Il Liberalismo può esaurirsi nel tempo. La Libertà no.

  Gustavo Adolfo Nobile Mattei
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  1. INTRODUZIONE

La Libertà è una chimera. Tutti ne parlano, nessuno l’ha mai vista. Se la si considera nella sua accezione positiva ci si lascia suggestionare dalle mille potenzialità che ci schiude; ma, ragionandoci sopra, si ha l’impressione che non si tratti di libertà vera: è qualcos’altro… Se, invece, la guardiamo nella sua versione negativa, allora ci si imbatte nel paradosso di qualcosa che esiste a contrario, per convesso: insomma, che sostanzialmente non esiste! A questo si aggiunge la totale confusione terminologica che caratterizza i nostri tempi – frutto di un notevole impoverimento culturale anche sul piano politico – per cui spesso si usano i termini in modo improvvisato ed impreciso, per errore o per mistificazione che sia… Oggi si ha l’impressione che la libertà sia una parola efficace, ma un po’ vuota: se ne parla molto, ma probabilmente il suo senso ci sfugge. E questo è conseguenza dell’abuso che se n’è fatto nei comizi di piazza, nei salotti televisivi e nella propaganda dei partiti: insomma, una parola che evoca sensazioni grandiose, ma che in effetti non significa più niente… Più concreto e afferrabile è il concetto di democrazia, che è cosa semplice da comprendere. Se la massa fino a cent’anni fa era esclusa dal voto e poi si ritrova col suffragio universale, beh quella è certamente democrazia! Tutti riescono facilmente a dare una definizione (per quanto imperfetta) di questa parola, salvo poi trovarsi di fronte a contraddizioni palesi che non si riescono a conciliare con l’attuale assetto politico del sistema (com’è possibile che una “Repubblica democratica” si fondi su elezioni con liste bloccate abolendo le preferenze individuali? È democratico questo?). Insomma, se il concetto di libertà era e resta sfuggente, quello di democrazia è decisamente più afferrabile e recepito pienamente dal popolo. In pochi oggi metterebbero in discussione alcuni cardini del sistema democratico, e quindi penso che nella coscienza collettiva i principi di uguaglianza e solidarietà siano stati pienamente assorbiti, mentre quelli liberali probabilmente faticano ancora ad essere afferrati nel loro significato giuridico. Voglio dire: se negassimo un postulato democratico come il diritto di voto scateneremmo una feroce rivolta di piazza… Ma se invece stabilissimo il carcere per soggetti ritenuti pericolosi dall’opinione pubblica indipendentemente dal compimento di un reato (ad esempio per gli extracomunitari…) probabilmente molta meno gente si solleverebbe indignata! Penso proprio che il gusto della libertà resti ancora oggi qualcosa di estraneo alla maggior parte della popolazione, o comunque un sentimento affidato più all’emotività che non alla consapevolezza dell’importanza storica, giuridica e politica che riveste nella società occidentale.

  1. PER UNA DEFINIZIONE DI LIBERTÀ

Nel 1958 il filosofo Isaiah Berlin, nel suo saggio “Due concetti di libertà”, teorizzò una distinzione destinata a divenire criterio fondamentale per spiegare cos’è la libertà in ambito politico. Lo studioso, infatti, scisse nettamente la nozione di libertà negativa (o libertà da) da quella di libertà positiva (ossia libertà di). Si tratta, ovviamente, di concetti già presenti in nuce nella teoria politica sin dall’epoca di Platone, ma l’importanza della “scoperta” è di importanza capitale. Pur non volendo infatti assolutizzare la dicotomia posta da Berlin, ed anzi volendo prendere atto della sua natura essenzialmente didattica (d’altra parte in molti autori è dato riscontrare tendenze ambivalenti), bisogna riconoscere che essa è divenuta un formidabile strumento ermeneutico per comprendere il significato di libertà, e come esso venga di volta in volta declinato dai vari pensatori. Prima di questa classificazione così rigida eppure così utile era certamente cosa difficile districarsi tra le mille accezioni che venivano proposte: una confusione incredibile destinata a creare molti equivoci. Se la concezione di Berlin fosse stata divulgata un po’ di più tra i cittadini, probabilmente oggi avremmo un corpo elettorale più consapevole. La contrapposizione, d’altra parte, è semplice da capire. Meno facile è dover poi operare una scelta: e non è detto che essa debba sempre essere tassativa! Libertà negativa vuol dire libertà come assenza di vincoli, libertà da inutili costrizioni imposte dai poteri pubblici attraverso l’arma appuntita e pericolosamente invasiva della legge. O, peggio, della coercizione fisica di cui dispone il potere politico. Il monstrum da evitare è dunque lo Stato, quel Leviatano celebrato da Hobbes che inevitabilmente tende a fagocitare tutto ciò che lo circonda. L’idea di libertà da è propria del pensiero liberale, da Locke fino a Nozick: lo spirito di fondo è quello di contrastare le spinte accentratrici dello Stato ponendogli dei limiti e rafforzando il ruolo dell’individuo con le sue prerogative inviolabili. D’altra parte proprio Locke rappresentò l’anello di congiunzione tra la tradizione giusnaturalista e l’idea liberale: dalla Scuola del Diritto Naturale il Liberalismo ha ereditato l’elaborazione dei diritti umani e li ha trasfusi nelle carte costituzionali. Cos’è un diritto naturale se non una sfera dove lo Stato non può intervenire? Al massimo, la Legge potrà riconoscere o rafforzare (come afferma Filangieri nella “Scienza della Legislazione”) il loro contenuto, ma non già limitarli o negarli. Per chi segue l’impostazione liberale, lo Stato rappresenta un male necessario, da cui è meglio fuggire ma di cui non si può fare a meno (questa la differenza con gli anarchici). La libertà dei Liberali è quindi uno spazio di liceità, dove non c’è né divieto né prescrizione. “Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo – sosteneva Kant – ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo”. L’assenza di ordini tassativi fa sentire i liberali sgombri da un peso affannoso e molesto. Aldilà delle concezioni politiche, sono convinto che molto spesso preferire nella vita questa versione di libertà sia frutto di una particolare propensione psicologica (così come chi aderisce all’altra soluzione spesso vi è portato da una particolare inclinazione personale). La esperienze, il carattere, le contingenze del momento ti inducono a propendere da un lato o dall’altro nelle scelte di ogni giorno. C’è chi è terrorizzato dal potere (qualunque esso sia!) e chi ne è totalmente sedotto. Ma queste considerazioni vanno ben oltre la sfera politica… Ad opporsi alla libertà da c’è quindi il suo alter ego: la libertà positiva. Il massimo teorico di questo bislacco concetto fu Jean Jacques Rousseau. Non un liberale, quindi, ma un democratico. Per lui essere liberi significava essenzialmente poter prendere parte alle decisioni che regoleranno la nostra vita. Votare e divenire quindi membro di un organismo che riunisce tutto il popolo – corpo unico che deve vivere in perfetta armonia e simbiosi – è quindi la massima realizzazione di libertà per il filosofo francese. Libertà come autonomia, cioè possibilità di dettarsi da sé le regole del buon vivere. Sennonché l’ideale di Rousseau arriva ad esiti totalmente opposti a quelli liberali: porre limiti allo Stato democratico non solo non serve, ma anzi è controproducente perché il popolo sovrano è infallibile e giammai ritorcerà contro di sé il potere. Se il pericolo di abusi ed ingiustizie non si prospetta neanche in linea teorica, che senso ha porre limiti all’onnipotenza del legislatore? Qui però emergono le falle del pensiero rousseauiano: troppi postulati in campo politico rischiano di minare la stabilità della costruzione teorica. E se invece l’Assemblea votasse una legge ingiusta? E se valutasse male l’interesse generale? E se invece si verificasse quella “tirannia della maggioranza” di cui parla Alexis de Tocqueville? Troppi interrogativi minano alla fondamenta le certezze dogmatiche di Rousseau, che in fondo non è poi tanto distante dall’Assolutismo di Hobbes. Solo che lì a dominare tutto è il monarca, qui il δήμος: cambia il titolare della sovranità, ma il risultato è lo stesso! La libertà del filosofo francese diventa qualcosa di trascendente, che non riguarda più il singolo uomo ma la comunità nel suo insieme. E che succede se al singolo quella scelta della maggioranza non piace proprio? E se gli viene imposta una legge che pretende di regolare finanche gli aspetti più intimi e privati? È ancora un uomo libero, quello? Sarà o un pazzo o un criminale, semmai proverà a resistere. Insomma, tirando le somme del discorso di Rousseau non si può non giungere ad esiti organicistici e persino totalitari. Il tutto vale più del singolo. Ma in questo ragionamento la libertà fatico francamente a capire dov’è… Il problema, comunque, è ben più complesso di quanto possa apparire da questa esposizione. Detta così, infatti, sembrerebbe che l’unica vera libertà sia quella da. L’altra è una forma ingentilita di costrizione. Ma a cosa si riduce, in concreto, questa libertà da se poi non si hanno le risorse economiche per giovarsene, e quindi invece di essere servi dello Stato si diviene servi di qualche potentato economico? In tutta evidenza, mi sembra ovvio che la libertà dallo Stato e la libertà nello Stato siano due estremi inconciliabili. Tra le due, mi tengo la prima. C’è poi chi (ad esempio Pietro Perlingieri) ha parlato, come tentativo di conciliazione, di libertà per mezzo dello Stato (il termine – non molto suggestivo – designa la soluzione propria del cosiddetto Stato sociale di diritto). Lo Stato, quindi, potrà promuovere le libertà individuali, ponendo le premesse per permettere a tutti di goderne. Potrà inoltre dare uguali opportunità a tutti, senza però assicurare a tutti i medesimi risultati (uguaglianza dei punti di partenza, ma non dei punti di arrivo!). Uno sforzo di mediazione credo sia auspicabile, perché arroccarsi su posizioni ideologiche mi sembra retrivo e sbagliato. Se le soluzioni di Rousseau ci shockano, non per questo bisogna foderarsi gli occhi davanti ai problemi che hanno sollecitato i suoi studi. A patto che la soluzione di compromesso non diventi un espediente per foraggiare ancora una volta il Leviatano. Non credo ad uno Stato infallibile ed onnipotente. Mi sembra il surrogato di una religione. Lascio volentieri che la vera Libertà di me la conceda il Signore nell’altro mondo: tutte le altre sono solo una contraffazione mal riuscita… In questo, mi accontento di meno fastidi possibili e di uno Stato che faccia bene i suoi doveri essenziali: che sia pure tendenzialmente giusto, ma non etico.

