L’era della volgarità

  Arnolfo Petri
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Non ho mai amato particolarmente le occasioni pubbliche.

Non so perché, ma mi hanno sempre dato l’idea di rappresentazioni posticce, di “manierismi” eccessivi. Regole e dettami comportamentali di cui, sinceramente, posso far a meno. Per uno che fa della sacralità dell’atto rappresentativo il proprio lavoro è quasi naturale, nella vita, almeno quella privata, cercare l’altro lato della verità, quello meno esteriore.

I miei amici, quindi, sanno molto bene che è quasi inutile invitarmi a “prime”, vernissage, presentazione di libri o altri eventi mondani (inclusi rigorosamente matrimoni e cresime, ma quelli per altri motivi)  in cui l’”apparire” predomina sull’essere. Ne va addirittura del mio benessere fisico. Non so perché, ma sebbene mi sia sforzato, specie in passato, dopo un pò finisco per stare male. Si comincia con una fastidiosa allergia (che io imputo alla cravatta, indispensabile in queste “rappresentazioni”) fino a rush cutanei che si manifestano attraverso diffusi pruriti, tic ripetuti e parossistici ed una sudorazione a dir poco imbarazzante.

Eppure, qualche settimana fa, nonostante questo quadro da film horror, non ho potuto esimermi dall’intervenire, mio malgrado,lo ammetto, in una nota libreria napoletana, alla presentazione di un volume, di cui praticamente non sapevo nulla.Ebbene si, lo confesso. Non capita spesso che mi “avventuri” in eventi del genere. Di norma sono ben attento a centellinare le mie presenze. Il rischio di “reazioni allergiche” inconsulte è sempre dietro l’angolo. Ci vuole una buona dose di incoscienza ( o un bicchierino in più) per costringermi a  mettere il naso in queste “parate”, spesso di cattivo gusto. Invece quel giorno…

Ero lì solo per “carineria”. Si, proprio così. Nei confronti di un’amica, impegnata in veste di moderatrice. Un caso assai complesso. Sai, quando hai detto troppe volte “no” e alla successiva rischi di diventare scostumato? Bene. Quello era il mio caso. La fatidica “ultima spiaggia” per non rompere una amicizia. Figurarsi la mia sorpresa non appena ho scoperto che il titolo del libro in questione era… nientepopodimenoche: Francesca e il Cavaliere

Ora,chi mi conosce bene credo che stenterebbe a definirmi un “moralista”. La mia vita e  le mie battaglie la dicono lunga su come la penso, su come ho lottato trent’anni fa contro il moralismo ipocrita, quando finanche parlare di orgasmo faceva “specie” ed i “baci gay” in teatro facevano alzare la gente. Ma l’essere tollerante non significa essere coglione. E perdonatemi il lessico non proprio ufficiale. Posso sopportare tutto, ma assistere ad indecenze del genere (non in senso morale, ma concettuale), tra l’altro in una Libreria come La Feltrinelli, che di solito ha la “puzza sotto il naso” sulla qualità degli eventi da presentare, credo sia il colmo per un “pensatore alla deriva”, come di recente mi sento.

Preciso che qui non c’entra il mio antiberlusconismo atavico, che è avversione più morale che politica, né desueti rigurgiti femministi. C’entra semplicemente l’estetica che per me resta un valore.

E poi francamente non capisco cosa ci sia da scrivere su questa vicenda, al di là dei facili e comprensibili scandalismi da gossip che lascerei, però,  alla stampa e televisione specializzata. Il “Sesto potere”, quello della “spazzatura mediatica”. Un mondo variegato e pullulante di cronisti senza scrupoli, di lacrime in piano piano, di fenomeni da baraccone, di faide televisive a colpi di televoto, di conduttori e conduttrici che tra un pannolino e un assorbente ti anestetizzano la mente.

No, non capisco. E non capiscotantomeno che interesse possano avere le gesta di una ex “telecafona col calippo”, per quanto fidanzata di un ex premier, per chi quotidianamente si trova a combattere con cose ben più concrete, tipo lavoro, disoccupazione, crisi di identità.

