Socialismo come Libertà. La storia lunga di Gaetano Salvemini

  Gaetano Pecora
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Siamo lieti di Comunicare che tra i vincitori della IX edizione del Premio Giacomo Matteotti, sezione “Saggistica”, figura l’opera

di Gaetano Pecora

“Socialismo come libertà. La storia lunga di Gaetano Salvemini”  http://www.governo.it/Notizie/Presidenza/dettaglio.asp?d=73100

“ E allora?: socialista Salvemini? Senz’altro. E fino all’ultimo. Ma un socialista un po’ particolare (come molti, del resto, di quella generazione): antico e moderno insieme. Un socialista percorso da sensibilità moderna e un moderno che aveva attivo il ricordo dell’antico. Questo fu Salvemini. Noi non sappiamo se il moderno fosse più grande dell’antico. Certo ce lo sentiamo più vicino”. Queste le conclusioni alle quali giunge Gaetano Pecora nella pagina finale del volume Socialismo come libertà. La storia lunga di Gaetano Salvemini. Edito dalla Donzelli Editore, il testo è in distribuzione nelle librerie e nei siti specializzati della rete. Per gentile concessione dell’ autore anticipiamo l’ introduzione al volume.

Introduzione

Tra gli obblighi di un Autore, c’è anche quello di proporre un titolo per il suo saggio che, nei limiti del possibile (e del buon gusto), solleciti il lettore e ne svegli la curiosità. Poi, magari, non appena scoccata, la scintilla dell’interesse si spegne subito; ma intanto il volume è stato “annusato” e non rimane intatto sugli scaffali della libreria. E’ già un risultato. Stando così le cose, debbo subito avvertire che il mio obbligo l’ho onorato soltanto per metà. Non nel titolo: nulla di più freddo, lo so bene, nulla di più anodino, che Socialismo come libertà. L’ho adempiuto nel sottotitolo, invece, dove è scritto: La storia lunga di Gaetano Salvemini.

Ecco, mi piace pensare che quell’aggettivo lì, “lunga” appunto, possa lampeggiare come per dire al lettore: fermati e pensaci! Come c’è da pensare tutte le volte che viene allestita una tesi minoritaria, in contro-tendenza, che proprio per essere “contro” le tendenze dominanti deve fare tutto da sé, senza poter contare in anticipo sul conforto delle opinioni acquisite o sulla benevolenza delle convinzioni diffuse che anzi quella tesi minoritaria ha l’audacia (ma non la temerarietà) di mettere in scompiglio.

La convinzione diffusa a cui ha riluttato la mia storia “lunga” è che il socialismo di Salvemini sia stata cosa effimera, di breve durata; poco più che uno scapricciamento giovanile destinato a cedere alle riflessioni dell’uomo maturo; per cui, abbandonati i primi moti del cuore e caduti gli inganni degli inizi, Salvemini avrebbe svoltato per un’altra strada che avrebbe come diviso in due il percorso della sua vita: prima il socialismo, dunque; poi, smarriti gli estri della giovinezza, qualcosa d’altro (che per alcuni è il liberismo, per altri la democrazia, per altri ancora il radicalismo ecc.). Non credo che sia così. Che sia completamente così. Certo, Salvemini fu tante cose, anche sparigliate e mal maritate tra loro. Ma, appunto, fu tante cose: pure socialista. E socialista di quel socialismo che fino all’ultimo (fino all’ultimo!) conservò attivo il ricordo delle primissime acquisizioni, quando Salvemini derivava per diritta via dagli insegnamenti del riformismo socialdemocratico, e che come ogni socialdemocratico della Seconda Internazionale si teneva stretto a due fondamentali verità: la prima è che la storia degli uomini è governata dalla legge della continuità; sicché il socialismo non sarà, non potrà essere, il conato di una volontà rivoluzionaria, intesa la rivoluzione come l’atto (uno solo) risolutivo e conclusivo che tronca di netto col mondo precedente. Socialismo sì, ma socialismo, come diceva Salvemini, che nasce per accumulo di riforme “dai fianchi” stessi del capitalismo. Il quale capitalismo, giusto l’altro insegnamento “secondointernazionalistico”, non venne tenuto mai per condizione necessaria – ancorché non sufficiente – della moderna democrazia, la quale invece stava lì come uno strumento neutrale, tecnico, che della tecnica aveva tutta l’incolore neutralità e che perciò poteva riuscire buona per qualunque fine, ivi inclusa l’abolizione della proprietà privata. Piacciono? Dispiacciono queste proposizioni? E soprattutto: nell’opera di Salvemini si continuano con la bella felicità della coerenza? O non giunge il momento in cui esse si turbano con verità nate sotto cieli diversi? E quando ciò succede, non è che le nuove verità ricevano una luce dubbia proprio dalle reminiscenze di quegli antichi amori dai quali Salvemini non decampò mai veramente e completamente?