  1. COS’È LA DEMOCRAZIA?

Al termine δημοχραζία nel corso dei secoli sono stati assegnati diversi significati, talvolta positivi (Polibio) talaltra spregiativi (Platone, Aristotele). Nell’accezione comune, comunque, esso designa quella forma costituzionale che riconosce la sovranità in capo al popolo, affidandogli il potere di legittimare le cariche pubbliche che eserciteranno concretamente le funzioni dello Stato. Il termine in sé, quindi, nulla ci dice circa la natura assoluta o meno di tale sovranità. Vi può essere poi una democrazia parlamentare come la nostra, ma anche una democrazia diretta (come accade in certe comunità svizzere) o una democrazia che si esprime tramite organismi diversi dalle assemblee. Nei regimi totalitari il ruolo dei parlamenti è nullo o quasi. Ciononostante il principio democratico si esprime tramite il partito, a cui tutti possono iscriversi. Si badi bene che questa non è affatto una mistificazione del termine. I Comunisti sovietici si ritenevano gli unici depositari della reale democrazia, perché nei sistemi occidentali il popolo è affetto da una falsa coscienza che gli impedisce il corretto discernimento. Ripeteva Lenin: “La democrazia proletaria è mille volte più democratica di qualsiasi democrazia borghese”. Persino Norberto Bobbio (non certamente un fautore dei Totalitarismi!) ci mette in guardia dagli equivoci: “Uno stato liberale non è necessariamente democratico… Un governo democratico non dà vita necessariamente ad uno stato liberale” (da “Liberalismo e Democrazia”). Quindi, la democrazia si può ben declinare secondo forme molto diverse tra loro: i risultati saranno, ovviamente, assai difformi ma il dato comune resterà sempre quello: la volontà popolare è determinante. Né possiamo dubitare che negli anni d’oro Fascismo e Nazismo non godessero di ampia legittimazione popolare. Il consenso non si misurava in libere elezioni, è vero, ma la massiccia adesione al Partito, alle sue iniziative più o meno folcloristiche e alle adunate oceaniche testimoniano senza dubbio il largo favore di popolo che accompagnava le iniziative di Mussolini ed Hitler. In democrazia, le elezioni sono solo una delle modalità procedurali attraverso la quale si può dimostrare il consenso politico. Sembra un paradosso, ma può ben esistere una democrazia assoluta (proprio come può esistere una monarchia limitata!). È la confusione terminologica odierna ad annebbiarci le idee! A sostegno di questa interpretazione è possibile addurre proprio le tesi di Rousseau, che dimostrano con efficacia come facilmente democrazia e organicismo siano due concetti consequenziali. D’altra parte il termine stesso δήμος induce a riflettere: è un nome collettivo, per cui pur indicando una pluralità di persone si declina comunque rigorosamente al singolare… Tante membra, insomma, ma un corpo solo! Decisamente eloquente, in questo senso, il celeberrimo “Discorso” di Benjamin Constant all’Ateneo di Parigi (1818). Lo svizzero distingueva libertà degli antichi e libertà dei moderni. “Il fine degli antichi era la distribuzione del potere politico fra tutti i cittadini di una medesima patria: ciò essa chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati: essi chiamano libertà le garanzia accordate dalle istituzioni a questi godimenti”. Se, dunque, Constant ravvisava nei governi attuali delle democrazie liberali, di certo non poteva definire allo stesso modo le democrazie antiche. Il mito di Atene – patria della democrazia occidentale deve essere allora fortemente rivisitato. Le forme democratiche odierne sono distanti anni luce da quelle ateniesi (di Sparta meglio tacere!). Chi conquistava la maggioranza era infatti onnipotente e facilmente poteva decretare l’ostracismo per i rivali politici. Nessuna garanzia fondamentale, quindi… Solo libertà di! Un’altra rilevante differenza stava nella natura diretta della democrazia greca, che si esplicava tramite il voto in assemblea di tutti i cittadini (i cittadini, appunto… Un forte senso “nazionalista” ci impedisce di ravvisare quei principi universali che sono alla base della concezione democratica contemporanea). Il massimo esponente della democrazia siracusana, Atenagora, sosteneva che, poiché è troppo difficile dimostrare le oscure trame degli oligarchi, bisogna colpirli in anticipo, stroncando qualsiasi loro progetto con la repressione preventiva: “Del nemico infatti bisogna guardarsi non solo per quello che fa, ma bisogna prevenirne il pensiero”. Insomma, nella δημοχραζία non c’è posto neanche per la libertà di pensiero. Come non c’è posto per il singolo in quanto valore in sé: dice Aristotele che in questo regime “sono padroni i molti non in quanto somma di singoli, ma nel loro insieme”. Quanto a dire, il tutto trascende la parte assiologicamente. Un sorprendente scritto anonimo del V sec. a.C., “Il sistema politico ateniese”, mette a nudo le contraddizioni di un governo che rigetta per principio i migliori per esaltare le mediocrità. Nell’età moderna, i primi a teorizzare il suffragio universale furono i Levellers inglesi che formarono un piccolo partito d’avanguardia durante la Rivoluzione Inglese: nel 1649 essi elaborarono il “Patto del libero popolo inglese”, una proposta di costituzione scritta e rigida che avrebbe svincolato il diritto di voto dal censo. “La suprema autorità d’Inghilterra… risiederà d’ora in avanti in una rappresentanza del popolo composta da quattrocento persone… nelle elezioni delle quali tutti gli uomini dai ventun anni in su avranno diritto di voto e saranno eleggibili”. All’epoca sembrava un’eresia, ma alla fine la Storia ha seguito proprio il corso tracciato quasi quattro secoli fa da questi visionari. I Paesi che, oggi, si sono dati un assetto democratico sono ben diversi dalle democrazie antiche, strutturandosi infatti su regole di esercizio indiretto della sovranità popolare. Questo per ovvie ragioni geografiche e demografiche che impediscono di poter mutuare le stesse formule delle πόλεις elleniche. Questo lo comprese bene lo stesso Rousseau, che sebbene fosse un ammiratore degli antichi e credesse che “la sovranità non può essere rappresentata”, si dimostrò consapevole della irripetibilità di quel modello storico. La profonda differenza che intercorre tra i due tipi di democrazia era chiara anche ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che sentenziò: “È impossibile leggere delle piccole repubbliche di Grecia e d’Italia, senza provare sentimenti d’orrore e di disgusto per le agitazioni di cui esse erano preda, e per il rapido succedersi di rivoluzioni che le mantenevano in uno stato di perpetua incertezza tra gli stadi estremi della tirannide e dell’anarchia”. Quando discorre di Italia, Hamilton non si riferisce tanto all’antica Roma (che non era una democrazia in senso pieno, essendo molto accentuato anche l’elemento aristocratico…) quanto ai liberi comuni del Medioevo e alle sanguinose lotte tra fazioni. Non è un caso che Platone coltivasse una visione molto negativa della democrazia ateniese (responsabile, fra l’altro, della morte del suo maestro Socrate): lo scetticismo nei confronti della massa volubile e suggestionabile è in fondo una costante che ritroviamo in moltissimi pensatori politici. Diverse erano invece le esperienze di costituzione mista, dove l’elemento democratico delle assemblee era contemperato con quello monarchico ed aristocratico. La compresenza di controspinte che bilanciassero l’esuberanza popolare limitava inevitabilmente gli abusi delle democrazie pure (così come allo stesso tempo impediva il degenerare della monarchia in tirannide e dell’aristocrazia in oligarchia). Era proprio questa l’idea che i Romani si erano fatti del proprio assetto istituzionale (basti vedere l’elogio che ne fa Polibio nelle “Storie”). Ma un simile ideale ispirava anche le esperienze medievali, laddove nei Comuni del Nord Italia o nelle Universitates meridionali era forte l’impronta democratica, nei Feudi quella nobiliare e nei Regni quella monocratica. Ancora oggi, quella del Regno Unito viene definita correttamente dagli studiosi una costituzione mista: c’è un monarca, ed il Parlamento si compone di due camere (i Comuni e i Lord). La realtà continentale attuale è, invece, profondamente diversa. La Repubblica italiana è una democrazia. In principio, la nostra Costituzione prevede due poteri di cui uno subordinato all’altro (l’Esecutivo deve rendere conto al Legislativo ed operare per attuarne le volontà, nonché ottenere la sua fiducia). Quella giurisdizionale è invece definita funzione, e questo sempre perché – pur nella sua indipendenza – non può assurgere a centro di potere autonomo difettando di alcuna legittimazione popolare, diretta o indiretta. La magistratura si limita ad applicare la legge, che è però espressione della volontà popolare: perciò, si può concludere che anche la Giustizia sia informata al principio democratico. Questo in teoria. Se poi guardiamo la realtà dei fatti scopriremo che il Parlamento della cosiddetta Seconda Repubblica svolge un ruolo da comprimario, fondamentalmente sottoposto al Governo che sempre più detta l’agenda politica e legifera coi famigerati Decreti legge / legislativi. Le elezioni politiche si sono, in effetti, trasformate in una competizione per scegliere il Presidente del Consiglio che diviene sempre più figura centrale dello Stato. Anche in Italia, insomma, si va velocemente verso il Premierato, quantomeno de facto. Insomma, siamo già alla terza fase dell’esperienza democratica. La democrazia degli antichi: diretta. La democrazia dei moderni: parlamentare. La democrazia dei postmoderni: presidenziale. O quasi.

