L’attacco alla democrazia americana del 6 gennaio 2021 non nacque improvvisamente. Donald Trump, presidente uscente degli Stati Uniti, aveva ripetutamente contestato la legittimità della vittoria di Joe Biden. Il mondo poté così osservare gli effetti più estremi di una lunga campagna di delegittimazione delle istituzioni.
Quel giorno, una parte dei sostenitori di Trump assaltò il Campidoglio di Washington mentre il Congresso era riunito per certificare i voti del Collegio elettorale. I manifestanti superarono le barriere, entrarono con la forza nell’edificio e costrinsero deputati, senatori e il vicepresidente Mike Pence a interrompere la seduta.
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ricostruito come l’irruzione avesse l’obiettivo di fermare, ostacolare o ritardare la certificazione del risultato elettorale.
L’attacco alla democrazia americana del 6 gennaio
Forse neppure Trump si aspettava una manifestazione tanto violenta da parte dei suoi sostenitori. Quando invitò i manifestanti a tornare a casa, l’assalto era ormai in corso e il Congresso era stato evacuato.
Il malcontento di una parte degli americani che si consideravano dimenticati dalla globalizzazione emerse come un fiume carsico, riversandosi nei luoghi simbolici della sovranità popolare.
Davanti alle difficoltà iniziali delle forze dell’ordine, una delle più antiche democrazie liberali del mondo vacillò sotto i colpi di una folla prevalentemente bianca, convinta che qualcuno avesse sottratto la vittoria elettorale al proprio candidato.
Il 6 gennaio mostrò il volto più rumoroso e spettacolare della crisi politica e sociale degli Stati Uniti. Tuttavia, dietro le immagini quasi grottesche degli assalitori si nascondeva un fenomeno molto più profondo: la perdita di fiducia nelle istituzioni, nelle procedure elettorali e nella possibilità di riconoscersi in una verità condivisa.
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l sogno collettivo raccontato da Stephen Markley
Lo spettacolo al quale abbiamo assistito da questa parte dell’oceano richiama un passaggio di Ohio, il romanzo di Stephen Markley:
«Difficile dire dove finisca questa storia o come sia cominciata, perché […] il concetto di linearità non esiste».
Gli avvenimenti americani non possono essere letti come una semplice successione di episodi isolati. L’assalto al Campidoglio, la radicalizzazione politica, le disuguaglianze sociali, le tensioni razziali e il potere delle piattaforme digitali fanno parte dello stesso intricato racconto collettivo.
L’attacco alla democrazia americana fu quindi il risultato visibile di conflitti che da tempo attraversavano la società statunitense.
Crisi della democrazia americana e potere digitale
Oltre all’irruzione dei sostenitori di Trump, qualcos’altro di importante accadde in quei giorni. Twitter, Facebook e Instagram decisero di sospendere o limitare gli account del presidente uscente.
Le piattaforme motivarono le proprie decisioni richiamando il rischio di ulteriore violenza. Il provvedimento aprì, però, una questione politica che andava oltre la figura di Donald Trump.
La democrazia liberale aveva mostrato di non disporre ancora di strumenti pienamente adeguati per governare il populismo nell’epoca dei social network. A decidere se il presidente degli Stati Uniti potesse continuare a comunicare sulle principali piattaforme non furono un tribunale o il Congresso, ma aziende private.
Anche questo passaggio rappresentava un aspetto dell’attacco alla democrazia americana: società private prive di un mandato elettorale esercitavano il potere di limitare la comunicazione politica.
Parafrasando Carl Schmitt, sovrano è colui che decide nello stato di eccezione. Se applichiamo questo principio al mondo digitale, il sovrano rischia di diventare il consiglio di amministrazione di una piattaforma.
Sovrano è Twitter.
Il ruolo delle multinazionali tecnologiche e dei contenuti che circolano in rete deve diventare oggetto di una discussione politica. Altrimenti, in nome della libertà d’impresa o della tutela della libertà di espressione, pochi dirigenti privati stabiliranno quali contenuti pubblicare e chi potrà parlare.
Molti applaudirono perché era stato oscurato l’account di Trump. Ma che cosa accadrebbe se domani la stessa decisione colpisse il leader politico di coloro che avevano approvato quel provvedimento?
