La vicenda Italiana senza Berlusconi al Senato

  Antonio Simiele
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E’ difficile dire che è finita la leadership di Silvio Berlusconi. E’ probabile che sia così ma non ci scommetterei. E’ difficile valutare, ad esempio, come peseranno, per la loro qualità, le altre vicende giudiziarie che lo riguardano annunciate in arrivo a ritmo incalzante. Certo, se non è venuto meno, ha perso molto valore l’alibi del governo per le mancate decisioni e che ha giustificato per anni le scelte non fatte di destra e sinistra. Sono convinto, però, che egli rimane comunque in campo, anche se con una capacità irrimediabilmente ridotta di tenere unito il centro-destra, nel quale non è cresciuta una credibile alternativa. Il problema, però, per l’Italia non è Berlusconi e il suo destino ma è quello che oggi si definisce “berlusconismo”. E’ un virus intriso di populismo, demagogia, poco senso dello Stato, qualunquismo, che ha radici lontane, è ricorrente e attraversa in lungo e in largo la società italiana da molto prima della scesa in politica di Berlusconi, il quale lo ha abilmente utilizzato per conquistare e consolidare il consenso. Esso è divenuto più virulento da quando i partiti, apparsi inaffidabili, hanno perso la capacità di aggregare, formare e orientare.
Lo stesso Renzi, per non parlare di Grillo, stimandolo vincente, attinge a esso. Egli propone un percorso simile quando enuncia una concezione plebiscitaria della leadership, dà preminenza all’immagine, parla, come si usa dire, alla pancia della gente, dice quello che chi ascolta vuole si dica. Egli sembra di non comprendere che è proprio quello il virus da curare e non cavalcare perché rende malata la nostra giovane e fragile democrazia e la tiene lontana da quelle mature di altri Paesi europei. Le conseguenze possono essere in parte diverse ma solo perché il PD è un partito mentre Forza Italia è “il suo partito” e Cinque Stelle è “il partito di Grillo”.
Nei prossimi giorni e mesi Berlusconi imbraccerà le armi più disparate, mobiliterà le tante energie ancora disponibili nel Paese e certamente riuscirà a frapporre ostacoli e creare difficoltà. Non credo, però, che la sua azione possa risultare determinante per la legittimazione di Letta. Il governo si gioca la stessa esistenza sulle cose da fare, sulla capacità di dare risposte positive agli italiani per l’occupazione, la ripresa della crescita economica, il potere di acquisto, una lotta palpabile agli sprechi e all’evasione fiscale, l’abbattimento dei costi dello Stato e della politica. I segnali su questi temi devono essere percepibili dalla gente prima delle prossime elezioni europee, i cui risultati potrebbero avere ripercussioni letali sulla politica interna. La rottura delle larghe intese dovrebbe favorire, sganciandola dal processo di riforme costituzionali reso più arduo, l’approvazione rapida di una nuova legge elettorale che superi la vergogna del porcellum e risponda alla richiesta di una migliore governabilità dell’Italia. Io credo che si siano create le migliori condizioni perché questo avvenga. Dopo le rotture traumatiche che ci sono state, non è utile, per nessuno dei raggruppamenti rimasti a sostenere il governo, ritornare al voto con una legge elettorale, quella in vigore, che li obbligherebbe a ricercare aggregazioni divenute quasi innaturali e impossibili. Dovrebbe essere così ma, nell’incoerente attuale politica italiana, la sorpresa anche autolesionista potrebbe sempre essere dietro l’angolo.
La collocazione fuori del Parlamento di Berlusconi, Grillo, Renzi, come pure di Vendola, è un segno della crisi che attraversa il sistema. In democrazia, infatti, i partiti hanno, tra gli altri, il compito di proporre progetti chiari e rispondenti agli interessi delle parti di società che intendono prioritariamente rappresentare. Poi, in occasione delle elezioni o in Parlamento, in ragione del tipo di legge elettorale, dovrebbero sempre, nel rispetto del voto popolare e per governare nell’interesse generale, saper trovare il comune denominatore, il quale per dare risposte positive e convincenti dovrebbe essere gestito e vissuto direttamente da chi rappresenta al massimo livello i partiti.
Antonio Simiele