Una critica all’ Homo Oeconomicus

  Tommaso Manzillo
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Nel corso di questa, oramai, lunga crisi economica e finanziaria che sta ancora attagliando i Paesi Occidentali, oggi resa più acuta dall’inflazione energetica, si sono susseguite diverse analisi introspettive del sistema economico, mettendo sul banco degli imputati il libero mercato e la libera concorrenza, come terreno fertile di nuovi scenari apocalittici. Molto spesso, però, ci si dimentica che il protagonista di ogni situazione in ogni tempo è l’homo oeconomicus. Adam Smith, ne La Ricchezza delle nazioni, metteva a confronto gli animali, in grado da soli di procacciarsi quanto basta per vivere e l’uomo, che aveva obbligatoriamente bisogno degli altri suoi simili nel soddisfare le proprie necessità. Da questa osservazione il pensatore scozzese riteneva che tutto il sistema economico fosse spinto soprattutto dalle inclinazioni egoistiche dell’attore principale, dalla sua necessità di dare risposte concrete ai propri bisogni. L’egoismo dell’homo oeconomicus ha poi generato un sistema sociale e civile basato sulla libertà dell’iniziativa economica, i cui principi riposano sul libero mercato e sulla libera concorrenza, che sarebbero stati la strada segnata verso sentieri di crescita e di progresso per tutti i popoli.

Per il suo essere debole, con sempre nuovi e più pressanti bisogni da soddisfare, che lo accomuna a tutti gli altri suoi simili nella lotta per la sopravvivenza, secondo Thomas Hobbes, l’uomo vive in uno stato di “guerra continua” contro l’altro, negando l’esistenza di un amore naturale dell’uomo verso il suo simile. Pertanto, continua lo stesso Hobbes, non è la benevolenza dell’altro l’origine delle più grandi e durature società, bensì il timore reciproco, che deriva dall’uguaglianza di natura tra gli uomini, per la quale tutti sono condotti a desiderare la stessa cosa, cioè l’uso esclusivo dei beni comuni, come se ognuno avesse diritto su tutto, compresa la vita altrui.

Questa condizione non può realizzarsi in modo stabile, giacché porterebbe verso la distruzione totale del genere umano. Pertanto, sono le norme fondamentali del diritto naturale a sottrarre l’uomo al gioco spontaneo e autodistruttivo degli istinti e a imporsi una disciplina che gli procuri la possibilità di dedicarsi ad attività che rendono agevole la sua vita. Spinoza, a differenza di Hobbes, mette al centro della vita associata l’uomo libero, che liberamente si conforma alle sue leggi. In parole più semplici, se gli uomini non possono provvedere da sé ai propri bisogni senza l’aiuto reciproco, questo dovrebbe convincere gli esseri umani a cercare di vivere di comune accordo, perché associandosi accresce la loro potenza. Secondo questi illustri pensatori del Seicento, tra i quali va anche ricordato Pascal e il suo “spirito di finezza” che viene dal cuore, l’attività dello stato come quella dell’uomo singolo dovrebbero fondarsi sui precetti della ragione, perché in grado di garantire la conservazione del genere umano, invece di affidarsi agli istinti egoistici e autodistruttivi.

Un passo avanti nella storia del pensiero economico viene da Karl Paul Polanyi, filosofo, economista e antropologo, il quale riteneva che l’economia fosse embedded, cioè integrata, radicata all’interno della società in tre forme: la reciprocità, la redistribuzione e lo scambio di mercato. In tal modo Polanyi contrappone all’arida logica dello scambio di mercato avulsa dalle relazioni sociali, un sentiero della distribuzione di beni basata sulla reciprocità e sull’aspettativa di ricevere altri beni in determinate circostanze stabilite. Quell’essere debole e bisognevole, che è l’uomo, spinto dal desiderio di soddisfare i propri bisogni, deve relazionarsi con gli altri suoi simili, “ha bisogno” degli altri per dare appagamento alle proprie necessità: in questo, è l’egoismo umano a portarlo fuori dal proprio isolamento per relazionarsi con gli altri e dare risposte concrete alle sue esigenze.

Quante volte l’homo oeconomicus ha seguito la propria ragione nelle scelte di politica economica, preferendo le relazioni sociali alla propria chiusura egoistica? Molti pensatori hanno messo alla gogna il libero sistema di mercato, come causa principale dell’attuale periodo di crisi, facendo di dimenticare che tale organizzazione economica, incentrata sulla libertà d’impresa, è stata il lasciapassare verso nuovi sentieri di crescita e di benessere per tutti coloro che hanno adottato tale modello di pensiero. Forse, occorrerebbe focalizzare l’attenzione sull’homo oeconomicus, che molto spesso si è spinto ben oltre quelli che sono i limiti della ragione umana, mostrando quel carattere smithiano dell’uomo egoistico, dimenticando la propria natura di debolezza, che lo porta giocoforza a cercare l’aiuto altrui.

Certamente, a complicare il già pesante quadro generale è anche la situazione di deficit dei conti pubblici che ingessano l’intera struttura produttiva, priva ancora di quella vera riforma liberale che l’homo oeconomicus sta ancora aspettando, quel cambiamento della mentalità politica che porti il sistema produttivo verso migliori sentieri di crescita, con importanti benefici in ambito sociale e civile. Anche quest’anno potrebbe persistere uno stato di forte difficoltà, secondo gli analisti del settore, fino a quando l’homo oeconomicus del III Millennio non ritornerà a porre maggiore attenzione alla ragione umana, agendo sulla spinta delle relazioni sociali e sugli insegnamenti della Lettera Enciclica Caritas in Veritate (2009) dell’attuale Pontefice, piuttosto che ai propri istinti egoistici, tipici di un essere “pigliatutto”.

Tommaso Manzillo