La Repubblica della Tecnica

  Davide Parascandolo
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Accade con la Tecnica quanto è già accaduto con Dio:
si incomincia a rivolgersi al salvatore per esser salvati
e si finisce col volere che sia fatta la sua volontà:
la volontà di Dio, la volontà della Tecnica.[1]
 
 
         La democrazia moderna come tecnocrazia
 
    Le recenti vicissitudini nostrane, vedi governo dei “tecnici” nelle cui sapienti e paterne mani abbiamo gongolato fino a qualche mese orsono, hanno reso evidente l’assoluta predominanza del sapere tecnico, una sorta di rifugio più o meno sicuro e a cui ci si affida dopo che i barbari sono passati con il loro corollario di distruzione e si ha da ricostruire un cumulo di rovine socio-economiche ormai dirute. Dopo di essi, insomma, spazio all’ideale platonico del savio illuminato chiamato a gestire una nave perigliosa alla deriva.
           In un moderno sistema rappresentativo di savi ce ne vogliono un bel po’, vista la complessità del sistema medesimo. Il nostro intento è quello di concentrarci sul delicato rapporto tra politica e tecnica, da cui peraltro scaturiscono serie conseguenze su un ulteriore piano, quello della dottrina democratica, intesa precipuamente come partecipazione attiva del “popolo” alla presa delle decisioni collettive.
           Ebbene, ci permettiamo di esordire affermando senza esitazione che ogni forma di tecnicismo tende ad eludere relazioni basate su processi democratici; il tecnicismo è sapere specialistico, è escludente, mentre la democrazia è la ricerca di un metodo attraverso cui la gestione del potere (e quindi dei mezzi attraverso cui esso si esercita) sia condivisa nella maniera più ampia possibile. La democrazia tende ad essere perciò includente ed inclusiva.
           Ma andiamo per ordine e cerchiamo di vedere come si struttura il rapporto tra tecnica e politica. La gestione manageriale dello Stato non è mai assurta a modello vincente così come lo è oggi, un’epoca nella quale la politica sembra aver ceduto definitivamente lo scettro del potere decisionale a forze esterne, vedendosi frustrata e relegata in un ruolo marginale, un ruolo che la vede ormai come mera esecutrice di ordini finalizzati alla realizzazione di interessi estranei ad essa. Come a dire, la politica è il “picciotto”, ma il boss è un altro.
           Proviamo a dare un nome a questo boss: non è difficile, si chiama potere economico-finanziario. Alla fine, in effetti, chi sono questi tecnici? Sono tecnici essenzialmente economici, managers e altre figure provenienti da quel potere economico-finanziario di cui sopra. Ma attenzione, lungi dal volerci cimentare in una sorta di critica vetero-marxista degli attuali assetti di potere socio-economici, quel che realisticamente vogliamo rilevare è un fatto incontrovertibile: il rovesciamento del rapporto gerarchico tra politica ed economia. Non è più la politica a determinare l’economia, ma è il potere economico-finanziario ad influenzare ormai in modo invasivo le decisioni assunte a livello politico.
           Questa asserzione, resa lampante dai fatti di cui siamo quotidianamente spettatori (aggiungerei passivi) reca inevitabilmente con sé una questione di rilevanza assoluta: siamo giunti ad uno stadio talmente avanzato di tale assetto che non si può fare a meno di indagare con serietà il vincolo che lega inestricabilmente la democrazia moderna con le forme assunte dall’odierno capitalismo finanziario, chiedendoci al contempo se quest’ultimo possa garantire i livelli minimi di partecipazione per poter parlare di un’effettiva presenza di un modello democratico di gestione del potere.
           Il crescente aumento del tecnicismo nella sfera politica appare come un sintomo evidente che i cosiddetti “poteri forti” comandano l’occupazione delle casematte del potere decisionale per orientare le politiche dei vari Paesi assecondando il loro volere e il loro interesse. Appare necessario pertanto prendere atto che vi sono delle dinamiche economico-finanziarie globali contro le quali noi singoli cittadini possiamo ben poco.
           Occorre qui rammentare come il corretto funzionamento di un sistema comunemente definito democratico sia inversamente proporzionale all’estensione statuale su cui esso dovrebbe applicarsi; quando i decisori sono potentati economici globali la situazione si complica inevitabilmente, e la richiesta di partecipazione democratica si esplica attraverso un contenitore vuoto, privo di qualsiasi cogenza sostanziale.
           Sin troppo facile è fare l’esempio dell’Unione Europea, la quale appare più come un’enorme corte dei conti che come un organismo davvero rappresentativo di una reale “essenza” europea, se così possiamo dire. E, a tal proposito, non è un caso che essa sia nata come unione economico-monetaria, piuttosto che politica. L’Europa, così com’è stata costruita, è un gigantesco carrozzone burocratico inviso ad una gran parte di quei cittadini dalla quale dovrebbero essere “democraticamente” rappresentati, un carrozzone che detta solo delle regole, anche piuttosto autarchicamente, senza che i processi decisionali siano ratificati da una seria sanzione popolare.
    Tornando al rapporto tra tecnica, politica ed economia, è interessante notare come oggi giunga a compimento e paia dispiegarsi in tutta le sue potenzialità quella acuta analisi che un intellettuale come James Burnham, nel 1941, con risvolti quasi profetici, costruiva attorno ai mutamenti sociali intervenuti all’indomani del secondo conflitto mondiale.
     La sua è la teoria della “rivoluzione manageriale”, imperniata sulla convinzione che allora ci si stesse muovendo inesorabilmente verso un nuovo assetto di potere.
 
     Al dominio sociale dei feudatari, con i loro vassalli e servi, succede il dominio sociale dell’industriale e del banchiere, con la loro ricchezza monetaria, le loro fabbriche e i loro salariati.[2]
 
     Nella teorizzazione di Burnham non mancano certo inflessioni ideologiche (in diversi passi appaiono evidenti forti reminiscenze anticapitaliste), ma nel complesso la sua riflessione si rivela lungimirante, mettendo in rilievo il potere di quel capitalismo industriale (e dei suoi cocchieri, i managers appunto), il quale solo di recente si è tramutato in capitalismo essenzialmente finanziario. Ed oggi se ne scontano le conseguenze, essendo stato forse questo passo più lungo della gamba.
     Ma chi sono questi managers? La risposta è semplice: sono coloro i quali gestiscono i mezzi di produzione e, insieme ad essi, le modalità di funzionamento dello stesso capitalismo, decidendo quali bisogni far insorgere a livello sociale e garantendone al contempo la soddisfazione attraverso l’allestimento di un efficiente apparato produttivo. Per far ciò, ovviamente, si crea un sistema tale per cui l’intera esistenza individuale viene condizionata in maniera imponente e costretta in questa apparente gabbia dorata.
     Altro punto da tenere bene in considerazione è la differenziazione tra proprietà e controllo. Se, agli albori del capitalismo, il capitalista  era anche una sorta di manager, con l’aumento delle proporzioni delle industrie e con la specializzazione tecnica che ne è seguita, le due figure si sono scisse, con la conseguenza che i managers, grazie al loro sapere specialistico, hanno acquisito una predominanza rispetto ai detentori della proprietà.
 
     V’è un duplice movimento combinato: a causa dei mutamenti nella tecnica della produzione, le funzioni manageriali divengono più distinte, più complesse, più specializzate, più decisive per i risultati di tutto il processo di produzione, così contribuendo a porre in evidenza coloro che le compiono come un gruppo o classe separata nella società; e al tempo stesso coloro che un tempo assolvevano alle funzioni manageriali, quali che esse fossero, cioè la borghesia, si ritirano essi stessi dal management, così che la differenza nelle rispettive funzioni diventa anche una differenza nelle persone che le assolvono.[3]
 
     Un aspetto importante da notare, inoltre, è che la posizione e la funzione assunte da questi managers finiscono per sganciarsi dai rapporti economici e giuridici di tipo capitalistico, per dipendere unicamente, in ultima analisi, dalla natura tecnica del processo della produzione moderna. Il loro potere deriva dal padroneggiare conoscenze tecnico-specialistiche, da cui dipende persino la sopravvivenza dello stesso assetto capitalistico della società e dell’economia. Come a dire che è la tecnica a garantire la prosperità del capitalismo, e coloro che ne posseggono la conoscenza sono in grado di guidarlo e gestirlo più dei capitalisti medesimi. Insomma, nel contesto del moderno capitalismo industriale (e finanziario) i managers diventano essenziali per i capitalisti, acquisendo un potere enorme anche nei loro confronti, non essendo i secondi più in grado di gestire da soli dei processi che, per la loro complessità, richiedono inevitabilmente l’apporto di conoscenze settoriali e specialistiche.
     Burnham parla esplicitamente di “ritiro” della grande borghesia dalla produzione.
 
