Archivio Storico del Sannio 2012 : Editoriale

  Gaetano Pecora
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Scrivo questo editoriale il 9 dicembre 2013, esattamente un mese prima che cada il decennale della morte di Norberto Bobbio. Intendiamoci: lo avrei ricordato comunque perché, per poco che si abbia vivo il senso della gratitudine, non è dato dimenticare chi ci educò al gusto del pensare chiaro e diritto. Sennonché scorrendo le pagine che allestiscono questo fascicolo, più veloce e come sorridendo la memoria è tornata al suo magistero. Forse non proprio per il meridionalismo (che, in effetti, fu tema rimasto sugli orli della sua sensibilità) ma certo per i concetti e per gli orientamenti generali del pensiero riconosciamo subito dietro di lui, magari dentro di lui, riassunti e ricomposti in lui, subito avvertiamo quell’aerea, quell’impalpabile cosa che si chiama «aria di famiglia» con i personaggi richiamati in questo numero dell’«Archivio». E fra tali personaggi, due in particolare gli si strinsero intorno come a definire un circolo chiuso che Bobbio non oltrepassò mai: il primo è Gaetano Salvemini, il secondo è Ernesto Rossi, entrambi convinti – tra le altre cose – che le riforme, anche le più generose, anche le meglio congegnate, sarebbero comunque precipitate in un naufragio disperato se non si fossero svolte gemelle con un cambiamento della scuola.
Salvemini – cui Salvatore Lucchese dedica un saggio prezioso, e prezioso appunto perché riporta ad un primo piano di prospettiva questo aspetto che la storiografia salveminiana ha tenuto un po’ in penitenza – Salvemini, dicevamo, giunto alla stazione ultima della sua vita, carico dunque di tutte le esperienze che ne costellarono il cammino, arriverà a scrivere così (il brano non è breve, ma si legge di gusto e lampeggia come per dire al lettore: «fermati e pensaci!»):

Ho osservato sempre che in quelle città meridionali, nelle cui scuole secondarie ha insegnato, magari cinquant’anni or sono, un uomo di vero valore intellettuale e morale, sono sempre rimasti alcuni discepoli che non hanno finito con andare a giocare a tressette nel circolo dei ‘galantuomini’, non hanno preso parte a nessun carnevale elettorale, sono venuti all’aperto, facendo il loro dovere di cittadini e… sono stati schiacciati. Sarebbe possibile – si chiedeva Salvemini – moltiplicare nell’Italia meridionale gli insegnanti-uomini? Non si tratterebbe di aspettare risultati immediati, ma lasciare che la loro opera – seme sotto la neve – fruttifichi col tempo: mettiamo fra una generazione. Non sarebbero prodotte da essi col tempo – mettiamo fra una generazione – in numero sufficiente ‘guide’ che si metterebbero a capo delle moltitudini lavoratrici contro una borghesia marcia che deve sparire? In quali partiti quelle ‘guide’ militerebbero, non importa. Quello che importa è che esse aiuterebbero quella popolazione a diventare popolo.

Per molti aspetti, chi dice Salvemini dice Ernesto Rossi. E dice giusto. La logica che informa i suoi scritti – stringente, incalzante, che nulla concede alle fastosità della retorica – è la stessa. Lo stesso è il disgusto per le astruserie dei metafisici o gli svolazzi dei filosofi. Come Salvemini, non il Progresso o il Popolo (puntualmenti ingigantiti dalle Maiuscole) interessavano Rossi, ma lo studio dei problemi concreti, specie quando questi problemi rivelavano privilegi e soprusi a danno degli umili. Degli umili in carne ed ossa, con tanto di nome e di cognome. Come appunto nel caso dei meridionali, le cui condizioni Ernesto Rossi volle conoscere de visu, e che
poi rappresentò in una specie di studio-inchiesta le cui pagine – amorosamente raccolte da Gianmarco Pondrano Altavilla (Ernesto Rossi, Scritti sul Meridione) – vibrano di una accensione polemica tanto più sincera quanto più l’Autore si tiene stretto alla verità, alla verità vera, dove i fatti, i nudi e crudi fatti, i fatti nella loro scorticata essenzialità, parlano da soli; e da soli, senza smargiassate demagogiche, gridano vendetta per l’abbrutimento che avviliva le plebi meridionali. E proprio come Salvemini, anche Rossi teneva dietro ad una speranza tremula, reticente, che forse non confessava neppure a se stesso, ma che pure gli ricantava in una piega segreta del suo animo; la speranza cioè che niente e nessuno inchiodava quegli infelici al
destino di una sventura eterna. Se solo fossero stati assistiti da una migliore educazione, chissà, forse pure essi avrebbero perduto tutto quello che c’era di sordo e di incondito nella loro natura. E allora, come fa notare Pondrano nel suo delizioso Cartoline da Citrullopoli, allora – ma solo allora, non prima – «riscatto», «emancipazione», «giustizia» avrebbero perso il luccicore delle frasi bombeggianti e acquistata finalmente consistenza di realtà. Come si vede, gira e rigira, siamo sempre lì: alla scuola come tirocinio di ogni vera trasformazione sociale. Solo che dire scuola, è dire tutto e dire nulla. Il fatto è che per Salvemini, come per Rossi, come ancora per Ghisleri e Belloni (nelle cui lettere ha spigolato con tanta sapiente attenzione
Silvio Berardi con La questione meridionale nel carteggio tra Arcangelo Ghisleri e Giulio Andrea Belloni), per tutti costoro la scuola è la scuola laica, dove laica – attenzione! – non è la scuola neutrale, che guarda con occhio spento, vitreo quasi, all’infinito turbinio delle vicende umane; quel turbinio che ci incalza a prendere una risoluzione, a decidere di sì o di no; che ci obbliga a stabilire cosa è bene e cosa è male quando vogliamo avventurarci per mare aperto senza rimanere affogati dalla tempesta della vita. No, non è questa la neutralità che bisogna attendersi dalla scuola laica. E comunque non è questa la laicità che i nostri autori si rimandano tra loro con gli accenti di un’intima armonia. Per essi, sotto la bandiera della laicità si ha il diritto di trovare qualcosa di diverso dall’indifferenza e dal freddo distacco. Si ha il diritto di trovare l’ideale che accende il cuore del docente esposto però con la stessa precisione, lo stesso scrupolo, la stessa onesta semplicità con cui debbono essere rappresentati gli ideali opposti, nessuno dei quali viene deformato per amore di polemica o comunicato con
un sorriso di commiserazione sulle labbra. Sicché alla fine nessuno studente sarà obbligato a concentrarsi su un solo aspetto del poliedro; ma, posto dinanzi ad un universo variopinto e multicolore, ognuno potrà scegliere secondo scienza e coscienza quell’idea, quella particolare interpretazione di un istituto tecnico, quella tale proposizione filosofica o giuridica che meglio gli pare si ingrani con i requisiti della verità. Non la verità imposta autoritativamente dall’alto; ma la verità che sorge dal basso per effetto di questo incontro/scontro di pensieri diversi tra i quali, alla fine, l’alunno informato potrà ben dire la sua. La scuola laica, dunque, quale palestra del confronto che «deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da sé le proprie convinzioni». Così Salvemini. E precisamente così, tanti tanti anni dopo Norberto Bobbio quando avvertiva che scuola laica

