Il prezzo della speranza: cercare lavoro costa ancora troppo!!!

  La Redazione
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Giovani diplomati e laureati in cerca di prima occupazione hanno un gravissimo problema: il costo elevatissimo da sostenere per partecipare a concorsi e/o colloqui per assunzione. Costo ancora più odioso se si confronta con una serie di sconti e benefici di varia natura economica riservata ai deputati di vario ordine e grado ( deputati alle regioni, deputati alle camere, deputati al Parlamento europeo e consiglieri comunali!). Tutto ciò, ovviamente, a totale carico della collettività.

    Procediamo con ordine. Immaginiamo che un giovane aspirante ad un lavoro – ovviamente munito di computer, stampante, carta e inchiostro e abilitato ad una forma di collegamento in internet – debba effettuare le seguenti procedure:

1.      acquistare una pubblicazione di annunci-offerte di impiego, costo medio = 3 euro.

2.      effettuare  una o più  telefonate o e-mail di riscontro; c.m.= 1euro .

3.      redigere curriculum, autocertificazione, domanda e inviare via Poste ( raccomandata con ricevuta di ritorno); c.m.= 5 euro

4.      compilare e pagare, in caso di concorso pubblico, un bollettino di tassa di partecipazione ed inviare varia documentazione; c.m.= 15 euro.

5.      recarsi, il giorno del colloquio o del concorso, ad una distanza media di 250 chilometri dalla sua abituale residenza con spese di pernottamento, viaggio a/r, pasti e spostamenti metropolitani; c.m.= 150 euro per ogni giornata.

Bene, anzi male! Come risulta evidente il costo medio per un colloquio si aggira intorno ai 174 euro. Ma non finisce qui. Ipotizziamo che il giovane disoccupato-medio effettui, come minimo, 20 tentativi per ogni anno,  allora il costo lievita a 3480 euro. Infine, questo ultimo dato va moltiplicato, almeno, per 3; cioè per gli anni indicati dalle statistiche ufficiali necessari per ottenere una prima occupazione a tempo indeterminato. Allora il costo finale risulta di 10440 euro. E’ utile ricordare che questa cifra, ovviamente, grava sul bilancio familiare e non gode di alcuna misura di detrazione fiscale.

   Questi dati, già drammatici, diventano scandalosi e vergognosi per un Paese che ha abolito i privilegi di tipo feudale, se raffrontati con le agevolazioni tariffarie, i benefici di varia natura ed i doni di cui godono, a spese della collettività, i nostri rappresentanti – democraticamente eletti – nelle varie assemblee istituzionali: dal piccolo comune al consesso europeo.

    Alcuni dati, riportati di seguito, evidenzieranno meglio la invereconda disparità di trattamento. Esemplare ed esaustivo, in proposito, l’elenco degli scandalosi privilegi a favore dei potenti in un articolo-denuncia di Gualtiero Vecellio. Il testo per la sua chiarezza si riporta integralmente di seguito:

    << Bisognerà cominciare davvero a raccoglierli e a metterli insieme tutti questi piccoli e grandi episodi di malcostume politico. Per esempio, è noto che nella scorsa legislatura la Camera dei deputati ha fornito in uso a ciascun deputato un computer di ultima generazione, gratuitamente. E va bene: dotiamoli pure, i nostri parlamentari degli strumenti tecnologici più avanzati, per consentire loro di poter meglio lavorare. Meno noto, però, che alla scadenza della legislatura si sono posti il problema: i PC sono di proprietà della Camera; che si fa, se ne chiede la restituzione? Non era il caso, non era né fine né elegante. Allora? Il deputato che voleva “riscattare” il PC poteva farlo, versando in cambio un piccolo obolo: cinque euro. Si ammetterà che l’offerta era davvero vantaggiosa (per i deputati); che infatti ne hanno approfittato, e senza distinzione di schieramento, maggioranza e opposizione per una volta uniti. Si apprende poi che uno degli “inventori” di questa soluzione, Francesco Colucci di Forza Italia, decano dei deputati questori, di computer se ne era fatti installare 21: 105 euro in tutto. Poi dici che uno s’incazza.