     I grandi capitalisti, legalmente parlando i principali proprietari degli strumenti di produzione, nella vita reale si sono andati allontanando sempre più da quegli strumenti, che sono la sorgente prima e la base del predominio sociale… La direzione immediata del processo produttivo fu affidata ad altri, i quali, particolarmente con lo sviluppo parallelo dei metodi di produzione di massa, dovettero assumere sempre maggiori prerogative di controllo; per esempio, la prerogativa importantissima di assumere e licenziare dipendenti (che è la radice stessa del «controllo sull’accesso agli strumenti di produzione»), nonché l’organizzazione del processo tecnico della produzione.[4]
 
     Il punto è che la delega porta progressivamente ad un ribaltamento delle gerarchie di potere per cui il servo si emancipa e diventa padrone. Questo accade perché il controllo degli strumenti della produzione è intimamente legato al controllo della società, la quale vive per mezzo di essi; tali strumenti sono la sede del dominio sociale e chi li controlla esercita il potere sulla società stessa.
     Ai fini del nostro discorso, è inoltre estremamente interessante il concetto di “localizzazione della sovranità”, sempre più lontana, a detta di Burnham, dalle aule dei parlamenti. Tutto ciò è oggi particolarmente evidente, essendo precipitati i partiti in una voragine di impotenza che si ripercuote negativamente sul luogo principe della loro attività, il parlamento medesimo. In effetti, molte delle decisioni che in esso continuano ad essere adottate, sono in realtà elaborate altrove, in centri di potere esterni, essendo poi dirottate nelle aule parlamentari per ottenerne una sorta di ratifica formale.
     Burnham identifica questi nuovi centri di potere negli uffici amministrativi, “i corpi sovrani dello Stato «illimitato» della società manageriale.” Questo spostamento del luogo della sovranità non è che il precipitato del mutamento dei rapporti sociali; ricalca cioè il passaggio del potere dai capitalisti ai managers.
     Siffatto processo conduce ad una conseguenza che ci permette di chiudere il cerchio con quanto sin qui affermato: si determina la fusione tra managers d’industria e managers di governo. Essi diventano la stessa cosa e lo Stato medesimo diviene un’azienda gestita da figure essenzialmente tecniche. In questo quadro, pertanto, i politici diventano semplicemente figure decorative e di contorno, semplici marionette manovrate dal potere economico-finanziario.
     Un altro concetto certamente illuminante è quello di “Stato mondiale”, utilizzato da Burnham per designare una sorta di futuro organismo di direzione politico-tecnica a livello planetario. Più realisticamente, noi affermiamo di vedervi una sorta di preconizzazione dell’attuale globalizzazione economico-finanziaria, espressione del dominio di quella società manageriale che rappresenta l’ultimo stadio assunto dal capitalismo. E’ sottinteso, ovviamente, il carattere di potenza di questo supposto Stato, lungi dall’attribuirgli una qualche valenza progressista, intesa come ricerca e perseguimento della pace e della giustizia a livello globale. Un siffatto Stato sarebbe impossibile da gestire per una molteplicità di fattori, tra i quali le differenze di ordine culturale, religioso, etnico, solo per citarne alcune, che renderebbero improponibile l’unità dei popoli del mondo sotto l’egida di un unico potere statuale.
     Eppure, ciò che non riesce alla politica, pare riuscire all’economia, non nel senso di unificare pacificamente i variegati contesti mondiali, ma manipolandoli abilmente attraverso l’estensione globale della sua fitta rete, al fine di accrescere in maniera indeterminata il proprio potere.
    È anche interessante notare come questo potere “planetario” si regga su una nuova ideologia, un’ideologia non più urlata nelle piazze, ma penetrata progressivamente nella mentalità della moderna civiltà industriale: l’ideologia del “produttivismo”. Essa ha veicolato universalmente nozioni come quelle di efficienza, produttività, competitività che, seppur aventi una valenza certamente positiva per taluni aspetti della vita sociale connessi con il progresso e il benessere di tutti, rischiano di diventare dei pericolosi totem ai quali subordinare l’intera propria esistenza, dimenticando che, forse, la vita degli uomini si nutre anche di qualcosa che va oltre questa folle e sfrenata corsa avente come unico scopo l’aumento indeterminato della “produttività”.
 
     In questo quadro si situa anche il contemporaneo culto del lavoro, che porta a considerare lavoro produttivo soltanto quello inserito nello schema, cosicché la stessa attività intellettuale trova riconoscimento soltanto se indirizzata a fornire agli altri qualcosa di consumabile, di usabile.[5]
 
     In un tale contesto, come interpretare l’evoluzione della dottrina democratica?    
 
     Sul finire del nostro ventesimo secolo, governatori delle banche centrali, titolari degli istituti di emissione, cioè i bancocrati per eccellenza, non soltanto sono in prima fila nella determinazione delle politiche economiche delle nazioni socialmente più avanzate, ma sembrano addirittura dettare le condizioni e fissare le regole per la costruzione dell’Europa comunitaria e più in generale per le relazioni internazionali, mentre è ricorrente il richiamo alla globalizzazione finanziaria come fattore cruciale dei processi produttivi e sociali planetari. Talché, se si aggiunge questo aspetto al complesso degli altri elementi che già operano sulla scena pubblica interna e internazionale, più che mai si fa incalzante l’interrogativo: stretta tra banco-crazia, tecno-crazia, buro-crazia, quale sarà la sorte della demo-crazia?[6]
 
     Con questo interrogativo Domenico Fisichella pone una questione cruciale relativamente alla sostanza della democrazia moderna. Pensiamoci bene: nei nostri sistemi la democrazia si risolve semplicemente nelle elezioni. La realtà è che il cosiddetto “altro” potere ha molti più mezzi per esercitare la propria influenza che non attraverso la mera cabina elettorale. Esso è in grado di manipolare e controllare l’informazione e, soprattutto, di mantenere continuativi rapporti con i poteri politici attraverso ramificati gruppi di pressione capaci di influenzare i processi decisionali molto più in profondità di quanto si possa pensare.
     Ora, quando parliamo di potere tecnocratico dobbiamo innanzitutto chiederci di cosa stiamo parlando. Il profilo più oscuro concerne la natura di questo kratos, visto da un lato come mera capacità di influenzare il potere politico attraverso la consulenza tecnica e, dall’altro, come vero e proprio potere alternativo, capace di sostituirsi alla politica. In una tale visione delle cose, i politici sarebbero privati del loro ruolo decisionale dai cosiddetti “esperti”, e le decisioni prese non sarebbero più il frutto del tentativo di trasferire nella realtà un ideale, bensì la conseguenza di precisi calcoli, con l’eliminazione di qualsivoglia discrezionalità. Ciò non vuol dire, naturalmente, che gli esperti non possano sbagliare. D’altro canto, tutta la conoscenza umana è una conoscenza probabilistica, atta a ridurre il rischio, non ad eliminarlo.
     Ma quali sono le origini del potere tecnocratico? Esso deriva dal tentacolare potere dell’economia, fautore della nascita di un nuovo uomo, l’homo oeconomicus. Non si può prescindere da questa enorme rivoluzione socio-antropologica quando si parla di tecnocrazia, una rivoluzione che prende le mosse dalla nascita dell’industrialismo e che ha reso l’economia il cardine su cui ruota l’esistenza di ogni individuo moderno.
 
