La rivoluzione del nulla

  Arnolfo Petri
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Lo confesso, sono perplesso. Si, perplesso nel vero senso della parola.
Mi capita difficilmente di essere sgomento dinanzi a questioni politiche, lo ammetto. Forse perché da tempo non sono più preda di vecchi sentimentalismi o di inguaribili romanticherie. Ho imparato da un bel po’ a guardare le cose dal lato meno ingannevole, quello del cuore, per affidarmi alla testa.
Eppure, nonostante tutto, lo devo riconoscere sono perplesso.
Il compito di chi si definisce – parolone grosso- “libero pensatore” è quello di osservare la realtà che lo circonda, il presente, nel modo più distaccato possibile e coglierne, se possibile, attraverso eventi anche impercettibili o apparentemente insignificanti, dei segni premonitori che aiutino a leggere o solo intuire una evoluzione storica.
Ed invece… Sono perplesso. E questa fiumana incontenibile di spread, default, terzo e quarto polo, e chi più ne ha più ne metta, che ha invaso da qualche giorno gli schermi televisivi, abituale ricettacolo di televendite, show demenziali, quizzettari di quart’ordine, non serve certo a tranquillizzarmi.
Provo quasi una nostalgia romantica per quel politichese così fasullo eppure roboante da prima e seconda repubblica che quasi quasi divento rosso.
Osservo quelle “solite facce” digrignare i denti, quelle bocche, fino a due giorni prima sorridenti, ora sbavare in modo repellente, quel belletto fasullo stratificato su rughe vecchie mostrare i primi cedimenti in una apoteosi falsa e caciarona di grida, di sorrisi soddisfatti, di mascara grondante dalle ciglia di baldracche mantenute e non posso fare a meno di chiedermi sempre la stessa cosa:
“Ma non dovevamo vederci più?”
Così cantava Battisti quando eravamo ancora in bianco e nero e in piazza si andava per il diritto al salario, l’aborto, il divorzio e non per Balotelli.
Lo sapevo…Basta, basta, basta!! Non voglio ricominciare. Altrimenti mi si accuserà, come spesso accade, di essere nostalgico e potrei rischiare la tanto agognata “rottamazione”. Come se poi bastasse una data di nascita a discriminare sulla qualità delle proposte o delle idee.
No, per carità, state tranquilli! Non tirerò fuori di nuovo le ideologie o il senso di partecipazione, che già mi hanno fatto collocare tra gli “obsoleti” e, prometto, anche, che non proverò a rispolverare il senso di “appartenenza” nazionale tanto caro a Pertini, però lasciatemi almeno essere perplesso. Ci eravamo lasciati, un mese fa, per “cambiare” e ci ritroviamo qui, stessa pagina e stesso giornale, a parlare degli stessi personaggi ed interpreti?
Un sagace imbonitore, da un lato, che con un po’ di IMU, briciole di condoni e sogni “proibiti” di evasione riesce ad accendere il nostro italiota bisogno di “tirare a campare”.
E uno zombie dall’altra, “brutto ma davvero brutto”, reliquia semi-imbalsamata di un passato mai cancellato, grigio da apparati fumosi di partito, triste in volto, incapace di accendere orizzonti e speranze.
Strano popolo gli italiani. Di santi e navigatori, si diceva un tempo. Ma forse anche di evasori. E se non per forza, di masochisti, di certo.
Ma per fortuna ci sono i grillini. I nuovi soli nascenti. Il volto nuovo della politica. Pattuglia variegata di casalinghe, impiegati, piazzisti, uomini e donne qualunque. Nuovi salvatori della patria. Volti sorridenti. Facce distese. Niente rughe. Niente belletto. Né grigi doppiopetto da Soviet supremo né labbra siliconate alla Santanchè.
Lo specchio della nuova politica. Quella della rete. Quella delle istanze della base. Né di destra, né di sinistra, né di centro. Di nessuno. E con nessuno. Mai. Costi quel che costi. Perché schierarsi è out. Non c’è tempo per dibattere o per riflettere. C’è da andare contro. Contro i partiti. Contro il potere, Contro l’Europa. Contro la Merckel. Contro i corrotti. Contro la Destra. Contro la Sinistra. Contro tutto e tutti. Una “nuovelle” Rivoluzione francese in cui nuovi “cittadini”, armati di zainetto e biglietto della metro, provano a ghigliottinare ancora una volta il vecchio potere, non più imparruccato, ma sempre detentore di corruzione, malaffare, potere finanziario.
Sono perplesso. Lo confesso.
E non perché abbia alcuna simpatia per quelle vecchie facce imbalsamate incapaci di alcun rinnovamento e soprattutto di scendere dai piedistalli del potere. Nella mia vita e nella mia carriera sono stato anche io vittima delle lobby e dei salotti del potere, di destra e di sinistra. Ho pagato a caro prezzo e sulla mia pelle il non aver mai voluto acquistare nessuna tessera di sindacato né di partito. Ho visto per anni, gente mediocre, sfilare davanti a me e conquistare ruoli di comando di questa nazione solo perché in possesso di un tesserino o di personale amicizia con quell’onorevole o quell’assessore. Ho avuto da scrivere, di recente, che i posti di comando di sanità, politica e cultura di questa nazione sono occupati attualmente da quei compagni che durante l’ora di educazione civica sfogliavano giornaletti porno nei cessi del liceo.
Avrei quindi molti motivi per festieggiare l’esecuzione sommaria del potere, auspicando, magari, il ripristino della forca o di roghi di piazza, eppure…
