Contro la corruzione norme chiare e coscienza civica

  Antonio Simiele
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L’Italia, dalla sua nascita, è stata attraversata spesso da fatti di corruzione coinvolgenti la cosa pubblica. Negli ultimi venti anni, però, è cambiato il loro segno. Nel 2011, come riportato dalla Rassegna stampa internazionale di Repubblica economia del 14 novembre di quell’anno, il giornale El Pais scriveva: “Con Berlusconi la corruzione ha smesso di essere motivo di vergogna pubblica per convertirsi in uno strumento abituale di potere, quasi una prova di intelligenza politica”. Ecco, questo è il vero, pericoloso salto di qualità che c’è stato, per cui si pratica l’anormalità come se fosse normale, inquinando i valori dello spirito civico e favorendo il dilagare della corruzione nella società .

Il “merito”, però, non è solo di Berlusconi; lui, con furbizia, ha arato e seminato un terreno già fertile. In tempi di vacche grasse, ho sentito, tante volte e da tanti, dire che il politico se furbo è bravo, se si arrangia facendo arrangiare anche noi fa peccato veniale, se ha rigore morale è un bacchettone, se non fa il piacere richiesto è incapace.  Questo modo di pensare convive di solito con quella che Don Ciotti chiama la corruzione della speranza, praticata da chi governa, che è la peggiore: si promettono delle cose che poi non si fanno.
Credo, perciò, che siano da ritenere scelte utili ma non risolutive la moltiplicazione delle inchieste, le manette più facili, le pene certe e più pesanti, l’intensificazione dei controlli e la rapidità dei processi penali. Per sradicare la corruzione serve che, con un impegno comune e incessante, contestualmente si sviluppino nel sistema Paese efficaci anticorpi. Decisiva è l’azione di orientamento e formazione dei mezzi d’informazione, del Governo, del Parlamento, delle istituzioni ai vari livelli; essi non dovrebbero mai sospendere di parlare della corruzione, mantenendo viva l’attenzione e la capacità di denuncia, stimolando il compito spettante alla scuola e alle famiglie.
Fino ad ora, colpevolmente, c’è stata in quest’azione una forte carenza che ha alimentato la perdita di fiducia degli italiani verso le istituzioni e verso se stessi nella convinzione di poter agire, quando necessita, in prima persona insieme agli altri per cambiare le cose. La tendenza è invece quella di affidarsi al salvatore della patria di turno, in politica ed anche nella lotta alla corruzione, come avviene con Cantone che, per fortuna, svolge il suo compito al meglio ed è lui stesso a mettere in guardia di usarlo, come il prezzemolo, per tutte le salse: sulle conseguenze la storia propone esempi raccapriccianti.
Con la cosiddetta legge anticorruzione si è data una risposta normativa e ordinamentale più organica ma i suoi effetti sono incerti, accusando difficoltà a essere davvero applicata . La realtà è che persiste una farraginosità di norme e regolamenti che, invece, sono efficaci e fungono da deterrenti quando sono chiari, non prolissi e non si prestino a interpretazioni diverse. Tanti fatti di corruzione, ad esempio, potevano essere evitati all’origine con un codice degli appalti ben fatto.
Rispetto alla corruzione nel pubblico impiego, il Regno delle due Sicilie, nel 1832, disciplinava la materia con un decreto di soli due articoli: art.1- E’ espressamente vietato ad ogni impiegato di qualunque ramo delle nostre regie amministrazioni di accettare sotto qualsivoglia pretesto la minima retribuzione dà particolari, sia per disbrigo di affari, sia per maneggi diretti ad ottenere impieghi o promozioni, sia per tutt’altro di tal natura. Art.2- I contravventori saranno puniti con la sospensione di soldo e d’impiego per le prime mancanze nelle dette materie, e colla destituzione né casi di recidiva.

So bene che oggi la società è molto più complessa, tuttavia è proprio tanto difficile essere, similmente, chiari e netti o non si vuole?

Antonio Simiele