Liberali nel carcere di Montefusco

  Gustavo Adolfo Nobile Mattei
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Riflessioni a centocinquant’anni dall’Unità d’Italia

Per capire il Risorgimento bisogna per prima cosa chiarire che Unità d’Italia e Liberalismo rappresentano un binomio storicamente inscindibile. Non ci sarebbe mai potuto essere un Risorgimento con diverse premesse politiche, e questo perché tutte le ideologie alternative al Liberalismo, propugnate da patrioti come Mazzini e Gioberti, erano destinate al fallimento in quel particolare contesto storico. Capire il Liberalismo, poi, implica una riflessione più profonda. Bisogna fare due passi indietro nel tempo… Nel Medioevo l’assetto dei poteri pubblici era caratterizzato da un pluralismo particolarmente spinto: corporazioni, comuni (universitates nel Regno di Napoli), feudi, regna, Impero e Chiesa. Una costituzione dominata dal particolarismo che, frammentando il potere tra mille centri diversi, automaticamente lo limitava. La fase storica successiva, invece, si contraddistingue per il rafforzamento degli Stati Nazionali e per il progressivo Assolutismo monarchico. La nobiltà, che sin dalla Magna Charta del 1215 aveva avuto una funzione di compressione rispetto alle pretese sempre più invasive del Re, si trovava spogliata di molte sue prerogative di compartecipazione alla gestione della cosa pubblica. Luigi XIV, il Re Sole, il monarca assoluto per eccellenza, aveva rinchiuso l’aristocrazia francese nella dorata prigione di Versailles, dotandola di tutti i lussi ma spogliandola di ogni potere politico. Nasce, allora, proprio dal tradimento di quell’equilibrio complesso tipico del costituzionalismo medievale, e quindi durante stagione dell’Assolutismo, quel bisogno di Libertà dai poteri statali che prese il nome di Liberalismo. Una corrente di pensiero che, non a caso, nasce in Inghilterra: la nazione dove più forti erano le resistenze alle pretese del Re perché più radicata era la costituzione consuetudinaria. Il Liberalismo rappresenta, quindi, una reazione all’Assolutismo, una tecnica per limitare il potere ed impedirne gli abusi. Dietro la bandiera della Libertà sventolata dai rivoluzionari francesi non c’è quindi, tanto la protesta popolare per una maggiore uguaglianza o per maggiori diritti sociali; c’è soprattutto la richiesta di << Libertà da >> ovvero: libertà negativa, libertà come assenza di inutili vincoli che scaturiscono dal capriccio del legislatore. Questi principi liberali si diffusero in tutta Europa durante la stagione napoleonica: ecco allora profonde riforme amministrative, ecco una significativa revisione della scienza giuridica, ecco politiche volte alla modernizzazione del tessuto sociale attraverso la scuola pubblica e l’abolizione del Feudalesimo.

Qui mi sia concesso di soffermarmi brevemente. Nel 1806, i rapporti feudali avevano ormai perso già da secoli il significato profondo che li giustificava. Se nell’Alto Medioevo il Feudalesimo era concepito quasi come uno scambio, un contratto tra nobile protettore e proprietario e popolo lavoratore, già nel Cinquecento l’aristocrazia si era disinteressata degli aspetti “politici” del Feudo, delegando o appaltando l’amministrazione e limitandosi a profittare dei benefici economici. Nell’Agosto 1806 il Feudalesimo non aveva ormai più nessun senso, ridotto ad una forma antiquata di proprietà fondiaria. L’aristocrazia stessa aveva capito già da tempo l’obsolescenza di questo istituto costituzionale, tant’è che i protagonisti della Rivoluzione Partenopea (perlopiù nobili) già si erano scagliati contro di esso, invocando l’insegnamento di un principe illustre, Gaetano Filangieri. Il Liberalismo è, dunque, una forma moderna di difesa delle libertà, ma in fondo in fondo si scopre che esso risponde alle stesse esigenze del particolarismo medievale (e cioè la limitazione del potere statale), attraverso risposte diverse, più moderne: al Feudo si sostituisce la Proprietà. Ma a ben vedere i protagonisti di questa istanza di Libertà sono sempre gli stessi: l’alta Borghesia, certamente, ma soprattutto l’Aristocrazia, desiderosa di potersi nuovamente esprimere attraverso strutture costituzionali influenti come il parlamento (organismo presente già in epoca medievale, ma sostanzialmente in disuso durante l’età dell’Assolutismo). Niente di nuovo sotto il sole, quindi.

