La calda estate Europea

  Vito Varricchio
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Sembra che si aggirino per l’Europa alcuni fantasmi. Il Mediterraneo si presenta come il teatro dove vanno in scena le contraddizioni dell’Occidente: gli immensi sbarchi degli immigrati, il terrorismo dell’ISIS e i movimenti populisti. Non solo il meridione ma anche il settentrione sembra si stia sfaldando. L’Ungheria vuole costruire un muro lungo il confine con la Serbia; il Regno Unito sembra interessato ad uscire dall’Unione Europea, confermando la sua natura isolazionistica; i popoli Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) chiedono che anche i paesi meridionali rispettino, come loro prima di questi, le regole dell’austerity, portando a termine le riforme strutturali richieste dall’Europa; in fine, non bisogna dimenticare il conflitto in Ucraina.
   Questo è lo scenario, questi i fatti, i problemi che l’Unione Europea, con tutte le sue istituzioni indipendenti e non, e la Comunità internazionale si trovano ad affrontare nel breve e nel lungo periodo. Si può notare che non ci si riferisca più allo Stato, come soggetto capace di risolvere le questioni inerenti di un determinato territorio nazionale, bensì si intende fare affidamento ad organismi sovrannazionali, alcuni dei quali sprovvisti di qualsiasi legittimazione di tipo democratica, ritenendoli allo stesso tempo capaci, potenzialmente o attivamente, di risolvere i problemi del terzo millennio. L’immigrazione, il terrorismo e il riscaldamento globale, ad esempio, sono situazione che oramai interessano il mondo nella sua globalità e complessità e non possono essere lasciate alla competenza esclusiva di ogni singolo Stato. «Lo Stato non è più il protagonista assoluto della scena giuridica»[1] e politica.
   L’Unione Europea e gli altri organismi internazionali sono in possesso dei poteri necessari a contenere e limitare questi avvenimenti e posseggono una legittimazione tale da richiedere l’obbedienza dei vari Stati nazionali?
   Per rispondere a questa domanda, senza perdere di vista la stella polare dell’oggettività, abbiamo pensato di tracciare alcune linee guida, sintetiche e basilari,  in materia di macroeconomia e di mercato del lavoro, di diritto comunitario e diritto pubblico e, infine, di filosofia della politica, così da garantire al lettore alcuni luoghi freschi dove poter trovar refrigerio in questa calda e torrida estate europea.
L’attualità
   Negli ultimi tempi, a causa dell’attuale crisi economica e politica, il sistema Europa sembra si stia disgregando sotto i colpi dei partiti populisti che hanno vita facile davanti all’intransigenza dei paesi del nord, in primis della Germania. Il momento in cui, più di tutti si è temuto per la vita stessa dell’unione monetaria europea, coincide con il referendum indetto dal primo ministro greco, Alexis Tsipras, referendum avente ad oggetto l’approvazione o meno del piano proposto dall’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Centrale (BCE). Il fatto, che la Grecia attraverso questo referendum poteva uscire dall’euro zona, ha sollevato da una parte dubbi e preoccupazione mentre dall’ altra l’ammirazione e l’entusiasmo  di alcuni partiti e movimenti politici. Podemos e il Movimento 5 Stelle, su tutti,  intendono emulare il provocatorio gesto di Tsipras.
  Tutti noi sappiamo come è andata a finire la consultazione elettorale. Il no, ossia la mancata approvazione popolare del piano europeo ha vinto nettamente, al di là di qualsiasi aspettativa. L’iniziale furore anti-euro e anti-europeista ha lasciato il posto, però, alla presentazione da parte del governo greco di un piano di riordino economico molto più gravoso per i cittadini rispetto a quello precedentemente proposto dall’Europa.
