli di barbarie, di corruzione e di schiavitù.>>.47

Ben altri compiti, certamente privi di finalità catartiche, affida all’istruzione ed alla costituzione lo studioso molisano. << Il fine al quale il Cuoco – spiega Rodolfo Mondolfo – vuole che tendano la costituzione e l’educazione insieme, non è la sovrapposizione di un disegno riformatore alle spontanee energie dei singoli e della collettività; ma la formazione di un concorso, di una cooperazione di energie spontanee, libere e perciò attive>>48

Russo non ha esitazioni nell’indicare nell’ ingiusta divisione della proprietà privata la causa primaria della disuguaglianza fra gli uomini. Soddisfatti i bisogni necessari, i beni superflui, in quanto corruttori dei costumi, debbono bandirsi dalla repubblica democratica. << La proprietà esterna – si legge nei Pensieri politici – ha per limite il soddisfacimento del bisogno: giacchè dal bisogno che si ha delle cose necessarie alla vita ed alla perfezione nasce il diritto alla proprietà esterna. Il volere che tal diritto non sia limitato dal bisogno, è un volere l’assurdo di un effetto più esteso della cagione, vale a dire, un volere senza cagione un effetto. Ogni possesso dunque di cose superflue è un delitto fino a che vi è un indigente, è uno spoglio fino a che vi è un non proprietario>>.49 Russo auspica una società esclusivamente agraria, composta da piccoli proprietari che lavorino direttamente le loro terre, nella quale l’artigianato – e non la manifattura di tipo industriale – sia un completamento infrastrutturale dell’agricoltura. Egli bandisce dalla sua città utopica ogni forma di commercio quando afferma: << colui che estese il commercio ad di là della permuta, strinse i primi anelli delle catene della schiavitù, già preparati dalle proprietà permanenti>>.50

In contrasto con le tesi del Russo, Cuoco, in diverse pagine dei suoi scritti, ritiene che il legislatore non debba perseguire una chimerica uguaglianza dei beni, bensì deve assicurare le condizioni che consentano la libera circolazione della proprietà. Certo, egli non nega le conseguenze negative del commercio che, inevitabilmente, accresce a dismisura i bisogni e corrompe i costumi, ma il suo approccio realistico ai problemi ed alle soluzione di questi lo conduce a conclusioni diverse: << Gli antichi si proponevano di sempre conservar l’antica semplicità di costumi e di opporsi ai nuovi bisogni, che potevan ben presto toccare il limite dell’impossibilità e diventar corruzione>>; tuttavia – egli conclude – anche se << il vicendevole commercio offre sempre irresistibili cagioni di nuovi bisogni, (…) è sempre pien di periglio far delle leggi inutilmente dure e metter senza ragione la volontà generale in urto colla volontà individuale>>.51 L’individuo! Ecco il nucleo del confronto, il motivo essenziale dell’inconciliabilità delle tesi sostenute dai due fraterni amici: Cuoco non è disposto a ridurre l’individuo in quell’entità insignificante che Russo si propone di annegare in un totalizzante ed anonimo collettivo. Cuoco – osserva Villani nella sua introduzione al Saggio – <<si era spinto su posizioni molto avanzate nella direzione di un individualismo liberale>>.52 Viceversa, Russo si era spinto nella direzione di un collettivismo comunistico. << La rivoluzione per lui – spiega Aurelio Lepre riferendosi proprio al Russo – non era lo strumento del rinnovamento in senso borghese della società meridionale, ma l’occasione di una palingenesi (…) : il diritto a possedere la terra per soddisfare i bisogni essenziali, l’abolizione del mercato e la distruzione del capitale che ne era il prodotto, il rifiuto di una cultura che in tutte le sue espressioni, anche le più alte, appariva legata alle classi dominanti, la formulazione di un progetto di società totalmente alternativo.>>.53

Critica al costituzionalismo universale

Il confronto prosegue, come abbiamo anticipato, nei Frammenti di lettere dirette a Vincenzo Russo. Questi, su richiesta di Mario Pagano, aveva fatto pervenire all’amico molisano una copia del Progetto della costituzione napolitana, invitandolo a darne un giudizio54. Cuoco, sebbene non sia insensibile ai profili ideali del diritto, resta molto attento ai profili reali e positivi del diritto. Quindi, analizza il progetto costituzionale con i canoni scientifici della fattibilità e della corrispondenza con la realtà, <<perciò – come suggerisce, in proposito, Cosimo Campanelli – sembra possa dirsi che “la filosofia delle leggi” cuochiana sia, in egual misura, “filosofia” e “scienza” del diritto>>.55 A questo punto, per meglio comprendere il contenuto dei Frammenti, è necessario illustrare la filosofia delle leggi cuochiana. E lo faremo seguendo il percorso esplicativo tracciato da Cosimo Campanelli. Un autore poco citato, eppure egli risulta, forse, l’interprete più fedele dell’opera cuochiana. Campanelli tiene in alta considerazione la volontà dello studioso molisano, e ne onora la memoria, presentando Cuoco per quello che egli intendeva essere: uno scienziato della politica. Campanelli non assegna arbitrariamente al Cuoco una fede politica, né lo iscrive d’ufficio ad un partito politico e – cosa ancora più rara fra gli interpreti del lascito cuochiano – non lo biasima per essere stato un ricercatore della verità e non un fideistico militante.