  1. ALL’ORIGINE DELLA LIBERTÀ

a) un Medioevo liberale?

Abbiamo finora sommariamente tracciato l’evoluzione del concetto di “democrazia” per comprendere meglio come esso si sia notevolmente modificato nel tempo. Proveremo adesso a tracciare il medesimo percorso per la (le) libertà. Probabilmente l’aspirazione alla libertà negativa è un dato costante nell’animo umano. Il celebre motto epicureo λάθε βιῶσας testimonia come già nella Classicità più matura l’uomo avesse abbandonato quella passione politica che animava le città totalitarie dei tempi antichi, preferendo una vita tranquilla ed appartata. Ma l’idea di libertà in campo giuridico sorge solo nel Medioevo. Potrebbe sembrare un paradosso. Ma come? I secoli bui della barbarie e della superstizione sarebbero l’humus che ha generato la rigogliosa pianta della libertà? “C’è un’idea tradizionale del Medioevo, che oggi non può più dirsi corrente, ma che tuttavia è ancora ben viva” – ci avverte Maurizio Fioravanti – “È l’idea del Medioevo teocratico, dominato dalle presenze orientate in senso universalistico dell’Impero e della Chiesa, entro cui le sole autorità politiche legittime sono quelle vicarie di Dio: un’età in cui, dunque, tutto il potere discende dall’alto, secondo una catena gerarchicamente ordinata. Su questa base, la contrapposizione con la costituzione degli antichi è fin troppo facile. Gli antichi avevano infatti sofferto le tirannidi (creando) esperienze politiche in qualche modo partecipate”, gli uomini del Medioevo invece avrebbero rinunciato alla pretesa di qualsiasi diritto. Ma questa visione, ci spiega Fioravanti, è frutto di un pregiudizio di ascendenza illuministica, teso ad esaltare acriticamente il mondo greco – romano e condannare senza appello l’Età di Mezzo. Sennonché, già Constant ci aveva messo in guardia dall’apologia del regime costituzionale delle πόλειϛ. Fioravanti, dal canto suo, dimostra come nei ben dieci secoli che costituiscono il Medioevo ci sono sì “poteri orientati in senso universalistico, come quello imperiale, ma spesso scarsamente dotati di effettività… Ed abbiamo per converso poteri agenti con ben altro grado di concretezza” su spazi piuttosto ridotti e soggetti ben definitivi. Insomma: Feudi, Città e Corporazioni sono i veri protagonisti della politica medievale! “Tutti questi poteri, indipendentemente dal loro raggio d’azione, hanno in comune il fatto di non essere poteri sovrani, di non nutrire alcuna pretesa totalizzante e onnicomprensiva nei confronti di soggetti, beni, forze ed ordini che concretamente esistono nelle rispettive giurisdizioni”. Da questo discende che “un primo carattere generale della costituzione medievale… è l’intrinseca limitatezza dei poteri pubblici”. Insomma, il pluralismo degli ordinamenti, tutti originari e quindi di pari dignità, andava a limitare inevitabilmente il potere centrale dei Rex o dell’Imperator (carica che il più delle volte era solo formale). Non era una carta scritta a stabilirlo (almeno all’inizio…), ma una consuetudo così atavica e radicata da essere indiscutibile. I Comuni medievali furono vivaci difensori delle proprie libertà. Il fenomeno, poi, fu ben più esteso di quanto raccontino i libri di scuola. A leggerli, pare quasi che solo nel Centro-Nord fiorissero le autonomie locali. Ma già nel 1015 (quando ancora c’erano i Principi longobardi!) a Benevento nacque una forma di assemblea civica, la coniuratio prima, come ricorda Gianni Vergineo nella sua “Storia di Benevento e dintorni”. Nel 1202 vennero promulgati gli Statuti comunali. Ben più eloquente è la vicenda inglese. Nel 1215, opponendosi ad una nuova tassa giudicata arbitraria, i baroni si ribellarono imponendo al re Giovanni Senza Terra la concessione della celeberrima “Magna Charta Libertatum”. Si tratta di una vera e propria legge di valore costituzionale (peraltro ancora oggi parzialmente vigente!) che prevede, al suo interno, una serie di libertà che sorprendono per la loro incredibile modernità. L’articolo 12 prevede la possibilità di stabilire nuovi tributi solo previa approvazione da parte di un Commune consilium regni (ricordate la riserva di legge del 27 Cost.?), così stabilendo come principio quella dell’intangibilità del patrimonio da parte del monarca. L’articolo 17 sancisce che “i processi si terranno in un luogo fisso” (germe del Principio di Naturalità del giudice). L’articolo 20 stabilisce che “nessun uomo libero sia punito… se non con una pena adeguata al reato”. Emerge anche l’inviolabilità della proprietà (articolo 32): “Noi non occuperemo le terre di coloro che sono dichiarati colpevoli di fellonia per un periodo più lungo di un anno e un giorno”. Sconvolgenti per attualità gli articoli 39 e 40: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge, esiliato o molestato in alcun modo, né noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo di farlo ad altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del regno – A nessuno venderemo, negheremo, differiremo o rifiuteremo il diritto o la giustizia”. C’è posto persino per la libertà di circolazione: “D’ora in poi sarà lecito a chiunque uscire ed entrare nel nostro regno” (art.42). La stupefacente simmetria tra certe proposizioni della Magna Charta ed i diritti di libertà sanciti dall’attuale Costituzione repubblicana potrebbe indurre a ritenere la concessione di re Giovanni un testo “moderno”, e cioè precursore dei tempi. Non è così. Esso si inserisce in un contesto che comprende molti altri documenti dello stesso tono (dalla Bolla d’oro ungherese fino al Privilegio generale aragonese). Oltretutto, essa è frutto proprio di quel clima di contrapposizione e bilanciamento tra Re e baroni, con la nobiltà che reclamava il rispetto delle proprie sfere di insindacabile libertà. Libertà di ceto, certo. Ma anche libertà per città e corporazioni. Libertà (quasi) per ognuno, ma libertà diverse, secondo il principio di fondo che le regole non dovessero essere uguali per tutti: e questa è la differenza con le moderne libertà costituzionali, che invece sono tassativamente identiche per qualunque cittadino. La prima ragione che spiega perché il Medioevo fu il tempo in cui è sorta la libertà dei moderni è quindi proprio il proliferare di tutti questi centri d’interesse, sempre pronti a corrodere il potere centrale e a contraddirlo. La seconda motivazione è insita nella concezione stessa che i pensatori medievali avevano dello Stato: una concezione negativa. Mentre Aristotele (uomo del suo tempo!) riteneva che lo scopo del potere politico fosse quello di assicurare ai cittadini la “buona vita”, i filosofi medievali ben sapevano che alla salvezza dell’anima non provvede lo Stato, ma la Chiesa. Così Bobbio descrive le teorie medievali in merito: “Il compito dello Stato non è quello di promuovere il bene, ma unicamente quello di tenere lontano mediante l’uso della spada della giustizia lo scatenamento delle passioni che renderebbe impossibile ogni sorta di pacifica convivenza”. Già nel VI sec. Sant’Isidoro di Siviglia identificava la funzione essenziale dello Stato nell’assicurare la sicurezza ai sudditi tramite la deterrenza: “Per questo tra le genti vengono eletti principi e re, perché con il terrore stornino dal male i loro popoli”. Lo Stato è dunque un male necessario, una “dura necessità” giustificata dalla natura dell’uomo corrotta dal peccato originale. Millecento anni dopo, John Locke affermerà che l’uomo, avendo inventato nello stato di natura la proprietà privata, ha avuto bisogno di uno Stato che assicurasse la pace sociale e i diritti naturali dalla malvagità altrui. Pensandoci bene, il parallelo storico è assai stringente… Nella sua “Summa Theologiæ” (sec. XIII), San Tommaso d’Aquino spiega chiaramente che la lex humana si deve configurare essenzialmente come divieto, proibendo però solo quei comportamenti che deviano dal bonum commune e quelli che “sono dannosi per gli altri, senza la cui proibizione la società umana non può conservarsi”. Se proprio prescriverà in positivo, la legge dovrà farlo solo per quegli atti finalizzati allo stesso bonum commune. Insomma, nel pensiero tomistico non c’è spazio per un’intromissione della legge nella sfera privata dell’individuo. E, lasciando perdere i filosofi, è l’esperienza storica a dimostrarlo: la produzione legislativa, in epoca medievale, fu assolutamente scarsa e concentrata perlopiù in ambito criminale. I re non si sentivano legittimati ad intervenire in ambito privatistico, e quando accadeva lo facevano più per ribadire antichi istituti di ascendenza romanistica che per stravolgere un settore del diritto fondamentalmente affidato alle consuetudini, e quindi alle regole che i cittadini stessi si erano dati nel tempo. La sfera del diritto tra eguali, lo jus commune, era fuori dall’invasiva ingerenza dello Stato. Nessuno si illudeva che, cambiando un articolo di legge, si potesse modificare ex abrupto la società (altro che onnipotenza del legislatore!). Insomma, lo Stato deve avere compiti ben precisi, e solo quelli… Un altro aspetto che dimostra come nel Medioevo il concetto di libertà fosse già ben chiaro è l’emergere di una tema destinato a riscontrare molta fortuna presso gli autori giusnaturalisti e liberali: quello del diritto di resistenza. Già presente fin dall’Alto Medioevo, esso venne espresso in modo esemplare da Bartolo da Sassoferrato, il massimo giurista italiano del tempo. Egli definisce la figura del tyrannus ex parte exercitii, cioè di quel sovrano legittimo che però viola i limiti del suo potere commettendo abusi e contravvenendo alla lex naturalis o alla lex divina. Contro costui è possibile ribellarsi ed arrivare, nei casi più estremi, al tirannicidio. Non sono teorie, sono fatti: uno dei pochi casi di regicidio della Storia è avvenuto proprio a Benevento, a scapito del sanguinario principe Sicardo. Correva l’anno 839 d.C. Novecento anni più tardi, John Locke parlava di “appello al Cielo”. Ma, in fondo, era la stessa cosa…

