L’ anacronistico progetto di Renzi

  Antonio Simiele
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Con il passare dei giorni, quello di Renzi si rivela sempre più un percorso di ritorno alla vecchia DC. Forse non è programmato, dato che lui anche per le scelte di governo procede per approssimazioni, facendosi guidare dai patti e dalle mediazioni, senza esporre prima un organico e chiaro disegno. Poco male, se non significasse spacciare per nuovo una cosa di altra epoca e di altro ambiente che oggi segnerebbe il regresso della nostra democrazia.

Renzi scrive che il suo è un partito della sinistra a fianco dei più deboli e indifesi. L’adesione del PD ai socialisti europei è un segno di sinistra. Fino a ora, però, non ci sono atti concreti del suo governo con lo stesso segno, neppure i famosi ottanta euro da cui sono esclusi proprio i più deboli, i pensionati e quelli privi di reddito, dei quali, invece, cerca di limitare la forza contrattuale, attaccando i sindacati e le associazioni che li organizzano.

Il tracollo del numero dei votanti nell’Emilia Romagna, campione di partecipazione e di ramificato tessuto democratico, mostra che è proprio il potenziale elettorato di sinistra che trova difficoltà a riconoscersi nella sua politica. E’ superficiale da parte di Renzi dire che una crescita così abnorme dell’astensione sia un fatto secondario: la rinuncia a votare ferisce sempre la democrazia e il suo partito ha perso per strada più della metà dei voti.
Renzi dice pure di volere il partito della nazione, senza un riferimento politico-culturale e che il Paese debba essere guidato da un solo partito. Non è rassicurante, neppure se il partito è democratico come il PD. E’ una visione che ha prodotto, sempre e ovunque, un restringimento degli spazi democratici. Convergono in questa direzione l’insistenza a fare istituzioni senza eletti dal popolo, una proposta di legge elettorale che dà il potere a un solo partito e priva i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti, l’abolizione degli eletti nelle Province e il contemporaneo aumento numerico della figura del Prefetto, della quale Luigi Einaudi diceva “Democrazia e Prefetto repugnano profondamente l’uno all’altro”. Nello stesso verso va una concezione poco democratica del Paese e del partito che si manifesta quando si plaude e ascolta solo chi è d’accordo, quando, mutuando Berlusconi, si definiscono politici gli scioperi a difesa dei diritti, quando si stravolge il carattere del PD, nato per far convivere, in una concezione pluralista, culture e storie diverse.
Lo affiancano dirigenti nazionali dalle incerte conoscenze o dalla formazione datata. Pina Picierno, ignorando che sono deleghe sottoscritte dai lavoratori, denuncia tessere false del sindacato, cosa che non avrebbe mai fatto il suo mito De Mita. Debora Serracchiani, dicendo che il PD deve rappresentare tutti, ripropone la concezione del partito unico, pigliatutto, di lontana memoria.
La natura della DC interclassista “condannata a governare” fu, principalmente, dettata dagli equilibri internazionali che costringevano l’Italia a essere una democrazia “zoppa”, in cui alla sinistra e alla destra era fatto divieto di concorrere alla formazione del governo nazionale. La DC, perciò, tendeva a convogliare istanze di sinistra, di centro e di destra ma avendo sempre ben presente che quella fosse una condizione transitoria, da superare appena possibile.

In una situazione di normalità democratica in cui c’è alternanza al governo, un partito non deve e non può rappresentare tutti. In Inghilterra i laburisti rappresentano interessi diversi da quelli dei conservatori, così in Usa i democratici rispetto ai repubblicani e in Francia i socialisti rispetto ai gollisti. Semmai, deve essere un partito popolare, capace di parlare a tutti e di chiamare la parte di cittadini che si rappresenta ad assolvere un ruolo nazionale, facendosi carico, una volta al governo, anche degli interessi degli altri.

Antonio Simiele

  • Panarese Giuseppe

    Hai perfettamente ragione caro antonio, un caro saluto

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