   Durante questi momenti di timore e di euforia, attenti a ciò che stava succedendo, che sta succedendo e che succederà, si sono involontariamente tralasciati alcuni argomenti, per lo più teorici, di natura economica, giuridica e politica. Si è preferito: criticare il Fiscal compact e l’austerity; identificare la Germania come la nemica di sempre;  salutare il referendum come l’esercizio della vera democrazia di contro ai poteri dei tecnocrati e dei banchieri e, in fine, auspicare l’instaurazione di una decrescita felice. Tutto questo, senza parlare delle strutture economiche e giuridiche dell’Unione Europea e senza distinguere la democrazia diretta da quella rappresentativa. È mancato nel marasma della contingenza un vero e proprio discorso tecnico, interdisciplinare e scientifico delle categorie in gioco.
Un po’ di macroeconomia
   Il pensiero economico, generalmente, distingue due modelli contrapposti: la teoria dell’equilibrio economico generale del mercato e il modello keynesiano. La teoria classica dell’equilibrio economico generale, ideata da Léon Walras e poi perfezionata da Friedrich August von Hayek, divenuta lo stendardo di tutte le scuole neoliberiste, afferma che nell’aggregato in un mercato l’eccesso di domanda è nullo. Qualsiasi mercato, anche il mercato del lavoro, possiede un suo punto di equilibrio, verso il quale inevitabilmente tende, dove offerta e domanda si equivalgono. Di contro, John Maynard Keynes, economista inglese, sostiene che il mercato da solo non riesce a raggiungere un equilibrio e, quindi necessita dell’intervento del governo e delle autorità politica. Tali impostazioni si presentano assolutamente antitetiche e offrono, allo stesso tempo, una soluzione diversa per uscire dalla crisi.
   Secondo l’economista austriaco Hayek,  la crisi è il risultato di una politica del credito fiscale, che rende convenienti investimenti in settori, che senza quella politica, non lo sarebbero stati. Sotto accusa si trova la politica monetaria, che favorisce crediti a tassi di interesse agevolati, comportando una distorsione nell’equilibrio produttivo. Lo stesso sembra potersi applicare  per i mutui subprime, i quali sono ritenuti tra i principali responsabili della bolla immobiliare americana.
   Keynes, invece, sostiene che per uscire da un periodo di crisi è necessario aumentare la produzione dal lato della domanda, attraverso riduzioni delle tasse o un aumento della spesa pubblica. Un intervento maggiore dello Stato nell’economia, attraverso la realizzazione delle cosiddette opere pubbliche, comporterebbe un aumento della domanda addirittura maggiore dell’iniziale intervento statale, grazie al funzionamento del moltiplicatore keynesiano.
   Il modello keynesiano, però, viene fortemente criticato dalle correnti neoliberiste, in quanto  ritingono che i suoi effetti benevoli agiscano solo nel breve periodo mentre nel lungo periodo portino  a quelle distorsioni del mercato di cui parla proprio Hayek.
   La disputa tra neo liberisti che considerano l’intervento statale nell’economia, fonte di distorsione e di squilibrio del sistema capitalistico, il quale tenderebbe sempre verso un livello di equilibrio, e keynesiani, che, invece, propugnano un intervento statale per far aumentare la domanda e risollevare le sorti dell’economia di un paese, è ancora oggi all’ordine del giorno.
   L’analisi economica si compone, però, di ulteriori elementi, che incidono fortemente sulla politica economica di un paese: la Curva di Phillips e il tasso naturale di disoccupazione.
   Nel 1958 Alban Willian Phillips disegna un grafico che riporta il tasso di inflazione in funzione del tasso di disoccupazione nel Regno Unito, per gli anni compresi tra il 1861 e il 1957. La ricerca rileva una chiara relazione negativa tra le due variabili: quando la disoccupazione è bassa l’inflazione è alta, viceversa, se la disoccupazione fosse alta, allora, avremmo un’inflazione bassa, se non addirittura negativa.
