Hobsbawm: l’uomo del Secolo Breve

  Vito Varricchio
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Eric John Ernest Hobsbawm nato ad Alessandria d’Egitto, 9 giugno 1917 , è scomparso a Londra,  ottobre 2012. Ernest Hobsbawm  è stato uno dei maggiori storici del XX secolo. Studioso di formazione marxista, Hobsbawm ha dedicato molte delle proprie ricerche alla classe operaia e al proletariato internazionale. Figura di intellettuale antidogmatico, è stato il creatore di geniali definizioni storiche. diventate punto di riferimento non solo per l’elite intellettuale ma anche per il grande pubblico, quali il Secolo breve e il “Lungo XIX secolo“. Il breve scritto che segue vuole essere un modesto contributo alla sua memoria.

Un esploratore del XIX e del XX secolo, ecco cosa è stato Eric Hobsbawn; la sua scrittura è stata avvincente, suggestiva e sorretta da una mole enorme di riferimenti culturali. Hobsbawn nasce ad Alessandria d’Egitto, nel 1917, da una famiglia ebraica di origine austriaca. Successivamente, cresce nella povera Austria del primo dopoguerra. Resta orfano giovanissimo e si trasferisce a Berlino, nel periodo della repubblica di Weimar aderendo al partito comunista. Con l’avvento al potere del partito nazista Hobsbawn si trasferisce a Londra, dove sarà militante nel piccolo e settario partito comunista inglese fino al 1956.

La gran mole dei suoi studi sul movimento operaio è innovativo sin dall’inizio, ponendo al centro la storia sociale e culturale della classe operaia, piuttosto che le sue organizzazioni, indagando sulle primitive forme di rivolta sociale, nelle opere intitolate I ribelli del 1959 e, dieci anni dopo, I banditi. Ovviamente, egli, in quanto marxista, considera il momento in cui stiamo vivendo come una sorta di preistoria, e che solo lo sviluppo industriale può permettere l’affermarsi di un movimento operaio ideologicamente formato e robusto, capace di dar vita a solide organizzazioni sociali. In questa fase, scrive Studi di storia del movimento operaio e poi, Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale; tali saggi testimoniano la finezza delle sue analisi storiche.

Il suo più grande successo è sicuramente The Age of Extremes: the Short Twentieth Century, 1914-1991, che in Italia diventa Il secolo breve. Tale opera rappresenta, senza dubbio, il confronto a tutto tondo dell’autore verso il Novecento, questo ‹‹secolo breve›› che ha condizionato non solo la vita dello storico marxista ma di tutta l’umanità. Il novecento è stato il secolo dove si era obbligati a scegliere, o meglio a schierarsi, era inevitabile prendere parte, era impossibile restare indifferenti.

Durante gli anni venti, la società borghese non riesce a frenare la forza delle masse ridotte in povertà dal primo grande conflitto mondiale, la pace di Versailles viene vissuta come un boccone troppo amaro da ingoiare per gli sconfitti. Questo è lo scenario dove si muovono forze anti-moderne, come il comunismo a sinistra e il nazionalismo a destra. Questi movimenti trasformano l’Europa prima e il mondo intero dopo in una polveriera, così da aggiudicarsi, secondo lo storico, l’appellativo di ‹‹età della catastrofe››. La fine della seconda guerra mondiale, la sconfitta del nazismo in Germania e del fascismo in Italia, comporta la concentrazione dello scontro disegnando una nuova mappa geopolitica. Mentre in Occidente, gli Stati Uniti con il loro modo di produzione capitalistico rappresentano il mondo della libertà e del progresso scientifico, l’Unione Sovietica costituisce il primo stato socialista, che si ispira agli insegnamenti della dottrina politica di stampo marxista-leninista. Tale dicotomia comporta una sorta di equilibrio internazionale, che permette alla classe operaia del mondo occidentale di vedere approvate determinate loro richieste sociale, fa sì che il periodo che va dal 1945 al 1973, anno della crisi petrolifera, possa essere prendere il nome, assai discutibile, di ‹‹età dell’oro››.

In una delle sue ultime interviste rilasciate per L’Espresso, Hobsbawn analizza l’attuale crisi economica sottolineando alcune particolarità, che non vengono, volutamente o meno, messe in luce dai mass-media mondiali o da altri studiosi. Egli evidenzia come, la crisi attuale sia caratterizzata ‹‹da uno spostamento del centro di gravità del pianeta››. Infatti, se i paesi occidentali attraversano la crisi altri paesi, come la Cina, l’India, la Russia e il Brasile, mostrano come ‹‹l’economia mondiale continua crescere››.

Chi ci ha lasciato, insomma, è uno storico, che ha vissuto il suo tempo, cioè il Novecento, fino in fondo, assumendo una posizione, inequivocabile dal punto di vista politico, ma allo stesso tempo, ci ha regalato un’interpretazione del marxismo e del socialismo che possono essere d’aiuto per comprendere il momento di crisi, economica e politica (e forse anche morale), che stiamo vivendo.

Da storico e uomo di scienza, egli dichiara, in una delle sue ultime interviste, una “verità” scomoda: ‹‹Lo storico totalmente obiettivo è un’utopia, è sempre condizionato nei suoi giudizi, sia che riguardino un passato lontano, sia che tocchino un passato più vicino››.

Vito Varricchio

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