Andreotti: le sue fortune dovute anche all’ appoggio del PCI

  Massimo Teodori
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(“Corriere della sera, 8 maggio 2013)
 
Nelle rievocazioni delle variegate sfaccettature della vita di Giulio Andreotti è mancato, oppure è stato sottovalutato, il sostegno che i comunisti gli offrirono dalla metà degli anni ’70 alla fine degli anni ’80 del Novecento. Il miracolo di una vita pubblica così lunga, oltre che nella sperimentata intelligenza del personaggio, va forse ricercato anche nell’appoggio che gli fu offerto dall’opposizione. Si trattò di un nodo rilevante della politica della Repubblica nella stagione cruciale in cui si accentuava la crisi che portò alla fine del vecchio sistema. La storia, certo, non si fa con se, ma è probabile che se il PCI non avesse più o meno apertamente interloquito, il lungo corso pubblico di Andreotti sarebbe stato interrotto molto prima, e non avrebbero avuto rilevanza i controversi episodi giudiziari di Palermo (mafia) e Perugia (Pecorelli).
Il rapporto tra PCI e Andreotti si è andato stringendo verso la metà degli anni ’70 quando i comunisti toccarono il massimo  successo elettorale. Il maggior partito di sinistra guidato da Berlinguer era interessato a chiudere la parentesi del referendum sul divorzio guidato dalla corrente dei diritti civili, a rilanciare la strategia togliattiana del dialogo con i poteri cattolici, e quindi accedere al governo nazionale. Perciò il PCI puntò dapprima sul dialogo con Moro che aveva come risvolto l’intesa tattica con Andreotti, e poi, dopo il rapimento dell’aprile 1978, al patto con il Divo Giulio che sotto diverse forme perdurò per un decennio. Quella politica consociativa accettò così una gestione del potere a mezzadria con la DC di Andreotti che ebbe come conseguenza la chiusura di un occhio di fronte ai metodi non ortodossi del leader democristiano. Oggi perciò non si può dimenticare il filo rosso che legò a lungo i comunisti anche all’Andreotti delle ombre oltre che delle luci: non aprirono bocca su Sindona dal crack del 1974 fino all’assassinio di Ambrosoli nella primavera 1979 per non rompere i rapporti con il “protettore” del bancarottiere; ebbero un atteggiamento al tempo stesso ambiguo e demagogico sulla congrega piduistica di cui profittarono inserendosi nel credito agevolato della banchi di Calvi e nella cogestione del Corriere della Sera e della Rizzoli, allora controllata da Gelli e Ortolani. Ancor più significativa fu la politica dell’emergenza, presupposto alla linea della fermezza nell’affaire Moro di cui il PCI insieme ad Andreotti fu il vero artefice. Né va ignorato che ai primi anni ’80 Berlinguer rifiutò esplicitamente un governo di alternativa alla DC proposto da Craxi, perché la sua speranza era di riallacciare l’intesa con Andreotti. Ancora il 6 ottobre 1984, finita la solidarietà nazionale, l’allora ministro degli esteri veniva salvato alla Camera dalla censura parlamentare e dalle conseguenti dimissioni previste dalla mozione radicale sull’inchiesta Sindona grazie all’astensione dei deputati comunisti. Nello stesso periodo la maggioranza della commissione d’inchiesta P2 si raggruppava intorno alla relazione Anselmi-PCI che presentava il fenomeno piduistico come una cospirazione fascistica promossa da un potere occulto di diramazioni americane contro la DC e il PCI, mentre non veniva mai nominato Andreotti, notoriamente punto di riferimento di gran parte degli ambienti piduisti.
I casi del sostegno comunista ad Andreotti si moltiplicarono fino al tramonto della cosiddetta “prima”Repubblica seguendo una strategia che mischiava un realismo tendente all’incontro con la Dc, e un giacobinismo che considerava tutti gli eventi eversivi e misteriosi provenienti da un unico Grande Complotto. Quell’ atteggiamento perdurò fino a quando vi fu un radicale mutamento di fronte ad Andreotti, ormai carico di molteplici imputazioni, che trasferì malamente sul piano giudiziario – innescato dalla commissione antimafia presieduta da Violante – la lotta contro l’uomo che tante volte era stato salvato sul piano politico.
 
Massimo Teodori