Per secoli il dominio del mare non ha significato soltanto controllare uno spazio da attraversare. Gli oceani sono stati vie commerciali, barriere difensive, strumenti di espansione e, soprattutto, fonti di potere.
Oggi il mondo è molto diverso da quello delle grandi flotte a vela. Eppure una domanda rimane sorprendentemente attuale: il dominio del mare continua a essere decisivo per una potenza che vuole esercitare un’influenza globale?
La risposta è sì, ma con una precisazione.
Nel XXI secolo dominare il mare non significa controllare materialmente ogni oceano. Vuol dire soprattutto essere capaci di proteggere le proprie rotte, mantenere aperti i passaggi strategici, assicurare gli approvvigionamenti e, se necessario, impedire a un avversario di fare altrettanto.
È proprio questa capacità che torna al centro della competizione internazionale.
Dal Mediterraneo al potere marittimo degli imperi oceanici
La storia offre numerosi precedenti, ma bastano pochi esempi per comprendere quanto il potere marittimo abbia inciso sulla distribuzione della potenza.
Atene costruì gran parte della propria forza sulla flotta. Roma comprese durante le guerre puniche che non avrebbe potuto sconfiggere Cartagine senza diventare anche una potenza navale. Dopo la vittoria, il Mediterraneo divenne progressivamente il suo Mare Nostrum.
Secoli dopo, Venezia e Genova prosperarono grazie a reti commerciali, porti e collegamenti marittimi.
La grande svolta arrivò però tra il XV e il XVI secolo.
Il Portogallo costruì una rete di basi e scali che, passando per l’Africa e il Capo di Buona Speranza, raggiungeva l’India, Malacca e l’Estremo Oriente.
La Spagna utilizzò invece gli oceani per collegare un enorme sistema imperiale tra Europa, Americhe e Asia.
Il mare trasformò così potenze europee relativamente piccole in protagonisti mondiali.
La successiva supremazia britannica portò questa logica alla sua massima espressione. Flotta, commercio, basi navali e controllo delle rotte consentirono alla Gran Bretagna di sostenere un impero distribuito su più continenti.
Questa dinamica aiuta anche a comprendere la più ampia storia dell’ascesa dell’Occidente e il progressivo spostamento dei centri del potere mondiale.
La questione decisiva, tuttavia, riguarda il presente.
Il dominio del mare nell’economia globale
La rivoluzione digitale non ha cancellato la geografia.
Secondo UN Trade and Development (UNCTAD), circa l’80% del commercio internazionale di merci, misurato in volume, continua a essere trasportato via mare. Per approfondire: Review of Maritime Transport – UNCTAD.
Container, petrolio, gas, cereali, minerali, automobili, componenti industriali e prodotti finiti attraversano ogni giorno gli oceani.
Per questo il dominio del mare continua ad avere un significato economico prima ancora che militare.
Una grande economia può possedere fabbriche, tecnologie e capitali. Se però non riesce a importare materie prime o esportare i propri prodotti, una parte della sua potenza diventa vulnerabile.
La globalizzazione non ha quindi eliminato la dipendenza dal mare.
L’ha aumentata.
Malacca, Hormuz e Suez: i colli di bottiglia della globalizzazione
Il sistema presenta una fragilità evidente.
Le rotte marittime mondiali non sono distribuite uniformemente. In diversi punti devono attraversare stretti e canali relativamente limitati.
Sono i cosiddetti chokepoint, i colli di bottiglia della globalizzazione.
Tra i più importanti troviamo Malacca, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, gli Stretti Turchi e Panama.
Lo Stretto di Malacca, tra Oceano Indiano e Pacifico, rappresenta uno dei passaggi più importanti del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 vi sono transitati circa 23,2 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa il 29% dei flussi petroliferi marittimi mondiali.
Ancora più delicato dal punto di vista energetico è lo Stretto di Hormuz. Nello stesso periodo vi transitavano mediamente circa 20,9 milioni di barili al giorno.
Per i dati sui principali passaggi energetici mondiali: U.S. Energy Information Administration – World Oil Transit Chokepoints.
Una crisi concentrata in pochi chilometri di mare può quindi produrre conseguenze sull’energia, sui trasporti, sulla produzione industriale e sull’inflazione a migliaia di chilometri di distanza.
Il petrolio continua, del resto, a essere una vera infrastruttura del potere mondiale. La questione non riguarda soltanto chi possiede le risorse, ma anche chi può garantirne o condizionarne la circolazione.
Su PoliticaMagazine abbiamo affrontato questo rapporto tra energia e potere nell’analisi Hardware del Potere: Petrolio e Intelligenza Artificiale.
Gli Stati Uniti e il sistema marittimo costruito nel Novecento
La potenza degli Stati Uniti non deriva soltanto dalle dimensioni della loro economia o dall’arsenale nucleare.
Una parte fondamentale dell’influenza americana nasce dalla capacità di operare contemporaneamente nell’Atlantico, nel Pacifico, nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano.
La forza americana è costituita da un sistema.
Portaerei, sommergibili, flotte, basi, porti alleati, satelliti, intelligence, logistica e accordi militari permettono agli Stati Uniti di proiettare forza a enorme distanza dal proprio territorio.
Il dominio del mare americano non dipende quindi semplicemente dal numero delle navi. Conta soprattutto la possibilità di sostenerle, rifornirle, proteggerle e inserirle all’interno di una rete mondiale.
È un vantaggio costruito nel corso di decenni e difficilmente replicabile in tempi brevi.
La U.S. Navy indica la Repubblica Popolare Cinese come la principale sfida strategica di riferimento. Il confronto va ormai molto oltre le dimensioni numeriche delle rispettive flotte.
