Integrazione Europea processo irreversibile

  Antonio Simiele
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La costruzione di un’Europa unita è un processo irreversibile. Mi rifiuto di credere che nel Continente non ci sia una grande maggioranza consapevole di quanto sarebbe cosa tragica per il nostro futuro se così non fosse. Certo, la storia dell’umanità è piena di amnesie collettive. E’ vero pure che, come scrive Voltaire, il diritto dell’intolleranza dell’uomo è più orribile di quello delle tigri, che sbranano solo per mangiare, mentre l’umanità si è sterminata per dei paragrafi. Forse bisognerebbe anche tenere in conto Einstein quando dice che le due cose infinite sono l’Universo e la stupidità umana, di non essere sicuro della prima. Oggi, però, gli strumenti di conoscenza sono tanti e non investono, come nel passato, solo minoranze ma la quasi totalità degli uomini e delle donne. E’, perciò, veramente non immaginabile che gli europei abbiano totalmente rimosso dalla propria mente il ricordo di ciò che, negli ultimi due secoli, ha significato per il mondo intero l’odio e la contrapposizione tra gli Stati di questa parte del globo: milioni di morti, tremende distruzioni, lo scatenamento di due feroci guerre mondiali. Non a caso, proprio mentre le tremende conseguenze della guerra entravano prepotentemente in tutte le case, maturava il grande sogno europeo di Altiero Spinelli, visto come la strada da battere perché quelle brutture non accadessero mai più. Fino ad ora, almeno questo, per noi è stato così. Guardando solo all’oggi, quando siamo immersi in un’economia globalizzata, come si può ipotizzare di essere attori nel mondo, di competere, come singolo Stato, con i grandi colossi USA, Cina, India, Russia? Quando lo stesso concetto di nazione assume un significato nuovo e diverso, significherebbe essere fuori dalla storia e non volere il vero, duraturo sviluppo dell’economia e della gente. L’Europa, come si è configurata fino ad ora, ha grandi responsabilità, a causa delle scelte fatte e ancor più per quelle non fatte, perché crescesse la disillusione e lo scetticismo nei suoi confronti. Essa è percepita principalmente come l’Europa dei vincoli e dei divieti. Gli ultimi sondaggi danno gli euroscettici al trenta per cento. Sarebbe un risultato di tutto rispetto ma, lungi dal provocare il fallimento del processo di unificazione e della moneta unica, si potrebbe rivelare come un’utile frustata capace di svegliare e spingere i sinceri europeisti a rompere gli indugi, a fare subito scelte forti e coraggiose. Quello che serve è accelerare il processo di unità e cambiare per costruire un’Europa più in sintonia con il progetto politico e la visione dei suoi fondatori, più vicina ai cittadini, solidale, che non si fermi alla moneta unica ma abbia una sola politica economica, fiscale, internazionale, militare, della sicurezza; un’Europa forte, la cui voce sia capace di favorire un nuovo ordine internazionale di solidarietà e di diritto. Gli italiani, in particolare i giovani per il loro futuro, il venticinque di maggio, nel decidere se e per chi votare, dovrebbero farsi guidare da queste questioni e non farsi influenzare dalle miserie dell’attuale politica italiana, dalle diatribe piccine e dal provincialismo che la contraddistingue. Un’Europa così fatta avrebbe l’autorevolezza per obbligare la classe politica italiana a non nascondersi più dietro di essa ma a misurarsi, per finalmente risolverli, con i grandi nodi storici dell’Italia, causa vera di una crisi più profonda di quella di altri Paesi dell’Unione: la questione Sud, la corruzione, le mafie, la tecnocrazia inefficiente e malata, l’evasione fiscale, i troppi privilegi. Forse riuscirebbe anche a costringere gli amministratori dell’Italia Meridionale a utilizzare in modo giusto i miliardi di fondi strutturali che distribuisce loro e che oggi in grande parte non riescono a spendere e per il resto li utilizzano per ricercare consensi, per finanziare sagre e non lo sviluppo.
Antonio Simiele