Negli anni a cavallo tra Settecento ed Ottocento anche a Montefusco – città ancora di una certa importanza, seppur declinante, e ricca di aristocrazia – ci furono famiglie del patriziato locale che si distinsero per Liberalismo: citazione d’obbligo per Pirro Giovanni de Luca, che perì come primo detenuto politico, nel Carcere, in seguito alla caduta della Repubblica Partenopea. I de Luca sarebbero diventati nel corso del secolo un vero e proprio clan liberale con le coraggiose testimonianze di Pietro (attivo nei moti del ’20-’21), Paolo Anania (presidente del Parlamento Napoletano alle elezioni del giugno ’48), Pirro Giovanni junior (attivo nei circoli costituzionali irpini, presidente della Cassazione di Napoli, poeta patriottico). Un’altra famiglia di ideali liberali fu, sin dall’epoca napoleonica, quella dei Lauria, coi fratelli Vito e Francesco. Vito collaborò con l’amministrazione murattiana (fu sottointendente del Distretto di Montefusco), Francesco fu il padre della grande scuola penalistica napoletana, insigne professore universitario, parlamentare nel 1820 ed avvocato di grido del foro partenopeo. Il collegamento tra Liberalismo e Diritto Penale non è affatto casuale: i principi definiti in quegli anni dalla Scuola Classica del Diritto Penale sono principi di libertà che oggi hanno valenza costituzionale: irretroattività del reato, personalità della responsabilità, tassatività delle ipotesi. All’elaborazione di questa dottrina contribuì non poco il nostro Francesco Lauria, oggi quasi sconosciuto ma all’epoca considerato il miglior penalista del Regno. La strada in cui, oggi, ha sede la nuova Corte d’Appello di Napoli si chiama “Via Francesco Lauria”… Si capisce che i principi liberali, ormai diffusi tra le elites meridionali durante il Decennio Francese (un periodo di riforme e di buongoverno), non potevano essere d’un tratto cancellati dalla logica della Restaurazione. Chi si era infiammato per quelle idee di progresso e modernità non poteva assolutamente accettare che un congresso a cui avevano preso parte le forze che rappresentavano il passato facesse tornare indietro l’orologio della Storia. Nel 1815 il Congresso di Vienna restituì ai vecchi sovrani deposti da Napoleone i rispettivi troni, e ripristinava le istituzioni assolutistiche pre-rivoluzionarie. Ma coloro che si auto-definivano “eletti”, l’aristocrazia liberale napoletana, non digerirono affatto questo brusco ritorno al protagonismo monarchico. In fondo, ciò che li infastidiva non era tanto lo stato economico del Regno delle Due Sicilie (che anzi era vivace protagonista della Rivoluzione Industriale con realizzazioni all’avanguardia in Italia e in Europa…); non era assolutamente la struttura monarchica (che tutti accettavano); non erano le notevoli sperequazioni sociali (che per un Liberale non sono poi un fatto così drammatico come lo sono per un democratico o per un socialista…). No! Ciò che era assolutamente indigesto al partito liberale napoletano era essenzialmente l’Assolutismo regio, indipendentemente dalla circostanza che esso potesse essere illuminato o meno. Che il Regno di Napoli si avviasse ad uno sviluppo industriale e tecnologico importante, che avesse le prime ferrovie italiane, che avesse finanze pubbliche prospere, che ci fossero anche politiche sociali in atto (ed una riforma agraria boicottata dall’aristocrazia terriera): queste cose non importavano, o comunque passavano in secondo piano davanti al problema costituzionale. Molti dei liberali meridionali (e tra questi cito il Nisco, che elogiò Ferdinando II per il soccorso reso personalmente ai malati durante un’epidemia di colera, cosa che un sovrano non faceva dai tempi di Luigi il Santo!) non avevano in fondo un’opinione negativa del re come persona… Il Poerio, anzi, vi era stato persino in buoni rapporti! Ciò che non andava era l’eccessivo personalismo dei Borboni, e dunque una questione di carattere squisitamente giuridico. Persino l’economia meridionale era dominata dallo Stato, secondo una logica dirigistica e paternalistica in contrasto con le teorie liberistiche prevalenti in ambito internazionale. Se, dunque, la storiografia neoborbonica ha giustamente messo in luce gli aspetti positivi dei governi duo-siciliano (ed in particolare di quello di Ferdinando II!), bisogna però pure ammettere che quella realtà si presentava profondamente arretrata proprio sul piano della struttura istituzionale: una monarchia così assoluta non poteva essere più giustificata né accettata dalle parti più influenti della società civile che premevano per essere coinvolte nella gestione della cosa pubblica.