Naturalmente non darò adesso le mie risposte, lasciando che esse si dispieghino con comodo nelle pagine del testo. Anche perché se volessi farlo ora, nel giro stretto di una introduzione, dovrei procedere troppo spedito, quasi alla garibaldina, senza quello studio di chiaroscuri che è sempre necessario per un Autore ricco e frastagliato come Salvemini che ne uscirebbe come calunniato da un riassunto così scheletrico.

Meglio allora restringersi a formularle soltanto quelle domande. Non foss’altro perché dal loro stesso tenore balzerà subito chiaro l’intento di questo libro, che non vuole indulgere a monumentalità celebrative né spandersi in elogi troppo clamorosi. Salvemini, del resto, è personaggio così grande che non necessita né di tacchi né di trampoli per svettare su molti altri autori, e le nostre lodi non aggiungerebbero neppure una fogliolina di più ai suoi allori. Questo è vero in generale. Ma, se è consentito un accenno personale, è ancora più vero per chi fin dalla prima giovinezza si prese di ammirazione per Salvemini, come se con lui avesse scoperto se stesso – il meglio di se stesso, si capisce – quel meglio che poi l’avrebbe fatto arrossire per tutte le debolezze e tutte le mancanze successive.

Insomma, scalate tutte le proporzioni (che sono immense), mi sono trovato con Salvemini nella stessa, identica posizione con la quale lui si trovò con Mazzini. E che riassunse in questo brano – splendido per umana bontà – che ora affido all’attenzione, ma dovrei dire meglio: che ora consegno alla sensibilità del lettore. Eccolo qui:

“io sarò contento di aver contribuito nella misura delle mie forze all’edificio che o prima o poi sorgerà alla memoria di Mazzini – una biografia critica, immune da ciechi entusiasmi o da preconcette avversioni, che non sia né un’agiografia né una demolizione, ma una descrizione e una spiegazione.

Non si può descrivere e spiegare senza prima comprendere. E non si può comprendere senza amare. L’avversione o – peggio ancora – l’indifferenza accecano assai più che l’amore. Io amo la figura morale di Mazzini. Ma quattro generazioni mi dividono da lui. Perciò mi è possibile – io credo – sollevare senza passione la polvere che da un secolo copre la sua azione, e riconoscere freddamente gli errori commessi dal mio eroe. Solamente, dopo avere accertati e definiti questi errori – grandi errori in verità, mi affretto a dirlo – così come un chirurgo fa l’anatomia di un cadavere, mi resterà sempre da spiegare perché, nonostante tanti errori, quell’uomo ispirò con amore e fede tanti altri uomini e donne della sua generazione e continua ad ispirare anche oggi chi è degno di avvicinarsi a lui con animo puro. Se io fossi ostile o indifferente a quell’amore e a quella fede, non vedrei in Mazzini che gli errori, farei l’anatomia del cadavere, e non avrei più nessun problema da risolvere: perché di Mazzini non avrei capito niente.”

Alla fine di una analisi critica, meticolosa, puntigliosa, a volte finanche “tignosa”, confesso che anch’io mi trovo a ripetere tra me e me: nonostante tutto, io Salvemini l’ho capito. Spero di non sbagliarmi.

Gaetano Pecora

  • Valerio Giannellini ·

    La Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini presenterà il libro a Firenze il 12 ottobre

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