Charlie Hebdo: ipocrisia e libertà di parola

  Vito Varricchio
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Parigi in questi giorni è stata il centro di un efferato attacco terroristico da parte di due fondamentalisti islamici nei confronti del giornale francese, Charlie Hebdo, famoso per le sue strisce satiriche sulla religione, sia quella islamica che quella cattolica. L’attacco si è presentato come l’esecuzione di una sentenza, che riconosceva al Charlie Hebdo il reato di vilipendio alla religione, avendo offeso il Profeta Maometto, attraverso dei disegni irriverenti e blasfemi secondo l’interpretazione degli attentatori. In fondo le religioni non possono permettere, da un punto di vista dottrinale, che si rida del Creatore oppure si ridicolizzi il proprio Messia. Anche Umberto Eco fa dire al monaco Jorge, nel suo romanzo Il nome della rosa che «le volgarità, le scempiaggini e le buffonerie noi le condanniamo alla reclusione perpetua, in ogni luogo, e non permettiamo che il discepolo apra la bocca per fare discorsi di tal fatta», e «il che dimostra che il riso è cosa assai vicina alla morte e alla corruzione del corpo».
I terroristi islamici appartenevano a famiglie provenienti dalle ex colonie dell’Africa settentrionale ma erano cittadini francesi, quindi perfettamente integrati nel tessuto sociale francese. Eppure, inneggiando alla grandezza di Allah,  hanno aperto il fuoco all’interno della redazione, provocando 12 morti.
Il mondo intero, colpito emotivamente dall’efferatezza delle immagini mandate in onda dai media, ha subito mostrato il suo cordoglio nei confronti delle vittime e delle loro famiglie e insieme condannato qualsiasi forma di violenza.
L’attentato è stato interpretato come un attacco contro uno dei valori cardine dell’Occidente liberale: la libertà di parola e di pensiero. Così lo slogan “Je suis Charlie” è divenuto sinonimo non solo di libertà di stampa ma anche di condanna della religione islamica, ritenuta incapace di apprendere i valori occidentali.
Si assiste, a tratti inermi, a una scontro di civiltà, tra Oriente e Occidente e tale scontro (meglio ricordarlo) non sembra sia inteso in senso teologico tra cristiani occidentali e mussulmani medio orientali, bensì è una lotta tra sistemi politici, sociali ed economici. Ci sono due modelli a confronto, uno liberal democratico e l’altro teocratico, quest’ultimo non è rappresentato, anche al momento, solo ed esclusivamente dall’Islam. Il primo è caratterizzato dal sistema economico capitalistico, dalle libertà individuali e dal relativismo dei valori. Prevede una sano conflitto di idee e una concorrenza tra gli individui, così da permettere la crescita tecnologica, materiale e intellettuale dell’intero sistema. L’altro, invece, ritiene essere depositario di una conoscenza rivelata dal Profeta e dalla illuminazione divina, si comporta come una potenza ierocratica, ama l’immobilismo e fa discendere la propria legge civile dalle disposizioni contenute nel testo sacro.
Oggi più di ieri, però, questi sistemi posseggo una qualità in comune: non conoscono confini. Se il capitalismo, grazie alla sua forza radioattiva, riesce a giungere ben oltre i confini territoriali dell’Occidente, portando con sé anche i ritrovati giuridici filosofici dell’illuminismo francese, l’Islam, a sua volta, ha avuto la possibilità di impiantarsi e di svilupparsi anche al di là dei paesi arabi non solo grazie all’immigrazione dalle ex colonie dell’Africa settentrionale ma anche grazie a quel vuoto di spiritualità, creato dal processo di secolarizzazione. Infatti, un momento di crisi del sistema capitalistico, dove è più difficile provvedere al mantenimento di un Welfare State adeguato in tutti i paesi dell’eurozona, aggravato da una politica di austerity, comporta il riaffiorare delle tensioni sociali, le quali attingono linfa dalle visioni palingenetiche delle religioni per denunciare le avvertite ingiustizie del sistema come manifestazioni della decadenza dei costumi occidentali. Abbracciare la fede islamica, anche da parte di persone nate e cresciute in Europa, quindi con i valori liberali, laici, moderni e, perché no, anche cristiani significa proprio essere in rivolta, non accettare il mondo contemporaneo.
Di fronte a questa avanzata islamica, però, molti movimenti e gruppi politici europei rispondono riallacciando i fili con la storia, rivalutando l’epopea medioevale e l’assolutismo di ancien régime, eleggendo a nume tutelare, Dominique Venner. Questi movimenti intendono assumere il ruolo di difensori della plurisecolare tradizione europea. La punta di diamante è rappresentata dal Front National, partito fondato da Jean-Marie Le Pen, il quale ha dichiarato: «moi, je suis désolé, je ne suis pas Charlie», ricordando che potrebbe sembrare ipocrita innalzare a simbolo della libertà di parola ed espressione la rivista Charlie Hebdo. Infatti, il 26 aprile 1999 la rivista satirica francese aveva portato al Ministero dell’Interno innumerevoli scatoloni, contenenti più di centomila firme, per chiedere di mettere fuori legge il Front National. Senza dimenticare, che pur facendo della libertà di espressione il proprio cavallo di battaglia, Charlie Hebdo non ha rinunciato a fare ostruzionismo nei confronti sia degli scrittori Richard Millet e Éric Zemmour che del comico Dieudonné. Se libertà di parola deve essere, allora sia per tutti!
Ricordando che i morti non hanno appartenenza, politica, etnica o religiosa, ora che l’uragano mediatico sembra passato, possiamo provare ad analizzare la situazione in modo oggettivo, senza perderci in luoghi comuni e slogan demagogici. Non intendiamo riproporre nemmeno la dicotomia, ormai superata, di destra e sinistra, quanto piuttosto sottolineare che seppure da una parte la cultura occidentale ci avvicina alla tolleranza, ad un atteggiamento liberale, figlio dell’Illuminismo francese, nel profondo del nostro animo agisce l’altra parte della tradizione occidentale, fatta di guerra, violenza e intolleranza verso chi non la pensa come noi. Nonostante gli sforzi e le notevoli conquiste fatte grazie al liberalismo, a volte, sembrano riecheggiare ancora le parole di Emil Cioran: “siamo naturalmente inadatti al liberalismo”.

Vito Varricchio