Il Liberalismo nostrano come un fenomeno precipuamente aristocratico: per citare solo i nomi dei detenuti di Montefusco, ricordiamo Carlo Poerio (barone), Sigismondo di Lymburg – Castromediano (duca di Morciano e marchese di Cavallino, appartenente ad uno dei casati più antichi ed illustri d’Italia, che aveva dominato nei secoli del Basso Medioevo innumerevoli feudi tra la Basilicata e la Terra d’Otranto), Niccola Nisco (barone), Nicola Schiavoni Carissimo (di illustre ed antica famiglia pugliese), Nicola Palermo di Santa Margherita (appartenete ad una nobilissima famiglia di origini siciliane, barone). Chi non era nobile, poi, era un esponente della Borghesia più agiata: Michele Pironti, che il titolo di conte lo ottenne solo dopo l’Unità per concessione di Vittorio Emanuele. Tutti nobili, tutti liberali. Un solo caso, a Montefusco, rappresentò l’eccezione alla regola: Domenico Lopresti, mazziniano, convinto della necessità di coinvolgere anche il popolo (abbastanza snobbato dagli altri…) nelle grandi scelte politiche che si stavano profilando in quel tempo. Ma, nonostante il suo credo democratico, anche Lopresti proveniva da una famiglia della piccola aristocrazia calabrese. Questa vocazione elitaria dei patrioti meridionali da una parte significò distacco dalla maggior parte della popolazione (che rimase indifferente se non ostile ai progetti unitari), dall’altra però fece sì che nessuno di loro potrebbe essere definito uno sprovveduto, un incosciente. Tra i patrioti rinchiusi a Montefusco vi fu grande consapevolezza del motivo per cui si stava qui a soffrire, rinchiusi tra le fredde mura di questo Carcere. Oggi si dedicano alla politica anche persone con pochissima preparazione e conoscenza, e si parla di politica con superficialità e semplicismo. I patrioti di Montefusco avevano, invece, ben chiare le ragioni politiche sostenute. Quando, nel suo Proclama alla Popolazione delle Terra d’Otranto, Sigismondo di Castromediano esclamò: << Cittadini, noi siamo l’espressione delle vostre menti e dei vostri cuori, noi non viviamo che per voi e siam disposti a dare la vita affinché foste costituzionalmente liberi e costituzionalmente felici! >>, in quelle parole il Duca sintetizzò efficacemente tutto il senso del Liberalismo. Non il popolo, ma i cittadini, protagonisti attivi della scena politica e non sudditi. Ma guidati da una cerchia di pochi illuminati, che essendo gli “aristoi”, i migliori, sanno ergersi ad esempio e sanno meglio degli altri rappresentare i bisogni di tutti. In questo la natura poco democratica del Liberalismo di quei tempi (vedi S. Mill). Su tutto, spicca la conclusione. Quel “costituzionalmente liberi e… felici” è molto più di una vuota formula retorica: è il richiamo ai diritti inviolabili sanciti fin dalla Costituzione Americana, fin dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. D’altra parte, i detenuti del Carcere di Montefusco erano persone di eccelsa cultura: filosofi (come l’abruzzese Panfilo Serafini), giornalisti, archeologi (come il Castromediano), avvocati (come il Pica) e persino amanti delle Lettere Classiche. Durante la sua reclusione montefuscana, Michele Pironti traduceva dal greco brani dell’Iliade, e dal latino l’intera Summa contra Gentiles di San Tommaso d’Aquino, di cui era profondo cultore. È giusto poi riconoscere a questi uomini il merito di essere stati davvero convinti patrioti: ideale che, invece di scemare, si rafforzò sempre più durante la prigionia. Attraverso la politica dell’amalgama, Ferdinando aveva più volte tentato di trovare un compromesso coi liberali, attraverso la concessione della Costituzione nel 1848, il riconoscimento di incarichi di governo anche prestigiosi (Carlo Poerio fu ministro di Ferdinando II!) e l’attuazione del Parlamentarismo. Anche quando la reazione borbonica alle agitazioni di piazza divenne cruda e, direi, inevitabile, Ferdinando II