Crisi e disinformazione di massa

  Davide Parascandolo
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Qualche sera fa, discorrendo a cena con mio padre, la frase perentoria: “l’Euro è irreversibile a papà”. Bene, diciamo subito che di irreversibile mi sembra esserci soltanto la stupidità (o la malizia) di coloro che continuano a veicolare questa interminabile trama di menzogne a persone che, non per loro colpa, non hanno strumenti, tempo o capacità critica per comprendere correttamente tematiche così delicate e complesse, le quali tuttavia hanno un evidente impatto sulle nostre vite.
Per questo motivo, cerchiamo brevemente di fare chiarezza su alcuni punti troppo spesso travisati, distorcendo i quali viene esercitato un insopportabile terrorismo psicologico nei confronti del povero e sprovveduto “elettore medio”.
Primo: l’Euro non è affatto irreversibile. Mi dispiace contraddire i vari Soloni dell’Apocalisse, ma tutte le cose umane sono mutevoli, e politica ed economia non sfuggono a questa solare evidenza; esse sono il portato di scelte ben precise, le quali possono sempre essere messe in discussione da valide alternative.
Secondo: finiamola con la storiella “dell’Euro a tutti i costi”, dell’Euro “che ci ha salvati”. Ebbene, quei costi  mi sembrano a questo punto molto più alti dei presunti vantaggi. L’unico Paese, diciamocelo chiaramente, ad aver tratto un enorme beneficio da questa meravigliosa moneta unica è la Germania, la quale è riuscita a crearsi un bel mercato nel sud Europa al fine di esportarvi le proprie merci, inondandoci al contempo con un flusso impressionante di capitali per permetterci di comprarle, ovviamente indebitandoci. E ora, dopo che abbiamo acquistato i suoi bei prodotti, rivuole indietro i soldi. Siamo proprio sicuri che, non appena e se li avrà riavuti, non sarà proprio lei, la Germania, a far saltare il banco lasciandoci in mutande? In ogni caso, ammesso che si voglia salvare questa grottesca costruzione chiamata Eurozona, credo sia giunto perlomeno il momento di rinegoziare gli assurdi vincoli che ci siamo, ahimè, autoimposti prostrandoci ai padroni (o predoni pardon) di Bruxelles. Ma su questo, ancora ahimè, le nostre imbelli (e imbellettate) classi politiche dormono sonni profondi (loro, a noi toccano gli incubi).
Terzo: “la crisi è colpa del debito pubblico elevato” sentiamo ripetere insistentemente. Altra balla colossale. La crisi è nata come crisi di debito privato e, solo successivamente, con gli Stati chiamati a ripianare le voragini finanziarie delle banche, è divenuta anche crisi di debito pubblico. D’altra parte, qualcuno dovrebbe spiegare come mai Irlanda e Spagna, con debiti pubblici irrisori, si siano ritrovate catapultate nel circolo dei cosiddetti “Pigs”. Tra l’altro, mi sembra altresì doveroso chiarire un equivoco: il debito non è qualcosa di mostruoso, purché sia sostenibile a lungo termine. Vorrei far notare ai denigratori del debito, alias fautori dell’austerità, che il sistema capitalistico stesso si fonda su di esso. Funziona grosso modo così: le banche nascono come intermediari tra coloro che hanno molto capitale, e che ivi lo depositano, e coloro che ne sono sprovvisti, e che ivi lo prendono in prestito. Piaccia o non piaccia tale sistema, salvare le banche significa salvare il capitalismo medesimo, pena il ritorno al baratto. Ovviamente, ciò che è mancata completamente è stata una razionale regolamentazione dei mercati dopo il crollo di cinque anni fa. Infatti, ancor più irrazionalmente, si è assistito e si assiste ancora oggi all’adozione ingiustificata di politiche economiche ultraliberiste e ultramonetariste, quelle stesse politiche che ci avevano portato al disastro. Risultato: le banche continuano a fare buchi allegramente, tanto c’è Pantalone (lo Stato) che ripiana i debiti indebitandosi a sua volta.
Quarto: se si esce dall’Euro saremo travolti dall’inflazione e andremo a comprare il pane con carriole piene di banconote, come nella Germania di Weimar. Puro terrorismo mediatico; esistono esempi storici che dimostrano chiaramente come non ci sia una correlazione diretta tra svalutazione della moneta e crescita esponenziale dell’inflazione poiché le variabili in gioco sono tante. Perché non mi si accusi di non addurre dati concreti per comprovare quanto appena detto, riportiamo un esempio recente ed eclatante: il caso della Polonia che, nel 2008, ha svalutato la sua moneta (lo zloty) del 30%, vedendo contestualmente scendere l’inflazione dal 4.2% al 3.4% tra il 2008 e il 2009. Ovviamente, una svalutazione comporterebbe presumibilmente una crescita del prezzo di alcuni beni, ma avrebbe diversi altri vantaggi che andrebbero a riequilibrare una eventuale spinta inflattiva. Quali? Crescita della produttività interna con aumento delle esportazioni e aumento contestuale di occupazione e salari. D’altra parte, per combattere le crisi che colpiscono ciclicamente il sistema gli Stati hanno a disposizione due strumenti: la leva monetaria e la leva fiscale. Avendo noi rinunciato alla nostra sovranità monetaria (questo è il vero problema, altro che il debito), accettando peraltro un cambio fisso e quindi non aggiustabile all’occorrenza, non possiamo più agire sulla moneta. Ci rimane perciò solo la leva fiscale, il ché comporta aumento delle tasse, abbassamento dei consumi, calo della produttività, taglio dei salari (definito in gergo come “svalutazione interna”), ulteriore precarizzazione del mondo del lavoro, disoccupazione, disintegrazione del welfare; in altri termini, pura macelleria sociale.
Come se non bastasse, infine, siamo costantemente soggetti a denigrazioni e tirate d’orecchie pseudo-paternalistiche; ci accusano, infatti, di essere corrotti, pigri, spendaccioni. Abbiamo sbagliato (dicono gli eurocrati) e ora dobbiamo essere puniti, dobbiamo soffrire. E i nostri politici abbassano la testa sacrificando coloro di cui dovrebbero proteggere gli interessi, cioè noi, sull’altare insanguinato di un Dio punitivo e sadico. Ci meritiamo di essere commissariati “per il nostro bene”. Siamo all’apoteosi dell’assurdo! Quel Dio, per la cronaca, siede a Bruxelles, e dal suo trono dorato si prende cura di noi bastonandoci e flagellandoci come neanche si farebbe contro dei perseguitati. È un Dio al quale stanno talmente a cuore i registri contabili degli Stati da infliggere sofferenze totalmente inaudite e senza senso a milioni di esseri umani.
Rendiamo grazie a Dio.
 
 
Davide Parascandolo

  • Enrico Reggiani

    Finalmente trovo una voce fuori dal coro. Per di più una voce che spiega i fatti come vanno spiegati.

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