L’Italicum tra governabilità e democrazia

  Davide Parascandolo
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Il dibattito relativo alla governabilità, o meglio quello sulla sua assenza, domina incessantemente da decenni sui media e nell’opinione pubblica nostrana. Essa è assunta come il valore supremo da dover perseguire in una moderna e matura democrazia rappresentativa. Pur essendo un principio assolutamente fondamentale, è opportuno tuttavia intavolare alcune riflessioni inerenti proprio questa supposta maturità, considerazioni peraltro strettamente legate alla peculiare struttura socio-culturale della nostra nazione.
Ora, la governabilità è certamente assicurata nel migliore dei modi da un sistema elettorale maggioritario, il quale tende per sua stessa natura a semplificare enormemente il quadro politico, lasciando a contendersi la vittoria pochi attori principali ed esautorando i partiti minori da qualsiasi possibilità di poter influenzare i processi decisionali del governo. In linea di massima, questo schema non fa una piega, essendo perfino auspicabile al fine di garantire l’omogeneità e il decisionismo degli esecutivi. Ma, come si suol dire, non è tutto oro quel che luccica. Il caso italiano è infatti caratterizzato da una certa complessità. In primo luogo, la nostra democrazia sembra essere carente in fatto di maturità, fattore necessario per poter permettere l’accettazione di una divisione sostanzialmente bipolare dell’arena politica. Questo avviene non per una qualche inferiorità antropologica dell’«homo italicus», come spesso noi stessi, con poca autostima, tendiamo a credere. Le cause sono più complesse e vanno ricercate in peculiari circostanze storiche e culturali. La nostra immaturità e la nostra difficoltà nell’accettare una divisione sostanzialmente bipartitica del campo politico (perché è questo l’obiettivo di fondo che sembra prefiggersi l’Italicum) derivano in effetti proprio dalla nostra storia e dalla nostra ricchezza culturale. Ricchezza che in questo caso si traduce in frammentazione. Spieghiamoci meglio. In termini di politica comparata, le democrazie anglosassoni, a vocazione maggioritaria, sono generalmente definite come democrazie competitive (variamente dette da Lijphart anche democrazie maggioritarie o di Westminster), essendo in sintesi caratterizzate da divisioni che non oltrepassano dei cleavages socio-economici, motivo per cui, esistendo un accordo di tutti i componenti della nazione su principi e valori comuni universalmente condivisi, l’unica contrapposizione esistente è quella basata su due differenti visioni dell’assetto socio-economico da dare alla società. Il mercato elettorale, in questo caso, è abbastanza ampio e flessibile perché gli schieramenti sono porosi, spostandosi gli elettori verso l’uno o l’altro polo sulla base di considerazioni meramente empiriche, le quali investono per l’appunto scelte socio-economiche alternative. La nostra democrazia rientra invece nel campo delle democrazie consensuali o consociative, quelle democrazie cioè solcate da un elevato grado di frammentazione culturale, oltre che sociale ed economica. L’Italia dei comuni, dei campanilismi, delle forti identità culturali e delle radicate contrapposizioni ideologiche non ha potuto storicamente generare un elettorato facilmente mobile. In queste democrazie, con elettorati ingessati e variegati, sono le élites che tendono a convergere per trovare un accordo di vertice, e l’unica maniera possibile per ottenere questo risultato è una convergenza verso posizioni moderate di centro, in quanto nessun partito, preso singolarmente, è in grado di esprimere una posizione maggioritaria. I governi della Prima Repubblica testimoniano molto bene tale dinamica, con una sostanziale convergenza consociativa post-elettorale dei partiti per formare governi poi rivelatisi estremamente deboli e caduchi.
All’inizio degli anni Novanta, con l’introduzione del Mattarellum, si cercò di forzare la “maturazione” della nostra democrazia per farle assumere una connotazione semplificata e competitiva, ma l’obiettivo non sembra essere mai stato raggiunto, rimanendo la frammentazione uno dei principali problemi del nostro panorama politico. Tuttavia, non si può non riconoscere come l’elettorato italiano stia sviluppando una maggiore indipendenza da gabbie ideologico-identitarie. Nonostante questo dato però, la trasformazione in una reale democrazia competitiva dell’alternanza stenta a divenire la regola proprio perché la frammentazione culturale non si estingue nel giro di qualche lustro.
Eccoci allora giungere all’Italicum, una legge elettorale che potrebbe potenzialmente regalare la maggioranza assoluta (e quindi la tanto agognata governabilità) ad un partito, presumibilmente il Pd o FI, che magari si attesti al primo turno ben al di sotto del 30%, facendo strage non solo di partiti minuscoli e sostanzialmente insignificanti, ma anche di partiti che, pur non avendo numeri elevatissimi, potrebbero comunque rappresentare delle rispettabili frange di cittadinanza. Una stortura piuttosto significativa è poi quella che permette alle coalizioni di poter usufruire, ai fini della vittoria al primo turno o dell’accesso al ballottaggio, anche dei voti di quei partiti che non superano la soglia di sbarramento del 4.5%. Per non parlare di determinate clausole che avrebbero l’unico scopo di salvare alcune forze specifiche, recuperando un partito che raggiunga il 9% in almeno tre regioni e il partito che risulti la prima forza al di sotto dello sbarramento, purché aggregato ad una coalizione (vedi rispettivamente Lega Nord e Sel). Si potrebbero certamente aggiungere considerazioni su ulteriori aspetti, come le candidature multiple e le preferenze ma, ai fini del nostro discorso, è opportuno soffermarci su una riflessione che appare essere più di ordine teorico che pratico. Chi voglia restare fedele ad un principio che rispecchi nella maniera più pura possibile il concetto di democrazia non può evitare di prediligere un sistema proporzionale, con tanti saluti alla stabilità dei governi. Sul fronte opposto si schiererà chi avrà come obiettivo principale proprio quest’ultima, essendo disposto a delimitare radicalmente il valore della rappresentanza. Attenzione però: il sistema maggioritario, apparentemente più appetibile e concreto, limita fortemente l’arco delle opzioni dell’elettore, celando un meccanismo potenzialmente pericoloso. Riportiamo di seguito un’interessante riflessione di Luciano Canfora. “Si costringe – il verbo può apparire ruvido, ma il risultato è quello – l’elettore a scegliere, se vuol esprimere un voto «utile», non indiscriminatamente, ma tra quelle determinate opzioni. E poiché le opzioni «utili» convergono verso il centro – la cui conquista è, nei paesi ricchi, la vera posta in gioco elettorale – , è tendenziale che gli eletti siano, in larga misura, espressione degli orientamenti moderati; e che, dato il costo della elezione, appartengano, per lo più, ai ceti medio-alti, tradizionalmente moderati. Così si determina daccapo, per altra via, il fenomeno, caratteristico dell’epoca in cui vigeva il suffragio ristretto: l’emarginazione cioè dei ceti meno «competitivi» e il drastico ridimensionamento della loro rappresentanza” (Canfora, 2002, p. 53).
Non esiste la legge elettorale perfetta, questo deve essere chiaro. Occorre tuttavia cercare di non snaturare, attraverso l’ingegneria elettorale, la reale composizione e distribuzione delle forze sociali. Il paradosso dell’Italicum sta tutto qui: potrebbe cioè portare un partito che ottenga tra il 25 e il 30% ad avere la maggioranza assoluta, mentre un altro che abbia tra il 20 e il 25% (leggasi Movimento 5 Stelle) a non contare quasi nulla. Insomma, se appare saggio e necessario garantire la governabilità del Paese, lo è altrettanto evitare un’eccessiva distorsione della rappresentanza.

Davide Parascandolo