     L’influenza del manager nel sistema sociale moderno è una «funzione» dell’aumentato rilievo del momento economico.[7]
 
     Tra le grandi trasformazioni economiche che hanno condotto a questo capitalismo tecnocentrico possiamo annoverare la tendenza alla concentrazione della ricchezza, l’espansione macroeconomica dell’impresa, la traslazione dei processi decisionali dal capitalista al manager. E qui torniamo ad un concetto che già abbiamo avuto modo di incontrare: quello della separazione tra proprietà e controllo, fenomeno che determina il definitivo prevalere dell’esercizio della funzione amministrativa e di controllo sulla titolarità del diritto.
     Il manager spodesta il padrone e questa non è una trasformazione da sottovalutare. Essa è il portato di quella trasformazione relativa al rapporto tra uomo e natura che conduce al tramonto una certa borghesia antitecnicista e votata esclusivamente al possesso della natura medesima. Il manager è l’emblema di un nuovo modo di intendere il rapporto suddetto, un rapporto che si esplica in una volontà di trasformazione radicale della natura (attraverso l’industria) e che si basa non più sul concetto di possesso, ma sulla nozione di conoscenza.
     Attenzione però, perché occorre a questo punto istituire una differenziazione tra tecnico e tecnocrate. Il primo è uno specialista del particolare, di settore, è una sorta di ingranaggio del sistema. La figura che a noi interessa maggiormente è la seconda, intesa come il gestore dell’intero processo manageriale. Il manager, appunto, è colui che esercita una polivalenza di funzioni e che possiede una conoscenza generale di tutte le variabili, essendo una sorta di supervisore con enormi poteri. In questo quadro, volendo istituire un parallelismo con il mondo delle istituzioni, potremmo definire il tecnico come un semplice funzionario, mentre il tecnocrate rappresenterebbe un’alta figura dirigenziale.
     Il paragone che abbiamo appena enunciato non è stato scelto a caso; il progressivo ed inesorabile aumento del tecnicismo in politica, in effetti, sta determinando una mutazione genetica per cui la politica medesima è gestita in modo manageriale e, in proporzioni maggiori, lo Stato è interpretato come una grande azienda (sebbene il più delle volte in perdita). Un discorso che riecheggia insistentemente ai nostri giorni è quello che presuppone una sorta di identità tra Stato e azienda, identità che giustificherebbe la prassi della politica affidata ai tecnici. Alla base vi è l’assunto per cui chi sa risanare una grande azienda saprebbe guidare senza problemi anche lo Stato. In realtà, è opportuno rammentare che il tratto distintivo dell’impresa capitalistica è costituito dal rischio, e non dall’ordinaria amministrazione. Ma è quest’ultima, invece, l’elemento centrale nella gestione di uno Stato; in caso contrario, il capitale esposto al rischio non sarebbe quello del singolo imprenditore, ma quello di tutti i cittadini. Per questi motivi, il compito principale dei tecnici alla guida dello Stato dovrebbe puntare alla massima riduzione del rischio collegato alla presa delle decisioni. Lo Stato, insomma, dovrebbe essere gestito attraverso una metodologia che richieda l’eliminazione del rischio dall’amministrazione della cosa pubblica e, pertanto, dovrebbe proporsi di essere qualcosa di ben diverso da un’azienda.
     Tornando al rapporto tra politica ed economia, che ormai il potere delle urne sia stato messo in riga da quello dell’economia e della finanza è fatto risaputo, evidente e neanche troppo recente.
 
     Il presidente della Bundesbank, Tietmeyer, commentò questa inedita situazione, in una delle sue rare dichiarazioni, in modo molto efficace. I governi d’Europa – disse nell’agosto ’98 – hanno finalmente scelto la strada dell’abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli «esperti monetari». È una strada – soggiunse – che privilegia «il permanente plebiscito dei mercati mondiali», rispetto al più ovvio, e incompetente, «plebiscito delle urne».[8]
 
     Questi fantomatici esperti monetari altro non sono che banchieri e grandi istituti di credito, le uniche istituzioni che sembrano avere oggi le carte in regola per dettare le linee della politica europea (quindi nazionale) e mondiale. E fin qui, piaccia o non piaccia, è questione che demandiamo alle preferenze di ognuno. Ma il punto, delicato, riguarda il rapporto tra questi decisori e il funzionamento delle nostre “avanzate” democrazie; questi cosiddetti esperti non hanno alcuna legittimazione elettorale e adottano strategie decisionali dettate unicamente dalle esigenze del capitale finanziario. Di democrazia qui non vi è neanche l’ombra, celata da un guscio procedurale facilmente aggirabile, ma capace di ammansire i più, distratti e lontani dalla politica e dai reali centri del potere, eminentemente oligarchici e distanti dalle sensibilità più autenticamente democratiche.
     Ma allora, se la politica viene delegittimata, dove risiede la legittimazione del potere nella società tecnocratica?
 
     Nella società tecnocratica detentore legittimo del potere è colui che conosce il bene comune e sa applicare esattamente le regole tecniche, mediante le quali è possibile individuare esattamente le procedure atte a conseguirlo. Cioè il cosiddetto competente, colui che possiede appunto la competenza nel campo generale dello sviluppo economico o la competenza specifica nei singoli settori scientifici e tecnici di supporto e applicazione.[9]
 
     Siamo a questo punto catapultati inevitabilmente sul terreno chiave della competenza, il possesso della quale garantisce a coloro che la detengono di influire ormai in maniera determinante nell’agone politico e sulle scelte che in tale sede devono essere adottate. E tutto questo ci riporta al punto di partenza, a quel rapporto tra il dominio della specializzazione tecnica (escludente) e la dottrina democratica (includente) che sembra produrre la finzione democratica del nostro tempo.
     Da tutto ciò discende che solo colui che è “competente” può giudicare della propria posizione di legittimità nei confronti del potere in una società tecnocratica, per cui la cosa pubblica diventa sempre più arcana e impermeabile al giudizio degli “esclusi”.
     In una società tecnocratica il cittadino è chiamato ad un compito che, per la maggior parte degli individui, è quasi impossibile adempiere: avere cioè le competenze tecniche per valutare correttamente il modo tramite cui vengono affrontati argomenti estremamente complessi ed elitari.
     Ciò che si sta palesando, è che i governanti tradizionali vengano mantenuti in sella solo nominalmente, rappresentando in realtà la facciata di un potere invisibile e difficilmente scalzabile: quello dei tecnocrati.
 
     Col procedere del tempo l’esoterismo della scienza potrebbe condurre anche ad una vera e propria criptocrazia non voluta e non desiderata, perché i veri detentori del potere potrebbero non essere quelli posti nelle posizioni istituzionalmente importanti, bensì altri annidati in luoghi apparentemente secondari agli occhi di tutti, ma in realtà di effettive possibilità d’azione. Soltanto i loro colleghi più stretti, altrettanto esperti, potrebbero individuarne e comprenderne l’effettiva potenza, ma è ben pensabile allora la nascita di una spontanea solidarietà tra tutti coloro che avrebbero saputo individuare e scegliere con tanta cura e precisione i posti di comando e controllo effettivo, occultati dietro la migliore delle cortine fumogene: quella costituita dall’incompetenza altrui, cioè dalla impossibilità per gli altri di uscire dalla propria competenza limitata.[10]
 
     Sulla nozione di competenza ruota tutta l’ideologia tecnocratica.
 
     Capisaldi di tale ideologia sono…la concezione della politica come regno dell’incompetenza, della corruzione e del particolarismo, il tema del disinteresse delle masse nei confronti della res publica con la conseguente professionalizzazione del decision-making, la tesi del declino delle ideologie politiche (cioè le altre ideologie o, se si vuole, le ideologie degli altri) e la sostituzione con una sorta di Koiné unificante l’umanità in nome della scienza, della tecnologia e dello sviluppo economico.[11]
 
     Il problema dello iato tra tecnicità e politicità non è da sottovalutare. Il rifiuto della politicità insito nell’ideologia tecnocratica conduce all’ideale del regime tecnocratico, nel quale l’azione sociale è pianificata dal tecnocrate sulla base della competenza. Viceversa, in un regime politico, le coordinate dell’azione sociale sono dettate da opzioni valoriali e solo i mezzi sono selezionati in base alla competenza dello specialista. Questo discorso fa emergere un’importante riflessione sulla natura intrinseca dei fini. Occorre chiarire, infatti, se sia sufficiente la sola competenza allo scopo di identificarli e perseguirli, o se la loro scelta derivi soprattutto dall’opposizione tra differenti opzioni di valore, dettate queste ultime dalle passioni, dalle idealità, dalla metafisica, da tutto ciò insomma che non sia calcolabile e quantificabile attraverso l’ausilio di fredde procedure tecnico-scientifiche.
     Lo scontro cui siamo di fronte è ormai identificabile come scontro tra democrazia e tecnocrazia. Se la prima è la dimensione dove si muove il politico, la seconda è quella in cui comanda il tecnocrate. Ed è quest’ultima che sta attualmente prevalendo. La tecnocrazia è la forma di governo più eminente in cui si esprime in tutta la sua forza il primato dell’economia, tratto distintivo della società industriale. Il primato regolativo della politica arretra di fronte alla rivendicazione regolativa dell’economia, la quale azzera i vecchi limiti imposti dalla politica all’economia medesima. L’anarchia che ne deriva trova le sue cause nel vuoto crescente che riempie di sé l’etica e l’estetica attuali, anch’esse subordinate ai desiderata del riduzionismo economicistico. In effetti, la fine della politica altro non è che la chiusura di quell’arena dove le altre dimensioni citate trovavano la loro composizione.
 