L’epistemologia del diritto cuochiana muove i primi passi seguendo l’insegnamento di Giambattista Vico. Chi, per primo, osserva Cuoco: << vide che tutte le leggi dovevano avere una ragione, e che questa ragione dovea star riposta nell’ordine generale delle cose>> fu Vico, il quale << fondò realmente una scienza nuova>>.56 La scienza – egli precisa – che << non corrisponde al fatto, per Vico, è chimerica: nella sua filosofia il vero è quello che esiste.>>.57Quindi, la scienza giuridica deve muovere << dall’analisi della società umana e di tutte le parti che la compongono>> e deve tener conto dei mutamenti che continuamente ridisegnano i bisogni e le forze degli uomini per soddisfarli. Cuoco non ritiene che si possano dedurre da un ipotetico stato di natura i diritti ed i doveri dell’uomo perché << l’uomo sociale è un uomo essenzialmente diverso dall’uomo della natura, se è vero che l’identità morale dell’uomo non è che l’identità delle sue sensazioni e delle sue idee>>.58 Cuoco, per primo, individua il nesso sociologico causale fra il mutamento sociale e processo genetico di nuovi bisogni, ed affida alla scienza giuridica il compito di elaborare le norme per regolamentare i nuovi rapporti sociali che si determinano. Quindi ne deriva che << per quanto le leggi sieno prudentemente stabilite, han sempre bisogno di uno il quale le sappia adattare ai casi previsti ed estendere ai non previsti>>, questo si può fare << sia adattando con temperanti interpretazioni le leggi antiche ai costumi moderni, sia preparando dolcemente la via alle leggi nuove>>, evitando, così, due gravi pericoli ai popoli: << l’intolleranza delle leggi antiche e la soverchia facilità di farne delle nuove>>.59 Cuoco, risulta evidente, rigetta l’apriorismo60 giurisprudenziale illuministico e ritiene che non esistano leggi eterne ed immutabili valide per sempre e per tutti gli uomini. La scienza, anche quella giuridica, deve tener conto dei fatti. << I fatti – conclude Cuoco – sono e saranno eternamente la base della nostra ragione>>.61 Questo è il freddo approccio epistemologico, privo di afflato ideologico, con il quale Cuoco analizza il progetto della costituzione napolitana. Egli, letteralmente posseduto dalla weberiana etica della responsabilità, valuta la formulazione delle leggi alla luce delle conseguenze che esse produrranno, una volta applicate, nel rapporto fra governati e fra questi ed i governanti, ai fini di stabilire una convivenza sociale che sia esente da ogni forma di sopruso e di dispotismo. Soprattutto dal dispotismo della libertà! Risulta, quindi, infondato, oltre che ingiusto, collocare Cuoco fra i sostenitori dell’antico regime come sostiene Vincenzo Ferrone. Questi, animato dall’etica della convinzione e da una visione manichea degli avvenimenti storici, iscrive Cuoco al partito dei conservatori. Egli sostiene che: << il nucleo fondamentale>> delle idee di Cuoco << affondava le radici nella cultura del cosiddetto costituzionalismo d’ antico regime, rivisitato e reinterpretato alla luce delle rivoluzioni americana e francese>>. Egli contesta il giudizio espresso da Cuoco nei confronti dell’opera di Rousseau. Il pensatore molisano – secondo Ferrone – è colpevole per aver giudicato << quanto mai assurde e pericolose>> le << celebri pagine del Contratto sociale sulla figura del legislatore>> definito da Rousseau << uomo straordinario>>.62 In sostanza: Ferrone accusa Cuoco di aver rigettato il teleologico dover essere rousseauiano. Ma per questo rifiuto andrebbero formulati elogi per il pensatore molisano! Questi aveva capito che proprio quelle idee avevano contribuito a produrre il Terrore giacobino. Tanto più apprezzabile il lascito analitico cuochiano da noi, oggi, davanti alle dure repliche della storia: ora sappiamo che proprio la sostanza di quelle idee assorbita e rielaborata dal marxismo ha generato l’utopia omicida del totalitarismo comunista nel XX secolo. Quelle stesse dure repliche che sembrano non avere scosso le convinzioni di Ferrone né modificato il suo giudizio sull’autore del Saggio quando ribadisce: << Fingendo di dimenticare le peculiarità di matrice giusnaturalistica del pensiero costituzionale napoletano, (…), e il carattere cosmopolita del patriottismo repubblicano di fine secolo elaborato dagli illuministi, Cuoco accusava apertamente Pagano di aver fatto una costituzione troppo francese e troppo poco napoletana, di aver costruito un testo sbagliato, astratto, profondamente estraneo alla storia e allo spirito pubblico del popolo meridionale. Un testo specchio e conferma ulteriore degli errori commessi durante i tragici cinque mesi della repubblica. Oggi – egli conclude – sappiamo che quelle di Cuoco erano accuse per lo più ingenerose, mistificanti, impastate di larghe e maliziose concessioni alla propaganda politica del momento >>.63 Eppure, nonostante queste gravissime affermazioni, le dure repliche della storia qualche lacerazione nella trama del pensiero di Ferrone devono averla provocata, se, appena dopo, nella pagina successiva del suo scritto afferma: << E tuttavia, la forza e il fascino dei Frammenti, al di là delle mistificazioni propagandistiche, stavano soprattutto nel loro organico proporsi come radicale alternativa al costituzionalismo degli illuministi. Rispetto ai temi cruciali della sovranità e della rappresentanza, Cuoco mostrava per intero l’efficacia della sua filosofia costituzionale fondata sul primato della storia e del realistico rispetto dell’essere politico di un popolo nei confronti del razionalistico dover essere degli illuministi, fornendo concrete soluzioni sul campo.>>.64 Al di là delle mistificazioni propagandistiche non possiamo non condividere questa efficace sintesi del costituzionalismo cuochiano proposta da Ferrone!

Forme di governo e sovranità popolare

Rileggiamo, ora, attraverso l’esposizione dei brani più salienti dei Frammenti, le obiezioni formulate dall’autore del Saggio. Prima di esprimere un giudizio sul modello istituzionale disegnato dalla Carta costituzionale, elaborata da Pagano, Cuoco disapprova il metodo con il quale essa è stata elaborata ed imposta. << Io – egli avverte, con tono di premessa, al fraterno amico Russo – non ispero molto da quelle costituzioni che la forza ha dettate. Che questa forza sia quella di un conquistatore, il quale dispone di centomila baionette, o di un’assemblea di filosofi, i quali coll’aiuto di una favorevole prevenzione strappano al popolo un consenso che non intende, importa poco: nel primo caso si fa violenza alla volontà, nel secondo all’intelletto.>>.65 Egli ritiene che le costituzioni per essere durevoli e condivise debbano sapere interpretare i bisogni reali del popolo: << le costituzioni durevoli – egli precisa – sono quelle che un popolo si forma da sé. “Ma questo popolo” tu dirai “ non parla”. E’ vero; ma mentre egli tace, tutto parla per lui: per lui parlano le sue idee, i suoi pregiudizi, i suoi costumi, i bisogni suoi.>>.66 Ed a questi bisogni, e non altri le costituzioni devono dare risposte. << Ma perché mai – egli chiede – si è mosso un popolo a fare la rivoluzione ? Ebbene, – egli afferma – l’oggetto per cui il popolo si è mosso dev’essere il solo riformato: se vuoi toccare il resto, offenderai il popolo inutilmente. >>.67 Le costituzioni non devono elaborare ulteriori risposte ipotecando un ineludibile futuro inscritto in un necessariodover-essere. Un futuro, teleologicamente orientato verso la realizzazione di un Nuovo Mondo governato dal Bene, popolato da uomini esenti da ogni imperfezione. << Le costituzioni sono simili alle vesti >>68, e devono essere cucite per gli uomini quali essi sono: in carne ed ossa: << le costituzioni – egli sostiene con inesorabile consapevolezza – si debbono fare per gli uomini quali sono e quali eternamente saranno, pieni di vizi, pieni di errori >>.69 Del resto, conclude Cuoco: << Il volere immaginare una costituzione, la quale debba servire agli uomini savi, è lo stesso che voler immaginare una costituzione per coloro che non ne hanno bisogno, e non darla intanto a coloro che ne abbisognano.>>.70

Dalla critica del metodo di elaborazione, Cuoco procede al giudizio sul modello del progetto costituzionale in esame. Il giudizio, espresso nei Frammenti, è estremamente negativo. La posizione assunta da Cuoco è descritta in maniera chiara e sintetica da Ferrone, questi, pur se severo critico dell’atteggiamento politico dell’autore del Saggio, non può fare a meno di lodarne l’approccio teorico. << Nel suo progetto costituzionale, – egli spiega – Pagano aveva riproposto per intero proprio quella stessa forma di Stato accentratore che era servita ad Acton per disarticolare i poteri locali, mentre questa volta, in regime repubblicano, sarebbe dovuta servire per democratizzare la periferia. Quel progetto, che coniugava democrazia rappresentativa e una forma di statualità così simile all’assolutismo, metteva tuttavia definitivamente in luce – a parere di un ampio settore del moderatismo patriottico – i vincoli autoritari e gli intenti pedagogici di una filosofia costituzionale che non si limitava a garantire la libertà degli individui, ma aspirava a guidare dell’alto un processo emancipatorio dalle finalità eversive dell’antico regime. Cuoco – conclude Ferrone – diede voce a quanti rifiutavano di accettare un simile modo di pensare alla costituzione.>>.71 Quindi, con mirabile e condivisibile sintesi, egli riferisce la soluzione proposta nei Frammenti. I compiti della costituzione << dovevano essere quelli di rispecchiare l’ordine naturale degli equilibri sociali storicamente raggiunti, e garantire la libertà intesa come accordo tra la volontà particolare del singolo individuo e quella volontà generale espressa sotto forma di legge della nazione.>>.72

La transizione da una forma di governo ad un’altra, avverte Cuoco, deve essere eseguita rispettando le radici profonde della cultura di una nazione :<< non vi è nazione – egli nota – quanto si voglia corrotta e misera, la quale non abbia de’ costumi, che convien osservare; (…). Quanto più pesante sarà la schiavitù di un popolo, – egli spiega – tanto più questi avanzi degli altri tempi gli saran cari ; perché non mai tanto, quanto tra le avversità, ci son care le memorie dei tempi felici. Quanto più il governo che voi distruggete è stato barbaro, tanto più numerosi avanzi voi rinvenirete di antichi costumi; perché il governo, urtando troppo violentemente contro il popolo, l’ha quasi costretto a trincerarsi tra le sue antiche istituzioni, né ha rinvenuto nei nuovi avvenimenti ragione di seguirli e di abbandonare ed obliare gli antichi,>>.73 I retaggi del passato, avverte Cuoco, << sono preziosi per un legislatore saggio, e debbono formar la base dei suoi ordini nuovi. >>74. Essi devono costituire le basi del consenso verso le nuove istituzioni, in quanto << noi non possiamo più far parlare gli dèi come i legislatori antichi >>,75 che trovavano nel sacro le fonti della legittimità. Nel traghettare il popolo dal sistema monarchico a quello repubblicano è necessario preservarne i tratti caratterizzanti la memoria storica, altrimenti le masse replicheranno: << voi ci volete democratici – scrive l’autore dei Frammenti conferendo, con artificio retorico, la parola ai governati – e noi vogliamo esserlo; noi siamo però anche virtuosi, perché abbiamo una costituzione e l’amiamo. Ma voi ce ne volete dare un’altra che non possiamo amare, e noi non saremo più né liberi né buoni: poiché la libertà non consiste già nell’avere un costituzione anziché un’altre, ma bensì nell’avere quella che il popolo vuole; e la virtù non è che l’amore di quella costituzione che si ha.>>.76

