Renzi, chi l’ha voluto?

  Antonio Simiele
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Sempre più spesso si sente fare la domanda su chi “ha voluto” l’ascesa di Renzi. Da più parti si risponde evocando, criticamente, l’abbraccio di poteri e interessi vari. Questo, però, sta nelle cose e, semmai, è l’effetto e non la causa: chiunque, rispettando le regole della democrazia, ha diritto di sostenere il politico ritenuto più idoneo a soddisfare le proprie attese. La realtà è che Renzi è il prodotto di tutti i difetti e pregi del PD.
Da un sondaggio sui votanti alle primarie, per l’elezione del segretario, risultò che solo il 5% dei suoi elettori l’aveva scelto perché vedeva in lui ben rappresentati gli ideali del PD e solo il 59% avrebbe anche votato il partito alle politiche. Alcuni mesi dopo, il 9 ottobre 2014 sul giornale di Berlusconi, Sallusti scrisse: “A noi Renzi piace nei preliminari; deciso, enuncia principi liberali e striglia i postcomunisti, annuncia sfracelli, litiga con i sindacati e dice di rottamare il vecchiume”.
E’ stato, evidentemente, chiaro sin dall’inizio che l’idea di Renzi non fosse la stessa, dichiarata di sinistra, che aveva ispirato la nascita del PD. Egli, invero, si richiama al blairismo ma, nei fatti, dimentica che Blair perseguì la conquista del voto di centro facendo attenzione a non incrinare il radicamento tradizionale del partito laburista e, com’è compito di un leader, seppe motivare tutte le energie del partito e non solo i fedelissimi. Per di più, il blairismo è messo oggi in discussione dallo stesso partito laburista inglese, con l’elezione di Jeremy Corbyn a suo leader.
Per trovare una risposta attendibile bisognerebbe prestare maggiore attenzione ad altre questioni, senza farsi deviare dai maldestri tentativi di Renzi di scaricare colpe sulla minoranza interna e dall’incapacità di quest’ultima a riflettere criticamente sulle proprie responsabilità.
Penso al profilo indefinito del PD, ondeggiante su programmi e alleanze, e alla conseguente fragilità delle motivazioni per cui vi si aderisce: fa capire il perché sia potuto accadere che la maggioranza degli iscritti votasse per la proposta di Bersani e solo dodici mesi dopo per quella di Renzi, così diverse nella sostanza e tra loro contrapposte.
Penso all’azione svolta dai gruppi dirigenti, non solo del PD, che hanno traghettato la sinistra verso gli anni duemila. Essi l’hanno fatto, timorosi di rinverdire le proprie radici, cambiando la forma e l’immagine esteriore ma non adeguando davvero le strutture e i programmi alle mutate esigenze politiche e sociali. Hanno agito al contrario di quello richiesto a un’organizzazione politica convinta delle proprie idee, non dissimile da ciò che si fa con la potatura degli alberi: a questi, per rinnovarli e rafforzarli, si tagliano i rami, anche drasticamente, ma se ne proteggono le radici, altrimenti sono destinati a cadere.
Senza tenere presente il passato, criticamente letto ma giammai offuscato, non si può costruire al meglio il futuro. Nel libro “Comunisti e Riformisti”, Emanuele Macaluso scrive: “Nell’epoca dei rottamatori, negli anni in cui i segretari del PD e di Sel evocano come loro ispiratori Giovanni XXIII e il cardinale Martini, chi pensa alle lezioni di Gramsci, Togliatti, Nenni, Longo, Lombardi, Di Vittorio, Santi, Berlinguer?”. “ Il fatto che Togliatti sia stato un protagonista maggiore nell’elaborazione della Costituzione e Nenni un padre della Repubblica non si può ricordare. Sembra che il dopoguerra sia stato segnato solo dalla personalità di De Gasperi. Ruolo essenziale ma non esclusivo, come si vuol far credere ai giovani in particolare.”
Sono comportamenti e fatti che hanno non solo favorito l’avvento di Renzi ma hanno pure contribuito ad acuire e prolungare la crisi della sinistra.
Antonio Simiele