Ed il bello è che gli editori, quelli dei libri, quelli a cui è affidata la “libera circolazione delle idee” sono colti da “spasmi incontrollabili alla pancia” quando devono puntare su nuovi autori. E le librerie cosiddette “qualificate”, quelle in cui fa tendenza essere “presentati” sono colte da improvvise crisi di stitichezza quando devono aprire le proprie porte ad autori sconosciuti o ad una editoria indipendente. La domanda che ti fanno, anzi l’arcano, è sempre lo stesso. “Ma fa vendere libri questo?”La logica del profitto che invade e infesta, come una lebbra schifosa, persino il campo delle idee.

Lo so che corro il serio rischio che qualcuno mi chiami moralista, ma mi indigna, e non poco, che si possa pensare di proporre tematiche del genere a chi ha visto “travolgere la sua vita” da questa crisi maledetta. A chi vive la sua pelle la sua condizione di esodato. A chi non riesce ad arrivare a fine mese. A chi subisce violenza tra le mura domestiche.

Inutile dire che appena comprese tutte queste cose ho cercato di defilarmi rapidamente tra la folla, ma l’incontro (faccia a faccia, ahimè) con una amica che conosco da anni (maledetta!!!) mi ha impedito la solita tattica del “sorridi e fuggi”, indispensabile in occasioni del genere.

“Brutto segno”, mi sono detto, entrando forzatamente nella saletta adibita alle presentazioni, affollatissima come non mai (manco la Maraini fa tutto sto pubblico a Napoli).

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Tralascerò, rimandando ai lettori più attenti e curiosi, i contenuti e le primizie del libro. Sono certo che il dilagante “sense of kitch” di cui rigurgita la nostra città, e perché no la nostra nazione, sarà ben soddisfatto nelle aspettative da questo excursus sulle gesta dell’ex ragazza di Telecafone.

Ma andiamo con ordine. Il peggio, ripeto, doveva ancora arrivare.

Annaspavo e boccheggiavo sulla sedia, già preda dei miei primi pruriti, quando, non ricordo nemmeno come o perché, si accende una furibonda discussione tra alcuni dei convenuti. Un politico (del centrosinistra? Ormai è così difficile distinguerli), da un lato, e un docente universitario (almeno così definito dalla conduttrice). L’argomento? Il solito. Berlusconi si. Berlusconi no. E giù il solito repertorio becero da salotto televisivo. I volti contratti. Le bocche digrignate. La saliva ai margini delle labbra.

Ero già pronto ad assistere alla consueta degenerazione da ultras, fatta di sberleffi, cori volgari, offese personali quando ad un tratto, evidentemente esasperato dai continui attacchi dell’altro, il docente, oramai paonazzo,si lascia andare alla fatidica frase: «Ce l’avete tutti con lui solo perché gli piacciono le donne».

«Ci siamo», penso tra me, adesso tirerà fuori qualcosa di lurido come quel pretaccio di non so quale paese che per giustificare la sua filippica contro i costumi delle donne che invitavano- a suo dire-  alla violenza, disse ad un cronista «Ma siete tutti froci?».

Ed invece il nostro bravo docente non sa trovare niente di meglio che la solita tiritera fascistoide (oggi si direbbe omofoba) contro Pasolini (Mi chiedo: ma dopo quarant’anni fa ancora paura?), del genere: «Ipocriti! Difendete chi cercava i marchettari e vi scandalizza uno a cui piacciono le donne?»

A quel punto la situazione è degenerata. Le urla diventate parossistiche. La moderatrice inutilmente a sbracciarsi per tentare di tenere calmi i due contendenti. La mia amica, al mio fianco, divertita. Sono certo, conoscendola, che era venuta per questo. Le è sempre piaciuto lo scontro, anche fisico. Un tempo, credo, scrivesse di cronaca nera. Non mi sorprende che sia passata alla cultura. La traversata ormai è breve.

Un uomo si alza dal pubblico e grida all’indirizzo del docente «Venduto». Lui replica pronto «Coglione». Una anziana grida al “comunista” «Lei stia zitto. Silvio non si tocca». E’ un marasma di grida, di voci sconsiderate , di “stronzo di merda”, di “vaffanculo” in un coacervo di epiteti e frasi che colorano di “merda” quello schifoso pomeriggio alla Feltrinelli.

