Per una rilettura del keynesismo nell’era dell’austerità

  Davide Parascandolo
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Il contesto storico

Per una rilettura del keynesismo nell’era dell’austeritàJohn Maynard Keynes deve essere considerato non solo un grande economista, ma un acuto pensatore che ebbe intuizioni le quali indirizzarono le scelte politiche ed economiche dei governi novecenteschi. Per comprendere al meglio le sue idee occorre contestualizzarle ed inserirle in determinate coordinate spazio-temporali. Keynes nacque nel 1883 e morì nel 1946. Il mondo in cui scomparve era totalmente differente da quello in cui vide la luce. Nacque infatti in un mondo in cui si ritenevano indiscutibili e inamovibili valori quali la pace, la prosperità e il progresso materiale. Keynes, però, visse abbastanza a lungo per assistere al completo rovesciamento di tali aspettative. La sua vita lo rese spettatore del crollo dell’impero britannico, insieme con il suo incontrastato dominio economico. Significativo un passo scritto ad un corrispondente americano nel 1940: “ Per la prima volta da più di duecento anni comprendiamo meglio Hobbes di Locke”[1].

Keynes era il prodotto del declino delle convenzioni vittoriane. Apparteneva ad una generazione che riteneva di essere libera dagli inganni del cristianesimo, portavoce di un nuovo clima illuministico, con ideali di natura estetica ed individualista. Tutto sarebbe cambiato con l’avvento della prima guerra mondiale; dopo il 1914, il mondo sembrò precipitare in un abisso senza fondo, e il tanto osannato valore della libertà fu nuovamente schiacciato dal peso opprimente della necessità del controllo sociale. L’economia divenne la sua occupazione senza un movente predeterminato, nonostante suo padre fosse egli stesso logico ed economista. Furono essenzialmente le condizioni di incertezza del mondo sconvolto dalla guerra a fare dell’economia la sua vocazione. Politicamente liberale, con gli anni divenne più conservatore. Il capitalismo non lo attrasse mai da un punto di vista morale, sebbene credesse nella necessità della sua sopravvivenza per mezzo di un perfezionamento della sua gestione. A questo scopo egli si sarebbe dedicato per tutta la vita attraverso l’elaborazione del suo sistema di economia politica. Quel che è certo, è che per capire la transizione dalla teoria economica classica a quella keynesiana è indispensabile non perdere mai di vista i grandi mutamenti in campo politico, internazionale, scientifico, filosofico ed estetico avvenuti nel corso della sua vita.

 «La fine del laissez-faire» e la filosofia politica

John Maynard Keynes, così come Karl Marx, è più spesso nominato che davvero conosciuto. Accingiamoci allora ad esaminare meglio le sue proposte di ordine economico e politico.

Tutti i più grandi critici borghesi del modo di produzione capitalistico di formazione continentale hanno in Marx un punto di riferimento, sia esso positivo o negativo. Come Marx, anche Keynes può essere considerato una sorta di eretico, non marxista ovviamente, e perciò guardato con sospetto sia dagli ortodossi sia dai marxisti stessi. I primi lo accusarono e lo disapprovarono perché mise in discussione le “inviolabili” leggi dell’economia, secondo quanto pensavano, appunto, gli economisti classici. I secondi rigettarono le sue teorie e lo odiarono forse con maggiore intensità in quanto, lungi dal prospettare uno smantellamento del sistema capitalistico, come essi in realtà avrebbero voluto, ne propose una sua nuova riedificazione, di fatto, salvandolo dalla distruzione.

Secondo Keynes, il sistema non era in grado di autoregolarsi ed esso necessitava di una sorta di tutore che potesse correggerne le storture. A Keynes il marxismo era estraneo culturalmente, sebbene del comunismo comprendesse alcune ragioni, ma non la filosofia sociale a cui avrebbe condotto il suo estremismo ideologico. Era convinto, in pratica, che il comunismo si basasse soltanto su una cattiva interpretazione di Ricardo[2]. Un punto essenziale lo accomuna però a Marx: la visione secondo la quale, all’allora stato delle cose, il processo capitalistico avesse come finalità il profitto di pochi anziché il benessere di tutti. Keynes si ritiene un eretico perché si dice convinto che l’equilibrio economico sia legato non ad un supposto ordine naturale, ma che esso sia dato soltanto “by accident or design” (per un caso o per un piano, come diceva Marx); quando si dà, questo equilibrio non assicura il pieno impiego, dunque non è ottimo e di conseguenza non si vede il motivo per cui non si possa intervenire attivamente per modificarlo. Per Keynes non si tratta di uscire definitivamente dal capitalismo, ma di organizzarlo meglio. Se il sistema economico fosse davvero retto da un ordine naturale, l’unica dottrina economico-politica sensata sarebbe certamente quella del laissez-faire, ma così per Keynes non è. Non sono veri né i principi metafisici o generali né i presupposti sui quali si basa tale concezione. Questo, però, non significa per lui che il governo debba sostituirsi all’impresa privata, ma vedremo poi come egli pensi ad una separazione dei due ambiti, il privato e il pubblico.

Altri sono i punti importanti toccati dal suo ragionamento, riflessioni che preparano in maniera decisiva l’impianto teorico concettuale della Teoria generale, la sua opera principale. Innanzitutto, si occupa dell’annosa questione salariale. La tesi ortodossa riteneva i salari intoccabili, in quanto determinati dalle “leggi naturali” della domanda e dell’offerta; leggi oggettive che, se fossero state violate, avrebbero provocato solo gravi danni per tutti. Esisterebbe, in altre parole, un livello naturale del salario  in corrispondenza del quale si avrebbe piena occupazione della forza lavoro, piena utilizzazione della capacità produttiva e il più basso livello dei prezzi. Tra profitti e salari, quindi tra capitale e lavoro, non vi sarebbe alcun conflitto. Gli eretici, tra cui il nostro Keynes, rifiutano questa visione naturalistica della teoria del valore e della distribuzione, asserendo che i limiti entro cui la distribuzione può variare sono assai ampi e che essi sono stabiliti, in realtà, da precise influenze storiche esercitate gradualmente dalle forze sociali e politiche. Da ciò, Keynes prospetta una revisione complessiva della giustizia sociale non per mezzo di alti salari, i quali avrebbero comportato, secondo consequenziali dinamiche economiche, un aumento della disoccupazione, ma mediante una rigorosa tassazione dei profitti.

Il concetto importante è che Keynes pensa che non vi siano leggi economiche capaci di determinare l’equilibrio capitalistico; le forze che avrebbero dovuto determinarlo sono difettose e ci sarebbe stato bisogno perciò di intervenire cercando di inventare dei possibili miglioramenti nella tecnica del capitalismo moderno per mezzo dell’azione collettiva. I possibili miglioramenti, esposti nell’ultimo capitolo della Teoria generale, indicano come le politiche da lui auspicate vadano ben oltre il sostegno della domanda effettiva tramite la spesa pubblica. I difetti principali della società economica a lui contemporanea (si noti tuttavia quanto i problemi a suo tempo dibattuti siano attuali ai nostri giorni), erano l’incapacità di garantire la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei debiti, per rimediare alle quali sarebbero state necessarie una severa politica fiscale sui profitti, alte imposte di successione al fine di ridurre le disuguaglianze casuali di ricchezza e una socializzazione molto ampia degli investimenti.

Sull’ottimismo di Keynes continuarono però a prevalere i due opposti pessimismi, e soprattutto il secondo: “il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari, i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti”[3].

La fine del laissez-faire, pubblicato nel 1926, è un saggio basato sulla Sidney Ball Lecture tenuta ad Oxford nel novembre del 1924 e su un’altra conferenza tenuta all’Università di Berlino nel giugno del 1926. E’ lo scritto fondamentale per comprendere le linee basilari del suo pensiero.

Keynes ripercorre brevemente la storia della dottrina del laissez-faire cominciando il suo quadro storico dal XVII secolo, periodo in cui videro la luce dottrine quali quelle della libertà naturale e del contratto sociale. Nelle mani di John Locke e David Hume queste dottrine avrebbero originato l’individualismo. Il contratto presupponeva i diritti dell’individuo e fondava una nuova etica, basata su una sorta di egoismo razionale, il quale poneva al centro il singolo. Queste idee si accordarono con le nozioni pratiche dei conservatori e offrirono loro un saldo fondamento intellettuale riguardo i diritti di proprietà e la libertà dell’individuo abbiente di fare ciò che gli piacesse di sé e dei suoi beni. Lo scopo dell’elevamento dell’individuo era quello di destituire il monarca e la Chiesa, ma non passò molto tempo prima che i diritti della società si levassero nuovamente contro l’individuo stesso. Il concetto di utilità sociale comparì prepotentemente sulla scena con William Paley e Jeremy Bentham, mentre Jean-Jacques Rousseau si ergeva a nuovo paladino dell’eguaglianza. “Locke chiede al suo contratto sociale di modificare l’eguaglianza naturale dell’umanità, in quanto quest’espressione presuppone eguaglianza di patrimonio oppure di privilegi, in vista della sicurezza generale. Nella versione di Rousseau l’eguaglianza non è il solo punto di partenza, ma lo scopo”[4].

