La scuola Laica – Gaetano Salvemini contro i clericali

  Gaetano Pecora
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E’ apparso negli scaffali delle librerie l’ultimo lavoro di Gaetano Pecora. Pubblicato dalla Donzelli Editore con il titolo La scuola Laica – Gaetano Salvemini contro i clericali (pp. XII – 212 € 18,00 ), il testo, oltre a rappresentare un approfondito contributo storico per la conoscenza del pensiero salveminiano, propone una miriade di spunti di riflessione per il dibattito sulla natura e la funzione della scuola in una moderna democrazia liberale.

Siamo lieti, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, di offrirne, di seguito, ai nostri lettori un breve ma significativo paragrafo:

 
Scuola e democrazia: un binomio indivisibile
 
Quando Salvemini viene sull’ altro terreno, quello dell’esame di Stato, allora gli manca l’animo per il motteggio o il guizzo della corbellatura. Anche ora viene detto tutto, e anzi viene tutto fortemente detto. Ma in maniera composta, ferma, come di chi nei suoi movimenti è trattenuto dalla densità stessa della materia. E che materia! Perché qui, per usare le parole esatte di Salvemini, siamo proprio nel “centro strategico” della questione. E’ inutile girarci d’intorno e cercare di sforzare i termini del dilemma: o la scuola funziona o non funziona. Se non funziona perché governata da educatori selezionati male, senza luce di intelletto e senza virtù di cuore, allora è la società democratica stessa che affonda nella voragine dell’insipienza e dell’immoralità. Sul punto Salvemini è nettissimo e muovendo la spola su una specie di telaio che lo fa andare avanti e indietro (dalla scuola alla società democratica) e poi indietro e avanti (dalla società democratica alla scuola) intreccia un tessuto di corda grossa dove non è più possibile sciogliere l’una cosa dall’abbraccio dell’altra. “Nella società moderna – scrive – abolito ogni privilegio giuridico della nascita e della ricchezza, stabilito il principio che la classificazione sociale deve essere regolata secondo il merito di ciascuno, e che l’esercizio delle professioni e dei pubblici impieghi, deve essere subordinato al possesso di un determinato livello di cultura, la scuola è diventata una degli organi più delicati della struttura sociale, in quanto essa esercita la funzione non solo di istruire e di educare, ma anche di accertare la capacità ed assegnare a ciascuno il suo posto nella gerarchia sociale”(40). Guai perciò quando questa funzione “accertatrice” viene commessa ad insegnanti indegni, che stanno lì per grazia ricevuta, senza che abbiano dovuto maturarsi con la perseveranza, nella fatica quotidiana degli studi, con quella energia che viene dalla difficoltà del cimento e dall’altezza stessa delle prove di esame. Guai! Perché quando le cattedre verranno occupate da uomini così, senza competenza e senza senso morale (ma soprattutto senza l’istinto del sacrificio), allora le mani si allargheranno nel gesto prodigo di colui che, avuto tutto per regalo, si crederà pure lui in diritto di regalare tutto con atteggiamento ampio e rotondo. Donde una generazione di smidollati destinata ad accasciarsi su di sé, priva di slancio e priva di energia. E non è per nulla vero che non c’è da mettere troppo il broncio per questo sistema di compiacenze sbagliate e pericolose; che non c’è troppo da rammaricarsene perché – così si dice – verrà poi la vita… Interverrà la vita con i suoi denti a mordere, sarà la vita con i suoi aculei a svegliar ognuno dalla soffice indolenza dove l’aveva cacciato la sua scuola.
 La vita! Quale nefasto equivoco! Di grazia: la vita di chi? La vita che addenterà il ricco sarà la stessa vita che incrudelirà sul povero? Se entrambi verranno licenziati, mettiamo, con lo scappellotto della sufficienza; se tutti e due saranno assistiti da professori tenerelli (perché tenerella fu la sorte con la quale essi giunsero in cattedra); se dunque per tutti e due il docente lacrimoso avrà le stesse indulgenze e si spanderà nelle medesime debolezze, alla fine dovremo pur chiedere: chi è che ricaverà maggior guadagno dalla vita? Questa favolosa vita si chinerà benevola sul ricco o sul povero? “Solo chi sa troppo bene come lui o i suoi figli e congiunti, una volta bollati idonei con un certificato falso rilasciato da insegnanti ingannati e ingannatori, troveranno bene il modo di farsi, grazie alle parentele e alle aderenze personali, un comodo posto al banchetto della vita, solo costui – scrive Salvemini – ha interesse a volere che sia riservato alla mitologica ‘vita’ l’ufficio di fare la scelta finale” (41).
Ecco quando Salvemini è veramente nei suoi panni: quando non rinuncia ad una luce di cielo; quando non colora tutto di nero il suo quadro e pur sfrondando ad una ad una ogni equivoca illusione, anche lui coltiva una umile, quasi reticente speranza di migliorare le cose. Solo che questa speranza ramifica sui fatti, sui fatti, intendiamo, colti in tutta la loro pungente realtà, per cui è speranza che non lo fa travedere mai, ed egli è il primo che scopre l’inganno sotto l’entusiasmo dei faciloni e sorprende la buffonata dietro la retorica dei demagoghi. Perché di questo poi si tratta: di imprevidenza demagogica. Solo un democrazia sciatta e scamiciata, che ha smarrito la consapevolezza di se stessa, che affonda nel naufragio della demagogia, solo una tale democrazia può non capire che è nell’interesse stesso degli umili passare per le prove di una scuola organizzata per premi e castighi, per ricompense e punizioni anziché per indulgenze distribuite egualmente a tutti. Perché si dà il caso che a parità di indulgenze, quando sono messi tutti su di una stessa linea, i somari con gli intelligenti e i fannulloni coi laboriosi, quando dunque tutti sono egualmente buoni perché non c’è nessuno veramente cattivo, allora chi deciderà del destino di ognuno sarà ancora una volta il sangue e il denaro: posti dinanzi alle urgenze della vita (e ora sì che la vita si farà valere), il ricco se la caverà, grazie ai soldi e agli amici di papà. Il povero no. E’ questo ciò che vuole la sapienza democratica? Evidentemente no. E allora? Allora bisogna stringere i freni, sceverare il grano dal loglio e non confondere in ibrido miscuglio i buoni con i cattivi. Solo che per stringere i freni bisogna che nella vettura di testa ci sia un conducente rigoroso perché lui stesso rigorosamente scelto, un comandante severo perché lui per primo severamente selezionato. E siamo daccapo.
Come dopo un giro di ronda attorno alla scuola, che di buon passo ci ha fatto visitare tutto ciò che c’era da visitare (l’indipendenza dei docenti, le abilitazioni ministeriali, la pubblicità dei concorsi), come dopo un lungo e pur necessario viaggio, alla fine abbiamo ruotato su noi stessi e siamo tornati al punto di partenza: agli insegnanti migliori, o più precisamente al modo migliore di abilitare gli insegnanti. Badi, il lettore: non è esattamente la stessa cosa. Perchè dire gli “insegnanti migliori”, è mirare direttamente e immediatamente agli uomini; dire invece “il modo migliore di abilitare gli insegnanti” è guardare, sì, agli insegnanti ma di riflesso, attraverso la specola degli strumenti tecnici e dei ritrovati giuridici. Un riformatore, giusto o sbagliato che pensi, non sarebbe tale se deprimesse troppo e gettasse via ogni fiducia nell’efficacia delle leggi. Certo, come la città è fatta da cittadini prima che da mura, così la scuola è fatta da docenti più ancora che da regolamenti e circolari. Ma se la legge non è onnipotente non per questo è impotente. E comunque non era impotente per Salvemini che proprio dalla tempera della legge (di una certa legge) usciva riscaldato nella convinzione che nonostante i mali, nonostante le ingiustizie, nonostante le storture che affliggevano la scuola, nonostante tutto la partita non era ancora chiusa e – parole sue – c’era ancora “un mezzo, direi tecnico, meccanico, per dare il senso della responsabilità negli insegnanti… e per dare alla scuola un maggiore tono di energia” (42).
 
