Passa dalla democrazia la politica del domani

  Tommaso Manzillo
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Ardua cosa è fare oggi un programma elettorale di fronte al disagio economico che pesa duramente sulle classi lavoratrici e di fronte alla crisi europea, che fa passare in seconda linea ogni altro problema anche importante di politica interna” (A. De Viti De Marco, discorso tenuto in Gallipoli il 14 marzo 1914).

Già, come non dare ragione al marchese che conobbe persino la Grande Crisi del ’29! Noi aggiungiamo al disagio economico anche quello sociale e morale in cui è caduta l’odierna società capitalistica e consumistica, prigioniera di una politica troppo attenta alla prossima campagna elettorale. Quando mancano risorse fresche da destinare ai malati di Sla, alle famiglie, al lavoro e a chi lo ha perduto, nonostante la lotta serrata contro l’evasione fiscale, si sprecano fondi pubblici per sostenere diverse spese irragionevoli e superflue e per finanziare una campagna elettorale di partiti e movimenti che rappresentano sostanzialmente dei cartelli e basta.

Attualmente, l’Italia vive un passaggio delicato della sua storia politica, sociale ed economica: manca un vero e proprio piano industriale di lunga durata (le aziende del Sulcis e l’Ilva di Taranto sono a rischio di chiusura, la FIAT minaccia di uscire dal territorio nativo), condizionando la vita di milioni di famiglie, mentre l’economia si sta trasformando in terziaria del turismo e del commercio, senza un’opportuna dotazione infrastrutturale, con diversi problemi da affrontare e risolvere, che certamente non sono soltanto la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. Stiamo perdendo e scordando tutta la storia dell’industria italiana, muovendoci dentro stretti vincoli di bilancio che non ci permettono di salvare ciò che di sano si può salvaguardare.

Probabilmente a questo Paese, orfano dei protagonisti che fondarono l’Italia Repubblicana, manca una vera e propria idea di politica, perché nessuno osa gettare uno sguardo al domani: gli interessi presenti e personalistici predominano di gran lunga. I fatti di cronaca che hanno riguardato gran parte dell’attuale classe dirigente dimostrano il nostro bisogno di democrazia, che si tramuti in maggior senso di “responsabilità personale” che, nelle parole di C. De Cesare, “è il dogma dei reggimenti liberi; dove codesto principio è falsato, non vi è più libertà, ma privilegio odioso peggiore assai di quello degli antichi Baroni”. È esattamente ciò che è accaduto negli ultimi tempi al panorama politico italiano, causando una forte perdita di credibilità anche internazionale: dove è mancata la responsabilità personale dell’amministratore pubblico sono cresciute diverse forme di privilegio che hanno sfociato in numerose situazioni di corruzione, anche ai più alti livelli istituzionali. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente dotata di una propria dignità e della propria capacità di far fronte agli impegni e alle problematiche, che oggi si caricano del peso di una crisi economica perdurante e soffocante: responsabilità vuol dire proprio “dare la propria parola, essere di parola”.

Abbiamo, sicuramente, ancora bisogno di una politica che ritorni a mettere al centro del dibattito un serio programma orientato alla ricerca e alla innovazione, attraverso un migliore livello di istruzione, che rappresenta la “base del progresso morale e civile della nazione, come sorgente della privata e pubblica ricchezza, e qual principio di ordine e tranquillità”. Questo porta, come conseguenza, maggiore diffusione del senso della giustizia e della legalità in senso lato, fonti indispensabili di credibilità per poter attrarre capitali da investire nel nostro Paese, creando lavoro e sviluppo.

Democrazia e istruzione sono due dei più importanti pilastri di un Paese liberale che vuole cercare la strada per il progresso, come ribadito anche da A. Sen (“La libertà individuale come impegno sociale”), attraverso la promozione delle libertà non solo negative (liberi da), ma soprattutto delle libertà positive (liberi di). Promuovere tutte quelle politiche che assicurino le condizioni per il lavoro vuol dire, per le giovani generazioni, essere ‘liberi di’ formarsi una famiglia, cellula essenziale della società, focolare di bisogni cui l’economia e la politica sono chiamate a dare soddisfacimento. Nessuno può negare il fatto che l’uomo, per sua natura, è portato a cercare sicurezza nel domani, nonostante casi isolati, anche se quel sicuro posto fisso cui ambisce potrà divenire, un giorno, ‘noioso’.

Ci piace chiudere questo contributo con una interessante riflessione di C. De Cesare, che fotografa l’Italia all’indomani della unificazione del 1861, vedendo oggi gli stessi problemi e deficienze culturali. “La decadenza dei popoli incominciò, quando l’autorità principiò a declinare; […] intendiamo parlare dell’autorità dell’ingegno, della dottrina, degli studi, di tutto ciò che fa grande l’uomo in su la terra” e “le riforme più vantaggiose, il decentramento più largo che vi sia, la divisione per così dire incisiva dei poteri pubblici […] sono […] risultati di educazione pubblica, d’istruzione, di dottrine diffuse, di studi seri, di abitudini al lavoro, di disinteresse personale ch’è il fondamento della libertà”. Su questi principi e valori condivisi si dovrebbe fondare la prossima classe dirigente, perché tutti si devono impegnare attivamente nella costruzione di una società migliore, dove anche i giovani devono avere un ruolo da protagonisti.

Riferimenti bibliografici

  • Azzu M., Sulcis, le miniere e la miseria, tratto da “l’Espresso” del 28 agosto 2012;

  • De Cesare C., La politica, l’economia, e la morale dei moderni italiani. Studi, Stabilimento di G. Pellas, Firenze, 1869;

  • De Viti De Marco A., Mezzogiorno e democrazia liberale. Antologia degli scritti, a cura di A. L. Denitto, Palomar, Bari, 2008;

  • Sen A., La libertà individuale come impegno sociale, Edizioni Laterza, 1990;

  • Signore M., Economia del bisogno ed etica del desiderio, Pensa Multimedia, Lecce, 2009.

Tommaso Manzillo