Rousseau derivava l’eguaglianza dallo stato di natura, Paley dalla volontà di Dio e Bentham da una legge matematica su base quantitativa e utilitaristica. L’eguaglianza e l’altruismo entrarono così nella filosofia politica e da Rousseau e Bentham sorsero sia la democrazia sia il socialismo utilitario. L’inizio del secolo XIX compì l’unione miracolosa: esso armonizzò l’individualismo conservatore di Locke, Hume e Burke con il socialismo e la democrazia egualitaria di Rousseau, Paley e Bentham. Gli economisti furono il tramite attraverso cui potè avvenire tale unione. Già in Paley era presente l’idea di un’armonia divina tra il vantaggio privato e il bene pubblico; gli economisti diedero alla nozione una buona base scientifica. Alla dottrina filosofica secondo cui il governo non ha alcun diritto di interferire e al miracolo divino secondo cui esso non ha alcun bisogno di interferire, venne aggiunta una dimostrazione scientifica per provare come la sua interferenza fosse inefficace e persino dannosa. Il principio del laissez-faire nasce da queste giustificazioni e arriva ben presto ad armonizzare l’individualismo con il socialismo. L’individualismo dei filosofi politici conduceva indubitabilmente al laissez-faire. L’armonia divina o scientifica fra l’interesse privato e il vantaggio pubblico suggeriva pure il laissez-faire. Soprattutto, però, l’inettitudine dei pubblici amministratori inclinava decisamente l’uomo pratico verso il laissez-faire.

Ogni cosa che lo Stato facesse nel secolo XVIII oltre le sue minime funzioni sembrava dovesse essere inutile o dannosa. In più, tutto il progresso materiale compiuto fra il 1750 e il 1850 venne dall’iniziativa privata, non essendo minimamente debitore di alcuna iniziativa diretta della società organizzata; così, l’esperienza pratica giustificava e rafforzava i ragionamenti a priori. La dottrina secondo la quale l’azione dello Stato dovesse essere confinata entro certi limiti e la vita economica lasciata al buon senso e all’iniziativa dei singoli cittadini, animati dall’ammirevole motivo di farsi strada nel mondo da sé, trovò il terreno adatto per radicarsi e diffondersi.

Un nuovo terremoto epistemologico però si profilò all’orizzonte allorquando Darwin rese nota la sua teoria. Essa scuoteva i fondamenti della credenza religiosa e sembrava trarre ogni cosa dal caso e dal caos. Nonostante ciò, i darwinisti finirono con il fornire nuove e convincenti basi alla dottrina del laissez-faire: la libera concorrenza aveva prodotto l’uomo stesso. L’uomo era il risultato supremo del caos, operante in condizioni di libera concorrenza, e il principio della sopravvivenza del più idoneo poteva derivare da una generalizzazione dell’economia ricardiana. Non solo, ma alla luce di tutto ciò, le concezioni socialiste cominciarono ad essere giudicate non soltanto inefficaci, ma persino empie. Gli economisti si erano ormai schierati compatti per mostrare al mondo come la minima violazione di tali dottrine portasse alla rovina finanziaria.

Keynes motiva in questo modo il forte pregiudizio negativo, radicato nella concezione su esposta, riguardo ogni possibile azione dello Stato nel regolare il valore della moneta, o il corso degli investimenti, o la popolazione. In realtà, la dottrina del laissez-faire, spiega Keynes, deriva la sua popolarità più dai filosofi pratici che dagli economisti. Tale massima è tradizionalmente attribuita al mercante francese Legendre: “ Que faut-il faire pour vous aider?”, chiese Colbert. “ Nous laisser faire”, rispose Legendre[5]. Il primo scrittore ad utilizzare l’espressione fu però il marchese d’Argenson verso il 1751; per governare meglio, diceva, bisognerebbe governare meno[6]. Tale espressione in realtà non la si trova negli scritti di Smith, Ricardo e Malthus. Adam Smith era naturalmente un libero-scambista e un oppositore di molte restrizioni sul commercio, ma il suo patrocinio del sistema della libertà naturale deriva dalla sua visione teistica e ottimistica dell’ordine del mondo, esposta nella sua Teoria dei sentimenti morali, piuttosto che da qualsiasi teorizzazione dell’economia politica vera e propria. In Inghilterra, dobbiamo attendere le ultime opere di Bentham per scoprire la tanto famosa formula, con il particolare non irrilevante che, essendo stata accettata nel frattempo l’opinione di Malthus sulla popolazione, il laissez-faire ottimista della prima metà del secolo XVIII aveva lasciato spazio a quello pessimista della prima metà del secolo XIX. Di fatto, da John Stuart Mill in poi, molti autorevoli economisti avrebbero reagito contro queste regole imperative, non avendo più alcun legame con quelle filosofie teologiche e politiche dalle quali nacque il dogma dell’armonia sociale.

John Elliot Cairnes, nel 1870, fu forse il primo economista ortodosso a scagliarsi contro il principio del laissez-faire, giudicato privo di ogni fondamento scientifico, essendo tutt’al più una semplice e comoda regola pratica. Lo stesso Alfred Marshall diresse parte delle sue analisi verso casi notevoli in cui l’interesse privato cozzava palesemente con quello sociale. Il laissez-faire è un metodo che favorisce i ricercatori di guadagno cui arride il successo, grazie ad una spietata lotta per la sopravvivenza, la quale decreta il più efficiente per mezzo del fallimento del meno efficiente. Esso non si cura del costo della lotta, ma solo dei vantaggi del risultato finale. Il profitto, in un tale regime, va a vantaggio dell’individuo che, per abilità o per fortuna, si trova con le risorse produttive nel posto opportuno e nel momento giusto. Coloro i quali escono sconfitti lo hanno meritato e vengono lasciati al loro destino, senza contemplare alcuna azione di aiuto sociale.

Keynes, invece, richiama al dovere di considerare coloro i quali escono sconfitti dalla lotta; non solo, ma occorre considerare per lui anche la “supernutrizione delle giraffe dal collo più lungo” (riferendosi ovviamente ai vincitori della competizione) e la voglia di rivalsa da parte degli sconfitti medesimi. Egli poi spiega chiaramente come i principi del laissez-faire non abbiano avuto competitori validi. Le proposte contrarie si sono sempre distinte per la miseria della loro qualità; esse sono il protezionismo da un lato, e il socialismo marxista dall’altro, dottrine caratterizzate da pura e semplice debolezza logica e povertà di pensiero. Keynes si chiede quasi incredulo come mai una dottrina così illogica come il socialismo marxista possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole condizionando gli eventi della storia. Ad ogni modo, le deficienze scientifiche di queste due scuole contribuirono grandemente al prestigio e all’autorità del laissez-faire nel secolo XIX.

In realtà, l’esperienza bellica nell’organizzazione della produzione socializzata aprì spiragli ottimistici per una sua replica in tempo di pace. Keynes riconosce al socialismo di guerra l’ottenimento di una produzione di ricchezza notevole, ma lo condanna senza appello per due motivi: in primo luogo, le merci e i servizi ottenuti vennero estinti immediatamente; secondo, esso comportò un’enorme dissipazione di sforzi e un’atmosfera di spreco e sciupio senza riguardo per i costi umani e materiali.

Keynes riconosce comunque il progressivo logoramento delle vecchie convinzioni, ma anche, al contempo, la forza e la vitalità delle conclusioni ad esse ancora legate. Suggerire un’azione sociale per il bene pubblico nella City di Londra, afferma ironicamente Keynes, sarebbe stato come discutere L’origine delle specie con un vescovo dell’800. La prima reazione sarebbe stata di ordine morale, non intellettuale; un’ortodossia sarebbe stata messa in discussione e, soltanto per questo, e per quanto persuasivi potessero essere gli argomenti, l’offesa sarebbe stata reputata tanto grave quanto empia.

Keynes propone di liberarsi dei principi metafisici sui quali si è basata la difesa del laissez-faire, in quanto la presunta “libertà naturale” delle attività economiche degli individui è per lui inesistente. La verità è che il più delle volte non c’è accordo né coincidenza degli interessi privati con quelli sociali. L’interesse egoistico illuminato non opera sempre nella direzione dell’interesse pubblico; né è detto che esso sia generalmente illuminato in quanto, spesso, individui che agiscono nel loro interesse sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per salvaguardare il proprio tornaconto personale. Keynes si chiede allora se non sia il caso di escogitare un nuovo sistema che, compatibilmente con un regime democratico, sia in grado di estendere le funzioni di governo anche in campo economico. La dimensione ideale di controllo e di organizzazione è ravvisata in un punto intermedio collocato tra l’individuo e lo Stato moderno. Il progresso e lo sviluppo possono essere garantiti da enti semi-autonomi entro lo Stato il cui criterio di azione sia esclusivamente il bene pubblico e che, in estrema istanza, siano ovviamente soggetti alla sovranità democratica espressa attraverso il parlamento. Keynes propone un ritorno ad una sorta di concezione medievale di autonomie separate entro un quadro sociale in cui organismi e istituzioni tendano a socializzarsi. Questo sistema potrebbe però nascondere anche elementi negativi, quegli elementi insiti in qualsiasi regime di socialismo di Stato. Tuttavia, bisogna avere un concetto elastico nei confronti di questo semi-socialismo, dovendo preferire comunque organismi semi-autonomi rispetto a organi del governo centrale dei quali siano direttamente responsabili ministri di Stato.

