Il fascismo che dobbiamo temere

  Gianmarco Pondrano Altavilla
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Grillo di galloni coperto, indirizzante l’italico mento a folle in delirio ai piedi del noto balcone di palazzo Venezia? Casaleggio in orbace alla guida di un improvvisato sabato grillino? O ancora, Di Battista padre e figlio finalmente riconciliati in un marziale saluto romano? Poco probabile, anche a voler fare a meno dell’ironia. Ma allora ha un qualche fondamento tutto questo parlare di fascismo a cinque stelle, di squadrismo di risulta etc.? Come sempre, bisogna intendersi sulle parole. Se utilizzato come sinonimo di metodo violento di intimidazione per la presa del potere, sistematica sopraffazione del diverso per imporsi alla guida dello Stato, pericolo attuale per la libertà, la democrazia e le istituzioni legittime, con ogni probabilità si è fuori misura a parlare di «fascismo». Certo molti micro-eventi dei mesi passati segnalano un’incapacità inquietantemente diffusa tra i pentastellati a confrontarsi con le regole. Ma da qui ad immaginarli manganelli in mano a sfasciare sedi del PD et similia ce ne passa. Quanto meno allo stato dell’arte.
E allora? Tutto a posto? Non proprio. Perchè ciò che preoccupa è un’altra definizione di fascismo: «il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perchè segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione.» (Piero Gobetti).
Un fiume carsico scorre profondo negli anfratti della nostra storia. Il fiume carsico del lassismo, della dipendenza, del rifiuto della modernità; del lamentarsi attendendo sempre da qualcun altro la soluzione al problema. E’ lo spirito del simonismo, delle indulgenze, delle avventure coloniali come del manganello, dell’aspersorio come dell’accidia da bar dello sport. Uno spirito che sa farsi alle volte feroce, brutale come lo può essere l’animo di una teppaglia chiamata alla rissa del momento. Ma che essenzialmente è conservatore, indolente, pantofolaio.
Di questo spirito il M5S è solo l’ultima espressione, una delle tante. Ma in quanto priva di ipocrisia, tanto più pericolosa: il debito pubblico impone di risanare le finanze? Non si paghi il debito. Poi Dio ci pensa. Le carceri scoppiano fino all’inverosimile, in contrasto con ogni briciola di dignità giuridica nostrana o europea? Se la sono cercata, buttate via la chiave. Etc., etc.
Certo niente di tutto ciò è prerogativa dei grillini. E’ un tratto di famiglia, per così dire, dell’italianità. Ma almeno fino ad ora, la partitocrazia, spinta dal più bronzeo approccio politically correct che a niente di nuovo portava, ci ha preservato da attacchi acuti di «mentalità diplomatica», di «genio nazionale». Limitandosi alle proprie miserevoli ruberie ed alle manfrine ogni volta uguali che ci accompagnano dall’alba della Repubblica.
Ora invece, il clown genovese e la sua banda fanno orgogliosa mostra del nostro…. «retaggio collettivo», sdoganandolo senza pudore. La filosofia del tirare a campare, del «particulare» più miserrimo, condita dalla furia icono – casta (questa almeno parzialmente utile) e che esplode in una leadership politica fondata sul raffazzonamento di ogni basso istinto e luogo comune. La mentalità della deresponsabilizzazione, della trave nell’occhio di chiunque, fuorchè nel proprio. Conservatrice fino al midollo. Altro che sovversiva.
Non è un caso che gran parte degli strali movimentisti siano diretti proprio contro l’Europa, la quale, più matrigna che madre, ci costringe ad un liberalismo che ci è geneticamente estraneo.
Il guaio è che, per stargli dietro, anche il resto della politica, perfino il Capo dello Stato ha iniziato a farsi portatore del piagnucolante, reazionario, corporativo piagnisteo all’italiana, che invece di chiedere finalmente una burocrazia limitata ed efficiente, spazi di libertà imprenditoriale più ampi, una concorrenza sana e senza pietà per le imprese fallimentari, suona ancora la grancassa della spesa pubblica, delle sovvenzioni, del mercantilismo, dell’inflazione.
Sarà dato ascolto, oltralpe, al concertino italiota?
Noi speriamo di no. Ne va del futuro di questo Paese. Così come speriamo e, tutto sommato, crediamo che il cosiddetto fascismo grillino rimarrà, almeno per il prossimo futuro, fondamentalmente una questione culturale.
Ciò non ci esime però dal vigilare. Mantenendo sempre, con la critica e la penna più affilata, viva in questo Paese la voce dell’eresia e delle libere coscienze. Perchè se è vero che nubi di dittatura non si addensano all’orizzonte, è anche vero che “dove si bruciano libri” (com’è successo pochi giorni fa con uno di Augias ad opera di un grillino) “può darsi caso, prima o poi, che si brucino uomini” (Heinrich Heine).
Gianmarco Pondrano Altavilla