si guardò dall’intimare ai suoi giudici condanne a morte per gli oppositori, probabilmente per non inasprire il clima politico. Durante la prigionia montefuscana è il Castromediano stesso a raccontarci delle continue proposte del Re, che offriva la grazia in cambio della pubblica ammenda dei liberali. Insomma, a mio giudizio i margini per un compromesso ci furono (ed è l’esperienza stessa di Carlo Poerio a dimostrarlo!) perché il Re tutto voleva tranne che creare dissidi insanabili nel suo Regno. Ma Ferdinando dovette scontrarsi con persone che avevano in mente idee ben precise, ed in fondo pochi di loro avevano seriamente intenzione di addivenire ad un accordo. Lo dimostra il motto con cui i patrioti napoletani accolsero la Costituzione napoletana del ’48: Troppo tardi (titolo del giornale del Castromediano). Troppo tardi per questa evoluzione costituzionale, liberale e parlamentare, nonostante lo statuto concesso fosse ottimo ed, in fondo, arrivasse prima delle altre costituzioni ottriate dai sovrani italiani (prima dello stesso Statuto albertino!). Insomma, a mio giudizio, il motto “Troppo tardi” dimostra chiaramente, nella sua strumentale pretestuosità, come in fondo il partito liberale napoletano non volesse soltanto la Carta: voleva l’Unità! E tant’è vero che, quando trapelò nel Carcere di Montefusco quel biglietto segreto attraverso il quale si chiedevano consigli circa l’eventuale restaurazione murattiana, Poerio ed i suoi non ebbero remore nel dichiarare <<Stella polare sia sempre e solo il Piemonte>>. E lo stesso fecero i detenuti di Santo Stefano. Il progetto era chiaro. Ed i cuori erano saldi, più forti delle sevizie attuate dalle guardie e della sofferenza patita in un carcere gelido, malandato, terribilmente famoso per l’adagio “Chi trase a Montefuscolo e po’ se nn’esce po’ ddì ca nterra n’ata vota nasce!”.

Possiamo definirli eroi? Sì, aldilà delle personali opinioni sulla bontà o meno delle loro idee e degli esiti a cui portarono. Furono eroi per il coraggio dimostrato, per la fermezza con cui non cedettero alle lusinghe, per la severa compostezza con cui accettarono le provocazioni e gli abusi, inevitabili in un Carcere in cui vigeva un Regolamento eccezionale, ma esso non veniva comunicato ai reclusi appositamente per poter compiere qualsiasi arbitrio nei loro confronti. Uomini di grande spessore e di profonda dignità, ostinati e convinti dei propri principi. Da ammirare per questo, indipendentemente dalle proprie opinioni storiche sull’Unità d’Italia. Scrittore fecondo, il Castromediano: figura distinta, profondamente innamorato della sua terra natia, il Salento, che era la terra dei suoi padri, per la quale si prodigò anche dopo l’Unificazione come deputato prima e come amministratore locale poi. Appassionato di storia locale, tradusse questa sua passione in una feconda ricerca archeologica che portò all’istituzione di un museo, “la mia creatura” lo chiamava, che oggi porta il suo nome. Nelle sue pagine ha impresso con vividi tratti di penna le storie del Carcere di Montefusco, lasciandoci una testimonianza importantissima di quegli anni di sofferenza. Diversa l’indole del Nisco: attivo nel ’48, quando organizzò segretamente una rivolta antiborbonica che sarebbe dovuta partire proprio dalle nostre terre per raggiungere in armi la Capitale; attivo nel 1860, quando venne inviato clandestinamente a Napoli da Vittorio Emanuele dove, insieme a Liborio Romano, riuscì a guadagnare alla causa sabauda il favore della Real Marina, che si astenne da qualsiasi combattimento contro i Piemontesi. Ministro del Commercio nel governo luogotenenziale, nei primi anni di Unità italiana fu tenuto in gran conto come economista, divenendo “padre” del Banco di Napoli. Pironti entrò presto nelle grazie di Vittorio Emanuele: le sue fortune di giurista si accompagnarono allo strepitoso successo politico: Ministro di Grazia, Giustizia