Decrescita e comunitarismo le nuove sfide al Capitalismo

  Georges Jacques Danton
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Luciano Gallino nel suo testo “ l’impresa irresponsabile” rilevava le “pulsioni autodistruttive” presenti nel sistema economico capitalista. Autodistruzione nella quale il Capitale non è sprofondato in un baratro senza ritorno poiché salvato dai suoi nemici. Negli ultimi cinquanta anni, infatti, esso è stato costretto a scendere a compromessi con i suoi avversari a prezzo di dure lotte, volte a costruire il patto socialdemocratico e umanizzare così il sistema economico fondato sul capitale e la sua accumulazione. La “crisi” economica contemporanea, frutto dell’implosione del comunismo reale e della conseguente rottura in Occidente del patto socialdemocratico tra capitale e lavoro, squarcia il velo di” Maya” del capitalismo, togliendogli la sua bella maschera che lo rendeva presentabile e ponendo tutti noi di fronte alla vera natura del sistema economico in cui e di cui viviamo. A nostro modesto avviso, di conseguenza, la crisi economica che sta colpendo l’Occidente non è da ascrivere alla patologia del sistema economico bensì alla sua fisiologia.
 Il capitalismo, infatti, lasciato a se stesso e abbandonato alla sua spontaneità, alla sua intima “ratio”, tende per sua logica interna a produrre la cosiddetta “società a clessidra”, quella collettività in cui nella sua parte alta si accumula tutta la ricchezza prodotta.
 Come si evince appunto dalla sua etimologia, infatti, il capitalismo è un tipo di sistema economico sbilanciato tutto a favore del Capitale, e, dunque, i capitalisti, a seguir la logica, non devono fare altro che aumentarlo a proprio vantaggio.
Cosa altro hanno fatto, in pratica, se non aumentare la quota di Capitale loro spettante, i vari George Soros e tutti gli speculatori che da anni rimbalzano agli onori delle cronache giornalistiche?
Le domande che ci si pongono a questo punto sono le seguenti: fin quando può reggere un sistema dove la forbice sociale è così sbilanciata a favore delle classi ricche?
La domanda non è nuova. Ne Le Leggi Platone scriveva: “se uno stato vuole evitare […] la disintegrazione civile […], non bisogna permettere alla povertà e alla ricchezza estreme di svilupparsi in alcuna parte del corpo civile, perché ciò conduce al disastro. Il legislatore, perciò, deve stabilire ora quale sono i limiti accettabili della ricchezza e della povertà”. Quindi: quali insegnamenti trarre dall’odierna crisi economica?
 A nostro modestissimo parere si rilevano almeno due lezioni: la smentita della “favola delle api” di Mendeville e la sconfessione della “mano invisibile” dei teorici liberali.
 Illustriamole in estrema sintesi:
1)    La favola di Mendeville, con buona pace dei liberali, resterà, purtroppo per loro, solo una favola! I vizi privati -lèggi private ruberie -, infatti, non si sono miracolosamente trasformati in virtù pubbliche e gli egoismi dei singoli non hanno contribuito al bene collettivo. La “deregolamentazione” dell’economia avviata negli anni ottanta, dimostra, al contrario, che l’economia lasciata a se stessa genera l’arricchimento di pochi e l’impoverimento di tutti. In breve: l’interesse privato dei capitalisti-banchieri non produce alcuna ricchezza bensì solo povertà generalizzata.
2)     L’attuale crisi è la smentita definitiva della miracolosa ” mano invisibile” propagandate -via mass media mondiali- dai “guru” del liberalismo economico, la quale avrebbe dovuto magicamente autoregolare il sistema capitalista e consentirgli, in tal modo, di superare anche questa crisi. Crisi che, a loro dire, rientra tra le ciclicità del sistema. Beh! Ci vuole una bella faccia tosta per continuare a sostenere una tale fesseria!
 Dopo che, i soliti “liberaloni con la tuba” ci hanno rotto i timpani sbraitando dalle loro trombe chelo “Stato nuoce al mercato autoregolato”, e dopo che quello stesso “Stato”, sempre da loro considerato una iattura, ha iniettato nel sistema economico la più grande somma di denaro mai vista nella storia dell’Occidente  e, tutto ciò, oltre a salvare il sistema dal collasso è servito a coprire le ruberie e i buchi di bilancio bancari creati da avidi “operatori” economici, non vedo come si possa continuare impunemente a sostenere tesi di tal fatta!
A questo punto, non ci resta che seppellire questo “mantra” ammuffito in qualche isolato cimitero dell’Occidente e consigliare a questi “esperti” di economia, magari della scuola monetarista, di farsi curare da bravi psichiatri! O sono pazzi o fanno finta di non capire!