     A ciò si aggiunga , in termini applicativi, un’altra differenza fondamentale. La scelta dei «migliori» in democrazia è affidata al voto… mentre in tutte le realtà ove competenza tecnico-scientifica e professionalità sono preminenti la selezione dei vertici non può che essere primariamente affidata alla cooptazione (ma i pericoli del nepotismo sono in agguato).[12]
 
     Quella della cooptazione è un’ulteriore stortura dell’ipertrofia tecnicista (ovviamente diffusa in maniera abnorme anche nella dimensione politica), il cui idolo, la competenza, non è sempre riverito a dovere. In altre parole, per quel fisiologico istinto di conservazione che ogni organismo si porta dietro dal momento della sua creazione, alla scelta del più adatto per competenza si preferisce spesso il più adatto per ubbidienza, essendo quest’ultimo un requisito fondamentale per non intaccare le basi stesse del dominio tecnocratico.
     Dalla cooptazione ad altri fattori distorcenti il passo è breve. Uno di questi è la corruzione. L’imperiosa ondata di antipolitica (ampiamente giustificata) ha fatto sì che ai cosiddetti tecnici fosse sempre più riconosciuta una statura morale incomparabilmente superiore rispetto a quella dei politici. Ma questo è un peccato di ingenuità; la categoria dei politici in quanto tale non è detto che sia più portata ad essere corrotta rispetto ad altre categorie sociali per una qualche non ben identificata sua maggiore corruttibilità antropologica (semmai, perché è quella che gestisce il potere). È l’uomo in quanto tale ad essere corruttibile, politico o tecnocrate che sia. E se il potere passa dalle mani del primo a quelle del secondo è altamente probabile che anche la casta tecnocratica prima o poi cada in tentazione.
     Senza dubbio, la politica vive una crisi aberrante. L’improvvisazione con cui vengono condotti al giorno d’oggi i processi di selezione porta a dei risultati terrificanti; l’odierna classe politica, per gran parte, è semplicemente e tristemente penosa. Ma questo è uno dei motivi per cui gli altri poteri riescono facilmente ad assoggettare a sé una classe politica analfabeta. Tuttavia, questa presa d’atto della realtà non può giustificare la rinuncia alla politica stessa, ma solo la rinuncia alla cattiva politica e ai suoi (nostri) incompetenti e impresentabili rappresentanti. L’impresa, certo, appare improba, ma non si può pensare di risolvere i problemi della politica con l’eutanasia della medesima. Occorre un lungo, laborioso e faticoso processo, una possente cura ricostituente che irrobustisca questa tisica dimensione e ne rianimi i presupposti valoriali e culturali. Ma, a nostro avviso, è questa l’indispensabile strada da percorrere, non certo l’abbandono a se stessa e a chi ne saprà approfittare di un’arena così centrale per qualsiasi sistema che aspiri a definirsi democratico-rappresentativo.
     Se la politica vorrà giocare ancora un ruolo ed evitare di essere brutalmente fagocitata da una logica meccanicistica, dovrà essere in grado di preservare questo spazio, questa zona franca ancora incorrotta dalla repentina espansione della ferrea razionalità tecnica.
     Il discorso sui fini in realtà non si esaurisce così facilmente perché esso conduce a quello degli interessi. Le ideologie, in fin dei conti, altro non sono che feticci dietro ai quali si nascondono interessi di determinati gruppi sociali. L’ideologia tecnocratica si presenta all’apparenza come neutra, operante al servizio del “bene comune”. Ma dubitiamo, onestamente, che anche la tecnocrazia possa rimanere estranea alla pervasività degli interessi particolari. E il connubio sempre più stretto tra governo dei tecnici e interessi economico-finanziari è la prova lampante di una tale sbandierata falsa verginità. Anche perché nulla osta a che determinate tecnostrutture possano manipolare il piano politico per perseguire interessi particolari, e non vediamo perché si dovrebbe dubitare di ciò.
    Abbiamo poc’anzi parlato di cooptazione non a caso, essendo la “casta” dei tecnocrati al potere interessata al mantenimento del proprio status esclusivista. In questo senso, ogni riferimento alla nozione di meritocrazia rischia di vedere prosciugato il significato positivo del termine, risolvendosi nella cooptazione di coloro che sono meritevoli non solo per le loro competenze, ma anche e soprattutto, come già detto, perché disposti ad appoggiare lo status quo contribuendo a mantenerne e a implementarne il potere.
     I concetti di competenza e cooptazione, sui quali stiamo a lungo dibattendo, escludono la possibilità di realizzare una pura democrazia. Una democrazia propriamente detta appare, infatti, un’utopia non solo per l’enorme estensione dei moderni aggregati statuali che non permetterà mai e poi mai di istituire un processo decisionale di tipo assembleare, ma anche per l’impossibilità “fisiologica” da parte di tutti i cittadini di avere uguali e sufficienti competenze per gestire la cosa pubblica. E questo non è un fatto in sé negativo, è così da sempre e così sarà ancora in futuro. Tuttavia, siamo alle solite: la nozione di competenza conduce di nuovo al concetto di esclusione. Ed è l’organizzazione medesima che produce una tale conseguenza. Insomma, una delle motivazioni principali che determina l’impossibilità di una reale sovranità della masse si riscontra in una nozione quasi banale: quella delle competenze tecnico-funzionali.
     In se stessa, la nostra società “democratico-capitalistica” è un meccanismo assolutamente oligarchico che fa leva su questo tipo di competenze specialistiche detenute da una ristretta cerchia dirigente, e tuttavia è stata capace di assorbire quelle procedure democratiche (di facciata) tali per cui le sue dinamiche più profonde vengono solitamente nascoste da questa cortina pseudo-democratica. La realtà ci dice che, oggi come ieri, è una ristrettissima oligarchia di persone a detenere le chiavi del potere. Il problema degli “altri”, di coloro che subiscono un siffatto stato di cose, è la dispersione (geografica, culturale, razziale e così via). Quest’ultima fa sì che l’enorme preponderanza numerica di coloro che non dispongono di mezzi adeguati per far sentire la propria voce venga totalmente annullata da una cronica debolezza organizzativa determinata dalla totale mancanza di un coordinamento allo scopo di produrre un qualche tipo di risposta. Ciò peraltro è l’espressione di una sorta di legge sociologica per cui, naturalmente, le minoranze sono notoriamente molto più organizzate, strutturate e coese rispetto a maggioranze eterogenee e portatrici di interessi diversificati.
     Gli enormi mutamenti verificatisi negli ultimi decenni devono inoltre indurci a riconsiderare il ruolo stesso dei politici; così come la politica appare inesorabilmente al traino dell’economia e della finanza, di politici “puri” se ne incontrano sempre di meno tra i corridoi e nelle aule dei palazzi del potere.
     Seguendo e superando la celebre analisi weberiana, non sembra neanche più attuale la ben nota formula della politica come vocazione. Essa appare come il residuo di un modo di concepire la sfera della politica ormai al tramonto; al suo posto si fa ormai strada una tipologia di uomo politico “prestato” alla politica medesima allo scopo di proteggere interessi particolari, e non più l’interesse generale, nobile ideale, ma oggi sbandierato come un mero velo retorico. In realtà, delle due sottocategorie in cui Weber divide la politica intesa come professione, una è certamente viva e vegeta, e non è sicuramente quella di chi vive “per” la politica, battendosi per una causa ideale (sono rimasti in pochi); è la sottocategoria del politico che vive “di” politica, facendo di essa la propria fonte di reddito. Troppo spesso, infatti, ormai la professione politica è considerata al pari di un’assicurazione sulla vita, piuttosto che il vettore per la realizzazione di un proprio ideale.
     Siamo oggi di fronte a delle dinamiche per cui la politica non appare più in grado di fungere da reale filtro tra i processi decisionali a livello istituzionale e le istanze rappresentative della società civile. Pertanto, lobbies e gruppi di interesse, non avendo quasi più la possibilità di assicurarsi dei validi referenti in sede istituzionale, provano a scendere in campo direttamente, attraverso propri “emissari”, per giocare la loro partita sul terreno istituzionale senza più filtri di qualche tipo.
     Il degrado inarrestabile della classe parlamentare è figlio diretto di questo stato di cose, è la conseguenza dell’estinzione di qui politici per vocazione di weberiana memoria. In parlamento ormai si trovano spesso molti individui solo prestati alla politica, che cercano di manipolare quest’ultima, lungi dal ricomporre e far collimare i loro interessi con quelli della comunità tutta.
     La stessa nozione di bene comune appare come un qualcosa di non ben identificato; e non si fa più politica per il bene comune semplicemente perché non c’è più l’idea di bene comune: i beni sono polverizzati, e ce ne sono tanti quanti sono gli interessi in gioco.
     Il quadro che sta venendo fuori da questa riflessione non è certo idilliaco e ce ne rendiamo conto, ma crediamo che rispecchi in grandi linee l’attuale strutturazione sociale, politica ed economica. Ed è per questo che non ci siamo limitati ad un generico discorso sul rapporto tra tecnica e politica; in una tale riflessione appare essenziale l’elemento economico-finanziario proprio perché la preponderanza del tecnicismo nella politica moderna deve moltissimo all’attuale dimensione economico-finanziaria, dimensione strettamente legata agli sviluppi ultimi del sistema capitalistico, un sistema che ha visto la mutazione del capitalismo stesso da capitalismo industriale a capitalismo finanziario.
 