b) la nascita del Potere Assoluto e la Reazione liberale

Tutto il discorso fatto finora non deve dare luogo a frettolosi anacronismi. Evitiamo le ambiguità. Non sto affermando che è esistito un Medioevo liberale. Sto dicendo che la concezione di libertà negativa che Constant definisce “moderna” sorge in questa epoca. Tra Costituzionalismo medievale e Liberalismo resta comunque una differenza notevole, ma senza dubbio il secondo mutuò – più o meno consapevolmente – gran parte delle sue istanze dal primo. Ciò che veramente differisce enormemente dai due fenomeni citati è l’Assolutismo. Che, guarda caso, rappresenta la fase storica intermedia tra Medioevo ed età delle Costituzioni liberali. Volendo giocare con uno schema dialettico (lungi dall’assolutizzare la validità di questo tipo di ragionamento…), potremmo dire che il Costituzionalismo medievale è stato l’affermazione di un principio (la limitazione dei poteri), l’Assolutismo moderno si è realizzato come la sua negazione, il Liberalismo si è a sua volta contrapposto a quest’ultimo recuperando molti tratti del primo, ma dimostrando comunque di essere una cosa nuova. La nascita dello Stato moderno, di impronta nazionale e monarchica, coincide con il vistoso declino dei poteri universali (l’Impero ridotto a mera formalità, la Chiesa dilaniata dai movimenti riformatori che contestavano l’autorità del Papa) e con il fiaccarsi delle autonomie locali, sfinite da secoli di lotte intestine tra fazioni. Si capisce come lo Stato moderno nasca inevitabilmente assoluto. “Sovranità e potere assoluto sono unum et idem” sentenzierà Thomas Hobbes, che di quella forma politica sarà il massimo teorico. O la vita, o la libertà: una terza scelta non c’è nel dilemma hobbesiano. E allora, davanti ad uno stato di natura violento e disperato, meglio sottomettersi ad un potere totale che regoli con vigore e prepotenza ogni singolo aspetto della vita umana. La copertina del “Leviatano” è, in questo senso, emblematica… Un gigante domina sulla città: il suo corpo è composto da tanti piccoli uomini, ma la sua grande testa è quella di un re coronato che regge con la destra la spada (simbolo della coercizione e dello Stato) e con la sinistra il pastorale (segno evidente che anche le gerarchie ecclesiastiche devono essere, nel pensiero del filosofo inglese, subordinate al potere pubblico). L’epoca dell’Assolutismo (dal ’500 fino all’800) è stata cruciale sotto molti aspetti (dai massimi capolavori dell’Arte fino alle esaltanti scoperte geografiche) ma, dal punto di vista politico, è stato probabilmente la fase più dura per chi coltivava il senso delle libertà. Non sono mancati governi illuminati e riformatori – è vero – ma sempre improntati a quello che per i Liberali è un male ancora più subdolo della tirannia: il Paternalismo. John Locke, polemizzando con Filmer ed il suo “Patriarca” biblico, si ribellava a questo modo di amministrare che lasciava i sudditi in condizioni di perenne minorità. Più tardi, anche Kant si scaglierà con convinzione contro il Paternalismo (“il peggior despotismo è un governo fondato sul principio di benevolenza verso il popolo”). In un mondo dove persino la Chiesa veniva assoggettata allo Stato (cos’altro è l’Anglicanesimo di Enrico VIII se non il tentativo di crearsi una religione ad uso e consumo della Corona?) e Luigi XIV dichiarava spudoratamente “L’Etat c’est moi” non potevano non sorgere, prima o poi, voci di dissenso. E, in realtà, queste voci si levarono molto presto. La tradizione delle libertà medievali si saldò nelle rivendicazioni dei Monarcomaci francesi, ed in particolare di Johannes Althusius che spiegò chiaramente come il pactum subiectionis che fonda il potere coattivo fosse condizionato alla protezione della vita e dei beni dei consociati. Semmai il rex non rispettasse più questi compiti, ed anzi li contraddicesse, il contratto sarebbe privo di causa. E quindi nullo. Prima ancora di Althusius, il domenicano Francisco de Vitoria – considerato con Ugo Grozio il padre della Scuola del Diritto naturale – parla esplicitamente di “universalizzazione dei diritti” assumendo posizioni politicamente scomode nei confronti della colonizzazione spagnola in America e sostenendo che anche gli Indios avessero diritto alla libertà, alla dignità umana e alla capacità giuridica. L’idea giusnaturalista, partendo dall’idea tomistica che ci fossero diritti rinvenibili analizzando la natura, comportò una notevole spinta anti-assolutista: funzione dello Stato era agire in garanzia di quei diritti inviolabili e metagiuridici, nulla più. Uno Stato minimo, insomma. Quanto questa concezione abbia prestato alla teoria liberale è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso John Locke, liberale di pensiero e whig di fede politica, partiva da premesse giusnaturaliste per spiegare i diritti di vita, libertà e persino proprietà. C’è da riconoscere però che proprio perché da una parte c’era il re paternalista e accentratore, dall’altra si ritrovarono intorno all’idea liberale soprattutto le elites economiche e culturali, fautrici del libero mercato e dell’affrancamento dalla società tradizionale, basata sulla logica dei ceti. Ma, poiché sin dal Medioevo i principali antagonisti dell’Assolutismo monarchico furono i nobili, anche stavolta tra le fila dei liberali ritroviamo prestigiosi esponenti dei più illustri casati d’Europa. Il fenomeno fu particolarmente accentuato in Italia, terra dove ancora la borghesia non aveva scalzato la nobiltà dal predominio economico. Da Filangieri (principe di Arianello) a Cavour (conte di Cellarengo e Isolabella), il nostro Liberalismo settecentesco ed ottocentesco è ricco di nomi lunghi e altisonanti. Insomma, non gente comune, del popolo. E di esempi se ne potrebbero fare a centinaia, sia a Nord che a Sud: Santorre di Santarosa, Carlo Poerio, Massimo d’Azeglio, Sigismondo di Castromediano… Questo lascia pensare… Fino a tutto l’Ottocento inoltrato, il Liberalismo nostrano non si era ancora innestato definitivamente sul pensiero democratico, ed anzi i rispettivi fautori si guardavano con una certa diffidenza reciproca. In fondo, i Liberali del Risorgimento italiano erano profondamente scettici nei confronti di tutte le iniziative popolari, giudicate inaffidabili e pericolose. Non è un segreto che, nonostante la convergenza di interessi dettata dalla necessità di unificare la nazione, tra il benthamiano Cavour ed il democratico Garibaldi ci fu sempre una certa antipatia, oltre ad una visione ideologica diametralmente opposta. Uno era un grande proprietario terriero che faceva del libero scambio e dell’impresa il suo credo; l’altro le terre ai latifondisti le avrebbe volentieri fatte espropriare (almeno così promise…). Né i Liberali auspicavano l’estensione del suffragio a tutti: anzi, da John Locke fino al tardo Ottocento l’idea centrale è che il diritto di voto non potesse essere scisso da un certo censo, perché la proprietà garantisce indipendenza e quindi libera scelta alle urne (questa la ragione ufficiale: ma, diciamolo sottovoce, c’è anche una naturale difesa di casta!). Questo lungo excursus storico serve a dimostrare essenzialmente una cosa: l’idea di libertà negativa non nasce come democratica, anzi… Nasce come una rivendicazione strettamente legata ai privilegia medievali, prima, e alla reazione anti-assolutistica della nobiltà e dell’alta borghesia imprenditoriale, poi. Non è democratica per natura e, oltretutto, anche per l’estrazione dei suoi sostenitori. Liberalismo e Democrazia sono due cose diverse. “Rispondono a due problemi differenti” fa notare Norberto Bobbio: limitare il potere (il primo), distribuirlo (la seconda).

