Letta, Renzi e il panegirico sui quarantenni

  Antonio Simiele
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In occasione della conferenza stampa, tenuta prima di Natale, il presidente Letta, in concorrenza con Matteo Renzi, ci ha inondato di retorica con il panegirico sull’avvento dei quarantenni prospettato come fatto “epocale” senza precedenti, segnale del nuovo e del cambiamento. E’ stato subito mutuato da molta parte dell’informazione specialmente radiotelevisiva che ora sempre più spesso chiama il capo del governo “il quarantenne Letta” invece che” il Presidente Letta”, come se quello fosse il suo titolo distintivo.
La realtà è che ciò che è avvenuto non è per niente una grande, rivoluzionaria e significativa novità. Il più giovane Presidente del Consiglio della storia d’Italia è stato Mussolini nel 1922 a trentanove anni. Nell’era repubblicana il più giovane è stato Goria nel 1987 a quarantaquattro anni. Erano quarantenni, più o meno come Letta, chiamati a ricoprire lo stesso ruolo, tra gli altri, Fanfani nel 1954, Craxi nel 1983 e D’Alema nel 1998. La storia d’Italia è anche piena di segretari nazionali di partito più giovani o quasi coetanei di Renzi. Divennero segretari Togliatti del PCI a trent’anni, Gianmatteo Matteotti del PSDI a trentatre, Fini del MSI a trentacinque, Zanone del PLI a trentasei,Taviani della DC a trentasette, Nenni del PSI a trentanove.
In un sano sistema democratico dovrebbe essere cosa normale il ricambio generazionale che, se vuole rispondere agli interessi e alle attese del Paese, è bene si sposi con il buono e il meglio selezionato dalle precedenti generazioni.  Così non è stato, con qualche rara eccezione, negli ultimi venti anni per cause evidenti che bisognerebbe condividere con tutti i cittadini e impegnarsi a rimuovere. Sarebbe un atto di coraggio e di verità che aiuterebbe gli italiani a fare scelte più ragionate e utili al proprio futuro. A mio parere, la causa prima è riconducibile al fatto che, con la crisi dei partiti divenuti inaffidabili, sia venuta a mancare un’insostituibile palestra di formazione e selezione, mentre si sono affievolite anche le capacità di quelle delle organizzazioni professionali e sindacali.
Letta e il suo governo potrebbero, io ritengo che dovrebbero, ricevere la riconoscenza degli italiani, se smantellassero i privilegi ed eliminassero gli sprechi, se riuscissero a traghettare l’Italia fuori dal pantano della crisi non facendo sopportare, come sta avvenendo, il suo peso quasi esclusivamente ai soliti noti ma applicando la Costituzione. Questo sì sarebbe una vera “epocale” novità positiva. Voglio ricordare a Letta e a noi stessi che per far concorrere tutti alle spese pubbliche “in ragione della loro capacità contributiva”e “secondo criteri di progressività”, come recita l’art. 53 della Costituzione, è possibile solo intervenendo sulle imposte dirette e quindi principalmente sul reddito e il patrimonio. Fare questo non significherebbe fare qualcosa di particolarmente rivoluzionario ma semplicemente diminuire in modo giusto le diseguaglianze e risponderebbe positivamente all’appello del papa Francesco quando dice: “Io non ce l’ho con i ricchi, ma vorrei che i ricchi si dessero direttamente carico dei poveri, degli esclusi, dei deboli”.
Renzi, con atteggiamento ripulsivo, dice di non avere “niente in comune con quei due”, i quarantenni Alfano e Letta. A cosa è utile e cosa importa che dica questo di due con i quali lui dovrebbe discutere e dialogare? Con loro ha in comune almeno la stessa innegabile origine democristiana. La sua ossessione prevalente è sempre e solo l’immagine che nel momento dà? Il segretario di un partito che vuole collocarsi a sinistra, per rappresentare il vero e profondo cambiamento non basta che offra un’immagine accattivante, minacci le rottamazioni e cambi l’età ai gruppi dirigenti. Egli, innanzitutto, dovrebbe dire con chiarezza se, come e con quali strumenti nuovi, adeguati agli anni duemila, intenda fare assolvere alla sinistra il proprio compito che è, sempre e comunque, quello di stare al fianco del mondo del lavoro, di rappresentare il punto di vista dei più deboli offrendo loro la speranza e la possibilità concreta del riscatto. Se non assolve questo compito, la sinistra non ha ragione alcuna di esistere.
Antonio Simiele