 
         L’era della Tecnica: verso il nuovo assolutismo epistemologico
 
     Il moderno assetto socio-economico è causa di quell’alienazione esistenziale che affligge l’uomo moderno nel contesto dell’attuale “socialità industriale”. Il modello industrialista, oltre ad aver certamente favorito l’ascesa del tecnicismo, nuovo idolo della modernità, ha snaturato l’essenza stessa dell’essere umano, riducendolo, secondo una felice espressione di Domenico Fisichella, a homo reiterans.[13]
     La “ripetitività” è il tratto distintivo di questa alienazione, trasformando l’uomo in una sorta di automa pre-impostato e catapultato in una dimensione altra, una dimensione artificiale, lontana e qualitativamente differente dalla sua naturale collocazione esistenziale nell’universo della natura. Questo strappo crea lo smarrimento dell’uomo moderno, il suo sentirsi estraneo a delle dinamiche assenti dal suo primigenio corredo genetico.
     Potremmo affermare, riecheggiando il pensiero di un positivista come Saint-Simon, che la politica è riducibile ormai ad una sorta di scienza della produzione. È la produzione il concetto chiave per stabilire la cesura tra una politica di tipo tradizionale, guidata da paradigmi metafisici e teologici, e una politica “progressista”, tesa ad assicurare il più ampio sforzo produttivo. Lo scopo della società diventa la produzione; si lavora per produrre sempre di più, per produrre beni di consumo. E il potere politico si fonde con quello dei fautori di una tale macchina produttiva i quali, nel moderno capitalismo, non sono più coloro che detengono il capitale, ma coloro che lo gestiscono e che articolano le fasi del processo produttivo.
     Dalla politica dei politici alla politica dei managers dunque. Tutto è subordinato all’economia industriale; la stella polare dell’agire politico diventa favorire l’aumento indeterminato della produttività. Il paradosso che si cela dietro questa linea “evolutiva” della società è che, parallelamente all’atomizzazione individuale favorita da un assetto individualistico e consumistico, la società stessa si presenta in realtà come una sorta di apparato organicistico nel quale ognuno è funzione del tutto, un tutto proiettato in una dimensione industrialista e produttivista che sembra non avere alternative valide. Insomma, è una folle corsa in autostrada senza intravedere mai un casello d’uscita, e con l’obbligo di andare tutti nella stessa direzione.
     In fin dei conti, l’industrialismo fonda l’era dell’organizzazione, la quale travolge le discrasie individualiste per pianificare la marcia della civiltà verso il progresso attraverso i mezzi che il razionalismo tecnico fornisce all’azione dell’uomo.
     Se poi consideriamo come questa condizione sia stata favorita da un percorso comunemente interpretato nel segno del progresso, ci rendiamo conto di quanto il dogma progressista possa fuorviare e creare distorsioni aberranti. Tradotto in termini politici, il compito precipuo dell’azione politica è quello di favorire questo moto progressivo in un movimento unitario, oseremmo dire monista.
     La tecnocrazia è la forma di potere che meglio si addice alla realizzazione del dogma progressista, contribuendo al contempo ad edificare quell’universo artificiale oltre l’orizzonte del quale l’uomo non sembra scorgere delle alternative. Essa appartiene alla fase avanzata della società industriale, nella quale l’elemento cardine non è più una concezione patrimoniale della natura, ma l’intervento trasformativo su quest’ultima tramite la conoscenza.
     Tale forma di potere è inoltre favorita dalla tanto decantata fine delle ideologie:
 
     poiché i fenomeni industriali e tecnologici obbediscono a leggi di sviluppo le quali per la loro natura «scientifica» prescindono del tutto dalle spiegazioni mistificanti e dalle soluzioni «metafisiche» indicate dalle varie ideologie, queste manifestano sempre più la loro inutilità sociale e il loro carattere deviante. Mano a mano che l’industria e la tecnologia unificano la società, le ideologie, che al contrario tendono a dividerla, si estinguono.[14]
 
     Occorre tuttavia fare molta attenzione a non accreditare al dogma progressista un’aura di neutralità; in definitiva, è esso stesso una potente ideologia, ancor più agguerrita delle altre forse, considerando il suo carattere monista e la sua ripulsa verso il pluralismo delle ideologie “altre”. In nome della scienza e della tecnica si rischia di condurre un’operazione di riduzionismo ideologico per cui, al posto delle vecchie ideologie, se ne instaura una unica e granitica, la quale promette di unire l’umanità e di garantirle un futuro incardinato su un progresso indefinito.
     Il problema sottinteso a questo tipo di discorso cela una subdola intenzione: infatti, interpretando la scienza come una radicale smentita dell’ideologia su basi razionali, si elimina a priori qualsiasi pluralismo del pensiero. Qualsiasi voce critica della società tecnocratica viene bollata come folle, retriva o irrazionale.
     Il paradosso della Tecnica è proprio questo: da creatura dell’uomo essa ne diventa il padrone, non ammettendo visioni della vita umana che non la vedano come la protagonista assoluta.
     Ma se una tale società è così inevitabilmente artificiale e alienante, sorge spontaneo chiedersi a chi giovi una società siffatta.
 
     Giova alla tecno-burocrazia, produttiva e scientifica. In una società che, grazie alla comunicazione per immagini, produce e offre a ritmo crescente «un narcotico a masse sempre più prive di scopo», la tecno-burocrazia è pronta a riempire il vuoto dei fini sociali mediante il suo scopo unitario…L’operazione è abile: prima si nega valore alle alternative, quali che siano; poi si crea il deserto delle idee tra i «consumatori»; infine lo si ripopola con una parola d’ordine. È il lavaggio del cervello applicato ai grandi numeri. Oso suggerire che la parola d’ordine avrà il suono del progresso. Progresso della scienza. Progresso della produzione. Come nelle antiche civiltà tradizionali le grandi burocrazie mandarinesche custodivano l’imperativo della statica sociale, così nella moderna civiltà artificiale la burocrazia tecnocratica non può che custodire l’imperativo della dinamica sociale.[15]
 
     Il progressista ad “oltranza” sembra invero una specie di burocrate della storia, desideroso di imbrigliarla e costringerla nel predeterminato binario del progresso razionale. La conclusione, ci rendiamo conto molto forte, è che la tecnoburocrazia che ci governa è il nuovo potere liberticida che ci opprime, agghindandosi con l’intrigante facciata della retorica del benessere materiale e del progresso tecnico-scientifico.
     Il regime che le tecnoburocrazie stanno via via imponendo presenta sembianze alquanto illiberali e costrittive. Perché attenzione, di prigionia non si può parlare solo in presenza di catene materiali, ma forse, anche peggiore, è la prigionia di sistema, un sistema fagocitante e onnicomprensivo che cerca di rendere l’uomo funzione, e non fine ultimo delle dinamiche che esso produce.
     Non si può pensare di ridurre la politica a mero epifenomeno dell’economia, considerando la decisione politica nei termini di un atto tecnoburocratico, come cioè la conseguenza del calcolo di variabili razionalmente prevedibili e quantificabili.
     Ecco allora che occorre tornare proprio alla politica, non pensandola ingenuamente come l’alfiere buono atto a confrontarsi con il male tecnocratico, ma semplicemente come la possibilità di poter pensare la libertà dal determinismo della tecnica, ideando ed edificando mondi alternativi, proposte alternative di esistenza. Oggi la politica è lo scagnozzo di altri poteri, ma se riuscirà a ritrovare la sua dimensione più pura, quella di guida verso la costruzione di una migliore strutturazione sociale, allora potremmo liberarci dalla dittatura della tecnocrazia.
     La difesa della politica nel momento più fecondo dell’antipolitica sembra un paradosso. Ma noi vogliamo andare controcorrente.
     Alla luce di quanto detto sinora, qual è, dunque, la destinazione dell’Occidente? Dove è diretto e quali sono le forze che lo guidano? Il pensiero filosofico degli ultimi due secoli ha reso imprevedibile il prevedibile, mutabile l’immutabile, violabile l’inviolabile.
          