  1. LIBERTÀ E DEMOCRAZIA SI INCONTRANO

Passo dopo passo, attraverso una dettagliata serie di testimonianze storiche, siamo finalmente arrivati al cuore del problema: Liberalismo e Democrazia hanno avuto una genesi assai diversa che li ha visti talvolta in netta contrapposizione fra loro. E questo perché il Liberalismo si fonda sul concetto di Libertà, la Democrazia su quello di Eguaglianza. Le due correnti si trovarono per la prima volta accanto durante la Rivoluzione Inglese, unite nella lotta all’Assolutismo (a questo proposito mi sembra opportuno rammentare i “Dibattiti di Putney”, resoconto di una discussione tra il generale moderato Ireton – che difendeva la proprietà – ed i Levellers – che sostenevano che il fine ultimo dello Stato fosse la tutela della persona e non dei beni). Lo stesso John Locke aveva riconosciuto al popolo il potere di delegare e rimuovere il legislativo (visto, tra l’altro, come potere preminente rispetto all’esecutivo). Ma l’episodio probabilmente più eclatante è stato la Rivoluzione Francese, in cui si condensarono contemporaneamente istanze democratiche e liberali. Per comprendere le controverse dinamiche di quegli anni basta leggere le geniali osservazioni di Alexis de Tocqueville, nel suo saggio “L’Antico Regime e la Rivoluzione”: la parabola rivoluzionaria si spiega tutta, per lo studioso francese, nel difficile confronto tra libertà ed eguaglianza. “All’inizio della Rivoluzione esse s’incontrarono; per così dire confluiscono l’una nell’altra e per qualche tempo si fondono (qui l’autore si riferisce al 1789, “tempo degno di imperitura memoria”); ma frammezzo all’anarchia e alla dittatura popolare” l’amore per la libertà s’attenua e nasce “dalle stesse viscere della nazione, che aveva testé abbattuto la monarchia, un potere più esteso, più capillare, più assoluto di quello che fosse mai stato detenuto da alcuno dei nostri re”. Insomma, l’equilibrio tra principi liberali ed istanze democratiche si ruppe ben presto, travolto dalla furia giacobina del Terrore e dell’Egualitarismo forzato. Dopo questa fase cruenta i pensatori liberali cominciarono a diffidare non poco dei Democratici, considerati troppo estremisti e radicali. Tuttavia il confronto fu inevitabile, anche perché (nonostante il Congresso di Vienna e la logica della Restaurazione) il ritorno all’Antico Regime era evidentemente improponibile e un po’ ovunque scoppiavano moti insurrezionali volti ad ottenere la Costituzione. L’Ottocento fu dunque un secolo in cui (volenti o nolenti) le due scuole politiche dovettero conoscersi meglio e cominciare (timidamente) a dialogare. Giuseppe Mazzini intuì perfettamente quale importanza rivestisse il concetto di Libertà per l’attuazione del suo programma democratico: “Senza libertà voi non potete compiere nessuno dei vostri doveri. Ove essa manchi Giustizia, Morale, Uguaglianza non hanno più significato”. Insomma, il pensiero mazziniano è già un ibrido (imperfetto) tra Liberalismo e Democrazia, perché – pur postulando una funzione etica dello Stato che di liberale non ha proprio nulla – non cede alle suggestioni di un egualitarismo esasperato (e forte è infatti la polemica con Marx!). Mazzini vede nella Libertà una pre-condizione ineliminabile per arrivare all’Uguaglianza… Coerentemente con queste osservazioni, anche il democratico Francesco de Sanctis sostenne che la Libertà dovesse essere il mezzo, l’Uguaglianza il fine ultimo. Contestava perciò ai liberali del suo tempo di aver ridotto la prima ad una mera procedura di cui ciascuno poteva servirsi per i propri scopi; i democratici, invece, ispirandosi all’ideale di una società rinnovata “fondata sulla giustizia distributiva e… sull’eguaglianza di fatto” coltivavano una visione più sostanziale di libertà. Sull’altro fronte, John Stuart Mill rappresentò certamente l’ala del movimento liberale più sensibile ai temi di uguaglianza e giustizia sociale. Mill considerò infatti la democrazia rappresentativa come lo sviluppo naturale dei principi liberali. Partendo dal concetto che “l’umanità è giustificata a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi” arriva a negare che i limiti alla potestà dello Stato derivino da presunti diritti naturali; per questo, il compito dei governanti non è quello di seguire la morale, ma quello di perseguire la massima felicità di tutti, e cioè l’Utile di Bentham. Sennonché questa felicità per tutti comporta anche politiche sociali avanzate (e per questo Mill è considerato da Norberto Bobbio come l’antesignano del Liberalsocialismo) e, soprattutto, l’estensione del suffragio. “La partecipazione di tutti ai benefizi della libertà è il concetto idealmente perfetto del libero governo… Nella misura in cui alcuni sono esclusi da questi benefizi, gl’interessi degli esclusi sono lasciati senza le garanzie accordate agli altri, ed essi stessi hanno minori possibilità per l’esplicazione delle loro energie per il bene loro e della comunità”. E qui Mill coglie nel segno, e forse riesce a saldare in modo inossidabile Liberalismo e Democrazia. Delle due l’una: o un governo paternalistico, o un governo in cui tutti vengono responsabilizzati fino in fondo. Contraddire il principio paternalista e poi negare il suffragio universale è illogico. Se si parte da un’idea di libertà uguale per tutti, allora anche il ruolo politico deve esserlo. Diritti politici e diritti di libertà sono consequenziali, e questo perché in un sistema come quello attuale (privo di quei contropoteri medievali e caratterizzato dal monopolio statale dello jus) senza i primi sarebbe troppo difficile difendere i secondi. Visione tanto più corretta se consideriamo l’ottica benthamiana da cui scaturisce: se non esistono diritti naturali che limitano lo Stato, cosa potrà frenare la sua voracità se non il peso del nostro voto? Certo, si tratta di una risposta più fragile, perché non più fondata su solide basi di granito ma su un assunto, in verità, debole debole: e cioè che i più scelgano sempre governanti in grado di assicurare l’Utile generale. E questo non è affatto scontato (ce lo dimostrerà in seguito il “solito” Tocqueville…). Tuttavia Mill è convinto che il voto abbia in sé un notevole valore educativo, permettendo anche all’operaio di interessarsi e capire i grandi temi della politica; persino le donne dovrebbero essere ammesse alle urne perché “essendo più deboli, dipendono per la loro protezione maggiormente dalla società e dalla legge”. La proposta di Mill è stata obiettivamente innovativa ed indica la strada per il graduale incontro tra Liberalismo e Democrazia. Tuttavia bisogna sottolineare che, pur nella innegabile modernità delle sue affermazioni, il filosofo inglese non giunse mai a teorizzare un suffragio universale completo, escludendo i nullatenenti e gli analfabeti (anche se riconosceva come il diritto allo studio fosse fondamentale per una società democratica: e in questo un’altra encomiabile intuizione). Ma, con una proposta che potrebbe sembrare singolare, propose l’introduzione del voto plurimo per i più istruiti che, dopo averne fatto domanda, avessero superato un esame. Questo dimostra come, pur essendo certamente un innovatore del pensiero liberale, Mill non si fidò mai ciecamente delle masse, esattamente come tutti i Liberali del XIX sec. Grazie anche al suo insegnamento, però, durante tutto il Novecento il processo di progressiva estensione del diritto di voto (essenza della Democrazia!) ha coinvolto tutti i paesi occidentali. Immaginare oggi un regime liberale che non sia anche democratico sembra inimmaginabile. E probabilmente lo stesso si potrebbe dire di un regime democratico che non sia liberale, dopo il collasso del sistema sovietico che ha dimostrato tutti i limiti del Socialismo reale. Pur con molta difficoltà, Liberalismo e Democrazia si sono finalmente incontrati. La distinzione è ancora chiara ai teorici della politica, ma svanisce completamente nella percezione comune. Questo dimostra che una fusione è avvenuta ed ha prodotto una realtà costituzionale piena di difetti, ma capace di resistere anche al violento attacco sferratogli dai Totalitarismi durante il Secolo breve. Credo che immaginare un sistema alternativo sia possibile. Ma pensare di attuarlo, oggi, no. I principi di Libertà ed Eguaglianza sono ormai profondamente radicati nelle coscienze ed avvertiti come complementari. Questo non significa che l’intrinseca antinomia fra i due concetti non persista, anzi: il pericolo di derive è sempre in agguato, e spetta ai più avveduti saperlo scorgere laddove si concretizzi. Il punto d’incontro tra le due idee è stata l’Eguaglianza formale davanti alla legge: storicamente essa non ha significato solo democrazia, ma anche rifiuto della società per ceti e, quindi, “affermazione di una società in cui i soggetti originari sono soltanto gli individui uti singuli” (N. Bobbio). Da questo principio che ha rotto i retaggi del passato sono scaturite poi tantissime altre evoluzioni, compreso il nostro Art. 3 comma 2 della Costituzione laddove “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quanto ci sia di liberale in senso classico dentro questa norma è evidente: molto poco. C’è il riferimento alla libertà, è vero, ed anche alla dignità umana. Ma “rimuovere gli ostacoli” non è esattamente compito di uno Stato minimo, anzi… Prelude ad un intenso intervento dello Stato, potenzialmente molto ampio ed invasivo (dico “potenzialmente” perché tra la lettera di una norma e la sua effettiva applicazione ce ne corre sempre…). È chiaro che l’Assemblea Costituente per stendere questo testo dovette cercare un compromesso molto difficile tra ideologie diverse. E quello che ne derivò fu un ibrido. Molte delle massime istanze liberali furono accolte dal Costituente, ma altre vennero pesantemente penalizzate. L’Art. 42, non inserito nei diritti inviolabili ma tra i “rapporti economici”, sembra negare la natura metagiuridica della proprietà privata. Anzi, ci dice che “La proprietà è pubblica o privata. I beni appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. Una simile impostazione mortifica il valore che storicamente la proprietà ha rivestito nella società occidentale, anche come contrappeso ai poteri pubblici (ricordate il Despotismo Orientale di Aristotele, dove tutto apparteneva al sovrano?); quando poi si eleva a dignità costituzionale persino l’esproprio il monstrum è fatto. Insomma, se è vero che i nostri attuali ordinamenti si definiscono “liberaldemocratici”, è anche vero che dall’incontro tra le due correnti è scaturito qualcosa di sostanzialmente diverso rispetto al Liberalismo classico di Locke e alla Democrazia pura di Rousseau. Così come lo stesso Costituzionalismo di Montesquieu resta come un’eco ormai abbastanza lontana. L’esperimento odierno è lontano da quanto teorizzarono i grandi padri delle dottrine politiche moderne: forse loro inorridirebbero anche, ma intanto questo è il regime politico più diffuso e in continua espansione, grazie anche ad una espansione economica che non ha eguali nella Storia dell’umanità. Il benessere economico è stato un volano formidabile per l’estensione delle libertà e della democrazia. E questo perché molto spesso, come lucidamente sosteneva James Harrington, “empire follows the nature of property”.

