Un voto per tante paure

  Antonio Simiele
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L’affermazione del vicedirettore Ludovico Martello che con il voto del 25 maggio in Italia “ ha vinto il buonsenso”, mi ha fatto tornare alla mente il ricordo di un vecchio elettore liberale del mio Paese che diceva di aver votato nel 1953 per il partito comunista perché aveva ritenuto quello l’unico modo per bloccare la “legge truffa”. E’ l’aspetto più positivo del voto degli italiani per le elezioni europee. Hanno concorso la volontà di cambiamento e la paura del salto nel buio alimentato dalla campagna elettorale di Grillo. L’inattesa dimensione del consenso a Renzi e la quantità non più fisiologica di astensioni, ne confermano, invece, due negativi: la ricorrente ricerca del salvatore della patria e la rinuncia di una parte considerevole del popolo a esercitare le proprie funzioni. I risultati dei ballottaggi e l’ulteriore calo della partecipazione al voto rafforzano queste valutazioni e la percezione che il voto del 25 di maggio non si possa proiettare, come alcuni hanno strumentalmente fatto, su quello delle future elezioni politiche. E’ un voto che non può neanche essere letto come il rilancio del ruolo della sinistra in Italia. Non solo perché nel successo del PD c’è anche il concorso di quanti hanno inteso esprimere consenso a una proposta ritenuta svuotata di contenuti sociali progressisti, mentre la lista Tsipras ha ottenuto un risultato modesto. Né il PD, né le componenti che hanno promosso la lista Tsipras hanno assolto un compito importante della sinistra che è quello di rappresentare, incanalandola in un credibile progetto politico, la legittima protesta dei cittadini. Essi neppure sono apparsi pienamente credibili per una parte considerevole della popolazione che vuole l’Italia più moderna ma anche più giusta, più libera e più eguale. Tanti di questi elettori o si sono astenuti o, come evidenziano i risultati del secondo turno del voto amministrativo, hanno votato per il Movimento Cinquestelle.
E’ indicativo il fatto che Renzi con il 40,8% ha preso 11 milioni di voti; Veltroni con il 34% ottenne 12 milioni di voti; Berlinguer arrivò al 35% ma con ben 17 milioni di voti e con la presenza,a sinistra, anche di un forte Partito Socialista.
Oggi è di moda ricordare la questione morale posta da Enrico Berlinguer, che è stata la prima denuncia dell’occupazione dello Stato da parte della politica e del pericolo che questo avrebbe comportato per il futuro stesso della democrazia. E’ un bene che questo avvenga. Si offre, così, all’attenzione delle nuove generazioni l’opera di una persona di grande coerenza, colta e umile, che ha onorato la politica mostrando come questa possa essere onesta e al servizio dei cittadini.
Quello che, però, bisognerebbe anche dire è che quella forte denuncia fu accolta con freddezza non solo dagli altri partiti ma anche da parte importante dei dirigenti del suo partito e lo stesso iniziale consenso dei cittadini nel tempo si affievolì. Anni dopo, quando la magistratura, costretta a surrogare la politica, aprì la stagione di mani pulite, essa fu supportata solo per qualche anno dal consenso popolare, ma poi per molti è divenuta non più la soluzione ma il problema.
I fatti di questi giorni dell’Expo a Milano e del Mose a Venezia, forse ancora più vergognosi di quelli del passato, stanno a ribadire, se ce ne fosse bisogno, che il vero cancro che sta consumando l’Italia è la corruzione. Bisogna estirparlo subito e radicalmente, scardinando il sistema di corruzione che è stato ricostruito. Per farlo, però, non bastano i giudici e le forze di polizia. Serve una generale consapevolezza, una partecipazione attiva degli italiani che sia costante e si esprima in primo luogo nel voto per far sì che chi viene chiamato a rappresentare il popolo nelle istituzioni sia esempio per tutti di onestà e capacità.
Antonio Simiele