Ernst Jünger: per chi vuole ribellarsi

  Vito Varricchio
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<< Passare al bosco>>, questa è la parola d’ordine, che Ernst Jünger, nel Trattato del ribelle, impone a chi vuole abbandonare il gregge e allontanarsi dalla maggioranza.

Ernst Jünger ( 1895-1998) è stato un filosofo e scrittore tedesco, che ha partecipato sia alla prima che alla seconda guerra mondiale, dove fu ufficiale della Werhmacht, durante l’occupazione francese. Le sue teorie riguardo la tecnica ricalcano particolarmente quelle del suo contemporaneo Carl Schmitt; inoltre, collaborò con Martin Heidegger, nella stesura di Oltre la linea.

Il Trattato del Ribelle è una delle sue maggiori opere, dove lo scrittore attacca veementemente la modernità, non solo dal punto di vista politico ma anche dal punto di vista esistenziale.

Il centro dell’opera è la figura del Ribelle, che rappresenta << chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento >>, però egli non si arrende anzi << è deciso a opporre resistenza, il suo intento è di dare battaglia, sia pure disperata >>. Il Ribelle descritto dalla penna di Jünger è un anarchico, che si schiera contro il Leviatano e ha deciso di abbandonare la “nave” per passare al “bosco”. Le due immagini rappresentano perfettamente il modo di vivere dell’uomo moderno, << la nave rappresenta l’essere temporale, il bosco l’essere sovratemporale >>.

La nave rappresenta il progresso scientifico, il movimento, la fiducia nella tecnica, la necessità mentre il bosco dischiude non un sogno idilliaco ma una sfida che solo pochi uomini possono veramente affrontare, una sfida che ricondurrà l’uomo a se stesso e alla libertà. Per meglio descrivere ciò che rappresenta la nave, lo stesso Jünger utilizza il paragone con il Titanic, perché è nel momento in cui affonda la nave inaffondabile che <<l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione , l’automatismo con la catastrofe >>; infatti, secondo Jünger, << tutto il potere tecnico dispiegato oggi altro non è che un effimero bagliore dei tesori dell’essere >>, il quale non è riuscito a sollevare l’uomo dalla paura della morte. Solo attraverso il passaggio al bosco l’uomo riuscirà ad abiurare in sé la paura della morte e solo così sarà realmente libero. Ma non tutti possono passare al bosco, solo il Ribelle è capace di questa esperienza mistica. Il singolo, che decide di attraversare il “meridiano zero” deve essere forte e conoscere dentro di sé cosa sia la libertà, però non in senso formale come le intendono le Costituzioni figlie della borghesia liberale ma in senso sostanziale, come qualcosa che appartiene all’uomo, che fa parte del suo spirito e che il tempo non possa corrompere.

La modernità con le sue << illusioni ottiche >> ha indebolito l’uomo, lo ha intrappolato in meccanismi di autoconservazione senza renderlo consapevole della catastrofe e soprattutto senza liberalo dal timore della morte, cose invece che erano riuscite a fare le Chiese, prima che anche queste diventassero istituzioni. La morte produce nell’uomo paura e timore, che il Leviatano, cioè le nuove forme di potere assoluto, sfrutta per assicurasi il controllo e il potere politico attraverso il terrore.

Secondo lo scrittore tedesco, il modo migliore per esorcizzare la paura della morte consiste nel passaggio al bosco, << passare al bosco, quindi vuol dire innanzi tutto andare verso la morte>>, << il bosco come rifugio della vita >>. Una volta entrato nel bosco, il Ribelle dovrà appoggiarsi sempre a una guida spirituale, sia essa un eroe mitico, un vincitore un esempio da seguire, che lo sorreggerà nel suo pericolosissimo viaggio dove << il nulla vuole accertarsi che l’uomo sia in grado di reggere la prova, vuole sondare se in lui vivono elementi che mai il tempo potrà distruggere >>. Ma la sua guida spirituale dovrà svolgere solo una funzione di guida interiore, perché, in fondo, nel bosco il Ribelle sarà solo. La solitudine è l’elemento caratteristico del viaggio mistico nel bosco, proprio per scontrarsi con la realtà sociale anche del nostro tempo, dove << fiorisce rigoglioso il culto della comunità >>. È proprio “il culto della comunità” che spinge Jünger ad attaccare le forme di omologazione e difende a spada tratta nelle prime pagine del libro il diritto di dire di “no”.

La società, cioè il luogo dove si svolgono realmente i rapporti umani, i rapporti intersoggettivi, sembra sempre più paragonabile a un gregge di pecore, un unico organismo, che annienta le individualità o meglio le originalità. Ancora oggi, l’uomo si trova a dover scegliere tra il “gregge” e la libertà, intesa non solo come garanzia, da poter difendere davanti a un giudice terzo ed imparziale ma come un vero e proprio modo di essere.

Jünger ha colto nelle pagine del Trattato del Ribelle quel senso di disorientamento e di incertezza, che hanno creato il consumismo, i mass media e la routine, in determinati spiriti che non intendono vivere <<adagiate nell’alveo delle strutture collettive >>, ha saputo indicare nelle mancanze delle Chiese quel vuoto spirituale, che impone al Ribelle il passaggio al bosco per assetarsi alla fonte dell’essere e l’importanza di una libertà fondamentale, quella di dire di no.

Vito Varricchio