Keynes critica il socialismo dottrinario perché lo reputa il prodotto di un modo di intendere i fatti economici e sociali antiquato e sorpassato. Esso sgorga dalla stessa sorgente da cui proviene anche la filosofia alla base dell’individualismo del secolo XIX. Ambedue insistono sul concetto di libertà, l’uno in senso positivo, per distruggere i monopoli naturali o acquisiti, l’altro in senso negativo, per evitare limitazioni alla libertà esistente. Essi sono reazioni differenti nei confronti della stessa atmosfera intellettuale.

Keynes pone poi l’accento sulla necessità di separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L’azione statale dovrebbe cioè riferirsi non a quelle attività che gli individui esplicano già da sé, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del loro raggio d’azione, a quelle decisioni cioè che solo lo Stato può essere in grado di prendere. La cura contro le disuguaglianze di ricchezza e contro la disoccupazione ricade fuori dell’operato dei singoli individui; anzi, potrebbe essere nel loro interesse persino aggravare il male. Tale cura deve essere quindi cercata nel controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale. Lo Stato potrebbe e dovrebbe esercitare una funzione direttiva attraverso alcuni appositi organi di azione su molte delle intime complicazioni delle aziende private, lasciando tuttavia l’iniziativa privata intatta e libera di esprimersi.  Altre questioni che non dovrebbero essere lasciate all’arbitrio del giudizio privato sono indicate da Keynes nella misura in cui sia desiderabile che la società nel suo complesso risparmi, nella misura in cui questi risparmi debbano essere investiti all’estero e nell’organizzazione e nella distribuzione degli stessi investimenti e risparmi lungo i canali più produttivi dal punto di vista nazionale. Lo Stato dovrebbe, infine, formulare una ponderata politica nazionale circa quale volume di popolazione sia più opportuno conseguire.

Keynes specifica che tali misure sono dirette al miglioramento del disordinato capitalismo moderno per mezzo dell’azione collettiva. Egli preconizza, inoltre, che le più aspre contese sulla validità del sistema capitalistico si sarebbero avute in futuro non su questioni teoretiche, ma su questioni di ordine psicologico e morale. Non soltanto le religioni, egli osserva, ma anche la maggior parte delle filosofie deprecano un sistema di vita influenzato principalmente da considerazioni di guadagno monetario personale. Tuttavia, gli uomini, per la maggior parte, non dubitano più dei vantaggi reali della ricchezza. Le contraddizioni su tali argomenti derivano dal fatto che molta gente tende a condannare il capitalismo come sistema di vita ragionando però come se lo condannasse non per una sua perversa natura morale, ma solo perché in tale sistema non è capace di perseguire il raggiungimento dei propri scopi. Al contrario, i devoti al capitalismo sono talmente fondamentalisti ed ortodossi da respingere a priori qualsiasi tentativo di riforma della sua tecnica, che in realtà potrebbe rafforzarlo e preservarlo, per timore che questo si dimostri il primo passo verso l’abbandono del capitalismo stesso.

L’opinione di Keynes, insomma, è che il capitalismo, saggiamente governato, possa trasformarsi nel sistema economico più efficiente, in grado, rispetto a tutti gli altri, di garantire per il maggior numero di persone la più ampia espansione del benessere materiale per mezzo della realizzazione di un’organizzazione sociale che sia la più efficiente possibile.

 Dagli scritti degli anni ‘30 alla «Teoria generale»

Uno dei pregi maggiori di Keynes è il fatto di esprimersi in un linguaggio chiaro e relativamente semplice, la maggior parte delle volte non da economista.

Prendiamo allora in considerazione alcuni scritti a cominciare da un saggio tratto da una conferenza tenuta a Madrid nel giugno del 1930, nel quale Keynes espone le sue aspettative per il futuro e intitolato Prospettive economiche per i nostri nipoti. Consideriamo il valore del suo ottimismo alla luce di quanto era appena accaduto, e cioè alla luce della tremenda crisi economica apertasi nel 1929. Keynes constata come dai tempi antecedenti la venuta di Cristo fino all’inizio del XVIII secolo non vi siano stati grandi mutamenti nel livello di vita degli uomini. Questo lento progresso, o meglio questa sua mancanza, era dovuta a due motivi: l’assenza di rilevanti miglioramenti tecnici e la mancata accumulazione di capitale, cioè di ricchezza. Tale accumulazione contrassegna l’inizio dell’età moderna, nel secolo XVI. Quali le cause? Inizialmente l’aumento dei prezzi (e dei conseguenti profitti) determinato dall’oro e dall’argento provenienti dal Nuovo Mondo. Dal secolo XVI in poi, è cominciata la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dal XIX secolo, ha avuto uno sviluppo incredibile: carbone, vapore, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine automatiche, sistemi di produzione di massa, telegrafo, Newton, Darwin, Einstein e tante altre cose e uomini. Il risultato? Nonostante l’enorme sviluppo della popolazione nel mondo, il tenore di vita medio in Europa e negli Stati Uniti è aumentato e l’incremento del capitale è avvenuto su scala immensa, incentivando le rivoluzioni tecniche nei settori manifatturiero e dei trasporti.

Vi sono tuttavia molti punti interrogativi; infatti, la rapidità di questa evoluzione prospetta il cosiddetto problema della disoccupazione tecnologica (una volta di più Keynes si rivela così attuale). Ciò significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui si riescono a trovare nuovi impieghi per la manodopera stessa. Keynes si dice convinto che questo si sarebbe rivelato uno squilibrio transitorio e che il livello di vita nei paesi progrediti sarebbe aumentato in grandi proporzioni nei successivi cento anni. Egli prospetta cioè la risoluzione, a meno di guerre e incrementi demografici eccezionali, di quello che lui chiama il “problema economico”, problema permanente della razza umana sin dai suoi albori. E solo un sistema capitalistico, per Keynes, è in grado di permettere tutto ciò. Tutta la nostra evoluzione naturale, come per qualsiasi altro organismo del regno biologico, è avvenuta al fine di risolvere il problema economico. Quali potrebbero essere le conseguenze del raggiungimento di tale obiettivo? Dobbiamo forse attenderci, si chiede Keynes, un “collasso nervoso” generale a causa del ridimensionamento di abitudini e istinti concresciuti nell’uomo per innumerevoli generazioni? Anche in questo caso egli mostra tutta la sua chiaroveggenza relativamente ai mali che possono colpire una società opulenta e priva di stimoli. Per la prima volta dalla sua comparsa su questo pianeta, l’uomo si sarebbe trovato di fronte al problema di come impiegare la sua libertà e il suo tempo libero. Non esiste popolo o paese che non guardi con terrore all’era del tempo libero, essendo stati per troppo tempo gli uomini allenati a faticare, anziché ad oziare. Keynes prevede allora tempi di lavoro di tre ore e settimane lavorative di quindici ore, strumenti questi che potrebbero tenere a bada l’Adamo presente in ognuno di noi, con il suo innato bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatto.

Ci si sarebbe dovuti attendere poi cambiamenti anche in altri campi perché, quando l’accumulazione di ricchezza non avrebbe rivestito più un significato sociale di primaria importanza, sarebbero intervenuti profondi mutamenti nel codice morale.

In definitiva, Keynes si dice convinto che le categorie e i gruppi di persone che non avrebbero più conosciuto i problemi della necessità economica sarebbero stati sempre più ampi e numerosi. Il progresso economico dipende per lui sostanzialmente da quattro fattori: dalla capacità di controllo demografico, dalla determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, dalla nostra volontà di affidare alla scienza la direzione e la risoluzione dei problemi umani e dal tasso di accumulazione determinato dal margine fra produzione e consumo. Raggiunti i primi tre punti, il quarto verrebbe da sé. Ricette, queste, valide allora come oggi.

Altro scritto, pubblicato nel 1930, che riprende il contenuto di due conferenze tenute al Bedford College di Londra e all’Università di Manchester, riguarda il problema degli alti salari, altro pilastro della sua riflessione economica che sarebbe confluito nella Teoria generale. Keynes ricorda come la prima generazione di economisti vedesse con estremo sospetto il tentativo di aumentare i salari, considerandolo una grave deviazione dalla “legge economica naturale”. In particolare, venivano guardati con sospetto soprattutto i sindacati, sebbene il tempo e il progresso economico avrebbero comportato, in effetti, sostanziali aumenti salariali. Presto, di fatto, non si sarebbe più stati disposti a credere nell’esistenza di un livello naturale dei salari o comunque ad accettare una loro eccessiva rigidità. Gli stessi limiti concernenti la bilancia degli equilibri relativi alla teoria della distribuzione sono in realtà molto ampi e determinati in primo luogo da influenze storiche, esercitate gradualmente dalle forze sociali e politiche. I salari non sono quindi il prodotto di leggi fisiche o psicologiche, né tantomeno naturali. Di conseguenza, nella definizione di essi vi è un ampio elemento di arbitrarietà.

Keynes ,tuttavia, nutre seri dubbi sul fatto che solo l’aumento dei salari possa effettivamente produrre un miglioramento delle condizioni materiali della classe operaia. Chi persegue un aumento eccessivo dei salari dimentica che il sistema economico fa parte di una dimensione internazionale e non è un sistema chiuso. Pertanto, gli imprenditori tenderebbero a spostare il loro capitale all’estero con la conseguenza di un aumento della disoccupazione interna. Il capitalista cercherebbe cioè di dirigere le sue risorse in quelle parti del mondo dove è maggiore la porzione di prodotto che riceve. L’aumento della disoccupazione interna avrebbe tra l’altro lo scopo di far ricadere i salari fino a far loro raggiungere il livello di quelli esistenti all’estero. Al contrario, non servirebbe neppure tentare di ridurre i salari, ma occorrerebbe basare i maggiori salari su una più elevata efficienza. Infatti, non paga a nessuno rendere l’imprenditore povero e ridurlo alla rovina.