   L’esperimento viene ripetuto, due anni dopo, da Paul Sameulson e Robert Solow, questa volta, però, con i dati degli Stati Uniti, conseguendo lo stesso risultato. In questo modo, la relazione negativa intercorrente tra inflazione e disoccupazione assume il nome di curva di Phillips, la quale suggerisce, in definitiva, che i paesi possono scegliere diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Se, ad esempio, si vuole tenere un tasso di disoccupazione basso, allora, si dovrà, per forza di cose, sopportare un livello alto di inflazione; se, invece, si vuole contenere il livello di inflazione si verificherà un aumento del tasso di disoccupazione.
 Agli inizi degli anni ’60, quando la curva di Phillips era oggetto di studi e di critiche, due economisti, Edmund Phelps e Milton Friedman, si interrogano sull’esistenza di un vero e proprio trade-off tra la disoccupazione e l’inflazione. I due sostengono che, seppure il governo avesse voluto tenere l’inflazione a livelli alti pur di mantenere un tasso di disoccupazione basso, alla fine il trade-off sarebbe scomparso perché il tasso di disoccupazione non sarebbe sceso oltre un determinato livello. «In altre parole – afferma Friedman – esiste sempre un trade-off temporaneo tra inflazione e disoccupazione, ma non c’è alcun trade-off permanente»[2]. La disoccupazione tende nel lungo periodo a raggiungere il suo livello di equilibrio, che proprio Friedman e Phelps, hanno chiamato tasso di disoccupazione naturale. La teoria dell’equilibrio economico generale dei mercati appare confermata.
   Il tasso naturale di disoccupazione rappresenta quel ipotetico tasso di disoccupazione coerente con il livello potenziale della produzione aggregata. Esiste un livello occupazionale verso il quale inevitabilmente l’economia tenderebbe. L’aggettivo naturale appare, però, alquanto improprio, in quanto esso suggerisce, che non possa essere modificato dalle istituzioni politiche ed economiche. Ciò non è vero. Infatti, alcune  modifiche strutturali al mercato del lavoro possono contribuire all’aumento o alla diminuzione del tasso naturale di disoccupazione. Ad esempio, un aumento dei sussidi di disoccupazione, oppure l’introduzione di un reddito di cittadinanza, interverrebbero sul mercato del lavoro comportando  l’aumento del salario reale, che le imprese, però, non sono disposte a pagare e quindi il livello naturale di disoccupazione aumenta. Invece, da parte delle imprese, una legislazione antitrust meno restrittiva comporta una diminuzione del salario reale e, di conseguenza, è necessaria una disoccupazione più alta, affinché i lavoratori siano disposti a lavorare con guadagni più bassi. Osservando la realtà circostante i lavoratori, impauriti dalla disoccupazione dilagante, sarebbero disposti a lavorare a condizioni peggiori rispetto a prima. In conclusione, secondo il modello neo-liberista, in un’economia capitalista globale, la crisi può essere combattuta diminuendo le azioni dello Stato sociale, aumentando la flessibilità del mercato del lavoro e liberalizzando il più possibile  i vari mercati.
Un po’ di scienza giuridica
   Lo Stato di diritto, figlio del liberalismo e del positivismo giuridico, conosce come nucleo essenziale della sua organizzazione e del suo ordinamento giuridico il principio di legalità, il quale afferma che ogni attività dei pubblici poteri trovi fondamento in una legge. Tale principio rappresenta la più importante fonte di limitazione del potere sovrano. Il fatto che i poteri dello Stato e dei suoi organi amministrativi siano e debbano essere stabiliti attraverso una legge pone una forte garanzia individuale al cittadino, che si trova di fronte alla potente e immensa macchina statale.
   La locuzione latina, pacta sunt servanda, rappresenta il principio cardine del diritto internazionale. Riconosciuto universalmente da tutti gli Stati,  garantisce il rispetto reciproco dei Trattati. L’ordinamento giuridico internazionale si è da sempre presentato manchevole di alcuni elementi; basti pensare che non esiste un’autorità giudiziaria, terza ed imparziale, che possa condannare uno Stato che trasgredisca i dettami dell’accordo sottoscritto. Il pacta sunt servanda incarna, così, l’unico strumento per richiedere alla parte recalcitrante il rispetto degli accordi.
