Il tramonto delle idee

  Arnolfo Petri
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Appartengo ad una generazione che ha creduto di cambiare il mondo.

E non è certo un particolare trascurabile che non ci siamo riusciti e siamo finiti per essere travolti, una generazione intera, dalle nostre stesse idee. Spesso, ancora oggi, mi interrogo sul senso di responsabilità che abbiamo avuto, noi di quel periodo, nel generare quella palude senza idee che è questo presente buio. E francamente non riesco ancora ad assolvermi.

Da libero pensatore ho scelto ben presto di osservare il mondo dall’esterno, pur essendoci dentro. Una situazione esistenziale che se da una parte mi da il privilegio di non sentirmi invischiato con certi compromessi, dall’altra consolida quel senso crudele di “estraneità”, intesa alla Camus, come non appartenenza. Una posizione non certo di privilegio, lo riconosco, ma che mi permette di guardare con un certo distacco quel pullulare inconsulto e chiassoso della vita politica attuale, sempre meno ricca di idee e sempre più marcia di apparenze.

Dico questo non per una vanagloria inutile che poco lustro porterebbe ad un artista di “nicchia”, come è considerato il sottoscritto, ma per far comprendere a chi mi legge che ho ben poco da temere da chicchessia e che dell’affarismo più sporco ne ho beneficiato pochissimo. Le mie scelte controtendenza, lo so bene, mi hanno “autoescluso” ben molto presto dalla classe dirigente di questa nazione. Posso vantare di non aver dovuto “svendermi” a questa o quell’altra segreteria di partito e di non aver dovuto frequentare nessun salotto “bene” o radical chic per far vedere i miei spettacoli o pubblicare miei libri. Forse è per questo che sono poco visti o letti…

Insomma mi sono autospinto all’esilio. Un esilio crudele delle idee.

E allora cosa c’entra uno “straniero in terra straniera” a parlare di politica?

Quando mi è stato chiesto di esprimere una mia considerazione sulle prossime consultazione politiche all’inizio ho esitato ed anche parecchio. Sono sincero. Per un figlio delle idee e dei grandi movimenti degli anni Settanta, questa attuale bagarre politica fatta di grida e di chiasso senza approfondimento appare piuttosto incomprensibile. Eppure nonostante tutto non mi lascia insensibile. Ci leggo, in qualche modo, l’espressione più palese ed anche più bieca della crisi profonda che attraversa da almeno due decenni la società moderna. E lo sgomento del libero pensatore dinanzi a questo buio epocale mi riporta a quanto scritto da Flaubert a proposito della figura del grande imperatore Adriano. “ C’è stato un tempo in cui gli dei avevano cessato di esistere e Cristo ancora non si era rivelato. In quel tempo l’uomo si è sentito veramente solo…”

Siamo soli, è vero. Senza gli dei del passato e senza un nuovo cristo. Paradossalmente le ideologie di quarant’anni fa , anche se sbagliate, ci facevano compagnia. Ci indicavano un appiglio. Una prospettiva analitica attraverso cui osservare il mondo. Ora tutto sembra venire meno.

Abbiamo banalizzato tutto, in questi anni, arte e letteratura in testa. La conseguenza logica è stata banalizzare anche le idee e quindi la politica. Non che rimpianga i vecchi politicanti da “prima repubblica”, sia ben chiaro – gli sfasci attuali vengono da lontano- ma dinanzi alla assenza di stile di questi dilettanti allo sbaraglio c’è da inorridire. Da “amante del bello” – esteta nell’essenza dell’arte- posso solo dire che sono davvero brutti e veramente tutti. Senza nessuna esclusione. Quelle bocche digrignate con sottili fili di bava che urlano esagitate in questo o quell’altro talk-show sono solo l’immagine orrenda di quel che resta della politica, ma soprattutto delle coscienze. Una marea di comparse che si affanna ridicolamente per conquistarsi un primo piano, un pianto in diretta, un “Lei non sa chi sono!”. L’apparenza che fagocita i contenuti.

A febbraio andremo a votare. Per cambiare l’Italia, dicono alla tivvù. Basterebbe salvarla, aggiungo io. Soprattutto dalla corruzione, il cancro che ci attanaglia da sempre. E che parte molto da lontano. Da quella disaffezione tutta italiota verso la “cosa pubblica”. Forse è vero che un senso unitario delle coscienze non si è mai creato nonostante i 150 anni di unità.

A febbraio, dicevo, andremo a votare. Il circo mediatico è già partito. Eccoli davanti ai teleschermi. Tutti. Di destra, di sinistra, di centro. Facce vecchie, sigle nuove. Come se le parole avessero ancora un senso. Il problema è che si dovrebbero cambiare le idee. E non solo le denominazioni.

Li ho ascoltati. Non posso fare a meno di farlo. E non posso fare a meno di esserne disgustato. E non solo da qualche vecchio banditore che tenta ancora di irretire qualche milione di sprovveduti dai salotti televisivi delle sue stesse emittenti. Il dramma è che la deriva delle idee è generalizzata. E le responsabilità vanno cercate in noi stessi. Che glielo abbiamo permesso. Noi che ci siamo fatti convincere di un’Italia che non esisteva. Quella dei reality show, dei lustrini e delle tette in bella mostra, di una falsa verità raccontata. Quella che le antenne paraboliche hanno diffuso nell’etere di mezzo mondo, attirando orde di disperati, più disperati degli emigranti di inizio secolo.