sia detto una volta per sempre, non vuol dire scuola indifferente, né da parte dell’insegnante che deve avere le sue convinzioni, né da parte dell’allievo che non deve essere un ricettacolo passivo di tutto quello che legge o ascolta. Il principio etico su cui si fonda la libertà nella scuola – proseguiva Bobbio – è la tolleranza. E la tolleranza non è indifferenza… Tolleranza significa che è lecito, anzi doveroso il confronto. (Libertà nella scuola e libertà della scuola, marzo 1985).

Come si vede, abbiamo cavalcato su personaggi, storie ed epoche differenti. Eppure… Eppure siamo rimasti sempre lì, a girare in un cerchio legato che si risalda sempre al comune punto di partenza (una certa concezione della scuola) sempre quello, sempre il medesimo punto d’attacco grazie al quale è come se questi autori si riconoscessero affratellati da un medesimo ceppo e respirassero la stessa aria. «Aria di famiglia», appunto.

Come di consueto, a chiudere il fascicolo c’è la rubrica «In cornice» dove, a tutta prima, parrebbe ospitata una piccola, preziosissima chicca erudita. Parrebbe, ma non è così. Non è completamente così. Preziosissima lo è davvero questa «allegazione», e cioè questa memoria stilata da Mario Pagano nel 1777 perché solo ora, per la prima volta, viene pubblicata integralmente. Ma presentarla come minuzzolo di erudizione sarebbe giocar di frodo (e al ribasso) con i concetti. Il lettore la legga. La legga pure. E soprattutto ne legga il perché e il per come nella splendida Nota introduttiva di Francesco Berti: vi troverà dimostrato che proprio quell’Allegazione fermenta di tutti i motivi che in seguito avrebbero sollevato l’anima di Pagano facendola davvero grande e creatrice, perché proprio lì come nel loro primo inchiostro (e pur con tutte le sbavature del primo inchiostro) c’è la critica del sistema inquisitorio, c’è – bruciante di passione – la denuncia della «prova legale», c’è il suggello di infamia calato sulla tortura… questo e altro ancora c’è. E c’è, insinuato tra le righe, il monito di tutelare, sì, i diritti degli imputati, ma stando sempre bene attenti a bilanciarli con le esigenze della sicurezza sociale. Monito eterno, questo, che ieri scuoteva Pagano e che oggi strattona noi contemporanei un po’ troppo proclivi, come scrive Berti, a dimenticare che «le vittime sono in primo luogo coloro che subiscono i reati, non quelli che li commettono».
Sia di viatico questo pensiero per augurare buona lettura a chi segue l’«Archivio».

Gaetano Pecora

INDICE

Editoriale 5

UOMINI E COSE DEL MEZZOGIORNO
Silvio Berardi, La questione meridionale nel carteggio tra Arcangelo Ghisleri e Giulio Andrea Belloni 9
Gianmarco Pondrano Altavilla, Cartoline da Citrullopoli. Ernesto Rossi, l’Italia, il Meridione 41
Ernesto Rossi, Scritti sul Meridione (a cura di Gianmarco Pondrano Altavilla) 59
Salvatore Lucchese, Gaetano Salvemini come educatore. Un aspetto che va approfondito 79

IN CORNICE
Mario Pagano, Contro di Antonio Gioja, di Filippo Palladino, di Biagio Capuano, rei dell’atrocissimo omicidio di don Ignazio Poerio, patrizio della città di Taverna (con una nota introduttiva di Francesco Berti) 95