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La solitudine intelletuale “dei pazzi melanconici”

La solitudine intelletuale “dei pazzi melanconici”

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Il confronto fra Gaetano Salvamini ed Ernesto Rossi In una lettera indirizzata ad Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini scriveva così: “se avessi potuto fabbricarmi un figlio su misura, me lo sarei fabbricato pari pari come te”. Era la risposta, quasi il rimbalzo affettivo di quel che Rossi, in una espansione del cuore, gli aveva confidato due anni prima: “A te devo più riconoscenza che ad ogni altro uomo. Col tuo esempio mi hai impedito di cadere in uno sterile scetticismo; hai dato un significato alla mia vita”. Questo brano introduce alle tante e tante lettere – seicentotredici, per la precisione – raccolte in volume da Mimmo Franzinelli (Dall’esilio alla Repubblica, Bollati Boringhieri, pagg.994, euro 55) e che stanno lì, a documento dell’intesa intellettuale e della corrispondenza di affe
Socialismo di Salvemini

Socialismo di Salvemini

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Ha scritto Bertrand Russell: “Quando parlano gli italiani colti mi capita spesso di non capire. Salvemini non deve essere colto, perché quello che dice lui lo capisco, e quello che pensa lo penserei anch’io”. E’ una considerazione molto bella; bella e veritiera perché, veramente, pochissimi altri come Salvemini furono convinti che “chiarezza nell’espressione è probità nel pensiero e nell’azione”. C’è di più, però. C’è che l’esigenza della chiarezza, l’abominio dei guazzabugli filosofici (specie di quelli in cui si profondavano i guasconi dell’idealismo), il gusto e quasi diremmo la voluttà delle distinzioni, tutto, tutto veniva a Salvemini per la diritta via del suo credo democratico. “Io – confidò in uno scritto – mi mettevo dal punto di vista di un operaio, magari di un contadino analfab