Libertà individuale e Stato centralizzato

A questo punto della riflessione, l’autore dei Frammenti, richiama la memoria storica della democrazia degli antichi quale fonte di legittimità: << noi abbiamo – egli ricorda – nella nostra nazione la miglior base di un governo repubblicano: base antica nota e cara al popolo, …>>.77 Su questa base, sui costumi politici della Roma repubblicana Cuoco ritiene che si debba fondare << l’edifizio della sovranità del popolo. >>.78 Egli, se fosse realizzabile, conferirebbe la sovranità al popolo nei termini previsti dalle procedure della democrazia diretta: << nel vero governo democratico il legislatore dovrebbe essere il popolo stesso; >>,79 ma << siccome un tal sistema si crede, ed è, impraticabile in una nazione che abbia cinque milioni di abitanti ed occupi troppo vasta estensione di terreno, così – egli conclude – ai comizi si è sostituita la rappresentanza.>>.80

La rappresentanza, per quanto accettata, resta, comunque, il minore dei mali. Visto che risulta non eludibile, si faccia, almeno, in modo che i rappresentanti interpretino, quanto più fedelmente possibile, i bisogni dei rappresentati. << Poiché dunque è necessario far uso dei rappresentanti, facciamo che essi rappresentino il popolo, – egli esorta – e che la loro volontà sia quanto più si possa legata alla volontà popolare; rendiamoli responsabili dei loro voti; facciamo sì che il popolo possa chiederne conto, che almeno possa saperli; mettiamoli almeno nella necessità di consultare il popolo.>>. Affinché una tale necessità si materializzi, Cuoco propone di eliminare dal progetto di costituzione in esame l’articolo che recita: << ciascun rappresentante, rappresenta non già il dipartimento che lo elegge, ma tutta la nazione napoletana >>.81 In alternativa, Cuoco suggerisce, quindi, una sorta di mandato imperativo per gli eletti; a sostegno della sua proposta, evidenzia che << presso gli inglesi il rappresentante rappresenta la città ed il borgo da cui viene eletto, e se non riceve degli ordini, almeno riceve delle istruzioni.>>. 82 In assenza di un mandato imperativo da parte degli elettori << ciascun rappresentante – egli spiega – non è responsabile di veruna opinione, sebbene sia divenuta legge ed abbia formata l’infelicità di una nazione intera.>>.83 Non ci si potrà, poi, lamentare, egli domanda, se con l’applicazione dell’articolo in questione << la nazione napoletana (…) si lagnerà che la sovranità sia stata trasferita da Ferdinando in una assemblea di duecento persone ? Essa al certo non l’avrà riacquistata.>>.84 Diversamente, egli scrive, esplicitando la sua proposta di rappresentanza : << Ciascuna popolazione dunque, convocata in parlamento ( questo nome – precisa lo studioso molisano con un accento di civetteria sciovinista – mi piace più di quello di “assemblea”: esso è antico, è nazionale, è nobile; il popolo l’intende e l’usa: quante ragioni per conservarlo!), eleggerà i suoi municipi. Essi avranno il potere esecutivo delle popolazioni, saranno i principali agenti del governo, e dovranno rendere conto della loro condotta al governo ed alla popolazione. La loro carica durerà un anno. Tu vedi bene – egli conclude, rivolgendo il suo appello all’amico Russo – che fino a questo punto altro non farei che rinnovare al popolo le antiche leggi. >>.85

Custodire la sovranità popolare, e fondarla sull’identità culturale di quello stesso popolo, devono essere, secondo Cuoco, i compiti principali di un legislatore. Salvaguardare la sovranità popolare è necessario per preservare le libertà individuali dall’ingerenza di uno stato accentratore e pedagogico. Garantire l’esercizio delle libertà individuali è la tensione intellettuale costante che attraversa e lega tutti i brani dei Frammenti. << La legge è la volontà generale; ma – argomenta l’autore rivolgendosi all’amico Russo – mentre che la nazione ha la sua legge, ciascun individuo ha la sua volontà particolare, e la libertà altro non è che l’accordo di queste due volontà. L’uomo solo è sempre libero, perché la sua legge non è che la sua stessa volontà individuale. Allorché più uomini si riuniscono in nazione, la volontà generale rimane sempre unica, ma cresce il numero delle volontà individuali in ragion dell’aumento del numero degli individui; crescono col numero le dissomiglianze tra le due volontà, e colle dissomiglianze crescono i malcontenti e gli oppressi.questa è la ragione per cui durar non possono le grandi repubbliche, essendo impossibile che tante volontà individuali possano tutte andar di accordo colla generale, sarà inevitabile o che ciascuno dia sfogo alla sua volontà individuale, ed allora – egli conclude – lo Stato cadrà nell’anarchia; o che vi sia una forza, la quale costringa l’uomo ad ubbidire anche suo malgrado: questa forza dovrà essere diversa dalla forza del popolo, e l’uomo allora non sarà più libero: sarà licenzioso o schiavo.>>.86

Certamente non si può consentire che lo Stato precipiti in preda all’anarchia. Nondimeno, Cuoco ricerca la soluzione che tuteli – val la pena di ribadirlo – la libertà individuale da uno Stato omnipervasivo ed oppressivo che tramuterebbe i governanti in sudditi. Egli avverte << il pericoloso riapparire, nella costituzione di Pagano, – spiega Ferrone, severo critico del pensiero cuochiano – dell’odiata filosofia, di matrice assolutistica, di un forte Stato centrale capace di avvilire le energie e le libertà locali a favore di semplici funzionari inviati dalla capitale. >>.87 Cuoco intuisce e denuncia, con quasi due secoli di anticipo rispetto al tragico esperimento sovietico, gli esiti liberticidi e la degenerazione burocratica di uno Stato centralizzato che << volendo tutto far da solo, o non ha fatto nulla, o ha fatto tutto male.>>.88 Ed ancora, rivolgendosi all’amico Russo, con tono allarmato e quasi implorante, scrive: << Se tu restringi tutto al governo, farai sì che un occhio solo, un sol braccio, da un sol punto debba fare ciò, che vedrebbero e farebbero mille occhi e mille braccia in mille punti diversi. Quest’occhio unico non vedrà bene, lento sarà il suo braccio; dovrà fidarsi di altri occhi e di altre braccia, che spesso non sapranno, che spesso non vorranno né vedere né agire: tutto sarà malversazione nel governo, tutto sarà languore nella nazione. >>.89 Al fine di scongiurare un tale stato di cose, Cuoco suggerisce di frammentare il potere dello Stato. Egli fonda e legittima la sua proposta sull’ Europa dei Comuni, << delle potenti città di origine medievale, forti perché politicamente autonome, >>90 esse avevano << garantito crescita, sviluppo civile e diffusione della ricchezza.>>.91 Cuoco avanza, quindi, l’ipotesi di una sorta, come accennato in precedenza, di repubblica federativa. Rivolgendosi, ancora, all’amico Russo, e, simulando, con artificio retorico, da parte di questi l’ovvia domanda: << Tu dunque vorresti una repubblica federativa ?>>, egli risponde: << No: so gl’inconvenienti che seco porta la federazione; ma siccome dall’altra parte essa ci dà infiniti vantaggi, così amerei trovar modo di evitar quelli senza perdere questi. Vorrei conservare al più che fosse possibile l’attività individuale verso il massimo bene della nazione. >>. 92 Il totale dispiegamento dell’attività individuale, regolamentato, certo, ma libero da forme coercizione statali, dovrà garantire, nel progetto dell’autore dei Frammenti, la poliarchia politica, il libero gioco catallattico, l’adesione spontanea al sistema sociale in tutte le sue articolazioni istituzionali. << Io non voglio altra uniformità che nell’amor di patria. – Egli afferma e prosegue – Che m’importa che ciascun operi a suo modo, quando le operazioni di ciascuno, diverse tra loro, tendono tutte al bene generale? Tanto meglio – egli conclude con accento accorato – se la massima libertà della patria si ottenga conservando la massima libertà dell’individuo! Allora l’amor sociale sarà l’amor di se stesso. >>.93