Keynes si occupa di trovare una soluzione per migliorare le condizioni della classe lavoratrice rifiutando la soluzione sindacale. Qual è la sua proposta per una redistribuzione più equa dei redditi? Tassare i profitti; le tasse cadono sui profitti solo dopo che essi sono stati guadagnati e ne prendono solo una porzione. In questo modo, l’incentivo dell’uomo d’affari a guadagnare e ad aumentare la produzione sarebbe uguale a quello che si avrebbe se le tasse non esistessero. Se invece lo si costringesse a pagare alti salari, la sua attività diventerebbe infruttuosa e lo si porterebbe ad abbandonarla interamente o a ridurre fortemente la produzione. Inoltre, gli alti salari fanno sì che il datore di lavoro economizzi sull’uso di manodopera aumentando di conseguenza la disoccupazione.

Se si vogliono davvero migliorare le condizioni della classe operaia, afferma Keynes, vi sono altri mezzi all’infuori degli incrementi salariali. Prima di tutto, vi sono le assicurazioni sociali, a cui contribuirebbe il nuovo “Stato imprenditore”, fino al punto di garantire il costo totale dell’assicurazione per malattia, per vecchiaia e per disoccupazione. I sindacati, quindi, farebbero molto meglio a pretendere che le assicurazioni fossero pagate con gli introiti fiscali, equamente imposti su tutta la comunità e non solo sui datori di lavoro ovviamente, piuttosto che per mezzo di improbabili aumenti salariali insostenibili per i datori di lavoro stessi.

Altri obiettivi elencati da Keynes sono l’aumento delle pensioni e della spesa statale per salute, svaghi ed educazione, e facilitazioni per migliorare la situazione degli alloggi della classe operaia, rendendo possibile l’offerta di case ai lavoratori ad affitti inferiori ai livelli di mercato. Infine, Keynes contempla anche la possibilità di un sussidio per famiglie con bambino a carico. Per chi non se ne fosse avveduto, Keynes ha appena delineato (siamo nel 1930) un primo vasto programma di Welfare State. E’ ovvio, però, come egli riconosca altresì un limite al livello a cui le tasse possono essere alzate; limite oltre il quale si verificherebbero ripercussioni negative sull’industria e sull’intero sistema economico. Questo, dunque, è il massimo di intervento statale possibile senza che si arrivi all’abolizione del sistema capitalistico.

Una conferenza tenuta allo University College di Dublino il 19 aprile del 1933 riguarda invece la questione dell’autosufficienza nazionale. Perché Keynes se ne occupa? Contestualizziamola storicamente per capirlo. Non possiamo prescindere, infatti, dalla catastrofica crisi del ’29, le cui ripercussioni avrebbero fatto sentire i loro effetti fino al 1933-34. Che cosa accadde precisamente? Dobbiamo in primo luogo ricordare che gli Stati Uniti, negli anni Venti, furono guidati da un’amministrazione repubblicana, la quale disattese tutte le aspettative e i programmi stabiliti da Wilson nei quattordici punti. Gli USA, di fatto, non vollero mai entrare a far parte della Società delle Nazioni per paura che essa potesse limitare la loro sovranità nazionale, perseguendo quindi una linea isolazionistica in campo politico e protezionistica in campo economico. Durante gli anni Venti, quindi, si giunse ad una completa saturazione del mercato interno seguita da un crollo della domanda, e l’accumulo di capitale che ne seguì trovò l’unico sbocco nell’investimento borsistico. La crescita del mercato borsistico fu perciò maggiore di quella della produzione e del consumo venendosi così a creare un’enorme “bolla speculativa”; il valore dei titoli, cioè, si gonfiò artificiosamente senza alcun rapporto con i valori economici reali. Il crollo fu inevitabile, in quanto un’immensa quantità di azioni venne svenduta nella speranza di limitare le perdite. Il primo a risentire della crisi fu il sistema bancario; in preda al panico, i risparmiatori corsero a ritirare i propri depositi, provocando il fallimento di migliaia di istituti di credito e il blocco degli investimenti. La reazione a catena era ormai inarrestabile; dalle banche, la crisi si propagò rapidamente all’industria con il conseguente aumento vertiginoso della disoccupazione. Il colosso americano, da cui dipendeva l’economia mondiale, stava affondando, trascinando nel baratro anche le economie degli altri paesi. La crisi più disastrosa si ebbe in Germania, dove maggiori erano gli investimenti americani e la fragilità del sistema economico, ma particolarmente colpiti furono anche i paesi produttori ed esportatori di materie prime e derrate agricole, come l’Argentina e il Brasile (emergeva così un’altra caratteristica negativa del sistema economico mondiale: il suo sviluppo squilibrato penalizzava i paesi periferici, costretti ad esportare a prezzi sempre più bassi e non più in grado di importare manufatti dai paesi più forti). Meno grave fu invece la crisi in Francia e Gran Bretagna, attenuata dai rispettivi imperi coloniali che costituivano aree di mercato privilegiate e relativamente autonome.

Un altro effetto importante fu il crollo e l’abbandono del gold standard, basato sul principio della convertibilità in oro della moneta e su cambi fissi (tanta moneta circolante quanto oro), spazzato via dalle misure di svalutazione delle monete accompagnate dal varo di aggressive politiche protezionistiche. L’era del commercio internazionale era terminata bruscamente.

Non possiamo esimerci dal ricordare l’importantissimo tentativo di riforma del sistema capitalistico elaborato proprio negli Stati Uniti di Roosvelt e noto con il nome di New Deal, che per la prima volta assegnò allo Stato compiti di regolazione dell’economia e di intervento a sostegno delle fasce più deboli di popolazione, costruendo in tal modo un efficiente modello di stato sociale. Lo Stato si trasformò in imprenditore, finanziando opere pubbliche al fine di creare nuovi posti di lavoro e di rialzare il livello dei salari e dei consumi, in modo da sostenere la domanda interna. Le linee fondamentali di questa politica economica sarebbero state esattamente quelle che il nostro Keynes avrebbe poi esposto nella sua Teoria generale. Inoltre, il mondo democratico lanciava in questo modo una sfida al modello alternativo basato sulla totale pianificazione dell’economia allora rappresentato dalla società sovietica, la quale non era stata, di fatto, minimamente toccata dalla crisi. Non bisogna peraltro dimenticare come la crisi del ’29 si sommò alla guerra del 1914-18 nel generare una diffusa disaffezione nei confronti della democrazia e del sistema parlamentare. In questa temperie sociale, fascismo e comunismo (e presto anche il nazismo) sembrarono promettere l’alba di un mondo nuovo, nel quale lo Stato avrebbe provveduto ai bisogni di ciascuno sacrificando la libertà alla sicurezza.

È dunque tenendo presente questo contesto che va interpretato il saggio sull’autosufficienza nazionale. Keynes, allevato e cresciuto nel rispetto della dottrina liberal-liberista, sembra mutare opinione convergendo verso posizioni più conservatrici. In linea di principio, afferma, i propositi dei libero-scambisti del XIX secolo erano assai positivi. Essi credevano di risolvere il problema della povertà utilizzando a pieno le risorse e le capacità offerte dal nostro pianeta. Battendosi contro le forze del privilegio, del monopolio e dell’arretratezza, ritenevano di servire la grande causa della libertà, in favore della fertilità di una mente non asservita. Erano inoltre convinti di essere i garanti della pace, della concordia internazionale e di favorire la propagazione del progresso.

Cosa c’è che non va in tutto ciò? In primo luogo, Keynes ritiene che la pace non venga in alcun modo garantita da un sistema in cui gli sforzi nazionali siano volti alla conquista dei mercati esteri e in cui la struttura economica di un paese sia legata in maniera vitale alle fluttuazioni delle politiche economiche dei paesi stranieri (riflettiamo ancora una volta sull’attualità di tale prospettiva). Keynes, quindi, persegue l’obiettivo di ridurre, anziché accentuare, l’intreccio economico fra le nazioni. “ Idee, conoscenza, arte, ospitalità, viaggi: queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma cerchiamo di far sì che i beni vengano prodotti al proprio interno quanto più convenientemente e ragionevolmente è possibile; e soprattutto che la finanza sia essenzialmente nazionale”[7].

Sono queste ragioni, cioè un elevato livello di autosufficienza e di isolamento economico, che potrebbero servire la causa della pace piuttosto che indebolirla. Nel XIX secolo erano altri i vantaggi dell’internazionalismo economico: da un lato, i flussi migratori intercontinentali si portavano dietro i frutti materiali della tecnologia e del risparmio del Vecchio Mondo; dall’altro, le enormi differenze nel grado di industrializzazione e nelle possibilità di formazione tecnica nei diversi paesi, facevano sì che i vantaggi di un alto livello di specializzazione nazionale fossero molto considerevoli. Nel Novecento, però, il grosso dei moderni processi di produzione poté essere sviluppato nella maggior parte dei paesi, in qualsiasi situazione climatica e in presenza di qualunque tipologia di risorse naturali. Inoltre, con l’aumento della ricchezza, materie prime e manufatti cominciarono a giocare un ruolo minore rispetto a case, servizi personali e comforts, che non sono soggetti a scambi internazionali.