   Infine, un altro principio di origine federalista e appartenente alle tradizioni anglosassoni e tedesche, che informa i nostri contemporanei ordinamenti giuridici è il principio di sussidiarietà. Tale principio opera maggiormente a livello strutturale, come criterio regolatore per l’attribuzione della competenza delle funzioni, preferendo l’ente inferiore, quando quest’ultimo possiede le risorse e i poteri per risolvere un determinato problema. In senso ampio nel sistema comunitario, definisce i rapporti di attribuzione tra Unione Europea e Stati membri.
   Il principio di legalità, il pacta sunt servanda e il principio di sussidiarietà rappresentano le basi teoriche e pratiche  su cui si fonda l’Unione Europea, che costituisce oggi l’esempio più avanzato di esercizio congiunto della sovranità da parte degli stati nazionali.
   L’Unione Europea si presenta come una comunità sovrannazionale, formatasi attraverso le trasformazioni delle preesistenti comunità europee, in forza del Trattato di Maastricht; successivamente, attraverso i Trattati di Amsterdam, di Nizza e di Lisbona, l’Unione Europea ha assunto la forma istituzionale che tutti noi, oggi, conosciamo.
   Dopo più di mezzo secolo di integrazione, l’UE appare come un sistema politico del tutto originale, sui generis, che oltrepassa i concetti classici di diritto pubblico e le categorie novecentesche della scienza politica. Basata su trattati internazionali, che si sono accumulati nel tempo, l’Unione ha dato vita a un sistema politico e istituzionale che riassume sia tendenze federali che confederali, collocando così l’Unione a metà tra un’organizzazione internazionale e uno Stato, inteso in termini moderni.
L’attività delle istituzioni e, in particolare, della Commissione europea e della Corte di Giustizia, ha permesso una graduale trasformazione del sistema comunitario originario, che oggi contiene forte elementi di carattere sovrannazionale. L’Unione europea dispone di un vero e proprio ordinamento giuridico, di propri principi costituzionali e di un suo nucleo di norme e di regole e prassi vincolanti (rule of law) sia nei confronti degli Stati che dei cittadini europei.
   Il livello di integrazione raggiunto tra i paesi del Vecchio Continente ha consentito l’adozione di una moneta unica, l’euro, e la costituzione di una Banca Centrale Europea (BCE) e di un Sistema europeo delle banche centrali (SEBC). La BCE si trova al centro dell’attività esecutiva dell’Unione Economica Monetaria e rappresenta un organo indipendente dalla Commissione, dal Parlamento e dal Consiglio. La mission della BCE consiste principalmente: nel controllare l’andamento dei prezzi mantenendo il potere d’acquisto nell’euro zona e nell’immettere moneta acquistando i titoli nel mercato primario.
Per entrare a far parte del club della moneta unica europea, è necessario rispettare cinque parametri di convergenza:
il rapporto deficit pubblico e PIL non deve essere superiore al 3%;
il rapporto tra debito pubblico e PIL non deve essere superiore al 60%;
il tasso di inflazione non deve essere superiore al 1,5% rispetto a quello dei paesi più virtuosi;
il tasso di interesse a lungo termine non deve essere superiore al 2% del tasso medio degli altri paesi;
lo Stato interessato ad entrare nell’euro zona deve dimostrare la permanenza di due anni nel Sistema Monetario Europeo (SME) senza fluttuazioni della moneta nazionale.
