Nella Costituzione la rinascita dei partiti

  Antonio Simiele
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I partiti sono in grave crisi, incapaci di garantire un effettivo rapporto con la società o con settori della stessa. La fiducia degli italiani nei loro confronti è precipitata quasi a zero, ma senza partiti non è immaginabile la democrazia rappresentativa. Come pure è impensabile governare bene, concordo con Fabrizio Barca, senza poter contare su un partito radicato sul territorio, specialmente quando ci si propone di cambiare e di corrispondere alle attese del mondo del lavoro e dei più deboli dovendo scontare il contrasto di tanti poteri forti. In un precedente scritto, ho condiviso anche la forma partito proposta da Barca e ho tracciato il percorso che penso si debba seguire per costruire un grande e moderno partito della sinistra. 
Non escludo che, esercitando fantasia e ragione nella ricerca delle condizioni più idonee a favorire aggregazione e partecipazione, si possano individuare altre valide strade. Quello che non deve essere affidato alla fantasia o alla buona volontà, ma dovrebbe essere ben definito, chiaro e valido per tutti, è il complesso di regole che deve guidare la vita democratica interna di ogni singolo partito, questione decisiva per la credibilità della politica.
Ci viene in soccorso la Costituzione Repubblicana che con l’art. 49 , insieme all’art. 18 riguardante la libertà di associazione, regola la nascita e la vita dei partiti politici. Quando essa recita che i partiti concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, si riferisce anche alla loro organizzazione interna che dovrebbe salvaguardare la democraticità e la trasparenza nella nomina delle cariche interne e nella scelta dei candidati alle assemblee elettive.
I costituenti discussero a lungo dell’opportunità di disciplinare nel dettaglio la vita interna dei partiti e decisero di non farlo subito perché ebbero il timore che allora, appena usciti dal fascismo, potesse apparire come una limitazione della loro autonomia. I partiti, in compenso, si dettero regole interne rigorose, certe e rispettate. Negli attuali partiti, invece, salvo qualche eccezione, le regole rimangono scritte sulla carta o sono in balia dell’umore e della cultura del leader-padrone di turno con intuibili deleteri effetti.
Già da qualche tempo, quando il timore manifestato dai costituenti si poteva considerare superato, si sarebbe dovuta fare una legge che recuperasse questa lacuna, imponendo una struttura democratica all’interno dei partiti, affidandone la verifica a un’autorità terza. Non ci sono giustificazioni per rinviare ancora, è possibile farlo in pochi giorni, dipende solo dalla volontà politica.
Si potrebbe, nello stesso modo, disciplinare in forma idonea anche il finanziamento dei partiti, perché sia utilizzato esclusivamente per le attività della politica, misurato alle esigenze reali, con spese documentate e controllate, che è quello che non vogliono quanti detengono il potere reale e possono contare su fonti di finanziamento più corpose e spesso occulte. E’ sorprendente che da sinistra non si alzino voci decise contro la rincorsa a chi è più bravo nel predicare l’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento pubblico: così forse si sta in sintonia con il comune sentire ma non si difendono gli interessi veri di quel popolo che la sinistra dovrebbe rappresentare. So bene che è più comodo seguire l’onda e che io vado controcorrente, ma, se è indubbio che esista il problema del taglio dei costi della politica, sarebbe un errore fatale, per la sinistra e per la democrazia, affrontarlo buttando via il bambino con l’acqua sporca. Quanti giovani del popolo potrebbero dedicarsi alla politica senza stare al servizio di chi può immettere in essa fiumi di soldi? Io dico nessuno, se non per gentile concessione, ancor più ora quando è sempre meno garantito a tutti lo stesso livello scolastico e la Costituzione è disattesa, di fatto, nella sua volontà che i capaci e i meritevoli possano, senza distinzione alcuna, accedere ai più alti gradi dell’istruzione. Insomma, torneremmo indietro, a quando la politica era appannaggio di pochi privilegiati, di solito i più ricchi, e agli altri restava solo la ribellione per rivendicare i propri diritti.
Antonio Simiele