Le politiche del lavoro sulla strada per la crescita

  Tommaso Manzillo
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Il nuovo governo guidato da Enrico Letta ha impostato gran parte della propria politica economica intorno ad un tema fondamentale e caro ad uno dei suoi azionisti: l’IMU sull’abitazione principale. Benché odiata, il gettito complessivo si aggira intorno ai quattro miliardi di euro, per questo vanno analizzati i vantaggi e gli svantaggi della sua abolizione. Certamente, scordiamoci che la ripresa dell’economia e del mercato edilizio vengano soltanto o prevalentemente dall’abolizione dell’IMU, perché sono le banche a detenere il pulsante magico del settore immobiliare. Il taglio dei tassi di interesse e le decisioni assunte dalla BCE, se da un lato sono state risolutive per la moneta comune, messa fortemente in discussione lo scorso anno, come ricorda G. Vegas nell’incontro annuale con il mercato finanziario del 6 maggio, si dimostra solo una boccata di ossigeno per le banche, in quanto i mutui sono agganciati al valore dell’Euribor e agli spread che applicano gli stessi istituti di credito. Le ingenti somme di moneta messe a disposizione dalle banche centrali hanno contribuito a raffreddare le turbolenze finanziarie, stabilizzando i mercati, ma occorrono idonee politiche di governo per rimettere in moto tutti i meccanismi produttivi per lo sviluppo e la crescita, perché, nelle parole di Vegas, “la risposta va trovata agendo direttamente nell’economia reale”. La più immediata soluzione messa in atto dal governo dei tecnici, ossia agire sul lato delle entrate, da un lato ha restituito all’Italia maggiore credibilità sui mercati finanziari e in Europa, ma, dall’altro, ha dato il colpo di grazia ad un’economia già fragile, con un tessuto produttivo di piccole e micro imprese, che hanno creato sviluppo e posti di lavoro fino al recente passato.

Oggi si auspicano politiche di segno opposto, perché non si può vivere di sola austerità. Ma, occorrerebbe spostare l’asse dal taglio dell’IMU alla riduzione del peso fiscale sul lavoro, come invocano in molti, il quale incide pesantemente sulle imprese che vogliono creare sviluppo. Basti considerare che, numeri alla mano, il costo complessivo di un lavoratore dipendente incide sul bilancio della propria azienda per ben tre volte il valore del netto in busta paga, divenendo una vera e propria zavorra per le stesse; e in periodo di crisi è la prima voce che viene rivista e tagliata. La rimodulazione del prelievo fiscale deve partire dalla detassazione del lavoro per famiglie e imprese, soprattutto per i redditi bassi, innescando consumo e ripresa. Il problema principale è il reperimento delle risorse per una politica poco accomodante per un Europa germano centrica. Subito vanno attuate serie iniziative volte al contenimento della spesa pubblica, che non si trasformi in tagli nei servizi e nella loro qualità, quanto piuttosto lotta serrata agli sprechi, perseguimento di una maggiore oculatezza nella spesa, come un buon padre di famiglia gestirebbe il patrimonio comune. Un contenimento serio e una rimodulazione ordinata della spesa pubblica producono i loro effetti, come sappiamo, soltanto dopo un certo lasso temporale, ma sufficiente per rivedere tutta una complessa tassazione sul lavoro al fine di pervenire ad un alleggerimento fiscale generale. “Se la parsimonia nella spesa pubblica e il rispetto delle ragioni dei contribuenti debbono costituire la stella polare dell’azione di ogni governo, il necessario risanamento dei conti pubblici nei Paesi più indebitati dell’Eurozona non può che realizzarsi in un quadro di crescita economica”.

 La crisi economica, che ancora persiste in Europa, potrebbe essere portatrice di forti cambiamenti nei nostri stili di vita, soprattutto perché, per usare le parole di G. Vegas, Presidente della Consob, “con il passare del tempo, la finanza si è tramutata da mezzo in fine e si è sciolto il suo legame con le attività produttive”, riprendendo, forse inconsapevolmente, una delle “Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli”, di G. Palmieri di Martignano. Da queste meditazioni vogliamo vedere all’opera un vero governo liberale, che sia in grado di meglio gestire il bilancio pubblico, con politiche di contenimento dei costi, che possano finanziare i tagli fiscali di cui questo Paese ha veramente bisogno. Altre criticità frenano il nostro percorso di crescita e il perseguimento di un vero stato liberale, come ricorda Vegas, ossia “la lentezza delle giustizia civile, l’eccesso di regolamentazione, i vincoli burocratici, l’insufficiente grado di concorrenza in numerosi mercati strategici frenano l’efficiente dispiegarsi dell’attività economica”. Un governo che metta al centro della sua azione l’uomo, nella sua accezione più ampia, auspicando l’avvento di un nuovo umanesimo, che supplisca e si sostituisca ai fallimenti evidenti dell’homo oeconomicus. L’obiettivo è quello di imboccare la strada della crescita economica duratura, non più precaria, che coinvolga sempre di più un gran numero di individui, attraverso politiche per il lavoro, la società, la cultura e la ricerca scientifica e universitaria, volano indispensabile per creare opportunità di riscatto e di rivincita per il nostro Paese. “Il nostro nemico non è più fuori di noi e dentro gli inafferrabili mercati, ma nelle imprese che chiudono e nel lavoro che manca. Paghiamo il prezzo di errori del passato”. La povertà e la fame aumentano così come le richieste di aiuto e solidarietà, bisogna fare presto e senza indugio gettare le nuova fondamenta per il Paese del futuro, dove i giovani devono essere i veri protagonisti di una cambiamento epocale, autori e maestri di un’Italia di cui dobbiamo veramente ritornare ad essere orgogliosi.

Tommaso Manzillo