Forse si dovrebbe partire da un ridimensionamento di quella tanto sbandierata civiltà del benessere che porta la gente a fare file estenuanti per accaparrarsi un i-phone 5. Simbolo di una massificazione che protegge, fa stare bene, nasconde nella massa. Ma a chi raccontarlo? A chi ci ha convinto che essere uguali ai tanti fa stare bene? Che la “diversità” intesa come unicità o sregolatezza fa paura?

Forse si dovrebbe approdare verso una civiltà delle uguaglianze. E soprattutto recuperare la moralità del vivere la politica. Perché non dimentichiamolo, siamo noi a fare la politica. Ecco cosa mi sarebbe piaciuto sentire. Ed invece…

Il linguaggio mediatico ci bombarda di parole come “spread” e “fiscal cliff”, ma di diseguaglianze sociali ed ingiustizie morali non ne parla nessuno. Nessuno vuol fare davvero piazza pulita della vergogna nazionale che è il clientelismo, la vera piaga di questa nazione. Nessuno denuncia i mille “artifici” necessari per entrare a far parte della classe dirigente di questa nazione. Cicisbei di corte, opportunisti dell’ultima ora, ruffiani del potere. Mai sfiorati dalla meritocrazia. Nessun giornale a denunciarli. Nessuna voce che si leva da questo silenzio colpevole.

La fuga dei cervelli all’estero e la disaffezione per la vita pubblica sono le naturali conseguenze di questo sfacelo. Una Nazione orfana dei suoi uomini e delle sue donne migliori è una nazione destinata a restare dov’è. Nelle paludi dell’affarismo più squallido. E soprattutto nella mediocrità.

Ecco tutto questo avrei voluto sentire e a tutto questo avrei voluto risposta.

A febbraio andremo a votare. Auguri di cuore. Mi sento davvero di farveli.

Arnolfo Petri

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    By: Arnolfo Petri

    Attore, regista, poeta, drammaturgo, Arnolfo Petri muove i suoi primi passi sul finire degli anni Settanta come doppiatore per poi approdare nel 1984 alla regia teatrale.

    Nel 1998 assume la Direzione Artistica del Teatro Il Primo di Napoli e nel 1999 fonda l’Accademia Teatrale PrimoStudio in cui coniuga le sue esperienze formative stanislavskiane con una ricerca interiore creativa. Formula così la tecnica dell’ “Io creativo”.

    Premio Fondi La Pastora per la drammaturgia nel 2006, è stato più volte premiato con la Nike per il teatro come Migliore attore protagonista, nel 2009 per “Madame B” , nel 2010 per “Festa di compleanno” e nel 2012 per la “Migliore Regia” con “Lo Specchio di Adriano”.
    Ha al suo attivo oltre 40 regie teatrali. Ha diretto tra gli altri artisti del calibro di Anna Maria Ackermann, Bianca Sollazzo, Rino Marcelli, Marina Suma in una fortunatissima riedizione di “Yerma” di Federico Garcia Lorca , Miranda Martino ne “Il mare non bagna più Napoli” dagli scritti di Anna Maria Ortese , Sandra Milo e Elio Pandolfi e la pornostar Jessica Rizzo in una trasgressiva versione del “Caligola” di Albert Camus.

    Nel 2003 fonda la Compagnia Arnolfo Petri che attualmente produce e distribuisce i suoi spettacoli.

    Nel 2010 inizia la sua carriera poetica e pubblica dapprima “Graffi del Cuore” e nel 2011 “Sono nato nel 61”. Di prossima uscita gli inediti “Stato di assedio” e “Tu sei la mia carne”.

    La sua poesia è stata definita “senza genere, vicina alla violenza sensuale di Octavio Paz e all’erotica disperazione di Alda Merini”.

    Dal 2011 è Presidente della Giuria del Concorso Nazionale per la drammaturgia nell’ambito del Festival delle Diecilune e dal 2012 membro della Giuria del Concorso “Passione Drammaturgia” organizzato dall’omonimo web magazine.

    Dal 2012 collabora col Web magazine specializzato in teatro “Passione drammaturgia” in veste di critico e saggista.

    Nel 2012 Bel Ami Edizioni, con la prefazione di Franco De Ciuceis, pubblica la sua trilogia sul “Teatro dell’anima” che include “Madame B” (2009), “Camurrìa”(2010) e “Acting Out” (2011).
    Il suo teatro, dai critici definito “Teatro dell’anima”, oscilla sul filo ambiguo di doppie tracce narrative, creando “un gioco speculare tra realtà e immaginazione, un fondo autobiografico che filtra il “femminile” e il “maschile” alla ricerca di sintesi, la diversità come ricchezza inventiva di stati emozionali“.

    Lo spettacolo “Lo specchio di Adriano”, riduzione drammaturgica dello stesso Petri dell’omonimo romanzo di Margherite Yourcenar, premiato nel 2012 con la Nike Per il Teatro per la “Miglior Regia”, è candidato al premio Ubu per il Teatro, intitolato a Franco Quadri.

    Nel 2012 è edito il suo primo romanzo “Camurrìa”, da cui è tratta l’omonima drammaturgia segnalata alla VIII edizione del Premio Nazionale per la Drammaturgia Fersen

    sito personale
    http://arnolfopetri.it/

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