Il governo e le leggi: potere esecutivo e potere legislativo

Alla forma centralizzata dello Stato, contenuta nel progetto costituzionale di Pagano – in esso, infatti, si conferiva il potere legislativo ad un corpo unico di eletti, composto da centosettanta rappresentanti l’intera nazione, ed eletti nel numero di dieci per ogni dipartimento, divisi in due Camere con compiti differenziati –; Cuoco contrappone un’ipotesi istituzionale che prevede due parlamenti: il primo municipale, che dovrà legiferare nell’ambito esclusivamente locale ( dai lavori pubblici alla formazione e riscossione dei tributi); il secondo nazionale, composto da un rappresentante, eletto da ogni cantone, con mandato imperativo e vincolante. L’autore del Saggio, con questa ipotesi, riduce in frantumi il potere legislativo e ne sposta l’essenza e le conseguenze dell’esercizio dal centro alla periferia. << Non potendo i parlamenti municipali far legge generale – egli spiega – (…) che altro potranno fare se non il bene; poiché ciò che è male è male da per tutto, ed o presto, o tardi, diviene oggetto della legge generale >>.94

Pagano e Cuoco elaborano due diversi processi per la produzione legislativa in quanto affidano alle leggi diverse funzioni sociali. Il primo ritiene che le leggi debbano educare, modificare, migliorare le naturali disposizioni dei comportamenti umani. Il secondo, in contrasto con l’atteggiamento utopistico e pedagogico del costituzionalismo illuministico, giudica inattuabili ed oppressive le leggi << troppo filosofiche >>, elaborate senza tenere in giusto conto – giudizio questo già formulato nelle pagine precedenti – i bisogni concreti ed i costumi del popolo. Cuoco, anche nei Frammenti come nel Saggio, ritiene che le costituzioni non debbano proporre diritti universali, ma, piuttosto, norme realizzabili che non inducano i governati a barattare i propri diritti. << Io non credo – egli ribadisce – la costituzione consistere in una dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. E chi non sa i suoi diritti? Ma gran parte degli uomini li cede per timore; grandissima li vende per interesse: la costituzione è il modo di far sì che l’uomo sia sempre in uno stato da non essere indotto a venderli, né costretto a cederli, ne spinto ad abusarne. >>.95 Più apprezzabile delle astratte proclamazioni dei diritti risulta essere – a giudizio dell’autore dei Frammenti – li loro concreto esercizio. << Io distinguo – egli precisa – in ogni forma di governo il diritto dell’esercizio del diritto. L’oggetto del diritto è la felicità pubblica, ma essa non si ottiene se non esercitando i diritti. La costituzione più giusta è quella in cui ciascuno conserva i diritti suoi; ma quella sola costituzione, in cui l’esercizio di questi diritti produce la felicità, merita il nome di costituzione regolare. E’ facile – egli prosegue, tagliando il nodo di Gordio delle dispute filosofiche sulla natura del contratto sociale – rimontare all’origine, analizzare la natura del contratto sociale, far la dichiarazione de’ diritti dell’uomo e del cittadino; ma far che l’uomo non sempre saggio e di rado giusto, non abusi de’ diritti suoi, o ne usi sol quanto richieggia la felicità comune, hoc opus hic labor. Quindi io reputo quasichè inutili tutte le ricerche che si fanno per sapere quale sia il più giusto de’ governi; non ne troveremo allora nessuno: contentiamoci di sapere quale sia il più regolare. Spesso – egli afferma – noi perdiamo il governo regolare per volere cercare il giusto. Il governo democratico – spiega, rivolgendosi all’amico Russo – (tu intendi bene che il nostro non è tale) potrà forse essere il più giusto, ma non può esser regolare se non dove il popolo sia saggio; il monarchico potrà non esser giusto, ma, ogni volta che il monarca sia saggio, è sempre regolare. Ma – egli conclude – un sovrano saggio sul trono è meno raro di un popolo saggio ne’ comizi.>>.96

Ferrone, anche se letteralmente inorridito dalle tesi del costituzionalismo cuochiano, risulta, però, essere lo studioso che meglio di molti altri le ha comprese. << Una costituzione seria – egli spiega, elaborando, ancora una volta un’ efficace sintesi del pensiero dello studioso molisano – avrebbe dovuto occuparsi delle concrete libertà individuali, della ripartizione dei poteri, dell’equilibrio delle forze e degli interessi, delle tasse, sempre più rispecchiando la storia, i costumi, le tradizioni, il carattere di una nazione. Il mito, rinnovato dagli illuministi, del “governo delle leggi”, contrapposto al governo degli uomini, non lo convinceva per niente. (…). Le leggi da sole non garantivano nulla. – prosegue Ferrone, riportando con onestà intellettuale il pensiero dell’autore del Saggio storico … – E meno ancora garantivano quelle leggi che non riflettevano il contesto storico: fatte arbitrariamente sulla base di pochi principi eterni e universalmente validi per tutti i popoli della terra, come sostenevano i giusnaturalisti napoletani della scuola di Filangieri. (…). Ed era proprio il celeberrimo autore della Scienza della legislazione, – egli conclude – il laico santo protettore della rivoluzione napoletana del ’99, il vero obiettivo polemico di Cuoco: il convitato di pietra degli immaginari dialoghi a distanza messi in scena nei Frammenti >>.9

Ferrone coglie nel suo più profondo significato, pur non condividendolo, il giudizio negativo nei confronti del razionalismo giuridico di Filangieri espresso da Cuoco nei Frammenti quando questi afferma: << Forse non siamo stati mai tanto lontani dalla vera scienza della legislazione quanto lo siamo adesso, che crediamo di averne conosciuti i principi più sublimi,>>.98Filangieri è indicato da Cuoco quale responsabile per aver esaltato il nuovo diritto universalistico e cosmopolita ai danni del modello di costituzione materiale e giurisprudenziale Romano. << Filangieri – spiega lo studioso molisano – accusa i romani di uno smoderato amore di particolarizzazione, che essi mostrano in tutte le loro leggi; e non si avvede che su di esso era fondata la loro libertà. La costituzione romana era sensibile, viva, parlante. (…). I principi troppo sublimi e troppo universali – egli conclude – rassomigliano alle cime altissime dei monti, donde più non si riconoscono gli oggetti sottoposti. >>.99

Pagano, suggestionato dagli insegnamenti di Filangieri, aveva elaborato un progetto costituzionale, oltre che utopistico, anche foriero di conflitti fra i diversi poteri, e fra i governanti ed i governati. Fissare, come aveva fatto l’autore del Progetto, per <<massima costituzionale>> il diritto del popolo all’insurrezione – avverte Cuoco – <<non avrebbe potuto produrre altro che la guerra civile.>>.100 La Carta, inoltre, non tracciava – a giudizio di Cuoco – i compiti ed i confini precisi fra il potere esecutivo ed il potere legislativo. << Molte massime, di quelle che noi crediamo assiomi delle scienze politiche – osserva l’autore dei Frammenti – mi sembrano inesatte. (…). Si è creduto che il potere esecutivo diminuisca di forza in ragione che cresce il numero delle persone alle quali è affidato; e tutta l’opera dei nostri filosofi è stata quella di determinare il numero degli individui dei quali debba comporsi un dato governo, (…) – [Ma .n.d.r.] egli nota – Quando si è ricercata la proporzione tra il numero delle persone e l’attività, non si è avvertito che il potere esecutivo ha due parti distintissime tra di loro. Dopo che si sarà determinato ciò che si debba fare, prima di farlo convien discutere come far si debba. La prima operazione appartiene al potere legislativo; le altre due sono del potere esecutivo. Ma di esse – egli conclude – gli scrittori hanno obbliato la prima: o l’hanno confusa colle funzioni del potere legislativo, ed hanno distrutto il potere esecutivo; o l’hanno confusa colla stessa esecuzione, e lo hanno disorganizzato.>>.101