L’internazionalismo economico del XIX secolo era mosso dal principio secondo cui tutto il mondo doveva essere organizzato sulle basi del capitalismo privatistico concorrenziale. Nel secolo XX questi convincimenti vengono gradualmente abbandonati e Keynes approva l’opinione secondo cui si sarebbe dovuti essere quanto più liberi possibile da interferenze derivanti da cambiamenti economici che avvengono altrove.

Da un punto di vista etico, Keynes rigetta con aristocratico disprezzo la trasformazione, avvenuta nel secolo XIX, di ogni manifestazione vitale in una sorta di parodia “dell’incubo del contabile”. “Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Probabilmente saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo”[8]. Per cambiare in meglio la civiltà, sarebbe stato necessario emanciparsi una volta per tutte dal test di profittabilità del contabile. E’ lo Stato che avrebbe dovuto allargare le sue funzioni decidendo cosa avrebbe dovuto essere prodotto all’interno della nazione e cosa avrebbe dovuto essere scambiato con l’estero.

Keynes, tuttavia, non si esime dall’elencare anche i pericoli insiti nel nazionalismo economico e nell’autarchia nazionale. Il primo è la stupidità del dottrinario; una società nuova ha bisogno di tutti i suoi margini economici per realizzare i propri propositi e non può permettersi di concedere alcunché all’astratta e sciocca follia dottrinaria. Il secondo pericolo è la fretta; il cambiamento economico di una società è cosa da realizzare lentamente. L’esempio più spaventoso dei mali prodotti da una fretta insensata ed inutile è quello sovietico. E’ nella natura dei processi economici l’essere distribuiti nel tempo. Il terzo rischio è l’intolleranza e il soffocamento di una critica non ammaestrata; i nuovi movimenti politici, osserva Keynes, sono quasi sempre giunti agli scranni del potere attraverso transizioni violente, spodestando con la forza i loro oppositori. E’ il metodo moderno: contare sulla propaganda e impadronirsi degli organi di opinione per paralizzare lo scambio delle idee.

Prima di approdare alla Teoria generale, prendiamo in considerazione un ultimo scritto che, in realtà, altro non è che la trasposizione testuale di una trasmissione radiofonica risalente al 1934. Il motivo di tale interesse risiede nell’argomento della discussione, durante la quale Keynes si chiede ancora una volta se il sistema economico sia in grado o meno di equilibrarsi autonomamente.

Gli attacchi al capitalismo vengono sferrati da coloro i quali lamentano l’ingiustizia relativa alla presenza di ampie sacche di povertà nell’abbondanza. Keynes mette subito le cose in chiaro rifiutando tutte quelle soluzioni che consistono nello sbarazzarsi dell’abbondanza (e cioè del sistema capitalistico in toto). Cercare una soluzione nel rendere la macchina della produzione meno produttiva è sbagliato e, semplicemente, non è una soluzione. Non sono le condizioni dell’offerta, bensì quelle della domanda che devono essere investigate per trovare in esse la soluzione. Ora, da una parte vi sono coloro i quali ritengono il sistema economico capace di autoregolarsi; dall’altra, gli oppositori di tale opinione. A chi la ragione? La forza del primo “partito” deriva dall’avere alle spalle le convinzioni e la dottrina imperante nei cent’anni precedenti, accettate peraltro anche dagli stessi marxisti. Keynes si schiera apertamente con il secondo partito, quello degli “eretici”. Il difetto fatale della dottrina ortodossa è da lui ravvisato nell’errata analisi di ciò che determina la domanda effettiva e il volume dell’occupazione. Egli è profondamente convinto che queste variabili non possano trovare un equilibrio senza un’azione deliberata che sviluppi le potenzialità in grado di condurre all’abbondanza. Ancora una volta, dunque, il responsabile di tale intervento regolatore è identificato nello Stato e il capitalismo è nuovamente difeso come unico sistema economico capace di garantire il maggior benessere materiale per il maggior numero di individui.

Quest’analisi dei brevi saggi su indicati ci è di utilità capitale in quanto ci rende palesi le linee fondamentali lungo le quali, nel corso degli anni, il pensiero di Keynes si costruisce e si sviluppa, contestualizzandolo storicamente. Tutte le riflessioni che in questi scritti abbiamo esaminato costituiscono la base fondamentale per la redazione di quella che, per gli economisti, è considerata l’opera più importante di Keynes: parliamo ovviamente della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936 e rivolta esplicitamente ai suoi colleghi economisti, essendo essa un’opera eminentemente tecnica. Proprio per questo motivo, cercheremo di trarre dall’opera le conclusioni principali, già peraltro delineate dall’esame di tutti gli altri testi già presi in considerazione.

Con la Teoria generale Keynes espone per la prima volta una compiuta teoria della domanda e dell’offerta per la produzione nel suo complesso, con particolare attenzione al principio della domanda effettiva, definita da Keynes come “il reddito o ricavo complessivo che gli imprenditori si aspettano di conseguire dal volume di occupazione corrente che essi decidono di offrire, compresi i redditi che essi erogheranno agli altri fattori di produzione”[9]. La sua teoria permette, in sostanza, di spiegare le fasi di depressione indicando come organizzare consapevolmente una via di uscita. Keynes sposta l’attenzione dall’analisi delle cause di una variazione del livello della produzione all’analisi degli effetti di una data variazione. In breve tempo, la Teoria generale sarebbe divenuta la bibbia degli economisti e dei politici da loro consigliati.

Se non fosse stato per il crollo dell’economia mondiale, è difficile sapere se Keynes o chiunque altro sarebbe stato interessato a dirottare la sua attenzione dalle cause agli effetti, ma, in ogni caso, Keynes fornisce sia la teoria sia la politica economica adeguate alle nuove condizioni. Egli fornisce anche nuovi ed importanti concetti, termini e strumenti significativamente utili per gli organismi di politica economica. Il pensiero di Keynes è influenzato direttamente dalla depressione mondiale in due modi: in primo luogo, essa minò la sua fiducia nella politica monetaria, concludendo che l’intervento diretto dello Stato atto a promuovere e finanziare nuovi investimenti avrebbe potuto costituire l’unica vera e solida via d’uscita da una depressione prolungata e potenzialmente irreversibile; in secondo luogo, la depressione fece spostare la sua attenzione dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. I problemi statunitensi portarono Keynes a riflettere in maniera più attenta sulle problematiche delle economie ricche. Inoltre, data la portata mondiale della crisi, egli fu subito indotto a scartare la ricerca di rimedi quali la svalutazione e il protezionismo. La Teoria generale avrebbe tentato di spiegare come la chiusura della frontiera degli investimenti, unita a un’elevata propensione al risparmio, potesse rendere endemica, nelle società occidentali in generale, la disoccupazione “involontaria” (ossia quella disoccupazione derivante da “malformazioni congenite” del sistema capitalistico basato sulla dottrina privatistica del completo laissez-faire).

La sua analisi unisce una visione del comportamento dei sistemi economici con una dimostrazione rigorosa delle possibilità di un equilibrio di sottoccupazione. Il primo capitolo del libro è la pars destruens dell’opera, nella quale Keynes attacca e demolisce la dottrina tradizionale. Egli rifiuta la visione classica per cui l’occupazione sarebbe determinata sul mercato del lavoro. La teoria classica, afferma Keynes, è applicabile soltanto in caso di occupazione piena, essendo dunque errato e illogico applicarla ai problemi della disoccupazione involontaria. Tale teoria non è capace, in altri termini, di determinare con precisione la posizione di equilibrio tra risparmio e investimento. Keynes scrive: “I teorici classici assomigliano a geometri euclidei in un mondo non-euclideo, i quali, scoprendo che nell’esperienza due rette apparentemente parallele spesso si incontrano, rimproverassero alle linee di non mantenersi diritte, come unico rimedio alle disgraziate collisioni che si verificano; mentre in realtà non vi è altro rimedio che respingere l’assioma delle parallele e costruire una geometria non-euclidea”[10].

Fin dai tempi di Say e di Ricardo, gli economisti classici hanno insegnato che è l’offerta a creare la propria domanda, presumendo quindi l’eguaglianza tra il prezzo di domanda della produzione complessiva e il suo prezzo di offerta. Tale eguaglianza deve considerarsi come “l’assioma delle parallele” della teoria classica. Una volta che si ammette tutto questo, il resto viene da sé: i vantaggi sociali del risparmio privato e del risparmio nazionale e soprattutto i vantaggi assoluti del laissez-faire.

Dall’assunto fondamentale della teoria classica, dunque, e cioè che l’offerta crea la propria domanda, nel senso che il prezzo complessivo della domanda è uguale al prezzo complessivo di offerta per qualsiasi livello di produzione e di occupazione, consegue un equilibrio perfetto del sistema economico. Per la teoria classica, sono le forze della concorrenza tra imprenditori a spingere l’occupazione al livello massimo, raggiungendo finalmente un equilibrio stabile. Quest’analisi ci offre una spiegazione del paradosso della povertà nell’abbondanza; poiché basta che vi sia un’insufficienza della domanda effettiva perché l’incremento dell’occupazione venga arrestato prima che sia raggiunto un livello di piena occupazione.