La domanda non assolve Trump dalle sue responsabilità. Evidenzia un altro elemento della crisi della democrazia americana: l’assenza di regole pubbliche sufficientemente chiare sul potere politico esercitato dalle piattaforme digitali.
Attacco alla democrazia americana: da Washington a Kenosha
Per comprendere l’attacco alla democrazia americana, occorre spostarsi da Washington e tornare indietro di alcuni mesi.
Il 23 agosto 2020, a Kenosha, nel Wisconsin, alcuni agenti intervennero in seguito alla segnalazione di una disputa domestica. Durante l’intervento cercarono di fermare Jacob Blake, un afroamericano di 29 anni.
Dopo un confronto con gli agenti, Blake si diresse verso un SUV e aprì la portiera del conducente. L’agente Rusten Sheskey lo afferrò e sparò sette colpi, ferendolo gravemente. Blake sopravvisse, ma rimase paralizzato dalla vita in giù.
Gli agenti, Jacob Blake e i testimoni fornirono ricostruzioni contrastanti della dinamica. Secondo la ricostruzione del procuratore, Blake aveva un coltello e si sarebbe girato verso Sheskey; l’agente sostenne di aver temuto di essere colpito. Blake dichiarò invece di non avere avuto intenzione di aggredire il poliziotto.
Il 5 gennaio 2021, il procuratore distrettuale Michael Graveley decise di non formulare accuse contro Sheskey.
Secondo la relazione ufficiale della Contea di Kenosha, il procuratore non poteva escludere oltre ogni ragionevole dubbio l’ipotesi della legittima difesa.
La decisione giudiziaria non cancellò le domande politiche e sociali sollevate da quelle immagini: sette colpi esplosi a distanza ravvicinata e un uomo rimasto paralizzato.
Due volti della crisi della democrazia americana
L’attacco alla democrazia americana mise in evidenza anche il diverso modo in cui le autorità si preparavano ad affrontare le proteste. In previsione di possibili disordini dopo la decisione del procuratore, le autorità locali dichiararono lo stato di emergenza e il governatore del Wisconsin mobilitò la Guardia nazionale.
Meno di ventiquattro ore dopo, misure di sicurezza straordinarie sarebbero state necessarie soprattutto a Washington, dove una folla riuscì a penetrare nel Campidoglio.
Il confronto impone una domanda: le proteste degli afroamericani continuavano a essere percepite come più pericolose ed eversive di quelle organizzate dai sostenitori bianchi di Trump?
Gli afroamericani chiedevano il riconoscimento di quella dignità e di quell’uguaglianza davanti alla legge che appartengono alla tradizione liberale. A Washington, invece, una folla tentava di ostacolare la certificazione di un risultato elettorale.
Da una parte appariva una mobilitazione rumorosa e spettacolare, diretta contro le istituzioni democratiche. Dall’altra emergeva la protesta contro un uso della forza ritenuto ingiusto e contro una disuguaglianza vissuta come sistemica.
Si trattava di eventi differenti, che non possono essere sovrapposti automaticamente. Eppure, entrambi germogliavano nello stesso territorio sociale, segnato da disuguaglianze, sfiducia e divisioni razziali.
Difendere la democrazia senza guardare da una sola parte
Chi vuole salvaguardare il difficile esperimento chiamato democrazia liberale non può lasciarsi abbagliare soltanto dal folklore populista.
L’attacco alla democrazia americana non si manifesta esclusivamente quando una folla irrompe nelle aule del Congresso. Può emergere anche quando le istituzioni non proteggono una parte della popolazione, quando applicano la forza in modo diseguale o quando aziende private acquistano il potere di definire i confini del discorso pubblico.
Difendere la democrazia significa proteggere le procedure elettorali, ma anche garantire che la libertà, la dignità e l’uguaglianza davanti alla legge non rimangano principi astratti.
Non possiamo guardare soltanto davanti a noi, verso gli assalitori del Campidoglio. Dobbiamo anche voltarci verso chi, alle nostre spalle, continua a chiedere giustizia dopo che un agente gli ha sparato sette volte.