Urlo Nichilista

  Vito Varricchio
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Una leggenda gnostica narra che, durante la terribile battaglia tra Dio e Lucifero, alcuni angeli non presero parte alla contesa, decisero di non schierarsi, perché si rifiutarono di scegliere da che parte stare. Abbracciare la Luce oppure il Ribelle ai loro occhi appariva una scelta troppo difficile. Così, Dio adiratosi per l’indifferenza dimostrata da questo manipolo di angeli li condannò a prendere continuamente e incessantemente una scelta, li degradò ad essere uomini. Da angeli a uomini, la pena fu la caduta nella poliedrica realtà delle scelte, nell’inferno del possibile.
Al di là dei significati esoterici di cui è pregna la leggenda, sulla terra non si combatte l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Fuori dal Paradiso, l’individuo ogni giorno si trova a barcamenarsi incerto tra le varie difficoltà che offre la vita e continuamente è costretto a scegliere. La secolarizzazione ha sì diminuito la carica escatologica della scelta ma allo stesso tempo ha moltiplicato a livello esponenziale i punti su cui compierla. Chi sceglie è sempre lo stesso: l’uomo mentre la scelta verte su molteplici, infinite e indefinite circostanze. Si spazia dalle questioni più complesse come, ad esempio: chi amare, quale professione scegliere, quali studi approfondire, ad altre più semplici e ordinarie, come: cosa indossare, cosa mangiare, ecc. Ma se l’uomo primitivo apparentemente vedeva il suo dubbio più attenuato, perché la forza del sacro e della religione guidavano le azioni umane, la sentenza di Nietzsche, Dio è morto!, ha gettato il singolo nella disperazione più angosciante, quella del nulla. Il vuoto si è impadronito dell’esistenza, l’irrazionale e la mancanza di senso generano un grido immane nel silenzio più assoluto. Inoltre, le scoperte scientifiche continuano inesorabili a dimostrare e mostrarci non solo l’infinitudine e l’incomprensibilità dell’universo ma di come questo non appaia teleologicamente orientato. Non vi è fine né scopo.
Per porre un argine al venir meno del fondamento di una qualsiasi morale, intesa come insieme di principi per discernere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, sono accorse in aiuto dell’uomo le cosiddette filosofie morali. Autori di ogni nazione traumatizzati dall’assenza di assoluto e dal vuoto lasciato di Dio si sono fatti carico di ricreare quell’ancestrale sicurezza, ricavando le loro proposizioni morali attraverso un metodo razionale che, almeno nell’intenzione, doveva allontanarsi il più possibile dalle filosofie di stampo teologiche. Altri, invece, affermano con clamore che in realtà Dio non è morto. Le religioni, in fondo, godono di ottima salute e ricavano tutt’oggi le proprie norme dalle Sacre Scritture.
Apprezziamo non poco lo sforzo ma, in buona sostanza, ci sembra che entrambe le posizioni tentino, chi con la Ragione chi con un redivivo Dio, di affermare un principio epistemologico per fondare le proprie proposizioni morali. Le filosofie morali si pongono l’educazione dell’uomo come obiettivo e per fare ciò creano i più disparati sistemi oggettivi per tentare di mantenere salda la società. Purtroppo, tutti i moralisti nel creare, pensare e modellare il loro sistema si perdono nelle congetture mentali, cercano la coerenza e tralasciano il soggetto che agisce e che sceglie. Pensano a un singolo astratto e universale e gli impongono le proprie regole. L’uomo, però, appare più come un poliedro che si guarda allo specchio e più lo si incamera in un sistema di presunti valori oggettivi, più punta a scardinarlo. Più lo si invita a comportarsi secondo ragione e più ambisce all’animale e al brutale. Gli uomini, riprendendo la leggenda, hanno dimenticato cosa voleva dire essere angeli.
Nonostante tutto, la pena comminata resta. Non vi è indulto che tenga! L’uomo è solo nella vastità dell’universo, condannato a scegliere tra infinite e indeterminate possibilità esistenziali. E, come se non bastasse, è consapevole della morte. La vita perde qualsiasi senso metafisico, acquista senso nell’assurdo della vita stessa. Viene, dunque, da chiedersi, perché scegliere? Perché prendere posizioni?
Non critichiamo chi prende una posizione liberamente e porta avanti la sua scelta in modo integerrimo, quasi monacale o, addirittura, maniacale. No, assolutamente. Piuttosto chiediamo di essere lasciati in pace nella nostra irrazionale e assurda euforia del nulla. Evitiamo i sermoni e rifuggiamo qualsiasi idea di bene collettivo. Preferiamo cambiare posizione ogni attimo, essere incostanti. Lasciamo che ogni atto e ogni avvenimento ci scivoli addosso. E davanti alla morte, unico avvenimento che meriterebbe una posizione ma che non ne prevede, preferiamo scendere nei nostri abissi interiori più reconditi e nascosti, dove possiamo urlare senza essere ascoltati, perché tutto vogliamo meno che essere profeti.
Dite che siamo nichilisti? Ebbene sì, siamo nichilisti!
 

Vito Varricchio