Il primo economista ad opporsi invano alla convinzione che non fosse possibile un’insufficienza di domanda effettiva fu Robert Malthus (e prima di lui, ricorda Keynes, anche Bernard Mandeville). Malthus, tuttavia, non essendo stato capace di spiegare chiaramente come e perché la domanda effettiva potesse risultare insufficiente o eccessiva, non riuscì ad elaborare una costruzione da sostituire a quella ricardiana; così Ricardo conquistò l’Inghilterra e la sua teoria venne accettata senza riserve, accettando le contraddizioni del sistema che egli stesso aveva accertato sulla base della credenza che l’impresa e la proprietà privata stimolano, in fin dei conti, investimento e intraprendenza, e pensando che l’unico rimedio alle condizioni di miseria della classe operaia potesse essere semplicemente una sua riduzione numerica, sulla scorta delle argomentazioni di Malthus. Tale teoria quindi, pur non essendosi dimostrata in armonia con i fatti, ha continuato ad essere accettata dagli economisti, rimasti impassibili di fronte al difetto di corrispondenza fra i postulati della loro teoria e i fatti dell’osservazione. La teoria classica rappresenta il modo nel quale si vorrebbe che l’economia si comportasse; ma le cose non stanno così.

Keynes rovescia completamente la psicologia classica. Gli economisti ortodossi sostenevano che la frugalità e la parsimonia incrementavano l’offerta di capitale. Un aumento della propensione al risparmio sarebbe però stata, osserva Keynes, passibile di effetti negativi sugli investimenti, riducendo le previsioni di consumo futuro fatte dagli imprenditori. Per mantenere la piena occupazione, quindi, una società ricca avrebbe dovuto investire, in realtà, una proporzione sempre maggiore del suo reddito; alla luce di ciò, l’ammontare di occupazione dipende dal tasso di investimento o dall’aumento dello stock di capitale. La discussione porta in modo naturale alla conclusione per cui lo Stato dovrebbe assumersi una sempre maggiore responsabilità nell’organizzare direttamente l’investimento. Infatti, Keynes si dice convinto che lo scopo privato dei più abili investitori del suo tempo fosse “to beat the gun”, come dicono gli americani, cioè mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva o svalutata. Per questo, afferma che solo lo Stato è in condizione di calcolare l’efficienza dei beni capitali in base a considerazioni di lunga portata e in vista del vantaggio sociale generale. Egli scrive: “In condizioni di «lasciar fare» può quindi dimostrarsi impossibile evitare ampie fluttuazioni dell’occupazione senza un mutamento radicale della psicologia dei mercati di investimento, che non vi è alcuna ragione di attendersi. Concludo che il compito di determinare il volume corrente di investimento non può, senza pericolo, lasciarsi in mani private”[11]. E ancora: “E’ la politica di un saggio autonomo di interesse, non vincolato da preoccupazioni internazionali, e di un programma di investimento nazionale diretto ad un livello ottimo di occupazione interna che è doppiamente benedetta, nel senso che aiuta noi medesimi e i nostri vicini al tempo stesso. Ed è il perseguimento simultaneo di questa politica da parte di tutti i paesi assieme che è atto a restaurare nel campo internazionale la salute e la forza economica, siano queste misurate alla stregua del livello di occupazione interna, o di quella del volume del commercio internazionale”[12].

Grande attenzione è dedicata anche alla moneta, considerata non solo come un mezzo di scambio, ma come riserva di valore. La condizione necessaria per questa funzione della moneta è l’incertezza: conservare il denaro riduce l’esposizione a possibili rischi futuri e dunque allevia l’ansietà. La libertà delle persone di non spendere in un sistema economico monetario è quindi il nesso cruciale per la negazione, ancora una volta, del fatto che l’offerta crei la propria domanda. Invece, la “spesa crea il proprio reddito”, precisa Keynes.

La parte centrale e più complessa del libro riguarda la propensione al consumo, l’incentivo ad investire ed il saggio di interesse. Sono queste le variabili che determinano il volume della produzione e il livello dell’occupazione.

Keynes, infine, difende la teoria della politica inflazionistica derivante da un intervento pubblico, dicendo chiaramente che mentre una deflazione della domanda effettiva al di sotto del livello richiesto per l’occupazione piena avrebbe diminuito l’occupazione al pari dei prezzi, un’inflazione della domanda al di sopra di questo livello avrebbe influito soltanto sui prezzi, e non sull’occupazione.

Interessanti sono le osservazioni contenute nell’ultimo capitolo, incentrato sulla filosofia sociale a cui la sua teoria avrebbe potuto condurre. Keynes si rende perfettamente conto come i difetti più evidenti e marcati della società del suo tempo fossero l’incapacità di provvedere ad un’occupazione piena e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Egli ritiene giustificabile, per motivazioni sociali e psicologiche, le disuguaglianze dei redditi e delle ricchezze, ma non nei termini così grandi nei quali allora si presentavano. Riguardo l’occupazione piena, l’unico mezzo da lui ravvisato per potersi avvicinare ad essa è la socializzazione dell’investimento. Al di là di questa misura, però, Keynes si guarda bene dal proporre un qualche sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività. Per lui non è necessaria l’assunzione, da parte dello Stato, di tutti gli strumenti di produzione. Ciò di cui lo Stato dovrebbe farsi carico è la determinazione dell’ammontare complessivo dei mezzi dedicati ad aumentare gli strumenti di produzione medesimi. E’ ovvio che i controlli statali atti ad assicurare l’occupazione piena avrebbero richiesto una vasta estensione delle funzioni tradizionali di governo, pur rimanendo tuttavia grande spazio per l’esercizio dell’iniziativa privata. Keynes tiene molto a ricordare, infatti, i pur sempre efficaci vantaggi dell’individualismo, il quale, purgato dei suoi difetti e dei suoi abusi, è la miglior salvaguardia della libertà personale. L’allargamento delle funzioni di governo è difeso perciò sia come unico mezzo in grado di evitare l’estinzione completa delle forme economiche allora esistenti, sia come condizione del funzionamento soddisfacente dell’iniziativa individuale. Al tempo di Keynes, gli Stati autoritari sembravano poter risolvere il problema della disoccupazione a scapito dell’efficienza e della libertà, ma egli si dice convinto della possibilità di guarire il sistema capitalistico da questa malattia pur conservandole entrambe.

Il sistema da lui costruito è proposto anche come rimedio contro le tensioni internazionali. Infatti, in un sistema interno di laissez-faire e con un regime aureo internazionale come quello vigente nella seconda metà del secolo XIX, l’unico mezzo disponibile per il governo per mitigare la depressione economica interna era la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati esteri, contrapponendo inevitabilmente il proprio interesse a quello dei suoi vicini. Con un sistema di intervento statale teso al miglioramento delle condizioni dell’economia interna, il commercio internazionale avrebbe cessato di essere quello che era stato sino ad allora, ossia un disperato espediente per preservare l’occupazione interna forzando vendite sui mercati stranieri e limitando gli acquisti. Tale metodo, in caso di successo, avrebbe spostato semplicemente il problema della disoccupazione nel vicino che avesse avuto la peggio nella lotta. Il sistema proposto da Keynes avrebbe reso invece il commercio internazionale uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi in condizioni di vantaggio reciproco.

In conclusione, Keynes ritiene che le economie capitalistiche non sarebbero mai riuscite a perseguire dei risultati convincenti senza un serio coinvolgimento dello Stato, il cui compito sarebbe stato quello di integrare il calo della domanda di investimenti privati. I privati, infatti, non sono reputati in grado di garantire impiego completo; è lo Stato a doverlo garantire. Keynes presenta dunque un nuovo liberalismo che utilizzi lo Stato come garante dei cittadini.

 Una sintesi

La Teoria generale può essere considerata un classico, allo stesso modo della Ricchezza delle Nazioni. Se Adam Smith con tale opera pose le basi dell’economia politica classica, John Maynard Keynes, con la Teoria generale, ha posto le basi di una nuova teoria economica. Se l’economia politica classica è il prodotto della rivoluzione industriale, l’economia keynesiana è il prodotto della crisi degli anni Trenta. Un secolo e mezzo separa i due eventi, un secolo di rivolgimenti di enorme portata avvenuti nella struttura dell’economia. Keynes capì che la depressione non poteva essere interpretata come una semplice flessione del ciclo economico ed è significativo che egli definisse lo stato che il suo sistema mirava a raggiungere come equilibrio di sottoccupazione. La Teoria generale è l’espressione dell’economia della depressione in contrapposizione alla quale l’opera degli economisti classici rappresentava l’espressione di un’economia fiorente, quella del boom susseguente alla rivoluzione industriale.

La teoria di Keynes si occupa del breve periodo ed intende dimostrare come si determina il volume totale dell’occupazione. In relazione a ciò, egli si chiede se esista un meccanismo, all’interno del funzionamento del sistema capitalistico, che possa garantire una tendenza al pieno impiego delle risorse. Il breve periodo è ciò su cui veramente occorre indagare; egli non viveva per il domani, né voleva che gli altri lo facessero: “nel lungo periodo saremo tutti morti”, dichiarò una volta criticando la famosa legge dell’economista francese Say per la quale, nel lungo periodo, la teoria ortodossa avrebbe garantito la piena occupazione[13]. Per Keynes, è inevitabile che un’economia capitalistica, le cui attività produttive dipendono esclusivamente dalle aspettative degli imprenditori, nei suoi stadi di sviluppo più avanzati vada incontro ad una situazione di insufficienza della domanda effettiva che pone un limite all’occupazione. Il sistema capitalistico, all’epoca di Keynes, è incrinato, in quanto non è in grado di garantire la piena occupazione in relazione alle risorse disponibili in un’economia.