Urge a questo punto una domanda: perché tali economisti non riescono mai a prevedere una crisi? Beh! È facile a dirsi. Essi partono dall’analisi secondo cui il soggetto sociale su cui si regge l’intero sistema sia il cosiddetto “Homo oeconomicus”, che, a dir la verità, non lo si è mai incontrato per strada e parrebbe non esistere nella realtà! La teoria economia dominante, infatti, sostiene che le azioni dell’uomo essendo razionali sono anche matematicamente calcolabili. Ma tutto ciò, come è ovvio, invola le scienze economiche nelle belle forme della matematica ma le allontana completamente dal sudore e dalle lacrime di chi lavora.
 In breve: la crescita infinita è possibile in matematica ma è impossibile nella realtà! Dimostratemi il contrario! Il concetto d’infinito esiste in matematica ma non può abitare la casa dell’economia. Salvo che non si consideri un altro aspetto della natura umana, e precisamente quello icasticamente cristallizzato nelle parole di Albert Einstein quando scrisse “ci sono soltanto due cose infinite, l’universo e la stupidità umana, e per quanto riguarda il primo non sono sicuro”. Non vorremmo considerare degli stupidi i teorici della crescita economica infinita ma, a dir la verità, non ne siamo più così sicuri! I nostri modesti tormenti nascono dal fatto che quel “moloch” chiamato capitalismo per vivere abbisogna di foraggiarsi  di energia in dosi massicce, ma quest’ultima, e qui casca l’asino, è destinata a scarseggiare! Questo  è ciò che ci indica la legge dell’entropia! Oddio che parola sarà mai questa in un articolo “politologico” dove si dovrebbe discorrere di “concorrenza perfetta”, “bilanciamento dei poteri”, “democrazia rappresentativa”, “legittimità” ecc. e invece, ecco qui tratteggiare un termine, un concetto, di quelli che ci fanno sembrare importanti e per di più di un’altra disciplina: la fisica! Ci scusiamo per il presunto “fuori pista” e ci spieghiamo. Il pianeta terra fa parte di un sistema chiuso che non può avere apporti energetici esterni e dunque, tutta l’energia bruciata non è reintegrabile. Conseguentemente essa è perduta per sempre. Tutto ciò significa semplicemente che o il sistema di sviluppo cambia rotta o s’inceppa come una macchina rimasta senza carburante! Come scrive, in tal senso, Marco Morosini: “ diversi autori propongono di limitare l’energia usata dall’umanità al valore attuale di 2mila watt di potenza continua pro capite, pari a 1,5 tonnellate di petrolio o 18 mila chilowattora all’anno. Secondo questi studiosi, oltre un certo livello, le perturbazioni alla biosfera provocate dalle trasformazioni energetiche compiute dall’uomo, diventano inaccettabili, a prescindere dalla fonte e dalle tecniche usate” (rivista “Internazionale”, 4-10 novembre 2011, pp.59).
 Eresia! Sembra quasi che stiamo propagandando le tesi dei neo-comunitari ecologisti! Quelle risposte anti-sistema, tanto per capirci, che ballano sulle note dell’ambientalismo, del comunitarismo e della decrescita. In breve: è il paradigma irrazionale dello sviluppo a tutti i costi che si sta mettendo in discussione, e pazienza se noi, piccoli e modesti curiosi, arpionandoci a tale critica finiamo per arrampicarci sulle rocce scoscese, e per questo pericolose, del grillismo, dell’ecologismo di Chatwin e Tolkien, del comunitarismo di Alain de Benoist, della decrescita di Serge Latouche, della filosofia di Vandava Shiva e quella di Ezra Puond. Siamo pronti alla sfida e, infatti, tornando a occuparci della crisi economica che sta investendo l’Occidente a partire dalla machiavellica “realtà effettuale delle cose”, sembra con certezza che essa sia una crisi di sistema e non semplice e passeggera patologia. Le sue cause generatrici quali la finanziarizzazione dei mercati, la concorrenza mondiale sleale, la massiccia riduzione salariale, il calo della domanda interna e la sua ultimissima stimolazione mediante il credito bancario ecc., non lasciano dubbi di sorta, sulla sua sistematicità.
 Dopo la fine del sistema fordista-taylorista, infatti, mediante il quale un aumento dei salari, seppur strappato con le unghie e con i denti, generava un automatico aumento della domanda interna, utile per sostenere i consumi, ed in seguito al fallimento dello sviluppo (soprattutto negli ultimi anni) dovuto alla crescita generata dalla forte domanda di beni di consumo mediante il credito bancario (che talaltro ha ridotto al lastrico milioni di famiglie indebitate), non si vede quale dovrebbe essere, allo stato dei fatti, l’ultima frontiera del Capitale. È giunto al capolinea?
 Non si capisce, a questo punto, quale altra sofisticheria matematica i geni del mercato finanziario s’inventeranno, dopo aver addirittura venduto i nostri debiti sul mercato finanziario (vedi mutui subprime, cartolarizzazioni, titoli tossici e via discorrendo.).