  1. LIMITI E CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA

“Libertà ed eguaglianza sono valori antitetici, nel senso che non si può attuare pienamente l’uno senza limitare fortemente l’altro”. Il giudizio di Norberto Bobbio non lascia equivoci. Il massimo della libertà è inconciliabile col massimo dell’eguaglianza (e quindi della democrazia). In un sistema liberaldemocratico è possibile raggiungere un compromesso, cercare una via di mezzo che soddisfi tutti: ma non sarà mai una risposta fedele all’ortodossia delle due dottrine. E questo perché se c’è piena libertà, ci dev’essere anche piena libertà di arricchirsi (economicamente, ma anche culturalmente!) e divenire diseguale rispetto agli altri. Se invece c’è piena democrazia, nessun limite deve essere posto alla sovranità popolare, nemmeno i diritti umani. Rousseau affermava che nulla poteva essere posto al di sopra della volontà generale. La nostra Costituzione, invece, riconosce la vocazione democratica del sistema, ma pone prim’ancora dell’Uguaglianza il rispetto dei Diritti inviolabili della persona. L’Art. 2 è considerato dagli esperti una vera super-norma che prevale su tutte le altre previsioni della Carta ed informa del suo spirito l’intero ordinamento, così realizzando il sacrosanto principio che è lo Stato a doversi porre al servizio dell’individuo, e non viceversa. Ma, come dicevamo, il contrasto tra l’idea democratica e quella liberale può essere pacificato di fatto, ma non sanato su un piano teorico. In fondo, è lo stesso Principio di Maggioranza (cardine della democrazia) ad essere intrinsecamente antilibertario. Con esso si pretende infatti di giustificare l’imposizione di una regola non condivisa sulla base dell’assunto (in verità assai discutibile) che i più hanno sempre ragione. “Il luogo comune secondo cui la maggioranza non può avere torto è sempre impregnato di moralismo e opera ricatti sentimentali: non è forse moralmente molto più nobile abbandonare il proprio egoista giudizio individuale e abbandonarsi alla volontà della propria Patria?” (N. Bobbio). Meno male, allora, che ci sono dei limiti fondamentali fissati per l’esercizio della sovranità popolare! Se, infatti, mancasse l’idea di uno spazio che deve restare immacolato dall’intervento statale ci troveremmo di fronte a quel “mondo delle api” che punta allo “svuotamento delle individualità” (N. Bobbio). Gli esperimenti totalitari sono stati la testimonianza di quanto possa essere grigia e depressa una società armonica per costrizione ed hanno, per converso, rafforzato l’idea che una democrazia necessiti di una buona dose di libertà per potersi conservare nel tempo. Le profonde contraddizioni delle Liberaldemocrazie moderne vennero intuite perfettamente da Alexis de Tocqueville, con una lungimiranza tale da sembrare perfino profetica. Il francese, aristocratico di nascita e di spirito, si trovò in pieno Ottocento a dover fare i conti con un mondo che ormai aveva voltato pagina: l’Antico Regime era tramontato per sempre ed una nuova era si stava aprendo. Tocqueville fu al contempo affascinato e disgustato dal fenomeno democratico: la sua stessa estrazione lo portava a dubitare della capacità di governo delle masse e a disprezzare l’inevitabile conformismo generato dalla Democrazia. Allo stesso tempo, tuttavia, provava un’intima attrazione per la società statunitense che, meglio di tutte, ne rappresentava l’essenza. Insomma, Tocqueville fu costretto dalla Storia a fare i conti con un presente che lo incuriosiva e lo ripugnava simultaneamente; i fasti del passato non c’erano più, ma avevano lasciato nella sua formazione una traccia indelebile che emergerà nell’acume delle sue osservazioni critiche. Con straordinario intuito, metterà a nudo tutti i limiti delle società fondata sull’Uguaglianza preannunciando degenerazioni che, col senno di poi, si concretizzeranno puntualmente. Se “La democrazia in America” fosse stata scritta sul finire del ’900, forse sarebbe passata inosservata. Un’analisi politica tra tante altre. Sapere che, invece, è stata completata nel 1840 lascia sbigottiti. L’attualità di certe osservazioni si potrebbe spiegare benissimo se l’opera fosse stata scritta ex post, dopo aver sperimentato il meccanismo democratico e le sue carenze: ma Tocqueville ha la non comune capacità di precorrere i tempi, di vedere oltre i facili entusiasmi del rinnovamento politico. E di scrivere pagine che non invecchiano mai. “I popoli democratici amano più l’uguaglianza che la libertà”. E questo nonostante il fatto che essi “non possono essere assolutamente uguali senza essere interamente liberi”. Qui un’affermazione importantissima, che merita attenzione: la libertà negativa deve essere il presupposto ineliminabile per realizzare una vera uguaglianza! Tocqueville smaschera gli impostori: ogni altra forma di eguaglianza proposta al popolo è un inganno volto a ristabilire, tramite la “dittatura del proletariato”, una profonda differenza fra governanti governati… La differenza che corre tra chi decide per tutti e chi è destinato a subire, tra chi è abilitato dal Partito a conoscere la Verità e chi invece dovrà solo obbedire ciecamente. Ci sono voluti 150 anni per capirlo, ma Tocqueville lo aveva denunciato prim’ancora che qualsiasi regime comunista potesse prendere il sopravvento nel mondo! L’ammaliante suggestione del livellamento ha sempre nascosto ai più la sua faccia oscura: da Platone a Marx, il Comunismo egualitario ha sempre sostenuto l’adesione acritica (e forzata) ad un programma calato dall’alto, volto al perfezionamento e alla creazione del Paradiso in terra. Il messaggio del tedesco è quindi estremamente contraddittorio: superare lo Stato tramite l’esaltazione dello Stato stesso, condannare l’Assolutismo ma creare la Dittatura, celebrare il popolo ma lasciare tutto nelle mani di pochi, svuotare l’individuo, ampliare all’inverosimile le competenze dell’amministrazione pubblica. Tocqueville questo lo aveva capito. E lo aveva capito prim’ancora del “Manifesto” (1848) e del “Capitale” (1867): gli erano bastati i primi accenni di Socialismo per realizzare quello che sarebbe diventato evidente all’altra metà del mondo solo alla fine del Novecento. Dunque libertà da ed eguaglianza non dovrebbero essere scisse, tuttavia “l’attaccamento che gli uomini provano per la libertà e quello che risentono per l’eguaglianza sono anche due cose disuguali… La libertà si è nei diversi tempi manifestata agli uomini sotto forme diverse; non fu mai propria esclusivamente di un determinato strato sociale, e si trova anche fuori delle democrazie: onde non potrebbe costituire la caratteristica dei secoli democratici”. Insomma, qui a parlare non è il Tocqueville diplomatico e osservatore: è il visconte di Tocqueville, che rivendica le antiche origini del “suo” ideale e ci tiene a tenerlo ben distinto dalle concezioni esaltate nei tempi moderni (e cioè dall’eguaglianza). Ribadisce insomma che può esistere una società liberale ma non democratica, e che in fondo l’Occidente non ha mai per tradizione tollerato la violazione delle libertà. I tempi moderni – sostiene l’autore – ci impongono (in qualche modo) di declinare assieme di due concetti, ma essi restano sostanzialmente dissimili e, soprattutto, patrimonio di uomini diversi. Certo, nelle Liberaldemocrazie in linea di principio si accettano entrambi i principi. Ma, nel concreto, gli spiriti mediocri continueranno a preferire senza dubbio l’Uguaglianza. Essi infatti, aspirando alla tranquillità e alla spensieratezza, accetteranno di pagare anche un prezzo molto salato: una vita banale e insignificante in cambio di diritti sociali. Gli spiriti migliori, però, continueranno a bramare la Libertà, che sarà per loro come una vocazione interiore, un desiderio irrefrenabile che li porta alla solitudine, alla distinzione, al disprezzo di ciò che è volgare. Tocqueville entra a pieno titolo in questa seconda categoria, e per questo dimostrò efficacemente come il regime democratico è per forza di cose propenso alla demagogia e alla corruzione. Non si illuse mai che la selezione dei governanti ricadesse sulle persone più idonee a promuovere il bene collettivo: diffidava infatti della capacità di scelta delle masse, che si legano ad una parte politica più per simpatia o interesse che per condivisone di programmi politici. “Coloro che considerano il suffragio universale come una garanzia della bontà delle scelte si illudono completamente… I più grandi geni si sbagliano, figuriamoci se ci riuscirebbe la massa! Da ciò deriva che i ciarlatani di ogni genere conoscono così bene il segreto di piacergli, mentre molto spesso i suoi veri amici falliscono”. Tocqueville, insomma, non nega che in Democrazia vi possano essere buoni politici, ma nota come la massa non ami ascoltare dure verità ma piuttosto si alletti nel sentir parlare di sogni, novità, progetti. Parole vuote ma seducenti, che eccitano gli entusiasmi popolari e conquistano il favore degli elettori. Il pericolo del populismo, insomma, non è un effetto collaterale della Democrazia: è un male endemico. E la cosa è ben diversa. Significa che bisogna farci i conti giorno dopo giorno, sapendo che il suo bacillo è sempre in agguato e va continuamente affrontato. Ma la sfida è impari, perché le promesse dei demagoghi sono più affascinanti degli argomenti scomodi di chi dice il vero. Ed in