   Da ciò risulta che l’Unione Europea abbia aderito alle teorie e ai modelli neoliberisti. In virtù di tale scelta è possibile capire come i paesi del mediterraneo, che tradizionalmente avevano un livello di politica sociale molto alta e, quindi, anche tassi di interessi elevati, abbiano subito maggiormente gli effetti della crisi e avvertito l’entrata nell’euro come un errore.  La moneta unica nasconde, in realtà, un problema insito nella sua stessa nascita. La presenza di una Banca Centrale che non ha e non deve avere contatti con gli altri Stati per Statuto, che non può acquistare i titoli di stato dei Paesi membri[3] per favorire l’emissione di moneta e, di conseguenza, la spesa pubblica, hanno fatto sì che si creasse solo una moneta stabile, che favorisce le esportazione e sembra mantenerci in concorrenza con il potere monetario del dollaro e delle monete asiatiche. Tuttavia, il processo di integrazione si è bruscamente interrotto alla creazione di una mercato unico e non si evoluto verso la creazione di un vero Stato Federale d’Europa. Per la prima volta nella storia dell’umanità, sembra esserci una moneta senza uno Stato.
   Molti economisti di scuola keynesiana hanno criticato aspramente la decisione dell’UE di porre un tetto al debito pubblico e di aver istituito il principio del pareggio di bilancio tramite il Fiscal compact, perché ciò comporterebbe una riduzione drastica dell’intervento statale nell’economia, la qual cosa renderebbe più difficile la crescita o, peggio ancora, l’uscita da una fase di recessione.
   I paesi del nord Europa con in capo la Germania continuano, nonostante le critiche provenienti da illustri economisti americani, tra cui il Premio Nobel Paul Krugman, per la loro strada neo liberista, che prevede una forte riduzione della spesa pubblica, un’alta flessibilità del mercato del lavoro, serie riforme di liberalizzazione dei mercati e pareggio di bilancio. L’intransigenza teutonica in questi casi sembra derivare, ricordando le parole di Lev Tolstoj, dal fatto che «nei tedeschi la sicurezza di sé è basata su di un’idea astratta: la scienza, cioè la presunta conoscenza di una verità assoluta»[4]. La nota culturale e antropologica sottolineata dallo scrittore russo, tralasciandone la deriva metafisica, evidenzia come i tedeschi, insieme agli altri Paesi settentrionali, intendano difendere i modelli economici che sono stati scelti nei Trattati e attuare i principi giuridici su cui si fonda l’Unione Europea. Il fatto che il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, e la Canceliera, Angela Merkel, richiedano insistentemente e fortemente il pagamento dei debiti da parte dei greci e le riforme strutturali, in materia di pubblica amministrazione e mercato del lavoro, risiede non tanto nel voler distruggere un popolo per difendere delle banche, quanto, piuttosto, dare attuazione e concretezza al principio di legalità e al pacta sunt servanda. La Germania sta difendendo le basi teoriche l’Europa.
   Pur tuttavia, non bisogna dimenticare che i paesi mediterranei vengono da una tradizione economica diversa rispetto a quella della Germania, dell’Olanda e del Regno Unito. La Francia, ad esempio, tradizionalmente possiede un alto livello di spesa pubblica; Italia, Spagna e Portogallo hanno avuto per molti anni un indice EPL (employment protection legislation) tra i più alti d’Europa e solo dopo il 2012 sembra che questo si sia avvicinato al livello della media dei Paesi UE.
   Dunque, in mancanza di una reale unione politica, l’integrazione monetaria e giuridica sembra non sia stata sufficiente, anzi solleva tutte le differenze strutturali e culturali tra le due parti del Vecchio Continente; inoltre, la crisi ha contribuito a una destabilizzazione del tessuto sociale dei paesi mediterranei e alla nascita di un sentimento anti-europeista, confondendo maggiormente le acque. Del resto se il tedesco è ciò che è, volendo assumere l’italiano come esponente tipico della cultura mediterranea, allora egli «è sicuro di sé perché si agita e dimentica facilmente se e gli altri»[5].