     La civiltà occidentale, ormai dominante sulla Terra, sta uscendo dal proprio passato: chiede sempre meno aiuto ai valori della tradizione teologico-religiosa, filosofica, politica, umanistica, artistica, e si affida sempre più alla potenza della scienza moderna e della tecnica e alle forme di cultura che mostrano come tale potenza sia ormai il valore supremo.[16]
 
     La filosofia come epistéme, come verità incontrovertibile tesa a svelare il senso ultimo e necessario del divenire, è definitivamente tramontata. La filosofia contemporanea, cioè, ha irrimediabilmente rinunciato alla volontà di dare un ordine, un senso, un origine al divenire, cancellando in tal modo ogni limite assoluto che potesse ostacolare l’umano agire. Questa improvvisa e incondizionata libertà dell’uomo nel suo agire si è tradotta nello straripante dominio della Tecnica, guidata dai progressi compiuti dalla scienza moderna.
     L’abbattimento di ogni limite epistemico ha liberato la potenza di quest’ultima facendo dell’Occidente la civiltà della Tecnica per eccellenza, civiltà orientata all’aumento esponenziale delle capacità della Tecnica medesima. E la Tecnica, slegata ormai da ogni morale e da ogni etica, ha ridotto l’uomo stesso ad un mezzo; il fine è aumentare indiscriminatamente la propria potenza.
     Per quale motivo la Tecnica è divenuta la guida incontrastata della nostra civiltà? Perché le grandi forze del pensiero facenti capo alla tradizione occidentale si sono ritratte lasciandole lo scettro del potere. Accade oggi ciò che accadde secoli orsono con la nascita della sofistica, la quale percepì, dopo la splendente epoca dei vari Anassimandro, Anassagora, Parmenide, Empedocle ed Eraclito, che la realtà non poteva essere pensata nei termini di una struttura unitaria e immutabile, ma di un continuo divenire dominato da forze inconciliabili. In una tale realtà a dominare non poteva che essere la forza più intelligente, quella della Tecnica. Ovviamente, allora essa non poteva essere ancora concepita come dominio sulla natura per mezzo della conoscenza fisico-matematica, ma lo era come tecnica della persuasione, tesa a dominare le coscienze (psicagogia), con il fine di influenzare e guidare uomini, gruppi, Stati.
     Tutte le grandi forze della tradizione occidentale (capitalismo, democrazia, comunismo) hanno concepito e tuttora concepiscono la Tecnica come un potente mezzo a loro disposizione al fine di far prevalere i propri scopi su quelli antagonisti. Ma, impegnarsi ad evitare che il fine indebolisca il mezzo significa assumere quest’ultimo come vero fine, finendo per subordinare ad esso ciò che inizialmente ci si proponeva come scopo primario. La Tecnica, in altre parole, è ormai diventata lo scopo di ogni forza della tradizione occidentale assumendo, con la propria trasformazione da mezzo in fine, un carattere quasi fideistico, salvifico, capace di comunicare la sua infinita potenza.
     I popoli più “progrediti” (usiamo questo termine tra mille cautele) sono oggi schiavi della Tecnica in quanto non possono più farne a meno, pena la rinuncia alla loro posizione privilegiata nel mondo. Ma, riponendo la loro stessa sopravvivenza nelle mani del progresso tecnico, la Tecnica, da mezzo, si trasforma in fine dell’agire, sacrificando sull’altare dei mezzi proprio coloro che essa dovrebbe servire, gli uomini stessi.
     Il punto è che, non esistendo più alcun ordinamento immutabile che regoli l’azione dell’uomo nel mondo, l’agire umano non è più vincolato da limiti assoluti, essendo detti limiti esclusivamente rappresentati dalle leggi positive, affatto assolute, ma relative. Il risultato è l’instabilità di ogni equilibrio giuridico e la Tecnica, in questo contesto, diventa la sola giustizia suprema, il solo riferimento capace di determinare la giustezza dell’azione.
 
     Nella misura in cui sta dinanzi agli occhi della tecnica, l’esistenza di un Dio e di un Ordinamento divino e immutabile del mondo («legge naturale», «diritto naturale», «legge morale») limita l’agire dell’uomo e dunque l’agire tecnico. Nella misura in cui dinanzi a quegli occhi appare invece quel che la filosofia ha chiamato «morte di Dio», la tecnica può spingersi oltre tutti i limiti che le sono imposti dalla vita di Dio.[17]
 
     Ciò, ovviamente, non significa da parte nostra voler riportare quel Dio al centro dell’agire umano, ma, più semplicemente, significa prendere consapevolezza di un dato di fatto: la Tecnica, lasciata a se stessa, sostituisce Dio se non è guidata da un ideale, da una visione del mondo, dalla realizzazione di un obiettivo edificato su basi etiche, valoriali o che dir si voglia. E, in questo modo, l’uomo stesso ne diventa schiavo, e la creazione fa succube il proprio creatore.
     La scienza è giunta a considerare se stessa non più nei termini di una verità incontrovertibile, ma come un sapere ipotetico-deduttivo di natura probabilistica. Ogni forma di determinismo è riposta nel cassetto della storia e, ormai, una teoria prevale sulle altre non più per una sua intrinseca “verità”, ma perché fornisce gli strumenti più adatti a trasformare il mondo nella maniera più confacente ai desiderata degli uomini.
 
     La filosofia ha dapprima evocato la “verità”, intesa come sapere assolutamente incontrovertibile nel quale vengono stabiliti i “limiti” assolutamente inviolabili dell’agire umano e quindi anche dell’agire tecnologico; in seguito, la filosofia ha mostrato l’inesistenza di quei limiti assoluti e ha quindi reso libero quell’agire e ogni altra forma di azione. Quanto più la scienza e la tecnica si pongono in ascolto e comprendono la potenza concettuale (per lo più nascosta) della filosofia degli ultimi due secoli, tanto più scienza e tecnica conoscono la propria libertà; e quanto più la conoscono, tanto più esse possono realmente essere libere dai limiti che le frenano; cioè tanto più scienza e tecnica possono realizzare le proprie potenzialità ed essere realmente potenti sul mondo.[18]
 
     La potenza della civiltà occidentale deve molto a questa progressiva identificazione tra pensiero filosofico e apparato scientifico-tecnologico.
     Questa situazione è alla base di quel cambiamento che abbiamo delineato nelle pagine precedenti: la tendenza della competenza tecnico-scientifica a guidare indisturbata le comunità democratiche, lungi però dal condurre ad una sorta di società “positiva”, totalmente razionale e giusta.
     La democrazia capitalistica deve oggi la propria sopravvivenza all’apparato scientifico-tecnologico, per cui è naturale che essa faccia in modo di accrescerne la potenza a dismisura rendendolo non più semplice mezzo, ma fine e guida della società. In questo quadro, la conseguenza evidente è che la democrazia stessa non è più lo scopo ultimo dell’organizzazione sociale, ma il mezzo per accrescere la potenza della Tecnica e dell’impianto economico capitalistico che su di essa poggia.[19]
     La tecnica assume ormai un ruolo assolutamente primario nel preservare l’egemonia del capitalismo perché senza l’innovazione tecnologica quest’ultimo è destinato all’autodistruzione e all’estinzione.
     Questa è una logica del dentro o fuori. È per questo che l’attuale struttura sociale determina l’assoluta dipendenza dell’uomo dal sistema che stiamo tratteggiando. L’uomo moderno non è più autonomo nel senso che non è più in grado di sopravvivere al di fuori di un sistema che gli impone dei bisogni e che, nel contempo, lo utilizza come una pedina per auto-perpetuarsi. É un circolo vizioso in cui l’uomo moderno è imprigionato senza via d’uscita; egli è funzione della produzione indefinita che scandisce ormai l’esistenza di un uomo “frazionato”, incompleto, condannato a servire un meccanismo che, ironia del destino, lo consuma giorno dopo giorno dandogli allo stesso tempo di che “sopravvivere”.
     Nell’era della Tecnica il meccanismo ha incatenato a sé il suo creatore, alienando l’essere umano e trasportandolo in un universo artificiale da cui sembra incapace di affrancarsi.
 