     Uno si incazza ancora di più quando sfoglia l’ultimo numero dell’ “Espresso”. Il titolo è già un programma: “L’Italia dei privilegi. Parlamentari,manager, magistrati, religiosi, dipendenti statali. Tra bonus, tessere, auto blu, super-pensioni ecco la giungla dei mille benefit”. Ci si vuole incazzare per bene? Ecco qua, un parlamentare, per esempio: indennità lorda per dodici mesi: 11.190,59 di euro. Indennità netta 5.419,46 di euro. Diaria (ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle sedute con votazione): 4.003,11 di euro. Rimborso spese per (così viene rubricata) “rapporto con gli elettori”: 4.190.00. C’è poi un assegno di fine mandato: 80 per cento dell’importo mensile loro dell’indennità per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a sei mesi. Assegno vitalizio, a 65 anni, riducibili a 60 in base al numero di anni dei mandati tra il 25 e l’80 per cento dell’indennità parlamentare.

    C’è poi la lunga fila dei “perché”, che non hanno perché: perché non pagano un pedaggio autostradale come un comune mortale? Perché non pagano i biglietti del treno? Perché hanno voli nazionali aerei gratuiti? Perché il trasferimento dal luogo di residenza all’aereoporto più vicino e tra Fiumicino e Montecitorio, viene rimborsato con 3.323,70 euro? Perché hanno un rimborso annuale per viaggi all’estero per studio o attività connesse a quella parlamentare, di 3.100 euro? Perché hanno un rimborso per spese telefoniche di 3.096,74 euro? Lasciamo perdere l’assistenza sanitaria integrativa; la barberia a prezzi scontati; la bouvette a prezzi scontati; il ristorante interno alla Camera; gli sconti per l’acquisto di automobili, apparecchi telefonici o altro; il libero ingresso nei cinema e nei teatri; perché un deputato o un senatore, anche se ha fatto una sola legislatura, matura il diritto a una pensione straordinaria, un vitalizio che matura a 65 anni, ma scende a 60 se le legislature aumentano, come se si trattasse di un lavoratore usurato?

    Però non si pensi e non si creda che siano solo deputati e senatori a beneficiare di privilegi senza perché. Alle regioni, i consiglieri non si fanno mancare neppure loro. E anzi, forse si trattano perfino meglio.

    Sempre della serie “perché” senza perché, e per incazzarsi fino in fondo. C’è una ragione per la quale dal 1929 i cinque milioni di metri cubi d’acqua consumati dalle eminenze del Vaticano sono pagati dall’Italia? Perché Città del Vaticano si allaccia all’ACEA, ma non paga le bollette? Perché vengono versati 50 milioni di euro per l’Università Campus Bio-Medico, “opera apostolica della Prematura dell’Opus Dei”? Perché l’istituto di studi politici San Pio V, viene finanziato annualmente con 1,5 milioni di euro? Dello scandalo dell’esenzione del pagamento ICI degli immobili vaticani anche quando non sono luoghi di culto, ma destinato ad uso commerciale, si sa. Forse meno che da tre anni è operativa una norma che finanzia gli oratori: lo Stato italiano ne riconosce la funzione educativa e sociale, e ne finanzia l’attività. Così accade che la parrocchia dell’Addolorata di Tuglie, vicino Lecce, sia stata beneficiata di un contributo pari a un milione e 180mila euro: per un campo di calcetto, uno di bocce, spogliatoi e servizi annessi. Alla faccia della Costituzione, che espressamente prevede che nessun istituto o scuola privata debba in qualsiasi modo gravare sulle finanze dello Stato, accade che le scuole private (che per la maggior parte sono cattoliche) ricevano sussidi sotto la gesuitica formula del “contributo” per poco meno di 500 milioni di euro. Ecco: poi dici che uno s’incazza! >>.