Un po’ di filosofia della politica
   I partiti populisti solcano il mare del risentimento, provato verso la moneta unica e le politiche di austerity imposte dalla Troika (UE, BCE, FMI), la quale opera in mancanza di una legittimazione democratica, non tutelando gli interessi della volontà popolare, unica sovrana dei vari Stati nazionali.
   A questo punto, è d’obbligo chiarire alcuni concetti che, spesso e volentieri, nell’agone politico vengono utilizzati in modo alquanto improprio, colorandoli di significati (per lo più ideologici) che in realtà non posseggono affatto.
   La sovranità rappresenta la potestas superiorem non recognoscens, ossia quel potere che non riconosce al di sopra di sé nessun altro tipo di potere. Il concetto politico giuridico di sovranità serve ad indicare il potere di comando in ultima istanza in una società politica. Potere supremo, esclusivo e non derivato. Del potere la sovranità vuole esserne una razionalizzazione giuridica.
   Il termine appare per la prima volta, nella su indicata accezione, verso la fine del Cinquecento e si coniuga perfettamente all’idea di Stato che si andava formando. Jean Bodin, considerato il teorico della sovranità, oltre ad individuare nell’assolutezza, nella perpetuità e nell’indivisibilità gli attributi fondamentali della sovranità, ne distingue magistralmente la titolarità dall’esercizio.
   In Europa oggi, sembra assurdo mettere in discussione il principio democratico, secondo cui la titolarità della sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme previste dalla legge, ma allo stesso tempo,  non è chiaro ed evidente chi realmente eserciti il potere sovrano. La Commissione, il Consiglio, il Parlamento o la BCE?
   Proprio questa confusione, dovuta al fatto che la stessa originalità dell’Unione europea si ripercuote anche sui rapporti tra le istituzioni, che non sembrano ispirati a una chiara separazione dei poteri, quanto a una diversa distribuzioni di funzioni e competenze, fa sì che alcuni denuncino il deficit democratico in seno all’Unione.
   In particolare, i partiti populisti sostengono che il principio democratico venga schiacciato dalle istituzioni europee, perché, in realtà, le decisioni prese nei vertici intergovernativi non tengono realmente conto della volontà dei cittadini, anzi sono prese da organi indipendenti, come la BCE o il FMI, che non hanno nessuna legittimazione democratica. Questi movimenti protendono, dichiarandolo apertamente, verso una democrazia diretta, dove il cittadino, secondo loro, partecipi realmente alle decisioni.
   Giova sempre ricordarlo: la democrazia non è una dottrina politica come il liberalismo o il socialismo, essa altro non è se non un forma di governo. Nella teoria delle forme di governo, la democrazia rappresenta quella particolare forma di governo, dove il potere appartiene ai più, alla maggioranza o ai poveri. In sostanza, ciò che tramandano i classici greci è una particolare forma di governo che si contrappone al governo di pochi (aristocrazia) e di uno solo (monarchia).
   Il referendum greco viene salutato dalla maggior parte come un esempio di democrazia, di contro all’oligarchica tecnocrazia europea. La Grecia appare ai più come la culla della civiltà e viene presentata ancora come la patria della vera democrazia. Allora, per dissipare qualsiasi dubbio su cosa fosse la democrazia nell’antica penisola Ellenica, lasciamo la parola a un greco molto famoso, il quale afferma: «nasce dunque la democrazia, io credo, quando i poveri vincono, massacrano alcuni, esiliano altri e con quelli rimasti dividono in condizioni di eguaglianza il governo e le magistrature, che per lo più vengono quindi assegnate per sorteggio»[6]. «E l’indulgenza – continua – e  l’estrema larghezza di idee della democrazia, anzi il disprezzo per quei valori di cui noi parlavamo con rispetto mentre fondavamo il nostro Stato, certo non possono rendere onesto chi non abbia una natura superiore, chi fino dalla fanciullezza non si sia dedicato a bei giochi e a belle occupazioni. Altrimenti, con quanta leggerezza si calpesta ogni cosa, senza curarsi dei fondamenti da cui partire per la vita politica, ma limitandosi a proclamarsi amico del popolo!»[7].
