Stato e Vaticano – la chiesa tutelata dalla costituzione. Discussione aperta sul concordato

  Massimo Teodori
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(“Corriere della Sera”, 15 giugno 2013)
Sul Concordato fra la Santa Sede e l’Italia, uno dei due documenti insieme al Trattato dei Patti Lateranensi, è stato steso un velo di ambiguo silenzio, sia da parte laica che cattolica. Alberto Melloni nell’articolo su Stato e Chiesa apparso il 10 giugno sul “Corriere”, sottolinea che “Francesco e Napolitano si sono liberati da abiti antiquati” e ”Francesco ha confermato un cambio di rotta” invitando i vescovi italiani a “comportarsi non come titolari di un negoziato di potere”. Tutto ciò dovrebbe comportare anche un mutamento nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano dominati nell’ultimo ventennio prima dal cardinale Ruini, e poi dal cardinale Bertone e dalla Conferenza episcopale italiana. Ma, Melloni, non cita la portata del Concordato se non per sottolineare che “la Costituzione (citata in Concordato) ha fidalizzato vescovi e fedeli imbottiti di clericofascismo alla democrazia repubblicana”.
Eppure il patto concordatario continua ad essere in Italia un’ingombrante palla al piede sia per la religione cattolica che per lo Stato laico, tanto più con il nuovo Papa della Chiesa povera e con la trasformazione della società italiana nella quale i fedeli alla Chiesa ecclesiastica sono ormai divenuti una minoranza. I Patti Lateranensi stipulati nel 1929 dal cardinal Gasparri e Mussolini, chiudevano dopo sessant’anni la “questione romana” apertasi con Porta Pia, assicuravano la pace, per non dire il sostegno della Chiesa ufficiale al regime fascista, e garantivano quella libertà religiosa così precaria nei regimi autoritari. Con la Repubblica, quando non era più necessario salvaguardare la libertà dei cattolici, su pressione di Pio XII tramite il costituente Giuseppe Dossetti, i Patti furono inseriti all’art.7 della Costituzione, anche in considerazione degli orientamenti religiosi della grande maggioranza degli italiani del tempo. Nel 1984, poi, Craxi e cardinal Casaroli firmarono un nuovo accordo che attualizzava il Concordato eliminandone gli anacronismi come l’incipit “In nome della santissima Trinità”.
Se, dunque, si guarda al nuovo Concordato (non al Trattato che opportunamente è sempre lo stesso), ci si accorge della presenza di norme pleonastiche in quanto vi sono garantiti gli stessi diritti enunciati nella Carta repubblicana: “La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”; “la Repubblica riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà della missione pastorale”; “l’esonero dal servizio militare che non esiste più”; “gli edifici aperti al culto che non possono essere requisiti”; “il riconoscimento della personalità giuridica di associazioni ed enti ecclesiastici”; “l’esenzione dai gravami fiscali per enti aventi fini di religione o di culto”; e infine le questioni relative alla “scuola” e al “matrimonio” dopo il divorzio. Il paradosso sta nella patente sovrapposizione di queste norme del Concordato del 1984 con diversi articoli della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzione di religione” (articolo 3); “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” (art.8); Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma” (art.19); e “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative” (art.20). Se le cose stanno così, che bisogno c’è oggi d’una legislazione speciale, modificabile solo con accordi internazionali tra le due parti?
Il Concordato viene considerato un tabù intoccabile per un doppio ordine di ragioni. Perché risponde a una dottrina giuridica che tende a integrare la Chiesa nello Stato attraverso la commistione di valori religiosi con le norme del diritto (come fece notare Benedetto Croce già nel 1929). Infatti le relazioni speciali tra le istituzioni religiose e i poteri statali che sostanziano le intese concordatarie, quando non servono a garantire la libertà di culto in un regime autoritario, rispondono a una visione confessionale dello Stato agli antipodi dello spirito liberale. E soprattutto perché –  una ragione ben presente – sono garantiti privilegi, denaro e potere all’alto mondo ecclesiastico ed al Vaticano a carico dello Stato italiano. Ma se davvero la Chiesa di Francesco è ad una svolta che prende le distanze dalla ricchezza, è arrivato il momento di aprire un dibattito sul senso del Concordato. Una responsabilità che dovrebbero sentire non solo le coscienze più avvertite del mondo cattolico, ma anche quel ceto politico fin qui sordo a una visione laica e liberale dello Stato per ragioni spesso dettate dall’opportunismo e dallo strumentalismo.
Massimo Teodori