Questa, ricordiamolo, è esattamente la stessa conclusione a cui arriva anche Marx analizzando lo sviluppo capitalistico. Tuttavia, se nello spiegare perché i profitti tendono a cadere, Marx, come Ricardo, rifiutava di affidarsi alla teoria dell’insufficienza della domanda, adottata invece da Keynes, è perché l’epoca di Marx è ancora quella dell’espansione di un vigoroso capitalismo, e non quella del capitalismo maturo e decadente dell’esperienza keynesiana. Tra questi due lassi di tempo si inserisce la teoria marginalista, nata quando il capitalismo si trovava in quella che potremmo definire la sua fase di assestamento. Gli economisti poterono così permettersi di concentrarsi su problemi squisitamente metodologici; il marginalismo, perciò, restò indifferente alle domande che stimolarono Smith, Marx e Keynes.

Dove tuttavia Keynes si differenzia maggiormente da Marx è nella sua visione della società. Marx confidava nell’idea di sussulti continui in grado di far passare da uno stadio sociale ad un altro. Dal suo punto di vista, il capitalismo era solo uno stadio dell’evoluzione sociale e sarebbe morto per cause naturali derivanti dalle proprie contraddizioni interne. L’intento di Marx era quello di accelerare tale processo. Anche Keynes vede una contraddizione nel sistema; ma egli vuole salvarlo dalla possibile distruzione. Il suo fine, nell’analizzare le caratteristiche del capitalismo, è in realtà quello di individuare gli errori in cui era incorso e l’intervento migliore al fine di farlo sopravvivere.

Non dobbiamo dimenticare, poi, che Keynes assistette al pieno dispiegarsi del movimento sindacale nel suo paese osservando come il livello dei salari monetari, derivante dalla contrattazione tra capitalisti e lavoratori, tendesse ad essere troppo alto in rapporto ai prezzi perché i profitti potessero mantenersi in prossimità del livello di piena occupazione. Secondo Keynes, invece dello sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti, si era giunti ad una situazione in cui entrambi erano vittime di una società opulenta.

Le misure che egli propone per rinvigorire la produzione e l’occupazione, come abbiamo visto, hanno delle implicazioni che i socialisti approverebbero. Esse prevedono la redistribuzione del reddito tramite misure fiscali e, soprattutto, l’intervento diretto dello Stato nella sfera dell’investimento. Lo scopo della sua ricerca è di rimediare alle carenze del laissez-faire e di rendere il capitalismo accettabile e più equo per la società. In questo senso, il compito dello Stato è di accrescere le aspettative di profitto dell’imprenditore e di stimolare il consumo, in modo tale da garantire e mantenere un elevato livello della domanda effettiva. Non bisogna però dimenticare come Keynes rimanga pur sempre un  fervente sostenitore dell’iniziativa privata e della libera impresa perché ritenute la miglior salvaguardia non solo dell’efficienza produttiva, ma anche della libertà di scelta e della varietà che da essa deriva. Keynes rientra così saldamente nella tradizione liberale britannica.

 L’eredità di Keynes

Verso la fine del Novecento si è avuto in Europa un revival di interesse nei confronti delle ricette keynesiane in seguito all’aumento della disoccupazione dovuto alle politiche deflazionistiche introdotte dopo gli anni Settanta. Tuttavia, la maggioranza dei governi ritiene tuttora i rimedi keynesiani inefficaci o dannosi essendo essi atti a creare o mantenere occupazione in settori improduttivi o in perdita. Le politiche economiche keynesiane vengono inevitabilmente associate ad un’inflazione crescente, ad una finanza pubblica poco solida e squilibrata, ad un rafforzamento dello statalismo e ad un crollo del corporativismo, nonché ad una generale ingovernabilità. Insomma, negli anni Ottanta, Keynes, che era stato in precedenza considerato colui che aveva salvato il mondo dal marxismo, aveva ormai raggiunto lo stesso Marx nel girone degli dei decaduti.

Ad un’analisi più acuta, però, ci si può accorgere come gli obiettivi di Keynes fossero, da un punto di vista sociale, in realtà e come egli stesso ebbe modo di dire, “moderatamente conservatori”. La sua filosofia sociale e il liberalismo del suo tempo non avrebbero mai approvato e sostenuto l’enorme espansione delle attività assistenziali pubbliche che contribuirono pesantemente alle crisi fiscali degli anni Settanta. Inoltre, egli si batteva per una crescita non fine a se stessa, ma finalizzata ad ottenere maggiore tempo libero e una vita caratterizzata da un alto grado di civiltà. Si potrebbe affermare che la politica di piena occupazione attraverso gli investimenti costituisse solo un’applicazione particolare di un più vasto teorema intellettuale (parole, queste, di Thomas Stearns Eliot).

La rivoluzione keynesiana ha prosperato per circa venticinque anni dopo la scomparsa del suo fautore e la maggioranza dei governi si impegnò a mantenere la piena occupazione, non senza diverse deviazioni dall’originale teoria keynesiana. In ogni caso, soprattutto tre elementi della sua dottrina sembravano essere saldi. In primo luogo, tutti gli economisti accettavano il contesto macroeconomico della teoria di Keynes. Egli aveva infatti inventato una nuova branca della teoria economica, la macroeconomia, ossia lo studio del comportamento del sistema economico nel suo complesso, e non lo studio del comportamento di individui, imprese o singoli settori industriali. In secondo luogo, la Teoria generale aveva preparato l’innovazione concettuale per costruire la contabilità nazionale donando nuove basi alla scienza statistica e influenzando conseguentemente l’econometria. Terzo, Keynes aveva ridato nuovo slancio al sistema capitalistico contribuendo ad eliminare il fascismo, il comunismo e certi tipi di socialismo dalla storia del mondo sviluppato.

Agli inizi degli anni Settanta, però, tutto cambiò. Con le crisi petrolifere la rivoluzione keynesiana cominciò ad essere messa alla gogna perché colpevole di far accelerare drammaticamente l’inflazione mediante i suoi tentativi di ridurre la disoccupazione al di sotto del “tasso naturale” fissato dalle istituzioni del mercato. Nel 1976, la rivoluzione keynesiana ricevette la sua condanna a morte proprio nel suo luogo di nascita, la Gran Bretagna, dove il primo ministro laburista James Callaghan, annunciò che l’opzione di “uscire dalla recessione espandendo la spesa non esisteva più”. In tutto il mondo l’obiettivo principale della politica macroeconomica era diventato raggiungere la stabilità dei prezzi, non più la piena occupazione; era iniziata la controrivoluzione monetarista. Tra l’altro, apparve sempre più evidente come la politica macroeconomica keynesiana stesse conducendo il capitalismo verso il socialismo a causa del crescente bisogno di interventi politici in ambito microeconomico al fine di stimolare l’economia attraverso un misto di spesa e pianificazione pubblica.

É la storia ad aver decretato la fine del keynesismo; esso fu originato dalla depressione degli anni Trenta; gli anni Cinquanta e Sessanta lo riaffermarono; la recessione inflazionistica degli anni Settanta (la combinazione cioè di disoccupazione ed elevata inflazione) ne segnò la fine. Gli anni Cinquanta e gran parte degli anni Sessanta hanno rappresentato l’età d’oro del capitalismo. Essi furono caratterizzati da bassissima disoccupazione, rapida crescita dei redditi ed economie eccezionalmente stabili; il tutto con un costo, in termini di inflazione, estremamente modesto. Già nel 1971 però, ben prima dello shock petrolifero del 1973-74, i crescenti squilibri macroeconomici determinarono il crollo del sistema di cambi fissi stabilito a Bretton Woods nel 1944. Infatti, la speranza di stabilità monetaria subì un duro colpo quando Richard Nixon, nel 1971 appunto, decise la sospensione della convertibilità del dollaro in oro a causa delle enormi spese derivate dall’impegno statunitense nella guerra del Vietnam. Gli USA avevano assoluto bisogno di attuare una politica inflazionistica e Bretton Woods divenne storia passata. Il suo sistema di cambi fissi tramontò e cominciò un periodo di forte instabilità monetaria internazionale. Non solo, ma nel 1973, i paesi OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) aumentarono, quadruplicandoli, i prezzi del greggio come rappresaglia per l’atteggiamento pro- israeliano dell’Occidente durante la guerra dello Yom Kippur. Tale provvedimento provocò delle profonde ripercussioni sulle economie dei paesi occidentali, e soprattutto di quelli europei.

La politica keynesiana, allora, dopo essere stata portata in trionfo per un ventennio, fu incolpata dello sfacelo economico successivo. Occorre tuttavia fare molta attenzione a non confondere la teoria di Keynes con gli sviluppi successivi delle politiche governative ad essa ispirate. É utile rammentare come Keynes fosse contrario ad un’eccessiva inflazione, alla nazionalizzazione, alla pianificazione e all’equalizzazione dei redditi, sebbene molti abbiano difeso tali politiche in suo nome.