Mi sembra di assistere ad un film di Almodovar. Paradossale, caricaturale, surreale. E mi aspetto da un momento all’altro veder entrare in scena Marisa Paredes o che so Carmen Maura.  Ed invece …

Esco di fretta, piantando la mia amica in mezzo alla bolgia infernale. Non so nemmeno se abbiano dovuto sospendere o se abbiano continuato. Ne ho abbastanza. Ho bisogno d’aria. Lo stomaco in subbuglio. Raggiungo in fretta la villa comunale. L’odore del mare mitiga quel senso crescente di nausea.

Mi siedo su una panchina. Provo a riflettere. Cosa c’è più da riflettere. L’era del volgare è intorno a  noi, ma non riesco a farmene capace.

 

Arnolfo Petri

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    By: Arnolfo Petri

    Attore, regista, poeta, drammaturgo, Arnolfo Petri muove i suoi primi passi sul finire degli anni Settanta come doppiatore per poi approdare nel 1984 alla regia teatrale.

    Nel 1998 assume la Direzione Artistica del Teatro Il Primo di Napoli e nel 1999 fonda l’Accademia Teatrale PrimoStudio in cui coniuga le sue esperienze formative stanislavskiane con una ricerca interiore creativa. Formula così la tecnica dell’ “Io creativo”.

    Premio Fondi La Pastora per la drammaturgia nel 2006, è stato più volte premiato con la Nike per il teatro come Migliore attore protagonista, nel 2009 per “Madame B” , nel 2010 per “Festa di compleanno” e nel 2012 per la “Migliore Regia” con “Lo Specchio di Adriano”.
    Ha al suo attivo oltre 40 regie teatrali. Ha diretto tra gli altri artisti del calibro di Anna Maria Ackermann, Bianca Sollazzo, Rino Marcelli, Marina Suma in una fortunatissima riedizione di “Yerma” di Federico Garcia Lorca , Miranda Martino ne “Il mare non bagna più Napoli” dagli scritti di Anna Maria Ortese , Sandra Milo e Elio Pandolfi e la pornostar Jessica Rizzo in una trasgressiva versione del “Caligola” di Albert Camus.

    Nel 2003 fonda la Compagnia Arnolfo Petri che attualmente produce e distribuisce i suoi spettacoli.

    Nel 2010 inizia la sua carriera poetica e pubblica dapprima “Graffi del Cuore” e nel 2011 “Sono nato nel 61”. Di prossima uscita gli inediti “Stato di assedio” e “Tu sei la mia carne”.

    La sua poesia è stata definita “senza genere, vicina alla violenza sensuale di Octavio Paz e all’erotica disperazione di Alda Merini”.

    Dal 2011 è Presidente della Giuria del Concorso Nazionale per la drammaturgia nell’ambito del Festival delle Diecilune e dal 2012 membro della Giuria del Concorso “Passione Drammaturgia” organizzato dall’omonimo web magazine.

    Dal 2012 collabora col Web magazine specializzato in teatro “Passione drammaturgia” in veste di critico e saggista.

    Nel 2012 Bel Ami Edizioni, con la prefazione di Franco De Ciuceis, pubblica la sua trilogia sul “Teatro dell’anima” che include “Madame B” (2009), “Camurrìa”(2010) e “Acting Out” (2011).
    Il suo teatro, dai critici definito “Teatro dell’anima”, oscilla sul filo ambiguo di doppie tracce narrative, creando “un gioco speculare tra realtà e immaginazione, un fondo autobiografico che filtra il “femminile” e il “maschile” alla ricerca di sintesi, la diversità come ricchezza inventiva di stati emozionali“.

    Lo spettacolo “Lo specchio di Adriano”, riduzione drammaturgica dello stesso Petri dell’omonimo romanzo di Margherite Yourcenar, premiato nel 2012 con la Nike Per il Teatro per la “Miglior Regia”, è candidato al premio Ubu per il Teatro, intitolato a Franco Quadri.

    Nel 2012 è edito il suo primo romanzo “Camurrìa”, da cui è tratta l’omonima drammaturgia segnalata alla VIII edizione del Premio Nazionale per la Drammaturgia Fersen

    sito personale
    http://arnolfopetri.it/

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