«Così essi chiamano – conclude, dando il colpa di grazia, riferendosi all’uomo democratico – buona educazione la tracotanza, libertà l’anarchia, magnificenza la dissolutezza, coraggio l’impudenza. Non è pressappoco in questo modo che un giovane passa dal regime dei piaceri necessari alla liberazione e alla resa a se stesso ai piaceri superflui e inutili?»[8]
   Platone, i cui attacchi alla democrazia sono stati testé riportati,  da buon conservatore e ammiratore di Sparta, non può non vedere nel governo democratico una degenerazione dovuta alla troppa libertà. La democrazia assume le vesti di un’ingannatrice, di una donna licenziosa, che prepara al strada alla peggiore delle forme di governo: la tirannia.
    Ma se il giudizio dell’allievo prediletto di Socrate sulla democrazia appare esagerato e profondamente connotato da pregiudizi, non bisogna dimenticare di effettuare una preziosa distinzione tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni, tra la democrazia diretta e quella rappresentativa.
   Durante il Settecento, Jean-Jacques Rousseau, nella sua opera Il contratto sociale, riconduce in auge l’idea della democrazia diretta, ritenendo che ogni singolo cittadino per essere libero debba  alienare se stesso al corpo comune, che rappresenta il popolo, l’unico soggetto legittimato a detenere il potere sovrano.  Il sovrano diventa così un corpo collettivo dove «ognuno di noi mette in comune la sua persona ed ogni suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale, e noi accogliamo nel nostro seno ogni membro come parte indivisibile del tutto»[9]. La volontà generale, la quale non è assolutamente la semplice addizione delle varie volontà individuali e particolari, diventa l’espediente metafisico che permette non solo l’azione del corpo ma che giustifica anche l’obbedienza, attraverso la rieducazione delle minoranze. «Quando dunque prevale il parere opposto al mio, questo non prova niente altro se non che mi ero ingannato e che quella che ritenevo essere la volontà generale non lo era affatto. Se fosse prevalso il mio parere personale, allora avrei agito altrimenti da quello che avevo voluto, ed è allora che non avrei potuto essere libero»[10].
   L’autore ginevrino quasi obbliga ad essere liberi. Ma la sua libertà consiste nella scomparsa di qualsiasi tutela delle minoranze, nell’annientamento della libertà di pensiero e nell’omologazione più spietata alla maggioranza, che troneggia senza alcun limite. In realtà, la democrazia diretta propugnata da Rousseau, «l’inventore della filosofia politica delle dittature pseudo-democratiche»[11], determina la sconfitta di qualsiasi anelito di libertà individuale.
   Le libertà individuali,  stendardo del liberalismo, seppure in netto contrasto con la democrazia degli antichi, sono compatibili con la democrazia moderna e rappresentativa ma, come sostiene Norberto Bobbio «a una condizione: che si prenda il termine democrazia nel suo significato giuridico-istituzionale e non in quello etico, in un significato più procedurale che sostanziale»[12].
Conclusioni
   Il referendum indetto da Tsipras, accolto con entusiasmo da vari leader politici, tra cui Beppe Grillo, capo mediatico del M5S, che lo ha salutato come un magnifico momento di democrazia diretta, incurante dei pericoli liberticidi insiti nel termine, appare come il cavallo di Troia attraverso il quale si è sciolto il patto sociale costitutivo di quella originale e, pur fragile creatura, che è l’Unione Europea. L’irresponsabilità del premier greco e del suo ex ministro delle finanza, Yanis Varoufakis, pone in risalto come la democrazia corra il rischio di cadere nel precipizio della demagogia.  A tal proposito,  John Stuart Mill afferma: «sappiamo quali fallaci argomenti possono essere portati per difendere atti ingiusti presentandoli come legali all’immaginario bene della massa». E poi, profeticamente ammonisce: «Sappiamo che persone che non sono pazze o cattive hanno però giustificato il ripudio del debito nazionale»[13]. La politica del governo greco, contravvenendo al rispetto dei Trattati e risultando ancora inadempiente, rifiuta i capisaldi giuridici dell’Unione Europea e di qualsiasi Stato di diritto: il principio di legalità e il pacta sunt servanda, che nei rapporti tra Stati soprattutto simul stabunt simul cadent.