Quale altra truffa dovremmo aspettarci? L’eterno problema del capitalismo, infatti, sarà permanentemente quello di vendere sempre più merci a persone che ora non hanno i mezzi per acquistarle. Come il famoso cane si morde la coda! Parafrasando Norberto Bobbio, si potrebbe senz’altro scrivere un testo dal seguente titolo: “ le promesse non mantenute del capitalismo”! E già sento le critiche da parte dei tromboni della vulgata liberal-capitalista che suoneranno la seguente stonata melodia: chi critica il capitalismo non vive forse della ricchezza da esso prodotta? E poi, i sistemi diversi dal capitalismo non erano sistemi di penuria e totalitari nella loro essenza? Orbene, se queste sono le critiche dei nostri novelli trimalcioni  –utili, a loro dire, a stordire i “dissenzienti” e brevemente sintetizzata nelle precedenti domande-  allora, si consigliano vivamente lor signori, sazi e tronfi, o ad affrettarsi a cambiare strumento o, ancor di più, a cambiare melodia!
E’ reato di “leso liberalismo” evidenziare la difficoltà in cui versa il Capitale, posto che la dottrina liberale è la legittimazione ideologica del sistema dell’accumulazione capitalistica?
La libertà di critica è oppure no il baluardo della cultura liberale?
Veniamo ai fatti. Gli indicatori economici circa la globalizzazione capitalista tracciano un quadro a dir poco fosco, al di la di quello che decantano fino alla noia i santoni della mano invisibile, e cioè che la globalizzazione sarebbe la migliore modalità di allocazione -via mercato autoregolato- di uomini, mezzi e risorse ecc., il capitalismo, infatti, sembra aver compiuto un grande balzo all’indietro, così come scrive Serge Halimi. Esso genera paghe bassissime, condizioni di lavoro ottocentesche (ricordate   “Germinal” di Emilè Zolà?), degrado ambientale, stato sociale occidentale dimissionario, indebitamento pubblico e privato fuori controllo, insomma ci sono tutti i presupposti per una catastrofe annunciata.  E nel bel mezzo di questa tempesta indovinate i moderni oligarchi delle democrazie rappresentative quale parola recitano senza vergognarsi? Sì, proprio così. Avete ben capito. Siamo di nuovo ad Albert Einstein. I tecnici, o meglio i tecnocrati non sanno fare altro che recitare il solito “mantra”: crescita; crescita! Dobbiamo far ripartire l’economia come se essa fosse una macchina lanciata nell’infinito! Oddio ancora l’infinito! Utilizzano il lemma “crescita” in modo definitivo, quasi salvifico! Proviamo a tradurre però questo termine dal gergo “politichese” a quello popolare. Non c’è via di scampo: esso significa tagli alla spesa, sacrifici, lacrime e sangue! Tagli alla scuola, alla sanità, alla difesa, ai sussidi ecc., Tagli che si giustificano poiché gli Stati, a sentir i soliti esperti liberali dell’economia, sarebbero indebitati a tal punto da non riuscire a eseguire nessun investimento. Gli stati sono, infatti, legati alla corda degli “Shyloch” del nostro tempo: i mercati! E dunque: usciremo dalla crisi? Come? Con le solite ricette neo-liberali, quelle “strategie dello shock” descritte da Naomi Klein, che nella crisi ci hanno sprofondato? Oppure occorreranno le condizioni indicate in “Impero” e “Moltitudine” da Micheal Hard e Toni Negri? Laddove le tendenze del capitalismo contemporaneo sono comunque, da loro, considerate “positivamente”, poiché generatrici di nuove liberazioni?
 No, non sembrerebbe questa la strada da seguire poiché è sempre la musica del vecchio barbuto autore del “Manifesto” a suonare nelle note dei due scrittori. Tanto vale tornare all’originale!
O forse bisognerebbe percorrere la vecchia via socialdemocratica? Quella mediante la quale i partiti e movimenti operai, con le loro rivendicazioni, hanno reso il sistema economico più umano? Insomma non scherziamo. La socialdemocrazia ha vinto perché alle sue spalle vi era l’hobbesiana “ombra delle spade” dei paesi comunisti che ricoprivano i due terzi dell’umanità! E allora? Come se ne esce? Si può essere ancora liberali dopo le catastrofi che ci stanno sommergendo di macerie?  Vi può essere una globalizzazione dal basso come quella indicata da Ignazio Ramonet? A nostro avviso il tunnel è senza uscita! Come scriveva il vecchio Marx, che di capitalismo se ne intendeva, “ il capitale avverte ogni limite come un ostacolo”! Dunque, il Capitale rifiuta ogni limite e trasforma tutti i valori in merci, il gestell di cui parlava Heidegger. Così scriveva Mark Twain: “Quando ci ricordiamo di essere tutti pazzi, i misteri svaniscono e la vita diventa comprensibile”. Bene. Tutti aspettano la soluzione. Forse quando avremo capito che siamo tutti pazzi potremmo cominciare a parlarne……
Georges Jacques Danton