e Culti, Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Avellino, Senatore a vita. Giuseppe Pica ottenne onori su onori in ambito accademico; fu nominato poi membro del Consiglio di Stato, quindi Senatore da parte di re Vittorio. Più avventurosa, invece, la vita di Cesare Braico, che dopo i tormenti patiti nel Carcere di Montefusco non scelse una vita da politico o da intellettuale, ma si gettò subito nell’agone militare per portare a termine l’incompiuta Unità d’Italia. Liberato nel gennaio ’59, nel giugno dello stesso anno era già sul campo di battaglia a Solferino, in quella che fu la più cruenta battaglia della Seconda Guerra d’Indipendenza e di tutto il Risorgimento italiano. L’anno dopo partì da Quarto indossando la Camicia Rossa dei garibaldini, e nel 1866 era sul fronte della Terza Guerra d’Indipendenza. Braico serviva come medico e come soldato. Non si risparmiò mai nella sua eroica testimonianza, e davvero lo possiamo descrivere come il più coraggioso tra i patrioti del Carcere di Montefusco. Mai pago di quanto già dato alla causa nazionale, era sempre pronto a nuove avventure. Trascorse gli ultimi quattro anni di vita in preda alla follia, internato nel manicomio di Santa Maria della Pietà in Roma: una triste fine per un uomo così energico. Questi i più importanti patrioti rinchiusi nelle nostre galere. Ma non dobbiamo dimenticare che a Montefusco c’erano fautori della causa unitaria anche fuori dalle spesse mura del Carcere: la famiglia de Martino, ed in particolare Antonio de Martino, sindaco deposto dai Borboni per le sue simpatie liberali; e soprattutto l’abate Pasquale Ciampi, controverso prelato affiliato alla Massoneria, capace di significativi gesti di umanità verso i detenuti, anche a costo della propria libertà. Pagò il suo coraggio col confino: ma il suo attivismo politico non piacque neanche alle istituzioni ecclesiastiche, che lo sospesero. Pur nella sua accesa passione politica, fu capace di gesti di solidarietà anche verso i briganti, denunciando le pessime condizioni in cui versavano i carcerati post-1860 e salvando il paese di Montemiletto dalla totale distruzione come vendetta per la rivolta antisabauda del 1861. Certo, qualcosa di negativo dobbiamo anche dirlo su questi personaggi… E questo perché, pur nel loro immenso spessore, erano pur sempre uomini. L’eccessiva ideologizzazione dello scontro aveva esasperato eccessivamente gli spiriti, portando ad una contrapposizione di principio che spesso si è tradotta a sfavore dello stesso Mezzogiorno. Troppo presi dalla loro opposizione all’Assolutismo borbonico, i patrioti meridionali non furono politici in grado di far pesare gli interessi del Sud sul piatto della bilancia. Si appiattirono troppo sulla linea politica di Torino, accettando la piemontesizzazione del sistema e dimenticando di difendere i bisogni delle proprie terre d’origine. Se un prete guida una colonna di militari in armi contro un paese c’è evidentemente qualcosa che non va. Se uno stimato professore di Diritto Penale (Pica) propone una legge che reprime il brigantaggio attraverso la sospensione delle garanzie costituzionali, i tribunali militari, le condanne sommarie, la responsabilità collettiva e la retroattività delle pene: beh, c’è qualcosa che non va! Se un economista come il Nisco accetta la pauperizzazione delle prospere finanze del Banco delle Due Sicilie, accettando il suo scorporo e la nascita del Banco di Napoli: beh, c’è qualcosa che non va. Così come c’è da riflettere sull’amichevolissima corrispondenza epistolare tra il barone ed il generale Cialdini (che non fu certo un meridionalista, anzi…). Se il guardasigilli Pironti è costretto a dimettersi perché implicato nel primo grande scandalo della politica italiana (quello dei Regi Tabacchi) ed un paio di giorni dopo viene nominato Conte: i conti non tornano! Si ha l’impressione che questi uomini, grandi