La modernità della riflessione istituzionale cuochiana è impressionante. Certo, si possono non condividere le critiche che egli muove al Progetto redatto da Pagano. E si può non essere d’accordo con le soluzioni che egli propone. Ma non si può negare l’attualità della tensione istituzionale di Cuoco che cerca di bilanciare il delicato equilibrio fra i poteri e l’esercizio della sovranità. Egli avverte e denuncia che << L’errore dei costituzionalisti moderni alla Pagano – spiega bene Ferrone– era quello di ridurre ovunque fosse possibile la forza dei poteri per paura delle prevaricazioni e del dispotismo. Così facendo, – egli prosegue cogliendo appieno l’ essenza dell’ analisi cuochiana – non si accorgevano di dar vita al dispotismo della legge, e cioè a un male peggiore. Molto meglio – egli conclude, formulando ancora un’ efficace sintesi dell’atteggiamento istituzionale dell’autore dei Frammenti – rafforzare tutti i poteri e bilanciarli giocando sugli interessi contrapposti dei corpi intermedi.>>.102 Emblematica, in proposito, l’istituzione della magistratura della censura introdotta da Pagano nel Progetto. Su questa istituzione, preposta per vigilare sui costumi democratici e repubblicani del popolo, può facilmente calare il feroce sarcasmo dell’autore del Saggio. << Come provare, per esempio – si chiede Cuoco – che un uomo viva poco democraticamente, che si comporti con soverchia alterigia, che sia prodigo, avaro, intemperante, imprudente? Tu – egli scrive, rivolgendosi al fraterno amico – riaprirai di nuovo questi processi che assordavano i nostri tribunali nelle dissensioni tra i mariti e le mogli; processi, dai quali, (…) altro non si conchiudeva se non che ambedue avevano moltissimo talento a scoprir le debolezze altrui e pochissima volontà di correggere le proprie.>>.103 La censura non potrà redimere una nazione corrotta. << La censura – egli afferma – potrà conservare i costumi di una nazione che ne abbia; non potrà mai darne a chi non ne ha. In una nazione corrotta – conclude, appellandosi a Russo – tu devi incominciare dal risvegliare l’amore per la virtù.>>.104

Osservazioni sulla virtù

Negli ultimi brani dei Frammenti, Cuoco sviluppa una sorta di teoria riguardo a cosa debba intendersi per virtù di una nazione e come essa possa essere realizzata. Una prima definizione: << una nazione si dirà virtuosa, – egli sostiene – quando il suo costume sia tale che non renda infelice il cittadino; e se tutte le nazioni potessero essere sagge a segno che, invece di farsi la guerra e di distruggersi a vicenda, si aiutassero, si giovassero, questa sarebbe la virtù del genere umano. >>. 105

Quale dovrà essere il fine della virtù?. << Il fine della virtù – afferma Cuoco – è la felicità, e la felicità è la soddisfazione dei bisogni, ossia l’equilibrio tra i desideri e le forze.>>.106

Come condurre il cittadino alla pratica della virtù? << Rimenerei l’uomo sul diritto sentiero – risponde Cuoco con lucida consapevolezza dei limiti della natura umana – non tanto allontanandolo dal male, quanto avvicinandolo al bene. L’amor della virtù, prima di diventar bisogno, deve essere passione; ma, prima di diventar passione, deve essere interesse.>>.107 Cuoco comprende che l’amore del cittadino per la virtù non dovrà identificarsi con un astratto piano provvidenzialistico inscritto nella storia e finalizzato alla palingenesi catartica del genere umano, altrimenti, egli avverte: << Lo stesso entusiasmo della virtù, spinto troppo oltre, può riuscir funesto all’umanità!>>.108

Il perseguimento della virtù, la realizzazione della felicità devono essere concretizzati, quindi, in obiettivi fattibili qui ed ora! << Ma, filosofi! (…). – esclama Cuoco in un vibrante brano dei Frammenti – Non venite ad insultarci , come Diogene in Atene. Così ci farete ridere di quella virtù nuova che ci vorreste dare, e ci farete perdere quel poco dell’antica che ancor ci rimane. I nostri discorsi non distruggono i nostri bisogni, non accrescono le nostre forze; e noi rimarremo senza quell’equilibrio che solo produce la virtù.>>.109

Ed ancora, proseguendo nella sua analisi razionale e disincantata, conclude: << per risvegliare un poco di virtù nello stato in cui siamo, invece di diminuir la cupidigia, vorrei anzi un poco accrescerla nelle classi inferiori, presentando loro la prospettiva di uno stato di vita più agiato. >>. 110 Semplicemente geniale! Cuoco, così dicendo, anticipa la tesi che, negli anni Ottanta del Ventesimo secolo, renderà famoso lo sfortunato leader socialdemocratico svedese Olof Palme. Allorquando questi sosterrà che l’emancipazione del proletariato potrà essere realizzata lottando non contro la ricchezza, bensì contro la miseria.

Inoltre, lo studioso molisano coglie la tentazione, latente nel variegato sistema ideologico dell’estremismo giacobino, di perseguire l’utopia egalitaria per il ritorno ad una sorta di mitico comunismo primitivo, e ne denuncia i rischi:<< Io non so – egli conclude – quale sarebbe stato il corso di quelle idee troppo esaltate, che talora si sono mescolate ed hanno interrotto e turbato il corso della rivoluzione francese; ma temo che l’effetto sarebbe stato quello di ridurre la Francia in un bosco, dove gli uomini si sarebbero cibati di ghiande, ma i fiumi non avrebbero corso latte e miele, come nell’età dell’oro. Colla barbarie sarebbe ritornata la ferocia, e per i fiumi sarebbe scorso il sangue degli uomini. >>.111

La Magistratura dell’Eforato e la sovranità

Infine, la critica al Progetto si rivolge all’istituzione della Magistratura degli Efori. L’Eforato rappresentava, nel disegno istituzionale redatto da Pagano, qualcosa di simile ad una moderna Corte costituzionale. All’Eforato, infatti, spettavano i compiti di risolvere gli eventuali conflitti d’attribuzione dei poteri e di provvedere all’abrogazione di quelle leggi che fossero state giudicate contrarie ai principi costituzionali.

Pur giudicando l’Eforato come << la parte più bella del progetto di Pagano.>>112, Cuoco non manca di evidenziarne i limiti e di prevederne i conflitti istituzionali di cui l’istituzione potrà rivelarsi foriera. I limiti temporali: la convocazione delle sessioni e la durata in carica degli Efori. Le sessioni dell’Eforato sono previste per soli quindici giorni all’anno; e questo ne riduce l’efficacia. << Quando Pagano restringe le sessioni dell’Eforato a quindici giorni all’anno, non si avvede egli – si domanda lo studioso molisano – che in tal modo gli efori non potranno occuparsi se non delle usurpazioni violente e rumorose, che son sempre poche e dalle quali vi è sempre poco da temere? Io temo – egli ammonisce – le piccole usurpazioni giornaliere, fatte per lo più sotto apparenza di bene, che o non si avvertono o non si curano, e talora anche si applaudiscono, finché l’abuso diventa costume, e si conosce il male solo quando, divenuto grande, insulta i tardi ed inutili rimedi. >>.113

Il Progetto prevede che gli efori restino in carica per un solo anno, e questo ne indebolisce l’azione. In proposito, l’autore dei Frammenti osserva: << Non si avvede Pagano che, facendo rimaner gli efori in carica un anno solo, mentre tutti gli altri magistrati durano più di un anno, essi dovrebbero essere o al sommo virtuosi o al sommo stupidi, per misurarsi con coloro, i quali un momento dopo potrebbero ben vendicarsi di un uomo che la legge condanna a rimaner nella condizione di privato? Qual filosofia è mai quella – egli avverte – che mette sempre in contrasto la volontà con la legge e la virtù con l’interesse?>>.114