Sono perplesso, lo ripeto. Forse perché ogni cambiamento per me impone riflessione. Di recente mi sono trovato, mio malgrado, coinvolto, su un mio blog, in una discussione con un simpatizzante cinquestelle che reagiva con molta veemenza ad una mia critica su alcune esternazioni omofobe di un tale che accusava la sinistra e Vendola di occuparsi solo di matrimoni gay. E alla mia osservazione: «E’ necessario riaprire il confronto democratico, ma quello vero, per far ripartire questa nazione», il grillino, piuttosto indispettito ha replicato: «A che serve la democrazia quando c’è da salvare una Nazione?».
Questo caos mediatico in cui disagio, fame, rabbia, protesta sociale, egoismi, personalismi, regionalismi, intolleranze razziali si mescolano in un minestrone multicolore non mi lascia certo tranquillo. E mi fanno tornare alla mente vecchi ricorsi storici che nessuno dovrebbe mai dimenticare.
Qualche giorno fa ero a Monaco, città che frequento spesso per motivi di lavoro. Ero ad un bar su Odeonplatz, sorseggiando un pessimo caffè, che di italiano aveva solo il colore, quando mi sono sentito, all’improvviso, battere energicamente sulla spalla. Il tempo di girarmi e la mia amica Ilse, che lavora allo Staatsopera, nel suo inconfondibile anglotedesco mi fa: «Tra poco non ti basterà una valigia per pagarti quel caffè». Chiaro riferimento allo scarso potere di acquisto della nostra vecchia lira il cui fantasma qualcuno ha di recente, inopinatamente, riesumato.
I tedeschi spesso sono inopportuni, lo ammetto. Schematici ed estremamente inaffettivi nelle loro valutazioni. Ma efficaci. Di tutto il complesso guazzabuglio che è lo scenario attuale della politica italiana arriva loro solo la “minaccia” che l’amico italiano esca dall’euro. Quanto la Germania abbia interesse a tenerci nella UE, e non certo per motivi filantropici, non è affatto un mistero. Ma invece di maledire Berlino dovremmo interrogarci su chi ha negoziato quel piano di rientro e a che condizioni. E se non avessimo la memoria corta perché siamo arrivati a queste condizioni.
Di slancio me ne sono uscito con una grande risata. Ed anche Ilse. Anche se l’idea di vedere il mio pil riconvertito nei vecchi bigliettoni da centomilalire e rispedito sulle coste assolate dell’Africa settentrionale un po’ mi atterrisce.
Ma il peggio doveva ancora venire. La sera dopo in una chiassosa birreria sulla Theresienstraβe, mentre parlavamo della straordinaria “Tristano e Isotta” a cui avevamo appena assistito, Dieter, il compagno di Ilse, se ne esce col colpo finale. «Lo sai che Hitler ha tenuto proprio qui uno dei suoi ultimi discorsi, nel‘32, prima delle elezioni. Se te lo rileggi bene somiglia un po’ alle cose che dice quel comico laggiù da voi».
Il gelo tutt’intorno. Dieter, compresa la gaffe, se ne è uscito poi con una sonora risata che ha sdrammatizzato la situazione.
Mi rifiuto. Categoricamente. Senza alcun dubbio. Non mi piace nemmeno per un momento vedere accostate, seppure per scherzo, due situazioni così storicamente distanti e senza alcun nesso. E non mi piace nemmeno essere oggetto di battutacce del genere quando me ne vado in giro per il mondo. Non se ne può più di arrivare a Londra e sentirsi sommergere da sblerfetti alla “bunga-buga” o salire su un tram ad Amsterdam e sentire i risolini di due pensionate su “Italia=potere delle puttane”. Anche se sinceramente, dobbiamo ammettere, ce la stiamo mettendo tutta per attirarci il ridicolo addosso.
E non mi riferisco a Grillo. L’idea che un vecchio politicante dopo aver squalificato per quasi ventanni la politica italiana e averci portato sull’orlo della bancarotta riesca a convincere quasi un terzo degli italiani con due o tre barzellette (raccontate anche male) è a dir poco incomprensibile.
L’idea che una Sinistra dopo aver fallito tutto in termini di attenzioni alle esigenze del paese, quello vero, cerchi adesso di racimolare voti per mantenere un potere a dir poco traballante, è addirittura deludente.
In quanto a Grillo… Nessuno vieta ad un ex comico di fare il politico. La politica non è una professione che discende da una investitura medievale. Tutti possono entrare nel Palazzo e dire la loro. Ciò che è vietato, almeno in questo momento storico, è la demagogia. Se Grillo ha qualcosa da dire, lo dica e lo faccia subito. I tempi sono bui. Un orizzonte incerto si prospetta per il nostro paese. E’ l’ora di fare delle scelte. Chiare, concrete, decisive. Al di là dei particolarismi e dei personalismi. Su punti fondamentali come sviluppo, aiuto alle imprese, lotta alla corruzione e ai privilegi, pressione fiscale, legge elettorale.
Sono confuso, lo ammetto. Oltre che perlesso. Ed i segnali che mi arrivano non mi tranquillizzano. Questa spallata al sistema tanto decantata ho paura si trasformi in una “rivoluzione del nulla”. Lo stesso nulla che ci circonda e che fa dello scenario politico attuale un deserto pietrificato senza idee.
Tutti a casa, dice qualcuno. Si, ma per fare cosa?
Elezioni subito, aggiungo io. E lo dico con forza. Perché questa Italia spezzata in tre non produce nulla. Le fabbriche continuano a chiudere. I lavoratori per strada. I giovani disoccupati senza futuro. La rabbia che monta per le piazze. I suicidi di chi ha perso tutto.
Bisogna far presto. Ma presto davvero. Sperando che un nuovo sole presto ci illumini.