nelle loro sofferenze patite sotto la repressione borbonica, non furono capaci di rivelarsi egualmente abili come politici. Il ritardo del Mezzogiorno, che ancora oggi paghiamo, può essere addebitato in parte anche a questa classe politica, troppo inviperita coi Borboni per poter alzare la voce coi nuovi regnanti e far valere le necessità del Sud. E non è strano pensare che i principali artefici dei nostri ritardi, della Questione Meridionale, siamo noi stessi. Certo, aldilà di queste considerazioni in negativo che ci permettono di delineare il profilo di questi personaggi a tutto tondo, bisogna comunque riconoscere che ci troviamo di fronte a personalità di indiscutibile spessore storico. Probabilmente, anzi, il ruolo dei patrioti napoletani è stato persino sottovalutato dalla storiografia ufficiale: è assai ragionevole pensare, infatti, che quando Poerio, Castromediano, Pironti e compagni sbarcarono in Inghilterra, nel 1859, nei loro cordiali incontri con Lord Palmerston, Gladstone e Russel ebbero modo di tessere la trama di quel sostegno internazionale senza il quale l’Impresa dei Mille sarebbe rimasta pura fantasia. Pochi mesi dopo gli ex detenuti di Montefusco erano già a Torino, dove furono accolti da Cavour. È molto, molto probabile che il loro ruolo di intermediari tra Londra e il Piemonte risultò decisivo per convincere Casa Savoia della fattibilità della Spedizione. Gli ultimi giorni dei patrioti del Carcere di Montefusco non furono, però, felici: l’orgoglio di essere stati martiri della causa unitaria e liberale lasciò progressivamente spazio alla delusione personale e alle difficoltà anche economiche di molti. Le conseguenze delle malattie contratte tra le malsane mura del nostro Carcere si fecero sempre più sentire con l’incedere degli anni (durante la prigionia Pironti era rimasto praticamente paralizzato!). Lopresti finì i suoi giorni nella depressione, che lo teneva a letto per giornate intere. Pironti morì in povertà, e Poerio in condizioni non particolarmente agiate. Il filosofo Serafini costretto a mendicare. Braico, come abbiamo già ricordato, finì in manicomio. Castromediano si chiuse sempre più in sé stesso, solo e malinconico nella vaste sale del castello dei suoi padri. Mi piace concludere riportando la testimonianza del celebre critico letterario francese Paul Bourget (l’inventore del termine “Decadentismo”) che fece visita al Duca ormai quasi ottantenne: << L’immagine di quel vegliardo apparsomi in mezzo al quadro romantico del suo castello diruto m’aveva profondamente colpito la fantasia, ed io mi domandavo quale dramma intimo si fosse mai svolto nell’anima di questo eroico lottatore, per cui il fervore dei suoi giovani anni fosse poi andato a finire in quella sua amara disillusione rivelata dalle frasi così severe ch’egli ha verso i tempi presenti. Arrivato alla fine della sua impeccabile esistenza, circondato dalla venerazione di tutti in questa Terra d’Otranto su cui dominarono i suoi avi, il grande patriota si sente se non disilluso, certo turbato e scontento pur nel trionfo della causa da lui propugnata… L’Italia che questo aristocrate ha sognato una, si è fatta una, ma non è l’Italia dei suoi primi sogni lontani>>. Una delle ragioni principali di tanta delusione fu la sostanziale indifferenza che, a soli trent’anni dall’Unità, veniva riservata ai martiri del Risorgimento nazionale. Indifferenza, ignoranza, che viene perpetuata ancor più oggi, perché i nomi di questi grandi protagonisti sono ormai quasi dimenticati. Ed invece bisogna ricordare e conoscere: non è di agiografie che abbiamo bisogno, certo, ma di capire meglio la tensione culturale e il coraggio di un’epoca che, nelle sue idee così esasperate eppure così sentite (da una parte e dall’altra), ha fatto nel bene e nel male l’Italia, e quindi rappresenta una premessa indispensabile per capire il presente.

Gustavo Adolfo Nobile Mattei