Temendo che i singoli Efori possano divenire troppo potenti, Pagano, nel suo Progetto, ne ha previsti un numero elevato; esattamente tanti quanti saranno i dipartimenti della Repubblica ed, allo stesso scopo, ha disposto che le loro decisioni saranno valide se prese con la maggioranza dei due terzi. Ma queste procedure istituzionali non tracciano – secondo l’autore dei Frammenti – i limiti delle competenze fra i vari poteri. << Gli efori, si dice – ricorda lo studioso molisano – debbono invigilare sulla condotta, debbono impedire le usurpazioni di tutt’ i poteri. Di tutti? – Egli si domanda. Poi, proseguendo nel suo ragionamento precisa – : In faccia al potere legislativo, in faccia al sovrano, non ci vogliono gli efori, perché la sovranità è inalienabile. (…). L’opinione di dare all’eforato il diritto d’invigilare sul potere legislativo è nata da che la sovranità non è più nel popolo, ma dei rappresentanti del popolo: se il popolo non può essere usurpatore, possono ben esserlo i suoi procuratori, i quali potrebbero usurparsi quelle facoltà che il popolo non abbia loro concedute. Ma io mi domando allora – egli osserva – ove è la sovranità? Il popolo non l’ha più, perché l’ha trasferita ne’ suoi rappresentanti; i rappresentanti non l’hanno, perché la sovranità è indivisibile, ed essi sono soggetti agli efori. Chi dunque sarà il sovrano? O saranno gli efori, e così cadde la nazione spartana; o non vi sarà sovrano, – quindi, egli conclude – e così cadono tutte le nazioni.>>115

Ecco, finalmente, riemerge, in questo brano, il vero obiettivo della severa critica al Progetto di Pagano da parte di Cuoco: il conferimento della sovranità. << Al di là delle critiche sulla durata del mandato e sul numero degli efori – spiega, in proposito Ferrone – il punto vero della polemica di Cuoco stava, infatti nel rifiuto di risolvere l’eventuale conflitto tra i principi costituzionali e la sovranità popolare a favore dei primi. >>.116 Infatti, dopo appena due pagine, successive all’ultimo brano dei Frammenti prima citato, Cuoco sentenzia: << L’eforato non deve esaminare se la volontà generale sia giusta o ingiusta, ma solo se sia o no volontà generale; e per far questo, non deve riconoscere altro se non quelle solennità esterne, che la costituzione richiede come segni di volontà generale.>>.117

Cuoco è fermamente convinto che, prima di ogni altro principio istituzionale più o meno astratto, sia necessario garantire e preservare l’esercizio della sovranità popolare. L’ipotesi costituzionale cuochiana indica, ancora una volta, nel federalismo delle comunità periferiche l’unico meccanismo in grado di assicurare sia la sovranità popolare sia una forma, per quanto possibile, di democrazia diretta. In questo disegno istituzionale, Cuoco assegna alla Magistratura dell’Eforato la funzione di garante per l’esercizio della sovranità popolare attraverso l’espletamento dei seguenti compiti: a) riconoscimento della legalità di tutti i parlamenti municipali e cantonali; b) organizzazione e direzione delle consultazioni elettorali per la nomina dei parlamentari municipali e cantonali; c) conferimento della cittadinanza dopo, però, la preliminare approvazione dei parlamenti cantonale e municipale di competenza; d) verifica dell’operato ed eventuale sospensione dei parlamentari accusati di aver trasgredito alle istruzioni del cantone o del municipio dal quale ha ricevuto la rappresentanza; e) annullamento degli atti emanati dal potere esecutivo, qualora gli stessi dovessero risultare in difformità con il dettato costituzionale.

La terza via cuochiana

Da questo sintetico progetto costituzionale, appena accennato nei Frammenti, risulta evidente che – fra le soluzioni dettate dall’estremismo giacobino o dalla ferocia reazionaria – Cuoco indica una terza via che, tenendo conto della machiavelliana << realtà effettuale delle cose >>, fondi la Repubblica attraverso un processo endogeno che tragga legittimità e consenso dalla linfa delle tradizioni, della cultura e dei bisogni dei suoi cittadini.

Queste indicazione cuochiane sarebbero restate formulazioni epistolari. La Repubblica travolta. Il Saggio redatto in esilio. Eppure, con il tono disperato, ma non rassegnato, dell’amante che sente ancora viva la presenza dell’amata perduta, Cuoco confessa: << Io forse non faccio che pascermi di dolci illusioni. Ma, se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un’autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de’ beni reali e liberato lo avesse da que’ mali che soffriva; forse – egli conclude con tono commosso – allora il popolo, non allarmato all’aspetto di novità contro delle quali avea inteso dir tanto male, vedendo difese le sue idee ed i suoi costumi, senza soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioni che seco porta la guerra; forse… chi sa?… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore.>>.118

A mo’ di conclusione

Nelle migliori librerie del centro cittadino è possibile, cercando con diligenza, trovare, su un polveroso scaffale, una rara e sgualcita copia del Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli. Qui giace, di solito, relegata in un angolo recondito, in rigoroso ordine alfabetico, fra un’anonima storia del Regno di Napoli e le Memorie di un eccentrico autore napoletano d’altri tempi. Una sistemazione, a dir poco, disattenta. Certo, ogni libraio è responsabile per le proprie scelte, ma coloro che hanno ispirato questo crimine culturale risiedono altrove. Una tale collocazione del testo rispecchia fedelmente il posto assegnato a Cuoco dalla provinciale intellighentia nostrana, prima post-crociana e, ora, post-gramsciana, che si ostina a rileggere il pensatore molisano come un colto ed ambiguo testimone di quel tragico evento politico partenopeo. Un autore in più da citare nei frequenti ed inutili convegni sulla Questione meridionale. Essi non si sono accorti, dopo appena due secoli, e, ovviamente, non hanno ancora avvertito il libraio, che i testi di Cuoco vanno collocati, certo non tralasciando il rigoroso ordine alfabetico, fra la lettera B – come Bobbio – e la lettera M – come Machiavelli. In quello scaffale che, all’altezza dello sguardo del lettore, mostra le opere dei maggiori pensatori di scienza della politica di tutti i tempi da Aristotele a Popper.

Si spera che dalla nostra rilettura ragionata del Saggio storico, grazie alla testimonianza resa delle numerose e lunghe citazioni, risulti plausibile la seguente ipotesi di classificazione della figura, del pensiero e dell’opera di Vincenzo Cuoco: un epigono di Machiavelli ed un antesignano di Popper.

Cuoco, e bene ripeterlo, è stato uno scienziato sociale che ha osservato gli avvenimenti politici con un approccio epistemologico di tipo comparativo-induttivo, tipico metodo delle scienze naturali nell’Età dei Lumi. Sordo al richiamo delle metanarrazioni, egli si è inoltrato, fra i primi, in quel mondo disincantato che sarebbe stato descritto, con toni diversi prima da Nietzsche e poi da Weber. Cuoco esplora quel mondo ordinato dalla progressiva e vertiginosa affermazione della ragione. Seguendo le orme di Machiavelli, egli comprende che la scienza politica è legittimata a formulare giudizi concernenti esclusivamente la razionalità dell’azione rispetto allo scopo. Anticipando le conclusioni popperiane, egli osserva che l’approccio scientifico non può consentire all’agire politico né di fondare valori assoluti né di indicare la via escatologica per la purificazione del mondo dal Male. Egli scopre, attraverso la comparazione storica, che ogni qual volta il programma politico intende tramutarsi in progetto etico risulta inevitabile instaurare l’uso pedagogico del Terrore per la rigenerazione della natura umana. Quindi, individua e denuncia i sintomi della sindrome totalitaria presenti nel programma giacobino. Il programma prevede, infatti, l’adesione entusiastica ad una verità salvifica posseduta dal Partito unico che intende farsi Stato. E una volta Stato, assorbire l’individuo in un organicistico sistema. Un Tutto, ordinato burocraticamente, finalizzato a regolamentare tutti i singoli aspetti dell’esistenza negandone ogni pratica di quelle libertà, ritenute ormai inutili e dannose in quanto possono ostacolare la marcia verso la realizzazione di un Totalmente Altro esente da ogni imperfezione. Una realizzazione che prevede, in una visione ecumenica, la conversione di altri popoli attraverso una guerra totale dichiarata, paradossalmente, come atto di liberazione.