Arnolfo Petri

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    By: Arnolfo Petri

    Attore, regista, poeta, drammaturgo, Arnolfo Petri muove i suoi primi passi sul finire degli anni Settanta come doppiatore per poi approdare nel 1984 alla regia teatrale.

    Nel 1998 assume la Direzione Artistica del Teatro Il Primo di Napoli e nel 1999 fonda l’Accademia Teatrale PrimoStudio in cui coniuga le sue esperienze formative stanislavskiane con una ricerca interiore creativa. Formula così la tecnica dell’ “Io creativo”.

    Premio Fondi La Pastora per la drammaturgia nel 2006, è stato più volte premiato con la Nike per il teatro come Migliore attore protagonista, nel 2009 per “Madame B” , nel 2010 per “Festa di compleanno” e nel 2012 per la “Migliore Regia” con “Lo Specchio di Adriano”.
    Ha al suo attivo oltre 40 regie teatrali. Ha diretto tra gli altri artisti del calibro di Anna Maria Ackermann, Bianca Sollazzo, Rino Marcelli, Marina Suma in una fortunatissima riedizione di “Yerma” di Federico Garcia Lorca , Miranda Martino ne “Il mare non bagna più Napoli” dagli scritti di Anna Maria Ortese , Sandra Milo e Elio Pandolfi e la pornostar Jessica Rizzo in una trasgressiva versione del “Caligola” di Albert Camus.

    Nel 2003 fonda la Compagnia Arnolfo Petri che attualmente produce e distribuisce i suoi spettacoli.

    Nel 2010 inizia la sua carriera poetica e pubblica dapprima “Graffi del Cuore” e nel 2011 “Sono nato nel 61”. Di prossima uscita gli inediti “Stato di assedio” e “Tu sei la mia carne”.

    La sua poesia è stata definita “senza genere, vicina alla violenza sensuale di Octavio Paz e all’erotica disperazione di Alda Merini”.

    Dal 2011 è Presidente della Giuria del Concorso Nazionale per la drammaturgia nell’ambito del Festival delle Diecilune e dal 2012 membro della Giuria del Concorso “Passione Drammaturgia” organizzato dall’omonimo web magazine.

    Dal 2012 collabora col Web magazine specializzato in teatro “Passione drammaturgia” in veste di critico e saggista.

    Nel 2012 Bel Ami Edizioni, con la prefazione di Franco De Ciuceis, pubblica la sua trilogia sul “Teatro dell’anima” che include “Madame B” (2009), “Camurrìa”(2010) e “Acting Out” (2011).
    Il suo teatro, dai critici definito “Teatro dell’anima”, oscilla sul filo ambiguo di doppie tracce narrative, creando “un gioco speculare tra realtà e immaginazione, un fondo autobiografico che filtra il “femminile” e il “maschile” alla ricerca di sintesi, la diversità come ricchezza inventiva di stati emozionali“.

    Lo spettacolo “Lo specchio di Adriano”, riduzione drammaturgica dello stesso Petri dell’omonimo romanzo di Margherite Yourcenar, premiato nel 2012 con la Nike Per il Teatro per la “Miglior Regia”, è candidato al premio Ubu per il Teatro, intitolato a Franco Quadri.

    Nel 2012 è edito il suo primo romanzo “Camurrìa”, da cui è tratta l’omonima drammaturgia segnalata alla VIII edizione del Premio Nazionale per la Drammaturgia Fersen

    sito personale
    http://arnolfopetri.it/

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