Il Paese della “decadenza”

  Davide Parascandolo
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Il teatrino cui assistiamo fino allo sfinimento in questi giorni va ben oltre il singolo evento della decadenza di Silvio Berlusconi. Quest’ultima è solo lo specchio di una decadenza più generale, del declino inarrestabile di un paese in cui le istituzioni democratiche si ergono ormai le une contro le altre, in cui il riconoscimento reciproco tra i poteri dello Stato viene meno, in cui l’unica passione civile sembra essere quella di sbranarsi vicendevolmente mentre l’Italia agonizza trafitta da una doppia lama: quella affilatissima di un’Europa che è tutto fuorché solidale e cooperativa, e quella, forse ancor più tagliente e dolorosa, dell’inettitudine di una classe politica che prima ci ha consegnato bellamente nell’abbraccio mortale di trattati europei neanche letti prima di essere ratificati, e che poi, facendosi scudo del commissariamento de facto, rinuncia ad assumersi le proprie responsabilità trascinando tutti noi nel ridicolo e nell’ignominia.

Si dice che la politica sia lo specchio del paese che essa è tenuta a rappresentare. Vero, ma occorre riconoscere che il concetto di rappresentanza è stato largamente stravolto da un meccanismo di selezione della classe politica completamente autoreferenziale, il quale nelle ultime tornate elettorali ha permesso di riempire il Parlamento (per rispetto all’istituzione usiamo ancora la maiuscola) di individui totalmente slegati da qualsiasi legame rappresentativo con la base elettorale. Si potrebbe pensare che con questo sistema non ce la si possa prendere neanche con noi stessi, salvo dover tristemente constatare che l’appeal dei vecchi partiti, quelli ingolfati dai medesimi grandi “statisti” che ci hanno condotto fino a questo sfacelo e che miracolosamente ritengono di possedere le chiavi per aprire, anzi spalancare le porte del futuro, rimane tuttavia di un certo rilievo, nonostante il crescente astensionismo. Su questo sì, dispiace dirlo, siamo colpevoli, colpevoli di tenere in vita con i nostri voti gente che ha operato contro ogni logica che avesse come baluardo essenziale la difesa dell’interesse nazionale, gente che solo per questo dovrebbe essere senza mezzi termini processata per alto tradimento.

Ma che quel Parlamento tanto vilipeso da cotanta incompetenza sia soltanto un palcoscenico di facciata lo sta a dimostrare, oltre alla cecità autoperpetuantesi di un popolo intero, il fatto stesso che ci troviamo in una situazione, e vi saremo ancor di più all’indomani delle ormai prossime primarie del Pd, dove paradossalmente i leaders dei maggiori schieramenti condurranno i loro eserciti dall’esterno del campo di battaglia. E questo, semplicemente, perché il campo di battaglia si è spostato altrove. Con un Parlamento francamente destituito di gran parte delle sue funzioni e del suo significato, l’arena politica ha trovato e troverà sempre di più il suo habitat più congeniale nell’agone mediatico, rifugio preferito e ovattato di una politica parolaia e priva di concretezza.

Fa da sfondo a questo grigio scenario un governo che appare in realtà sfibrato, vuoto, eterodiretto da interessi esterni, da poteri altri. Con tutta probabilità esso andrà avanti, trascinandosi stancamente, cercando di celare la sua pressoché inesistente capacità decisionale con qualche operazione di scarso impatto. Passerà così forse un altro anno, continueranno a farci credere che la ripresa economica è vicina, che il governo delle “intese ristrette” sarà più forte, che le grandi riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, sono ormai a portata di mano. Intanto il paese reale lentamente muore, e non sembra avere la forza per ribellarsi a questa inerzia distruttiva; nessun sussulto, nessuna rivoluzione civica sembra affacciarsi all’orizzonte. E tra un anno saremo di nuovo qui, magari a parlare ancora di riforme elettorali possibili, di riforme istituzionali indispensabili e da implementare, ma con un paese ancora più sfinito, impoverito, dilaniato, una volta grande e ora immiserito da piccoli uomini, burattinai del breve periodo che stanno annientando persino la speranza.

Davide Parascandolo