Diversi analisti rifiutano persino che dalla teoria economica di Keynes derivino lo sviluppo del Welfare State, l’intervento industriale e le politiche di spesa pubblica, puntando la sua teoria a legittimare il deficit di bilancio esclusivamente come strumento per stimolare il livello della domanda. Per tali motivi, questi analisti ritengono che, in realtà, nelle ricche economie dell’età dell’oro, non vi fu alcuna politica di gestione attiva della domanda. Furono le opportunità tecnologiche a conferire un’elevata produttività portando ad una domanda elevata e ad una crescita dei redditi. Essi pensavano che nessun governo avesse causato deliberatamente un deficit di bilancio per incrementare il livello della produzione, il che invece è esattamente l’obiettivo di una pura politica keynesiana. Era più la pax americana, cioè il saldo dominio del sistema finanziario statunitense, a garantire per loro un certo equilibrio macroeconomico nel “mondo libero” dell’età dell’oro. Infatti, l’esistenza di una vivace e florida economia internazionale (diversamente da quella degli anni Trenta) rese molto più affrontabili i problemi economici nazionali, esattamente come accadde con la felice congiuntura occorsa nel XIX secolo. Anche nell’Ottocento, e precisamente tra il 1870 e il 1890, vi fu poi una fase di depressione, con la grande differenza però che la depressione apertasi negli anni Settanta del Novecento è stata segnata dal fenomeno della stagflazione (inflazione unita a stagnazione economica). Nel decennio 1880, invece, vi fu sì una pesante disoccupazione, ma unita ad un sensibile calo dei prezzi.

Esatte o sbagliate che siano le conclusioni di questi analisti, il boom degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato comunque prolungato artificialmente da politiche ispirate direttamente dalla teoria keynesiana, politiche che, nella loro fase socialdemocratica, sono state caratterizzate da un progressivo spostamento a sinistra in campo politico e dall’uso di una politica di bilancio volta a spostare la domanda dal settore privato a quello pubblico puntando a gestire simultaneamente domanda, crescita e welfare. Ne conseguì una serie di boom nell’investimento pubblico nel contesto della proprietà statale accompagnati da programmi di pianificazione economica. In breve, la spesa pubblica divenne il vero motore della crescita e, alla base di queste iniziative pratiche, si era ormai radicata la credenza secondo cui lo Stato fosse foriero di saggezza e il mercato fosse stupido. Il problema che nessuno riuscì a cogliere lucidamente è che gli obiettivi economici e sociali degli anni Sessanta erano troppo ambiziosi. Una volta perso il controllo dell’inflazione, gli interventi statali sarebbero stati destinati ad essere gravemente destabilizzanti, comportando o l’accettazione di una maggiore disoccupazione per controllare la crescita dei prezzi, o l’accettazione di una maggiore inflazione per controllare la crescita della disoccupazione. L’oscillazione della politica economica tra tali scelte produsse la disastrosa combinazione di inflazione più disoccupazione.

Con la crisi petrolifera del 1973-74 i salari si ridussero insieme ai profitti provocando l’instabilità e l’ingovernabilità dei paesi occidentali. Di fronte al secondo aumento del prezzo del petrolio, nel 1979-80, dovuto,da un lato, all’abbattimento del regime dello Sha di Persia in Iran ad opera della rivoluzione islamica guidata dall’Ayatollah antioccidentale Khomeini nel 1979 e, dall’altro, allo scoppio della guerra tra Iran ed Iraq nel 1980, i governi occidentali ne ebbero abbastanza e cominciarono a mettere in atto politiche fiscali e monetarie più severe, causando così la depressione più grave dagli anni Trenta. La crisi si propagò drammaticamente anche ai paesi in via di sviluppo; questi avevano mantenuto il loro boom nell’investimento pubblico per tutti gli anni Settanta ricevendo prestiti dai paesi occidentali. Al crollare dell’economia mondiale e quindi dei proventi delle esportazioni, si trovarono subissati e falcidiati da un debito estero paralizzante, con tassi di interesse punitivi uniti ad una drastica riduzione di investimenti esteri.

A livello mondiale, ormai, le politiche statali di crescita avevano fallito e l’era keynesiana era così giunta al termine. L’esperienza della gestione keynesiana degli anni Settanta ha portato i mercati ad essere diffidenti nei confronti di qualsiasi governo che non si impegnasse a mantenere un basso tasso di inflazione. C’è stata, in effetti, una forte e generalizzata perdita di fiducia nelle attività di gestione, di amministrazione e di spesa dello Stato e la rivoluzione keynesiana è stata attaccata e sommersa da una reazione contro tutte le forme di collettivismo, sebbene sia doveroso ricordare come la filosofia di Keynes prevedesse semplicemente che lo Stato non dovesse sostituire l’economia di mercato con un’economia pianificata, come nei paesi dell’est, ma regolamentarla facendola funzionare al meglio e riducendo le diseguaglianze dei redditi. La linea principale seguita dai governi dagli anni Ottanta in poi è stata, di fatto, quella di puntare a disinflazionare le economie, aggiustare le finanze pubbliche, decorporativizzare e deregolamentare le relazioni industriali, diminuire la spesa pubblica e privatizzare le industrie statali. La disoccupazione è stata semplicemente interpretata come il costo necessario per attuare queste riforme, atte a “bonificare” il sistema economico.

Oggi la politica economica keynesiana non può più essere difesa apertamente in seguito alla globalizzazione dei mercati che ha segnato irrimediabilmente la fine dell’era della gestione economica nazionale apertasi nel 1914. Anche l’era della gestione discrezionale della domanda è finita e la tesi keynesiana dei governi come massimizzatori benevoli del benessere sociale è tramontata definitivamente. Per non parlare ovviamente della peculiare situazione europea, dove gli Stati hanno rinunciato totalmente alla loro sovranità monetaria e di spesa, avendo sottoscritto vincoli rigidissimi che escludono l’utilizzo di ogni possibile strumento di politica economica di impronta keynesiana.

Allo stato attuale è difficile prospettare le future tendenze dell’economia; viviamo infatti in un’epoca di estrema turbolenza internazionale e, in più, la transizione dal comunismo al capitalismo di due potenze come Russia e Cina, fondamentale per definire i nuovi equilibri internazionali, è ricca di non poche contraddizioni. Una cosa è certa: questa che viviamo è l’epoca dell’ortodossia monetarista, la quale ritiene possibile una diminuzione del tasso di disoccupazione attraverso politiche economiche volte a migliorare gli incentivi economici, deregolamentare il mercato dei beni e del lavoro e privatizzare le industrie di proprietà statale. Tuttavia, la questione di cosa e quanto i governi dovrebbero fare per stabilizzare l’attività economica non scompare perché la storia ha dimostrato quanto l’attività del settore privato possa essere volatile. Inoltre, il monetarismo non è ancora riuscito a vincere la battaglia contro la disoccupazione, né è riuscito a produrre delle regole finanziarie completamente affidabili.

Alla luce di queste considerazioni dunque, dopo decenni di trionfalismo neoliberale e una crisi globale fulminante, i ragionamenti che Keynes avanzava tra le due guerre sembrano non aver perso nulla del loro valore. Anzi, per quel che riguarda il problema centrale della piena occupazione, la rivoluzione tecnologica cui abbiamo assistito conferma la diagnosi keynesiana e con essa il convincimento che il sistema capitalistico, se concepito come finalizzato unicamente al profitto, non è in grado di autoregolarsi. Eretico tra gli economisti ortodossi e nel contempo estraneo al marxismo, Keynes cerca un equilibrio tra intervento pubblico e impresa privata ispirato ad una filosofia sociale non ridotta al mero calcolo finanziario ovvero, come dice con non celato disprezzo, a quella sorta di “parodia dell’incubo del contabile” in cui fu trasformata nell’Ottocento ogni manifestazione vitale. L’anticapitalismo aristocratico di Keynes (da un punto di vista esclusivamente etico) si accompagna così ad un’ottimistica fiducia nella forza delle idee, rispetto agli interessi costituiti, che oggi può senz’altro apparire eccessiva, sebbene il suo slancio per la conquista di una nuova moralità rimanga forse il suo messaggio più profondo.

 

Davide Parascandolo

 

[1] KP, PP/57, JMK a Sterling Lamprecht, 19 giugno 1940, da R.Skidelsky, Keynes, p. 9.

[2] David Ricardo mette in luce alcuni contrasti essenziali tra l’interesse generale e l’interesse privato, pervenendo ad una teoria conflittuale della distribuzione. L’ordine economico non agisce, secondo Ricardo, come un ordine provvidenziale o benefico. Inoltre, l’analisi del salario operaio lo porta ad intendere chiaramente l’antagonismo tra il salario e il profitto, per cui l’uno non può crescere che a spese dell’altro. Marx, in effetti, si sarebbe ispirato direttamente all’economia ricardiana per la formulazione della sua teoria del conflitto di classe.

 

[3] J.M.Keynes, La fine del laissez-faire e altri scritti economico-politici, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p.16.

[4] L.Stephen, English Tought in the Eighteenth Century, vol.II, p.192, da J.M.Keynes, op. cit., p. 22.

[5] J.M.Keynes, op. cit., p.27.

[6] “ Pour gouverner mieux, il faudrait gouverner moins”, ibidem, p.27.

[7] J.M.Keynes, op. cit., p.90.

[8] Ibidem, p.96.

[9] J.M. Keynes, Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1953, p.49.

[10] Ibidem, p.15.

[11] Ibidem, pp.284-5.

[12] Ibidem, pp.310-11.

[13] Si tratta delle celebre legge secondo la quale l’offerta crea la sua domanda, pilastro teorico di tutta l’economia classica.

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