 
Dall’autorità della politica all’autorità della scienza
     La politica discende da filiazione diretta dalla filosofia. Con l’accantonamento di ogni visione epistemica anche la politica rinuncia a guidare la società sulla base di una supposta verità indicata dal pensiero filosofico. È l’accadimento decisivo della modernità: la libertà dell’uomo moderno significa liberazione da ogni ordinamento stabile imposto dalla verità epistemica.
     Non potendosi appoggiare più su alcuna verità fornita dalla ricerca filosofica, la politica va in crisi non per ragioni degenerative, patologiche, ma fisiologiche. La “fine delle ideologie” altro non è che l’estinzione del modo in cui le élites politiche traslavano sul piano della prassi delle verità epistemiche desunte dal pensiero filosofico. L’ordinamento democratico è l’estremo risultato della morte dell’épisteme, e non è un caso che oggi la democrazia sia considerata come un mezzo per evitare di imporre il dominio di un pensiero dottrinale, epistemico, totalizzante. La democrazia parlamentare vede anzi nella presunzione di possedere la verità e di volerla imporre la radice prima della violenza.
     Pertanto, non esiste più, come accennavamo, la nozione di bene comune perché con la democrazia si realizza la frantumazione dello stesso. Nessuno scopo può essere assunto come vero bene comune; in ossequio al principio relativistico di cui è intrisa la democrazia, i diversi scopi particolari si equivalgono e la loro realizzazione diviene possibile nel momento in cui essi diventano scopi della maggioranza.
     Nelle società della produzione il declino delle ideologie appare come una costante. Ma da dove scaturisce?
 
     Dalla natura stessa dei fenomeni industriali e dai loro dinamismi: questi obbediscono a leggi unitarie di sviluppo che prescindono dalle spiegazioni e dalle soluzioni «metafisiche» indicate dalle varie ideologie (e richiamate dai relativi partiti e regimi, cosiddetti capitalisti, cosiddetti socialisti), le quali manifestano perciò sempre di più la loro inutilità sociale e il loro carattere deviante. A sua volta, il tramonto delle pregiudiziali ideologiche favorisce e accelera la tendenza dell’industria all’unificazione della dimensione economica e delle connesse esperienze.[20]
 
      Ma la fine delle ideologie ha avuto e sta ancora avendo dei risvolti estremamente negativi sull’educazione, se così si può dire, della società. L’assenza di bussole politico-concettuali ha determinato una tale tabula rasa del pensiero da condurre a sua volta ad una sorta di generico conformismo ideologico per cui l’opinione pubblica oggi si nutre di una propaganda senza più contraddittorio: la fredda propaganda della Tecnica, la quale detiene i fili di questa marionetta chiamata società senza che solide costruzioni politico-culturali e valoriali si oppongano più al suo dominio.
     La narcotizzazione dell’opinione pubblica è un altro fattore di primaria importanza su cui porre l’attenzione, perché è grazie alla passività di questa massa informe di menti che l’alienazione tecnica getta i ponti per conquistare la vita dell’uomo. Ovviamente, non che le ideologie lasciassero molto spazio al libero pensiero, ma alla loro “passionale” visione del mondo, giusta o sbagliata che fosse, si è sostituito qualcosa di ben peggiore, vale a dire un appiattimento del pensiero e del pensare che ha abdicato a se stesso. L’uomo non è più misura di tutte le cose: lo è il macchinismo.
     In questo contesto la Politica, con la P maiuscola per differenziarla da quella penosa sua controfigura a cui si è ridotta attualmente, rimane condizione di libertà, libertà della scelta. La non scelta è comunque sinonimo di illibertà.
 
     Certo, non tutte le soluzioni politiche del problema potestativo sono soluzioni di libertà. Tuttavia, tra la soluzione politica e la soluzione apolitica esiste la stessa differenza che passa tra la possibilità e la certezza: nel senso che mentre la soluzione politica può essere una soluzione di libertà, quella apolitica è certamente una soluzione di illibertà.[21]
 
     Ma la stessa democrazia moderna è irrimediabilmente destinata alla scomparsa per effetto di quella trasformazione da mezzo a fine della Tecnica della quale essa si illude di servirsi, ma dalla quale in realtà dipende la sua stessa sopravvivenza.
     Una delle conseguenze, e al tempo stesso una delle cause, della crisi della politica è la sua incapacità di compiere delle scelte. La politica sembra avere abdicato al suo ruolo di edificatrice di architetture sociali, e la scelta ultima sembra ormai essere demandata esclusivamente alla razionalità scientifica, la quale è chiamata ad adottare le modalità tecniche più congrue di risoluzione dei problemi.
 
     Se oggi ancora l’uomo può scegliere tra due concezioni del mondo e continuamente deve affrontare dilemmi morali e spirituali, domani non sarà più così. Continuare a contrapporre due Weltanshauungen è irrazionale, poiché una delle due è necessariamente errata al lume della razionalità scientifica e continuare ad accettarla significa accettare qualcosa che è falso per sua stessa natura. Per la mentalità tecnocratica, la quale da questo punto di vista è chiaramente una mentalità neoilluministica, ad essere falsa è la stessa possibilità del dilemma; il dilemma stesso non esiste se non nell’errore di chi non riduce il mondo alla sua comprensibilità razionale.
     La scelta primigenia, che non può non essere fatta, è tra mondo razionale e mondo irrazionale. Se accettiamo l’universo razionale avremo in futuro soltanto scelte tecniche, mentre le altre sono destinate a scomparire perché non razionali, quindi non reali.[22]
 
     Questa mentalità tecnocratica conduce alla identificazione di razionalità e verità, laddove il fondamento della prima è nel concetto di quantificazione. Tutto ciò che non è quantificabile, non è pertanto degno di essere preso in considerazione. Questo abbrutimento meccanicistico è una delle conseguenze certamente peggiori della religione tecnocratica, la quale rifugge in maniera assoluta ogni residuo dell’umana natura non appartenente alla dimensione razionale dell’esistere. Ecco quindi che si dà il ben servito ai giudizi di valore; al loro posto, spazio all’autorità dei giudizi tecnici.
     La scienza si sostituisce perciò alla politica nel determinare l’orizzonte verso il quale si muovono i gruppi umani, relegando quest’ultima ad un ruolo ancillare. E il cerchio si chiude con il “tramonto della politica nella tecnica”.
     È curioso notare come la scienza stia sostituendosi al cristianesimo nel donare all’uomo il senso dell’immortalità. La volontà di dominio che l’uomo esprime attraverso la Tecnica enuncia massimamente proprio questo desiderio di immortalità, il desiderio di imporsi alla totalità del Tutto. Ma essa, l’immortalità, non procede più tramite la grazia di Dio, bensì tramite l’uomo medesimo.
     Se, di fronte all’angoscia del divenire e della morte, l’uomo greco aveva abbandonato il pensiero mitico confidando nel disvelamento del senso ultimo del mondo fornito dalla filosofia, ora è l’apparato scientifico-tecnologico il suo nuovo Dio, il rimedio ultimo contro l’incontrollabilità del divenire. Questo apparato è la forma più evoluta della volontà di potenza dell’uomo e soggioga oggi tutte le altre grandi ideologie della tradizione occidentale. Ma essa soggioga l’uomo medesimo:
 
               La volontà dell’Apparato dice a se stessa: «Sii infinitamente potente».[23]
 
