Fare della Brexit un’opportunità

  Antonio Simiele
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Qualche giorno dopo il voto, una folla di giovani ha manifestato davanti alla residenza del Primo Ministro inglese per rivendicare il diritto di voto ai sedicenni. E’ stato il grido forte di quelli che vogliono riprendersi in mano il futuro di cui si sentono defraudati dalla decisione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. Una decisione che essi addebitano all’egoismo di generazioni che hanno pensato solo al proprio passato benessere, raggiunto neppure per merito ma per il sacrificio di generazioni precedenti, le quali, avendo vissuto le atrocità della guerra, si erano fermamente ripromesse di percorrere strade che ne evitassero in ogni modo la ripetizione.
La realtà è che una parte della popolazione inglese non ancora ha preso atto della fine del grande impero, mal sopporta che Londra possa non essere il centro delle scelte e che queste debbano essere fatte insieme ad altri popoli con pari dignità e simile peso decisionale. Lo confessa candidamente il neo ministro degli esteri Boris Johnson, affermando che ora “la Gran Bretagna si limiterà a rafforzare il proprio ruolo globale”.
Certo, è sempre male che qualcuno esca dall’Unione Europea. La Gran Bretagna, però, non c’è mai entrata veramente. Vi ha aderito circa quindici anni dopo la sua nascita, rimanendo sempre sulla porta ma influenzandone fortemente la costruzione con la sua visione politica, chiedendo continue clausole di esonero e condizioni speciali, fino a quelle, contrattate in febbraio e presentate da Cameron come dirimenti per vincere il Referendum da lui stesso indetto.
Lo smarrimento e le dimissioni in serie che, dopo il voto, hanno investito il mondo politico britannico, fanno dubitare che lo stesso Referendum sia stato un calcolo sbagliato anche di parte dei sostenitori della Brexit che si proponevano di usarlo non per uscire ma per esercitare sull’UE una pressione ancora più forte ed efficace. L’Europa ci ha messo del suo nel dare fiato alla Brexit, determinando, con le sue politiche sbagliate, una situazione d’incertezza sul futuro dell’Unione, dei suoi progetti e della sua economia.
Considerando che a qualsiasi comunità, per consolidarsi e crescere, necessita innanzitutto che chi ne fa parte ci stia con convinzione, l’uscita della Gran Bretagna potrebbe rivelarsi un’opportunità. Forse, io lo spero, convincerà l’Unione Europea a viaggiare finalmente spedita, sciogliendo lacci e lacciuoli, verso una dimensione diversa, capace di farsi percepire dai popoli come quella che non solo preserva la pace ma procura anche crescita e migliori condizioni di vita, sa combattere al meglio la battaglia contro il terrorismo, che è lunga e complessa come ci rammenda la tremenda strage di Nizza.
Dai sondaggi fatti dopo il voto, risulta che, in molti Paesi europei, le prime reazioni alla Brexit sono di rivalutazione dell’importanza di appartenere all’Unione; in alcuni di essi, come la Danimarca, il Belgio, la Svezia, la Finlandia, la crescita dai favorevoli all’UE è netta. Se si vuole evitare che rimanga una risposta emotiva, dettata dalla paura dell’ignoto, bisogna agire in fretta.
Naturalmente si deve, innanzitutto, chiudere subito la partita del divorzio, che se si protrae nel tempo, danneggerà sia l’Europa sia il Regno Unito. E poi, molto dipende dai governanti europei, dalla loro capacità di far comprendere ai cittadini che la crisi, che colpisce l’UE, è grave e che, in un mondo globalizzato, per farvi fronte si è più forti se si sta insieme, se si riesce a fare dell’Europa una grande potenza in grado di dialogare a pari livelli con Cina e America. Un risultato che è raggiungibile se si danno risposte alle speranze e alle paure dei cittadini, se si ridanno all’UE l’anima persa e lo spirito dei suoi padri fondatori.
Dall’esperienza inglese si ricava anche che tra i giovani, quelli che partecipano sono in grande maggioranza progressisti e a favore dell’UE, ma molti di loro rifiutano la politica e non votano. Il risultato del Referendum insegna che, a fronte di un loro condivisibile schifo verso la cattiva politica, i giovani non possono rispondere disinteressandosene ma partecipando di più, diversamente si fanno del male perché altri decidono, comunque, condizionando la loro vita e il loro futuro.
Antonio Simiele