Cuoco rifiuta tutto questo! L’esercito francese resta un esercito di occupazione. L’ideologia giacobina, oltre che inaccettabile per i suoi principi totalizzanti, risulta un corpo estraneo al sistema di credenze e di valori della nazione italiana.

Al rivoluzionarismo esogeno e totalitario dei giacobini, l’autore del Saggio contrappone un progetto di rinnovamento endogeno che contiene in sé gli anticorpi in grado di contrastare i germi della sindrome totalitaria. Egli individua la presenza di tali anticorpi nella Città autonoma del Basso medioevo. L’Italia dei Comuni è stato il primo centro di poliarchia politica e di policentrismo economico e culturale. E su questa tradizione che egli intende elaborare un percorso di rinnovamento che garantisca: le libertà individuali, la competizione economica, la pratica del dissenso culturale, l’istituzionalizzazione del dissenso. Con l’affermazione di questi principi, Cuoco indica, con quasi due secoli d’anticipo, proprio alcuni dei tratti caratterizzanti quel particolare sistema sociale che Popper avrebbe definito: società aperta.

Cuoco non si è limitato quindi a narrarci un tragico episodio di storia del Mezzogiorno, ma movendo dall’indagine scientifica sulla rivoluzione di Napoli egli ha redatto un prezioso testo universale di scienza della politica. Egli ha dimostrato che la scienza politica non può essere altro che un sapere avalutativo e nomologico. A queste condizioni, essa rappresenta lo strumento indispensabile per consentire quella particolare ingegneria istituzionale in grado di disegnare modelli di organizzazione sociale nei quali siano garantite le condizioni per il libero confronto fra i diversi paradigmi politici.

Ludovico Martello

Note

1 Vincenzo Cuoco, Scrìtti vari, a cura di Nino Cortese e Fausto Nicolini «Scrittori d’Italia», Bari 1934, vol. II, pp. 296-297.

2 I. Montanelli, l’Italia giacobina e carbonara, Milano 1988, p.138.

3 V. Ferrone, La società giusta ed equa, Bari, 2003, p.249.

4 G. Pecora, Editoriale, in Archivio Storico del Sannio, Napoli 2006, n°1 p. 6.

5 V. Striano, Il resto di niente, Napoli 1986 p.257.

6 Ivi, p.292.

7 V.Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Milano 2006, p.369.

8 Ibidem

9 P. Villani, Introduzione a V. Cuoco, Saggio …, in op. cit., p.15.

10 G. Pecora, nota da inserire

11 V. Cuoco, Saggio …, op. cit., pp.20-21.

12 Ivi, p.91.

13 P. Villani, Introduzione a V. Cuoco, Saggio …, op. cit., pp. 35-36.

14 M. Robespierre, La rivoluzione giacobina ( cit. da L. Pellicani, La società dei giusti, Milano 1995 p. 44).

15 Saggio, p.166.

16 V. Cuoco, Saggio …, op. cit., p. 167.

17 Ivi, p. 168.

18 Ivi, p. 160.

19 Ivi, p. 168.

20 Ivi, p. 162.

21 Cfr. L. Pellicani, Dinamica delle rivoluzioni, Milano 1974.

22 V. Cuoco, Saggio …, op. cit., p. 162.

23 Ivi, p. 168.

24 Ivi, p. 56

25 Ivi, p. 57

26 Ivi, p. 45

27 Ivi, p. 45

28 Ivi, p. 153

29 M. Battaglini (a cura di), Il monitore napoletano. 1799, Napoli 1974, p. XXXI.

30 V. Cuoco, Saggio…, op. cit., p. 143.

31 Ivi, p. 153

32 Ivi, p. 154

33 Ivi, p. 175.

34 Ivi, p. 158-159.

35 Ivi, pp.159-160.

36 Ivi, p. 201.

37 Ivi, p. 204.

38 Ivi, p. 208.

39 Ivi, pp. 210-211.

40 Ivi, pp. 218 – 219.

41 Ivi, p. 219.

42 Ivi, p. 240.

43 Un progetto che Saint-Just così formulò: <<E’ nostro compito creare un ordine di cose tale che si stabilisca una inclinazione naturale al bene>>, citato da A. Camus, L’uomo in rivolta, Milano1981, p.139. Ed ancora, J.Talmon ha indicato nel giacobinismo un <<messianesimo>> politico che aspira a creare << un ordine di cose preordinato, armonioso, perfetto, verso il quale gli uomini sarebbero irresistibilmente spinti ad al quale devono necessariamente arrivare >>, in J. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, Milano, 1978, p.8.

44 Cfr. E. Burke, Riflessioni sulla rivoluzione francese, Londra, 1790, il politico e saggista irlandese fu estremamente ostile alla rivoluzione francese in quanto rovesciamento dell’ordine esistente.

45 I legislatori incaricati da Championnet – dopo che questi aveva costituito il governo provvisorio – di redigere << sotto gli auspici dell’Armata francese, vittoriosa e liberatrice …l’atto di indipendenza della repubblica ed il suo codice costituzionale>> furono tre. Infatti, insieme al Pagano collaborarono il prete giansenista Giuseppe Cestari e l’avvocato Giuseppe Logoteta.

46 Vincenzo Russo, insieme a Mario Pagano, è indicato da molti studiosi come uno dei teorici di maggior rilievo tra coloro che determinarono gli avvenimenti della rivoluzione napoletana del 1799, Cfr. in proposito, G Solari, Studi su F.M. Pagano, a cura di L. Firpo,Torino,1963.

47 V. Russo, Pensieri politici, in Giacobini italiani, vol.I, a cura di D. Cantimori, Bari 1956, p. 315. L’utopismo palingenetico di Russo fa letteralmente orrore a Benedetto Croce che esprime un giudizio severissimo nei suoi confronti: << è semplicemente un socialista moralista; e, come tale, egli chiude un’età della storia del socialismo, ma non ne percorre una nuova>>, in B. Croce, La rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1961, p. 87. Analogo giudizio negativo da parte di Rodolfo Mondolfo, questi definisce il Russo: << teorico di un radicalismo assoluto ed astratto>>, e giudica il suo pensiero <<una specie di socialismo utopistico a carattere regressivo>>, in Il pensiero politico del Risorgimento italiano, Milano 1959. Diverso, invece, è il giudizio espresso da Cantimori, questi pur defininendo <<l’utopismo>> del Russo <<agrario settecentesco>>; altresì ritiene che << l’importanza del Russo sta non tanto nell’egualitarismo per sé preso, quanto nella consapevolezza del nesso profondo che ci doveva essere fra trasformazione economica e trasformazione politica>>, in Utopisti e riformatori italiani, Firenze 1943, p. 126.

