Astensionismo, crepa profonda nella nostra democrazia

  Antonio Simiele
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L’astensionismo, in forte crescita, è sempre meno fisiologico, sempre più segno di malessere e arma di protesta. Avrebbe dovuto far riflettere il suo andamento negli ultimi anni e, ancor più, come si è espresso nel recente voto in Trentino e in quello dell’autunno scorso nelle elezioni regionali dell’Emilia. La sua natura era già allora abnorme, perché riguardava, come ora nel caso della Toscana, territori con una storica alta partecipazione al voto, in cui il tessuto democratico è robusto e il coinvolgimento dei cittadini alla vita della comunità è ampio.
Non si può e non si deve continuare a banalizzare questo fenomeno. Non sono andati a votare, prevalentemente, i disoccupati, gli indifesi, quelli che investono su se stessi, quelli che vivono del proprio lavoro, artigiani, commercianti, piccoli e medi imprenditori martoriati da un fisco iniquo, giovani tormentati dall’incertezza del futuro. Hanno rinunciato al voto perché non sanno a chi e cosa aggrapparsi, perché sono sempre più disillusi dal fatto che la politica non incide sulla vita reale e perché non si sentono rappresentati da alcuno dei partiti in campo.
Renzi e il suo governo hanno contribuito perché questo risultato si aggravasse, quando hanno fatto provvedimenti senza valutarne la sostenibilità sociale, quando hanno operato prescindendo dal coinvolgimento delle parti sociali nei processi, fondamentale per avere la coesione che serve ad affrontare le sfide cui è chiamata l’Italia. La stessa, strombazzata da Renzi, rigenerazione del personale politico, in particolare della sinistra, si è ridotta alla “rottamazione” di chi poteva dargli fastidio nella scalata verso il potere, non avendo avuto alcuna remora ad arruolare tutto il vecchio quando è apparso speculare alla salvaguardia della sua posizione, com’è stato evidente nella formazione delle liste per le ultime elezioni.
La risposta concreta che si dovrebbe dare è quella di un profondo cambiamento, atteso con ansia dalla gente. Fa bene Renzi a dire di volerlo realizzare a tamburo battente e fa bene una delle sue portavoce usuale, Debora Serracchiani,  a ripetere che la vera sinistra è quella che vuole cambiare il Paese. L’uno e l’altra, però, non possono continuare a non qualificare il cambiamento: non è la stessa cosa cambiare in meglio o in peggio, da sinistra o da destra, pur di farlo in fretta.
Sbaglierebbe Renzi a persistere nel considerare l’astensionismo, nella misura in cui si è manifestato, una normalità. Esso, non solo esprime un primo segno di disaffezione verso il suo governo ma rappresenta anche una sconfitta per tutti perché con una bassa partecipazione di cittadini alle elezioni la democrazia non funziona e, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, s’impoverisce molto.
Non vale rifarsi all’esperienza di altre democrazie, in particolare quelle inglese o americana. In questi Paesi chi non va a votare lo fa nel contesto di un sistema ampiamente condiviso, dove la democrazia è consolidata da una pratica di secoli, è vissuta nell’intimo dai singoli cittadini e la delega è percepita priva di qualunque rischio per gli aspetti  più di fondo della vita democratica.
Cosa diversa è per la nostra giovane democrazia che non può vantare lo stesso radicamento. Da noi, quello che va oltre un fisiologico venti, venticinque per cento, è un non voto che come una parte del voto a Grillo e Salvini, ha un carattere antisistema e di contrasto radicale a come si propone di cambiarlo. E’, perciò, un obbligo assoluto, in primo luogo di chi governa, porsi l’obiettivo di riconquistare i cittadini alla fiducia nella democrazia, in un’Italia che ha bisogno di tutti per uscire in avanti dalla profonda crisi economica, sociale e di valori da cui è ancora attanagliata.
Antonio Simiele