Democrazia, alla resa dei conti, non importa chi ha ragione e chi ha torto: vince chi prende più voti. La lucida analisi di Tocqueville è spietata quanto sincera. Oggi se qualcuno si dichiarasse contrario al Suffragio universale verrebbe messo alla pubblica gogna, eppure ciò che afferma lo studioso francese è sotto gli occhi di tutti. A voler essere intellettualmente onesti, è lampante che non tutti possono avere la stessa capacità (e soprattutto lo stesso interesse!) nel concorrere a determinare la scelta dei governanti. Verrebbe da dire che non tutti siamo uguali da questo punto di vista. Questa tremenda eresia che mi permetto di sostenere è di una evidenza palese, ma troppo retrograda per poter essere affermata pubblicamente senza rischiare il linciaggio (verbale, si spera…). E questo è, in fondo, un altro limite della Democrazia: non si può mai sostenere qualcosa di troppo scomodo ai più senza ledere il supremo principio del Conformismo delle idee! Eppure il fatto che non tutti possono avere la stessa capacità di scelta politica è provato da decenni di supina accettazione del sistema clientelare e lobbistico, senza che nulla sia mai veramente cambiato. Tutti si lamentano, è vero, ma tutti legittimano questo meccanismo non solo col proprio voto, ma soprattutto adeguandosi alla logica del potere. Elemosinare una raccomandazione, un favore, un posto di lavoro, una concessione edilizia al potente di turno è quanto di più mortificante per la Libertà di un uomo. Ma è anche uno dei frutti più amari e diffusi che la pianta democratica ha generato! Insomma, Tocqueville pone un problema vero, condivisibile, ma non dà una soluzione: non contesta il sistema democratico (che considera ormai acquisito) ma ne evidenzia le carenze intrinseche e per questo inestirpabili. D’altra parte il suo non è un ragionamento di classe: la diversa capacità di scelta può derivare da mille fattori, come l’istruzione, la rettitudine, ma soprattutto l’interesse personale alle questioni politiche. Scegliere un candidato invece di un altro, scegliere un’impostazione partitica invece di un’altra non è cosa semplice… Ci vuole studio, passione, cultura, tempo per capire le dinamiche che si celano dietro le parole degli oratori. “Il popolo non trova mai il tempo e i mezzi per dedicarsi a questo lavoro. Deve sempre giudicare in fretta ed attaccarsi agli oggetti più appariscenti”. Queste parole sono quanto mai attuali, nell’Italia dei salotti televisivi dove la politica è spettacolarizzazione, gossip, bagarre continua ed inconcludente che stimola solo gli istinti più bassi del voyeur da piccolo schermo, desideroso di polemiche e scandali di cui non ci si appaga mai. Ma cosa resta a fine serata? Ci si arricchisce di qualche contenuto? Il tele – cittadino è stimolato ad approfondire i grandi temi, a capirci di più? La politica contemporanea è divenuta un grande circo mediatico a cui è difficile sottrarsi, perché il tubo catodico soddisfa l’egocentrismo di chi ha bisogno di apparire per avere consenso e governare. Così, mentre le aule del Parlamento sono tristemente vuote (quando non si trasformano in ring…), nessun politicante si tiene lontano da giornali, televisioni e via dicendo… Questa è l’altra faccia della Democrazia e dell’Uguaglianza: ce lo dice Tocqueville, ce lo dimostrano i fatti. Soluzioni facili non ce ne sono: probabilmente la Storia ci dice che bisogna farsene una ragione ed ingoiare amaro. È infatti evidente che, pur volendo introdurre un qualsiasi correttivo che limiti il Suffragio universale, si porrebbe un dilemma ancor più grave: come evitare che il criterio sia equo, imparziale, e non si risolva nella creazione di un’oligarchia di casta? Rispondere è davvero difficile! È del pari evidente, però, che Democrazia e meritocrazia non vanno di pari passo. Sarebbe auspicabile, perlomeno, che lo Stato investa fortemente nell’istruzione, affinché tutti i giovani cittadini abbiano la possibilità di divenire (più o meno…) uguali nella capacità di discernimento. Non tutti ci arriveranno: è una questione di capacità naturale e di stimoli personali. Non tutti vogliono studiare, non tutti vogliono eccellere. Ci sarà sempre chi preferisce accontentarsi di una vita comoda, di un piccolo stipendio sicuro a diciott’anni, di una partita a pallone invece di ore passate sui libri. È nella natura delle cose. Ciò che conta è dare la possibilità a chiunque sia volenteroso e veramente portato di poter raggiungere certe vette, senza dover fare i conti in tasca e doversi arrendere per ragioni economiche. In questo fondamentale presupposto per la libertà dei suoi cittadini lo Stato oggi latita paurosamente, nonostante una specifica previsione costituzionale in merito. Il Diritto allo Studio è vanificato: e così anche un po’ di quello strano e controverso Diritto alla Felicità di cui parlava Kant. La Scuola della nostra Repubblica democratica è ben più classista di quanto appaia: istituti (pubblici) di serie A e istituti di serie B, sezioni riservate a brillanti rampolli della borghesia e sezioni abbandonate a sé stesse, realtà dove vengono concentrati i migliori insegnanti e realtà dove i professori vanno e vengono nel corso dello stesso anno, così vanificando ogni continuità nell’apprendimento… Questa la verità sottaciuta. La società che ha abolito il merito in nome dell’egualitarismo fatica ad essere veramente giusta ed equa, e i migliori stentano ad emergere. Per tornare a Tocqueville, in Democrazia sembra mancare la reale volontà di far primeggiare i più capaci perché le sue istituzioni, fondate sul Principio di Uguaglianza, “sviluppano ad un altissimo grado il sentimento dell’invidia”. Chi infatti vede emergere persone più capaci tende a disprezzare le loro qualità, a ridicolizzarle, ad estraniarle invece di riconoscere loro il giusto. La folla detesta tutto ciò che non le somiglia, pretende un piatto conformismo, un’adesione ai suoi gusti mediocri. “Non c’è superiorità la cui vista non affatichi i suoi occhi”: e allora la calunnia e la derisione colpiscono i meritevoli, spingendoli ad allontanarsi dall’impegno politico e a ritrarsi nei propri interessi. “Nella democrazia i semplici cittadini vedono un uomo che esce dai loro ranghi… Questo spettacolo suscita la loro sorpresa e la loro invidia… Attribuire la sua ascesa al suo ingegno o alle sue virtù è molesto, perché significa riconoscere che essi stessi sono meno virtuosi e meno abili di lui”. Ostilità verso i migliori, allora, ed ampio favore verso i demagoghi, verso i quali c’è quasi un rapporto di immedesimazione perché, in fondo, essi condividono gli umori e gli interessi della massa (che non sono di per sé quelli migliori per la collettività!). Un’altra (profetica) sferzata di Tocqueville al regime democratico si fonda sullo stato di continua agitazione che lo pervade: la massa è volubile e irrazionale, dunque sempre inquieta ed insoddisfatta. Così, dietro l’angolo, c’è sempre il rischio che – stanchi di violenze di piazza, cortei, scioperi, scontri politici portati sino all’esasperazione – il popolo scelga la strada dell’ordine e della pacificazione forzata: scocca in quel momento l’ora della tirannia, che è sempre in fondo una tirannia della maggioranza perché sorretta da un massiccio consenso popolare. Cosa ne sapeva Tocqueville delle adunate oceaniche a Piazza Venezia? Nulla! Eppure anticipò in modo sbalorditivo l’analisi compiuta da Salvemini nel suo scritto “Cos’è la libertà e come gli Italiani la perdettero”. Cosa poteva sapere del Partito Nazionalsocialista che alle elezioni del 1933 conquistò il 51,8% dei voti nella democraticissima Repubblica di Weimar? Niente! E del Socialismo reale esercitato in nome della massima Uguaglianza? Proprio nulla! Ecco perché, a mio avviso, Tocqueville è un genio: aveva compreso anzitempo tutti i mali che affliggono una democrazia liberale. Nessuno lo ascoltò, e la Storia seguì il suo corso come se niente fosse… Ma lui lo aveva detto: il Principio di Maggioranza e quello di Uguaglianza nascondono dentro qualcosa di terribilmente autoritario ed innaturale che prevarica il valore del singolo e lo assoggetta ad un male ben peggiore dell’Assolutismo da Ancient Regime. Ecco perché all’arbitrio totalizzante del δήμος occorre sempre mettere un freno: un limite giuridico, per Tocqueville, è sempre troppo fragile per poter resistere ai furori della massa. E, d’altra parte, è utopia pensare che la Separazione dei Poteri, la Costituzione rigida o la stessa Corte Costituzionale possano resistere ad oltranza: molti di questi istituti non sono stati capaci di opporsi all’ascesa del Nazismo in Germania (e la Costituzione di Weimar, dicono gli esperti, è stata una delle carte migliori mai prodotte!). Sono meccanismi, artifici tecnici che possono aiutare, ma non mettono al riparo dallo spettro del Totalitarismo di massa, figurarsi dal più edulcorato Populismo! Forse aveva ragione l’agnostico Tocqueville: serve la convinta adesione ai “principi primi” della religione per salvare la Democrazia ed evitare che essa degeneri completamente. Che poi non è molto diverso dal dire che, alla base della limitazione dei poteri, non ci devono essere tanto limiti interni frutto di complicate alchimie istituzionali, ma piuttosto limiti esterni che rappresentano prerogative individuali sacre, intoccabili, metagiuridiche. Vita e Libertà prima di tutto il resto!