48 R. Mondolfo, Il pensiero politico nel Risorgimento italiano, Milano, 1959, pp.45-47.

49 V. Russo, Pensieri Politici, op. cit., p.294.

50 Ivi, p. 303.

51 V. Cuoco, Scritti Vari, a cura di N. Cortese e F. Nicolini, Bari, 1934, vol.I, pp.280-284.

52 P.Villani, Introduzione a V. Cuoco, Saggio Storico sulla rivoluzione di Napoli, Milano,2006, p.28.

53 A Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia, Napoli 1986, V.II, p.179.

54 Dalla nota al 1° Frammento, in V. Cuoco, Saggio, pp. 317-318, si riportano alcune informazioni – redatte da P.Villani – sul progetto di costituzione: (…) La stampa del progetto costituzionale sembra fosse pronta il 1° Aprile, ma la discussione fu ancora rinviata e, secondo quanto scrive il cronista Carlo de Nicola sul suo Diario napoletano, ebbe inizio il 20 Maggio. Ma il momento era ormai critico per la Repubblica e i dibattiti si svolgevano fra sempre maggiori difficoltà e continue interruzioni e aggiornamenti. Si fece in tempo solo ad approvare la riforma dei tribunali, ma si era ormai alla vigilia della caduta della Repubblica; e dell’intera costituzione rimase solamente il progetto. Dell’edizione originale della Costituzione napoletana del 1799, fu fatta una ristampa da Angelo Anzelotti a Napoli nel 1820. Nino Cortese, nella sua edizione del Saggio Storico, ha ripubblicato integralmente la relazione che accompagna il progetto di costituzione e vari articoli della costituzione medesima. La Costituzione napoletana, esemplata su quella francese dell’anno III, mantenne la divisione dei poteri, ma fu ideato un terzo potere che arginasse le usurpazioni del potere legislativo ed esecutivo. Scrisse a questo proposito il Lo Monaco, nel Rapporto al cittadino Carnot ( in V. Cuoco, Saggio storico…,a cura di F. Nicolini, Bari 1913, p.288), dove parla del Pagano e del suo progetto di costituzione, che << un terzo potere egli immaginò, che opponesse un argine alle usurpazioni dell’uno e dell’altro e mantenesse l’equilibrio della macchina politica, servendosi come di sentinella alla libertà>>. Dei due Consigli componenti il potere legislativo ( il Cuoco però non era d’accordo sulla divisione in due Camere) il Senato doveva preparare le leggi, e un Consiglio di centoventi membri ( nella costituzione francese erano cinquecento), doveva poi approvarle. Il potere esecutivo fu affidato ad un Arcontato, corrispondente al Direttorio francese. La rendita necessaria per essere elettori fu ridotta al minimo, e le assemblee elettorali dovevano nominare anche i membri di due organismi completamenti nuovi, il Tribunale di censura ( uno per ogni cantone e composto di cinque membri <<di almento cinquanta anni compiuti>>), ed il Corpo degli Efori ( uno per ogni dipartimento della repubblica, <<di almeno quarantacinque anni compiti>> e che fosse stato <<almeno una sola volta membro del Corpo Legislativo o del Potere Esecutivo>>. ). Questo corpo degli Efori aveva il compito importantissimo d’essere <<a custodia della Costituzione>>, per <<richiamare ciascun potere ne’ limiti e doveri rispettivi, cessando ed annullando glia atti di quel potere che gli avesse esercitati oltre le funzioni attribuitegli dalla Costituzione>>. Doveva essere un organismo assai simile alla mostra attuale Corte costituzionale.

55 C. Campanelli, Il realismo politico di Vincenzo Cuoco, Napoli 1974, p.61.

56 V. Cuoco, Gli scrittori politici italiani, in Scritti vari, a cura di N. Cortese, F. Nicolini, 2 voll., Bari 1924, vol. I, p.128.

57 V. Cuoco, La filosofia di Gianbattista Vico ( Due abbozzi d’una lettera a Giuseppe De Gerardo) in Scritti Vari, vol I, p. 318.

58 V. Cuoco, La legislazione, nell’App. II di F. Tessitore, Lo storicismo di V. Cuoco Napoli, 1988, p.155.

59 V. Cuoco, Programma di un Corso di legislazione comparata, in S.V. cit., vol.I p.331.

60 Cfr. E. Cassirer, La filosofia dell’Illuminismo, op. cit., pp.336-338; Cassirer, in proposito, scrive: << A questo apriorismo del diritto, a questo postulato che esista e debba esistere una quantità di norme giuridiche immutabili ed universalmente impegnative, la filosofia dell’illuminismo si attiene, in un primo tempo, interamente>>.

61 V. Cuoco, Programma di un Corso di legislazione comparata, S.V., op. cit. Vol.I p. 326.

62 V. Ferrone, La società giusta ed equa, Roma-Bari 2003, pp.264-265.

63 Ivi, p. 268.

64 Ivi, p. 269.Per quanto condivisibile quest’ultimo giudizio espresso da Vincenzo Ferrone, non di meno si resta sconcertati per la profonda contraddizione con le tesi che egli ha sostenuto nelle pagine precedenti. Tesi che vale la pena rileggere in quanto esemplari, ancora oggi, del confronto-scontro fra i due maggiori approcci epistemologici della scienza politica, approcci che potremmo grossolanamente indicare rispettivamente come riduzionista, il primo, quello cuochiano, cioè quello che tende a utilizzare nelle scienze sociali i metodi ed i modelli delle scienze naturali rinunciando di pronunciarsi sui fini ed i valori; diversamente, il secondo: può essere definita come una scienza dei fini in quanto affida alla scienza il compito di indicare fini ed i valori dell’azione politica per la realizzazione del Bene, ritenendo che esso sia inscritto in un teleologico dover essere dettato dalle Leggi del divenire della Storia. Rileggiamo Ferrone: << In alternativa – egli spiega – al costituzionalismo d’antico regime, rispettoso del consensus gentium, degli equilibri di potere naturalmente delineatisi nel tempo, Filangieri invocava la necessità di una nuova scienza giuridica fondata sui principi, sulla demonstratio, e sul giusnaturalistico dover essere teorizzato dagli uomini dei Lumi. Molto aveva insistito Pagano nei Saggi politici sul diritto del popolo a rivendicare il potere costituente e a darsi, come concreto atto di volontà politica, una costituzione scritta in grado di stabilire un moderno governo della leggi e il primato del principio di legalità. Cuoco trovava tutto ciò sbagliato. Le celebri pagine del Contratto sociale sulla figura del legislatore, definito “uomo straordinario”, gli sembravano quanto mai assurde e pericolose. Non a caso, seguendo le indicazioni del ginevrino e di Mably, i francesi avevano già prodotto tre costituzioni: una peggiore dell’altra. Montesquieu, La Paige, Fregiani e il suo stesso maestro Galanti mai avrebbero osato mettere in secondo piano la natura storica e giuridica di una costituzione costituitasi naturalmente nei secoli a favore di una sua interpretazione tutta politica, come invece amavano sottolineare Filangieri e Pagano, vicini alle convinzioni di Rousseau…>>. (ivi, pp. 265-266).

65 V. Cuoco, Frammenti di lettere dirette a Vincenzo Russo, Frammento I, in Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, op. cit. , p.319.

66 Ibidem.

67 Ibidem.

68 Ibidem.

69 Ivi, p. 320.

70 Ibidem.

71 V. Ferrone, La società giusta ed equa, op. cit., p. 270.

72 Ibidem

73 V. Cuoco, Saggio …, op. cit.,p. 322.

74 Ivi, p. 323.

75 Ibidem

76 Ibidem

77 Ibidem.

78 Ibidem.

79 Ivi p.324.

80 Ibidem.

81 <<Questo è detto nell’articolo n° 47 del progetto di costituzione.>>. Precisa Cuoco in una nota. Ivi, p.325.

82 Ibidem.

83 Ibidem.

84 Ibidem.

85 Ivi, p. 327.

86 Ivi, p.330.

87 V. Ferrone, La società giusta ed equa, op. cit., p.272.

88 V. Cuoco, Saggio…, op. cit, p.332.

89 Ivi, p.333.

90 V. Ferrone, La società giusta…, op. cit., p.272.

91 Ibidem.

92 V. Cuoco, Saggio…, op. cit. p.333.

93 Ivi, p.337.

94 Ivi, p.336.

95 Ivi, p.335.

96 Ivi, p. 345.

97 V. Ferrone, La società giusta ed equa, op. cit., pp. 275 – 276.

98 V. Cuoco, Saggio …, op. cit, p. 344.

99 Ivi, p. 350.

100 Ibidem.

101 Ivi, pp. 352 – 353.

102 V. Ferrone, La società giusta ed equa, op.cit., p.278.

103 V. Cuoco, Saggio …, op. cit., p. 364.

104 Ibidem.

105 Ivi, p.366.

106 Ibidem.

107 Ivi, p. 364.

108 Ivi, p. 365.

109 Ivi, p. 368.

110 Ibidem.

111 Ibidem.

112 Ivi, p.359.

113 Ibidem.

114 Ivi, pp. 359-360.

115 Ivi, pp. 360 –361.

116 V. Ferrone, La società giusta ed equa, op. cit., p. 279.

117 V. Cuoco, Saggio …, op. cit., p.363.

118 V. Cuoco, Saggio…, op. cit., p. 148.