   Proprio in virtù di questi principi, che garantiscono il corretto funzionamento delle istituzioni europee e pongono in reciproca garanzia gli Stati membri, il voto espresso esclusivamente dal popolo greco può assumere  sì un valore politico da non sottovalutare,  ma giuridicamente non è in alcun modo vincolante né per lo stesso Tsipras né per l’UE.
   Allo stesso tempo, l’episodio greco che è in continua evoluzione e mutamento, avendo seppellito il patto sociale costitutivo, pone in evidenza il fatto che l’Europa viva uno stato d’eccezione. Secondo il giurista tedesco Carl Schmitt, la decisione nel caso critico, di eccezione, spetta all’«unità decisiva e sovrana»[14]. La Germania, quale autorevole portavoce delle istanze dei paesi dell’Europa del Nord, sembra sì assumere il ruolo di autorità sovrana, derivante da un caso concreto, ma sembra che eserciti questo potere in modo legal-razionale, poiché «poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti, e nel diritto di comando di coloro che sono chiamati ad esercitare il potere (potere legale) in base ad essi»[15].
   Dunque, il sogno degli Stati Uniti d’Europa ancora non è naufragato nelle acque del Mediterraneo, esso risplende ancora tra i ghiacci del Nord ma necessita di un potere costituente che modifichi i Trattati, comportando un’ulteriore cessione delle sovranità nazionali e dia una governance europea ai cittadini del Vecchio Continente.

Vito Varricchio


[1] S. Cassese, Il diritto globale. Giustizia e democrazia oltre lo Stato, Giulio Einaudi editore S. p. a., Torino 2009, p. 31
[2] M. Friedman, The Role of Monetary Policy, in «American Economic Review», vol. 58 n. 1, 1968, pp. 1-17.
[3] Nel 2012, la BCE sembra prepararsi ad assumere il ruolo di prestatore di ultima istanza, ossia acquistare direttamente i titoli di stato dei paesi membri sottoposti alla pressione dei mercati. Tuttavia, tale operazione monetaria diretta (Outright Monetary Transiction), di acquisto di titoli di stato su un mercato secondario, è condizionata alle richieste del Paese in difficoltà e all’adesione di quest’ultimo a uno specifico programma economico.
[4] L. Tolstoj, Guerra e pace, Giulio Einaudi S. p. a., Torino, vol. II, p. 749.
[5] Ibidem.
[6] Platone, La Repubblica,  Libro VIII , Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 1990,  p. 371
[7] Ivi, pp. 372-373.
[8] Ivi, p. 377.
[9] J. J. Rousseau, Il contratto sociale, in Scritti Politici, a cura di P. Alatri, Torino 1970, p. 731.
[10] Ivi, p. 813.
[11] B. Russel, Storia della filosofia occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità ad oggi, Longanesi & Co., Milano, vol. IV, p. 915
[12] N. Bobbio, Liberalismo e democrazia, Simonelli Editore S. r. l., Milano 2006, p. 54.
[13] J. S. Mill, Considerazioni sul governo rappresentativo, a cura di Michele Prospero, Editori Riuniti di Sisifo S.r.l., Roma 1997, p. 103
[14] C. Schmitt, Il concetto del politico. Testo del 1932 con una premessa e tre corollari,  in C. Schmitt, Le categorie del politico, il Mulino, Bologna 1972, p. 89.
[15] M. Weber, Economia e società, vol. I, Comunità, Milano 1968, p. 210.