  1. MA LA DEMOCRAZIA DIFENDE LE LIBERTÀ?

Il ragionamento che abbiamo appena portato a termine insieme al visconte di Tocqueville ci porta ad una conclusione: la Democrazia non è certo la forma di governo migliore che si possa avere, e questo per i suoi mali intrinseci ed ineliminabili. Non è una novità nella Storia del pensiero politico, questa: già nel IV sec. a.C., Platone sosteneva nel suo “Politico” che possono esistere cinque forme di governo diverse: Monarchia, Aristocrazia, Democrazia, Oligarchia e Tirannia. Le prime due sono indiscutibilmente buone, le ultime due per definizione deleterie. La Democrazia si pone nel mezzo: è la migliore delle forme cattive, ma la peggiore delle forme buone. Forse il filosofo ci aveva visto giusto… Per tutte le ragioni che abbiamo considerato, probabilmente Monarchia ed Aristocrazia potrebbero essere effettivamente preferibili rispetto alla Democrazia, che come abbiamo visto soffre di molti mali congeniti. È infatti chiaro a tutti che le decisioni migliori provengono dai migliori. È poi evidente che in un regime come quello monarchico difficilmente un re sarà implicato in scandali di corruzione (ha già tutto!). Essendo poi educato sin da piccolo alla funzione politica da svolgere, per lui governare sarà un dovere, non un’ambizione. È anche vero però che, come nota saggiamente Platone, queste due forme politiche possono facilmente degenerare nel loro opposto: basta semplicemente che il potere diventi arbitrio e il consenso imposizione. Non ci vuole molto a trasformare un gruppo di ἀριστοί in ὀλίγοι o un μονάρχης in τύραννος. La Democrazia, invece, nella sua mediocrità è sempre quella: non avrà slanci di perfezione, ma sarà maggiormente idonea, in virtù dei meccanismi stessi cui è informata, a rappresentare sempre gli interessi della maggioranza. Un buon re e delle elites meritevoli saranno quindi sicuramente in grado di fare meglio rispetto ad un parlamento rissoso ed amante delle poltrone: ma se però essi abbandonano come fine ultimo il bene comune, allora la concentrazione del potere in mano al singolo o ai pochi comincia a divenire davvero preoccupante. Insomma, se si vuole un governo illuminato e tendenzialmente ottimo bisogna correre un grosso rischio: quello della tirannia o della casta. Se invece ci si accontenta di un governo senza infamia e senza lode, si rinuncia al meglio, ma si ha maggior tranquillità circa le sorti della nostra Libertà. Come abbiamo visto anche la Democrazia potrebbe poi sprofondare verso la Tirannia della Maggioranza (e cioè il Totalitarismo), ma questa degenerazione necessita sempre del favore della maggior parte della popolazione. E mettere d’accordo la maggioranza è meno facile che convincere un singolo re a diventare tiranno. Il discorso è, a dire la verità, molto complesso, anche perché bisogna pur considerare che, in meno di due secoli di Democrazia liberale, i regimi totalitari che ne sono stati la conseguenza hanno prodotto molti più morti di quanti ne abbiano fatto i tiranni e gli oligarchi del passato! È perciò difficile stabilire se davvero la Democrazia sia la miglior forma di governo per tutelare le Libertà individuali. Se volgiamo indietro lo sguardo alla straordinaria esperienza della Serenissima Repubblica di Venezia, saremmo tentati di affermare che forse una costituzione come quella (mista, ma a forte prevalenza aristocratica) sia la migliore soluzione per tutelare l’individualità di ciascuno. In un’epoca dove quasi ovunque si abbatteva la scure dell’Inquisizione, Venezia era la patria delle libertà per tutti. Ed intanto con la sua arte, i suoi floridi commerci, la sua cultura libera e vivace primeggiava in Italia e nel mondo. Passeggiando per le calli di Venezia sembra difficile immaginare un esperimento costituzionale tanto felice e duraturo… La forza della tradizione ed il buon senso politico dei suoi governanti ha evitato che Venezia si trasformasse nel governo di una casta ottusa; così, il suo splendore si è perpetuato nel tempo finché qualcuno non venne ad abbattere la sua millenaria Libertà al grido di una Liberté non chiesta e di una Egalité ancor più contraddittoria coi principi sui quali, da sempre, si poggiava il Leone di San Marco (ma questo fa parte di quella “esportazione della democrazia” che costituisce, sin dall’Antichità, un altro tratto vagamente autoritario del fenomeno democratico). Verrebbe da dire, allora, che su un piano storico e teorico la Libertà nel suo significato puro si concilia al meglio proprio con un sistema aristocratico. O con una Costituzione mista come quella del Regno Unito, quel paese nel quale i cittadini – esausti della Repubblica – nel 1660 scongiurarono Carlo II Stuart di accettare la corona. In Inghilterra c’è un re e ci sono i lord: c’è per caso chi dubita che quella non sia la patria delle Libertà? Nella democrazia, infatti, inevitabilmente essa dovrebbe fare i conti con la sua acerrima rivale (l’Eguaglianza) e risultarne giocoforza compressa. La Libertà dei regimi aristocratici e misti, invece, non è una Libertà eguale per tutti, e questo perché in una società di ceti la Legge non è la stessa per tutti. Va modulata in modo diverso a seconda della classe sociale, della categoria professionale, del censo, etc… La Libertà negativa (lo abbiamo dimostrato) è nata in una società strutturata in questo modo. Ma oggi, con la straordinaria affermazione del Principio di Uguaglianza, quel modello politico è divenuto retaggio del passato. Per questo, lasciando da parte la prospettiva storica e teorica, dobbiamo senz’altro dire che il nostro compito è quello di difendere la Libertà dentro il regime vigente ben sapendo che, proprio per quelle contraddizioni sottolineate da Tocqueville, essa è sempre sotto lo scacco delle tendenza egualitaristiche e conformiste. La Democrazia, quindi, può proteggere le Libertà individuali: ma non è detto che lo faccia. Per questa ragione bisogna sempre vigilare, consapevoli che ogni politica volta a realizzare una maggiore giustizia sociale è encomiabile, ma ogni gesto finalizzato a realizzare quel grigio livellamento delle coscienze verso il basso è deleterio! Bisogna gridare a gran voce che abbiamo la libertà di non essere tutti uguali, perché se lo diventassimo la nostra vita perderebbe senso… Le nostre Liberaldemocrazie, dunque, presentano molti aspetti negativi: l’instabilità dei governi, un’opinione pubblica stereotipata, la corruzione dilagante ma, soprattutto, la mortificazione della cultura. Se il livello medio dell’istruzione si alza, infatti, è tuttavia palese che non fioriscono le stesse eccellenze che la società del passato ha offerto all’umanità. E questo perché la mediocrità deprime gli intelletti. Nella Firenze dei Medici operavano contemporaneamente Leonardo da Vinci, Botticelli, Michelangelo, Machiavelli, Raffaello, Poliziano, Vasari, Marsilio Ficino. Oggi dove si può trovare una simile concentrazione di tanto sapere? Nei reality televisivi? Sui giornali scandalistici? Su Facebook? Di queste cose si ciba quotidianamente l’intelligenza media di una società democratica: status symbol e banalità. Lo stesso Principio di Maggioranza, poi, si fonda sul discutibile assunto che “vi sia più cultura e più saggezza in molti uomini riuniti che in uno solo, nel numero più che nella qualità” (Tocqueville). Tuttavia, nel mondo contemporaneo le Democrazie liberali sono l’unica alternativa al più grande dei mali: quello dei Totalitarismi.

  1. COME DECLINARE OGGI L’IDEA LIBERALE

Lo spettro dei Totalitarismi è sempre in agguato. Solo un illuso potrebbe credere che, quel 9 novembre 1989, sia per sempre finito il sogno organicista. L’idea dell’appartenenza ad un tutto che ci precede e ci supera è antica quanto il mondo: ne parlavano i classici. Marx non è stato il primo e non sarà neanche l’ultimo a sognare una società terrena giusta e perfetta: dobbiamo rassegnarci! Il Totalitarismo, nelle sue mille forme cangianti, si scorge in Hobbes e Rousseau; esercita il suo irresistibile fascino sugli amanti del potere assoluto del monarca e sui democratici più intransigenti. Sa abbracciare tutti, Comunisti e Nazisti inclusi, nella sua aspirazione alla palingenesi. Il sogno (…l’incubo!!) non finisce qui. La sete di giustizia terrena, il desiderio di cose alte e altre è connaturato nell’uomo: non sparisce dalla sera alla mattina, non si rassegnerà davanti alla delusione di un esperimento fallito. Nell’animo di ciascuno c’è qualcosa di organicista: dall’amore familiare all’appartenenza alla Chiesa, al Partito, alla Squadra di calcio, alla Patria. Il problema si concretizza quando questo sentimento si vuole applicare a tutti i costi alla Comunità politica. È qui che bisogna cominciare a temere per le Libertà individuali. Il fascino dei Totalitarismi è, dunque, sempre attuale: guai a darlo per sconfitto! È presente soprattutto nei giovani, nella loro naturale voglia di contestare e cambiare un mondo che non gli piace. Ma, per quanto illuminata, nessuna politica potrà mai cambiare la natura umana! Da parte sua, poi, il Liberalismo non è capace di esercitare un eguale fascino sui giovani: sa parlare in maniera meno diretta, ed in fondo le sue battaglie sembrano tanto la difesa di interessi egoistici. Bisogna far capire cos’è la Libertà, e quale sia il suo valore immenso. I tempi storici non aiutano: essa sembra ormai un dato scontato, e si dimentica troppo facilmente che fino a ieri certi diritti non erano ancora così pacifici… D’altra parte l’idea liberale tradizionale sembra in buona parte superata dall’evoluzione dell’ordinamento: non è più concepibile una dicotomia Stato – individuo, ma bisogna riconoscere sempre più il ruolo fondamentale delle “formazioni sociali” (Art.2 Cost.), aggregazioni di cittadini che partecipano alla vita della comunità per realizzare gli scopi più disparati, anche in collaborazione con gli enti pubblici (“sussidiarietà orizzontale”, Art. 118 Cost.). In esse, la persona può esprime la propria personalità ma anche la propria Libertà in modo più forte, perché la sua voce risulta rafforzata. Allo stesso modo, si prospetta sempre più una devoluzione di compiti – prima rientranti tra le competenze pubbliche – a libere associazioni di privati come i comitati di quartiere. L’associazionismo può dunque essere un ritorno ad una società in cui chi ha un interesse non è solo davanti allo Stato, ma si esprime in un gruppo omogeneo e fondamentalmente libero (ricordate le corporazioni di arti e mestieri del Medioevo?). Nulla si inventa di nuovo sotto al sole, tutto si ricicla in chiave più moderna. Il nuovo pluralismo rappresenta una scommessa diversa da quella liberale, che rafforzando gli interessi dei privati può contemporaneamente limitare gli arbitri e le competenze dello Stato. Sempre più accentuato è, d’altra parte, lo stesso pluralismo istituzionale, in base ad un assetto federale di gestione del potere pubblico. Credo che forse l’epoca del Liberalismo politico sia terminata. E, d’altra parte, se lo auspicava lo stesso Benedetto Croce, che del Partito Liberale fu autorevole presidente. Forse questa corrente di pensiero si è, nel tempo, macchiata di troppa ideologizzazione. Forse ha sostenuto acriticamente il libero mercato anche quando esso è stato lo strumento per la nascita di nuovi centri di potere, meno palesi di quello statale ma non meno invasivi. Forse, sposando una linea anticlericale, ha sostenuto misure persino contraddittorie con le sue idee (leggi: eversione dell’asse ecclesiastico, statalizzazione dell’assistenza). Forse, inseguendo Bentham, si è spogliata delle più nobili ascendenze giusnaturalistiche per esaurirsi in un mero culto della forma parlamentale. Forse si è disinteressata dei bisogni degli ultimi, divenendo la voce delle classi agiate e borghesi. Sono le ragioni per cui non posso definirmi un liberale. Ma, nonostante questo, so bene che quell’istanza di Libertà, quell’aspirazione profonda dell’animo umano, resta sempre pulsante: viva ed attuale.

Il Liberalismo può esaurirsi nel tempo. La Libertà no.

Gustavo Adolfo Nobile Mattei

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