        Natura vs Cultura
      La macchina più ingegnosa costruita dall’uomo è rappresentata dalla società. Con l’emancipazione della tecnica e dell’economia, però, la società viene svuotata di sostanza e si riduce a vuoto contenitore che abbrutisce e diviene la sede di mere dinamiche meccanicistiche, dove gli uomini si trasformano in utenti e servitori di questa megamacchina che li priva del controllo della propria vita. Il nostro è un sistema sociale che, dietro la retorica individualista e liberale, ci ha frastornati a tal punto da rendere la nostra esistenza un automatismo i cui ritmi sono scanditi unicamente da logiche utilitaristico-monetarie. La produzione è volta al consumo; l’individuo diventa cliente; l’ingegnere crea nuove tecniche, sempre più progredite, per accrescere la produzione; insorgono nuovi bisogni; aumenta il consumo e così via, in una spirale folle che può condurre solo all’annichilimento delle esistenze, strette nella morsa di una logica quantitativa che elude ormai completamente la ricerca di un senso profondo della vita umana, nel rapporto tra uomo e natura, tra uomo e quello stesso universo da cui proviene e di cui è parte integrante.
     Il conformismo è una malattia che ci viene imposta proprio da questa “megamacchina tecnoscientifica”, programmataa per ridurre e schiacciare le differenze e per omologare il mondo in nome della dea Ragione. L’uomo stesso perde la sua statura di essere vivente nel senso pieno del termine per diventare un automatismo di un sistema che della sua umanità più profonda non sa che farsene. Come ebbe a dire Heidegger, “la tecnica strappa e sradica sempre più l’uomo dalla terra”. L’uomo è un ibrido di Natura e Cultura, ma dalla prima, dalla quale proviene, si sta sempre più drammaticamente allontanando.
     Siamo in presenza di quello che Jacques Ellul ha definito “totalitarismo dell’operazione”, inteso come
 
     operazione materiale e psicologica che fa sì che nell’uomo nulla rimane indenne e libero dalla tecnica. La radicalizzazione dell’assunzione della tecnica a modello, non solo operativo e pragmatico, ma anche di valore, fa volgere la ricerca sull’uomo nella dimensione della sua coscienza come “coscienza tecnica” e della sua natura più segreta come “natura tecnicamente orientata e orientabile”. La convergenza sull’uomo delle tecniche en profondeur crea un sistema di valutazione e di scelta in cui difficilmente si conserva uno spazio per la kantiana «autonomia» della volontà morale. L’accerchiamento dell’uomo procede progressivamente e l’area della libertà si restringe paurosamente.[24]
 
     I due elementi che appaiono centrali nella cultura della tecnica sono le nozioni di razionalità e artificialità. Da essi discende la fideistica fiducia verso la società-macchina, capace di produrre effetti positivi sulla vita materiale grazie ad un sistema tecnico razionalmente organizzato in grado di realizzare una società perfettamente autoregolantesi e autosufficiente.
     I nuovi idoli finiscono così per essere i principi della razionalizzazione e dell’organizzazione. Per questa via si è stretta una solida alleanza tra la Tecnica e lo Stato medesimo, ormai retto e guidato dalla pluralità delle tecniche dell’amministrazione, orientate ad operare sulla base della massima razionalità possibile.
     Ed è in questo quadro che si inserisce il delicato discorso della crisi della politica, sempre più soffocata e priva di strumenti per difendersi dallo straripamento del tecnicismo in tutti i settori della quotidiana esistenza umana. Il ruolo precipuo che la politica sta perdendo è quello di “navigatore”, di coordinatore delle diverse branche di attività. In questo senso, essa dovrebbe essere considerata una tecnica superiore alle altre. Ma i fatti ci dicono che la politica sta progressivamente perdendo il suo potere di controllo e di supervisione, precipitando di conseguenza nel baratro di una profonda crisi di identità. La politica, insomma, deve recuperare il monopolio di quel capitale “spirituale” capace di orientare qualsiasi attività umana, lungi dalla concezione meramente tecnicistica dello Stato impostata sul raggiungimento della massima utilità razionale secondo un freddo principio massimalistico.
     Quando parliamo della civiltà attuale, tra le definizioni cui si fa ricorso per identificarla spesso ci si imbatte in quella di società post-industriale. Questo prefisso di sapore vagamente decadente non deve far pensare al tramonto dell’industrialismo, ma deve rimandare alla consapevolezza che quella che stiamo vivendo è solo una fase di esso. Ed è una fase molto avanzata, influenzata e dominata in maniera determinante dai grandi progressi compiuti a livello di tecnologia ed elettronica. È una fase in cui l’influsso dell’industria si affina combinandosi con altre dimensioni (economia, finanza, tecnologia), creando un intreccio inestricabile di tecno-poteri specialistici che sono la cifra dell’attuale assetto socio-economico della nostra civiltà occidentale.
     Il pericolo dell’odierno tecnocentrismo, però, differentemente da quanto postulato dall’industrialismo di ascendenza positivista, è l’accantonamento del supporto intellettuale. Il problema è rilevante nella misura in cui è la Tecnica stessa a sostituirsi alle forze “pensanti” nell’indicare la via del progresso sociale. Questa tendenza è il portato di una cultura tecnocentrica che tende sempre più a marginalizzare il ruolo guida del pensiero nell’orientare la scelta su quale società edificare.
     Si tratta di quella tirannia del pensiero unico la quale, in nome della razionalità tecnica, bandisce ogni tentativo di ideare una forma alternativa di aggregazione sociale. Ad una tale critica non vuole certo accompagnarsi il rifiuto del progresso tecnologico, sarebbe una forma speculare di retrivo fondamentalismo teorico. Ma ciò che a nostro avviso pare importante, è che il corso della storia umana non possa essere determinato esclusivamente dall’arida razionalità del tecnicismo imperante; occorre tornare a fare scelte di valore, ed è su questo campo che la politica deve tornare a fare il suo mestiere. Ma nel fare ciò, essa non può servirsi solo degli esperti di economia, finanza, tecnologia; essa deve tornare a servirsi di quella intelligentsia “spirituale”, la quale è chiamata ad orientare il cammino dell’umanità verso una direzione che le restituisca una dimensione meno alienante e artificiale, per quanto possibile, di quella in cui l’uomo moderno appare attualmente intrappolato.
     Per far questo occorre una ristrutturazione culturale che restituisca autonoma dignità al versante non calcolabile e quantificabile della conoscenza umana, versante non per questo privo di una sua nobile razionalità. Quello che occorre a questa frastornata e narcotizzata società della Tecnica è la riscoperta della nobiltà del pensiero, mirabile strumento atto a dare un senso alla parabola dell’uomo in questo angolo di cosmo.
Davide Parascandolo
 
 
 

 


[1] E. Severino, Il destino della Tecnica, Milano, Rizzoli, 2009, pp. 163-64.
[2]J. Burnham, La rivoluzione manageriale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 5.
[3] Ibidem, p. 75.
[4] Ibidem, p. 92.
[5] C. Finzi, Il potere tecnocratico, Roma, Bulzoni, 1977, p. 102.
[6] D.Fisichella, L’altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Roma-Bari, Laterza, p. 6.
[7] Ibidem, p. 52.
[8] L. Canfora, Critica della retorica democratica, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 33.
[9] C. Finzi, op. cit., pp. 122-23.
[10] Ibidem, p. 126.
[11] D. Fisichella, op, cit., p. 53.
[12] D. Fisichella, Crisi della politica e governo dei produttori, Roma, Carocci, 2007, p. 292.
[13] D. Fisichella, Politica e mutamento sociale, Messina-Firenze, Casa Editrice D’Anna, 1981, p.100.
[14] Ibidem, p. 106.
[15] Ibidem, p. 107.
[16] E. Severino, op. cit, pp. 122-23.
[17] E. Severino, Democrazia, tecnica, capitalismo, Brescia, Morcelliana, 2009, pp. 122-23.
[18]Ibidem, p. 103.
[19] Attenzione però, perché capitalismo e tecnica non sono equivalenti, ma si basano su principi antitetici: il primo prospera in un contesto caratterizzato dalla scarsità dei beni di consumo, mentre la seconda punta ad una radicale riduzione di quest’ultima. Il paradosso è che il capitalismo si serve di un mezzo, la tecnica, che mira ad uno scopo opposto al proprio. Mentre il capitalismo, per la sua stessa sopravvivenza, tende a perpetuare la penuria dei beni di consumo, lo scopo del progresso tecnico è l’eliminazione di ogni penuria.
[20] D. Fisichella, Crisi della politica e governo dei produttori, p. 284.
[21] Ibidem, p. 288.
[22] C. Finzi, op. cit., p. 56.
[23] E. Severino, Il destino della tecnica, p. 193.
[24] G. Cantarano, Tecnica politica, democrazia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1994, p. 117.

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