Note
 
40) G.Salvemini, Il programma scolastico dei clericali, originariamente ne “L’Unità” del 28 febbraio 1913, ora in Scritti sulla scuola, cit., p. 901. Di fatto, questo pensiero è l’eco prolungato di quel che Salvemini aveva scritto ne La riforma della scuola media che è, ricordiamolo, un testo del 1908, quando ancora egli militava nel partito socialista. Ma quale socialista in partibus dovette apparire ai suoi compagni di lotta! Si dà il caso, infatti, che proprio a proposito della scuola, lì Salvemini viene fuori con un pensiero che non offre più alcuna presa ai moduli del classismo tradizionale e che anzi, già in quel momento, entra in un’altra aria dove respira aperto il magistero degli elitisti (la cui ascendenza su Salvemini perciò va retrodatata ad anni precedenti l’esilio americano). “Nessuna democrazia – scriveva nel 1908 Salvemini – potrebbe a lungo mantenersi se, circoscrivendo e assottigliando i privilegi della nascita e della ricchezza, non si curasse di sostituire alla vecchia aristocrazia di diritto una nuova aristocrazia di fatto, dalla intelligenza limpida e dalla retta e forte volontà, aperta a tutti, non ereditaria, rinnovabile continuamente, ma sempre aristocrazia. E la funzione della scuola media – aggiungeva – deve essere nelle società democratiche appunto questa di distinguere dalla folla, educare e avviare ai primi uffici l’aristocrazia dell’ingegno” (La riforma della scuola media, cit., p.417). Dove con quell’ “aristocrazia dell’ingegno” che si distingue dalla folla, verrebbe da dire, un po’ popolarescamente, “ti saluto, socialismo tradizionale!”.
 
41) A.Galletti-G.Salvemini, La riforma della scuola media, cit., p.546.
 
42) G.Salvemini, Il problema della scuola alla Camera dei Deputati, cit., p.926.
 
Gaetano Pecora