Il documento strategico può essere consultato sul sito della U.S. Navy – Navigation Plan for America’s Warfighting Navy.
In questo quadro devono essere letti i nuovi equilibri della potenza globale. Non si tratta soltanto di un confronto diplomatico tra Washington, Pechino e le altre grandi capitali, ma di una competizione per la capacità concreta di operare nelle aree decisive del pianeta.
Il tema si collega direttamente all’analisi pubblicata da PoliticaMagazine sui nuovi equilibri della potenza globale tra Trump, Putin e Xi.
Perché la Cina ha bisogno del mare
Per gran parte della propria storia moderna la Cina è stata soprattutto una grande potenza continentale.
La crescita economica degli ultimi decenni ha modificato radicalmente questa condizione.
Una gigantesca economia industriale dipendente dal commercio internazionale deve importare energia e materie prime ed esportare enormi quantità di prodotti.
Pechino deve quindi affrontare una questione strategica inevitabile: come proteggere le proprie linee di comunicazione marittime?
Gran parte dei collegamenti tra la Cina, il Golfo Persico, l’Africa e l’Europa attraversa l’Oceano Indiano e passa nei pressi di punti vulnerabili come Malacca.
Questa dipendenza spiega perché il dominio del mare abbia assunto un’importanza crescente nella strategia cinese.
Il Libro bianco sulla sicurezza nazionale pubblicato da Pechino nel 2025 inserisce la tutela dei diritti e degli interessi marittimi nella più ampia concezione della sicurezza nazionale.
La trasformazione è coerente con la strategia economica e tecnologica cinese. Industria, autonomia tecnologica, energia, sicurezza e capacità militare sono ormai parti di una stessa traiettoria di lungo periodo.
Il tema è approfondito anche nell’analisi di PoliticaMagazine sul 15° Piano quinquennale cinese 2026-2030.
La Fujian e l’ambizione navale cinese
Il cambiamento è visibile soprattutto nella marina militare.
Il 5 novembre 2025 la Cina ha ufficialmente immesso in servizio la Fujian, terza portaerei del Paese.
Con un dislocamento a pieno carico superiore alle 80.000 tonnellate, la nave è la prima portaerei cinese dotata di un sistema di catapulte elettromagnetiche per il lancio degli aerei.
Questo non significa che la Cina abbia raggiunto la capacità globale degli Stati Uniti.
Le portaerei sono soltanto una componente di un sistema molto più complesso. Servono addestramento, gruppi navali, basi, rifornimento, aviazione imbarcata, protezione antisommergibile ed esperienza operativa.
La Fujian rappresenta però un’indicazione chiara della direzione intrapresa.
La Cina non vuole più soltanto difendere le proprie coste. Punta progressivamente ad aumentare la capacità di operare più lontano.
Taiwan e la geografia strategica del Pacifico
È in questa prospettiva che Taiwan assume un significato ancora più ampio.
La disputa riguarda innanzitutto sovranità, identità politica e sicurezza.
L’isola occupa però anche una posizione geografica straordinariamente importante.
Taiwan si trova lungo quella che gli strateghi definiscono prima catena di isole, una linea che dal Giappone passa attraverso Taiwan e prosegue verso le Filippine.
Per Pechino, poter operare con maggiore libertà oltre questa fascia faciliterebbe l’accesso alle profondità del Pacifico.
Dal punto di vista degli Stati Uniti e di diversi alleati regionali, mantenere l’attuale equilibrio contribuisce invece a limitare una proiezione navale cinese incontrollata verso il Pacifico occidentale.
Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Mar delle Filippine e Stretto di Malacca devono quindi essere osservati anche come parti di un’unica geografia strategica.
Sea control e sea denial: come cambia il dominio del mare
Esiste una differenza fondamentale rispetto all’epoca degli imperi coloniali.
Oggi nessuno può semplicemente occupare gli oceani.
Nella strategia contemporanea vengono utilizzati due concetti fondamentali: sea control e sea denial.
Il sea control consiste nella capacità di utilizzare con sufficiente libertà una determinata area marittima, limitando contemporaneamente quella dell’avversario.
Il sea denial segue una logica differente.
Non occorre controllare permanentemente il mare. Può essere sufficiente rendere una zona troppo pericolosa perché l’avversario possa utilizzarla liberamente.
Proprio questa possibilità ha trasformato profondamente il dominio del mare nel XXI secolo.
Missili, sommergibili e droni cambiano la guerra navale
Portaerei e grandi unità navali rimangono strumenti formidabili, ma devono confrontarsi con minacce sempre più sofisticate.
Missili antinave a lungo raggio, sommergibili, mine, droni di superficie, sistemi subacquei autonomi, satelliti e sensori distribuiti possono rendere estremamente rischioso l’accesso a determinate aree.
Una potenza non deve necessariamente distruggere l’intera flotta nemica. Può cercare di costringerla a operare più lontano.
Questa logica è particolarmente importante nel Pacifico occidentale.
La competizione navale tra Stati Uniti e Cina non può quindi essere ridotta alla domanda: chi possiede più navi?
Chi riesce a individuare per primo l’avversario? A quale distanza può colpirlo? Quanto sono protette le basi da cui opera?
Un altro elemento decisivo riguarda l’efficienza delle reti satellitari e di intelligence. Infine, conta la capacità di rifornire le proprie forze durante un conflitto prolungato.
Il dominio del mare è diventato un sistema tecnologico.
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Sotto il mare passa il mondo digitale
C’è poi un’altra dimensione che le vecchie teorie navali non potevano prevedere.
Il fondale oceanico è diventato uno spazio strategico.
Secondo l’International Telecommunication Union, oltre il 99% dei flussi internazionali di dati passa attraverso cavi sottomarini.
Per approfondire: International Telecommunication Union – Global Connectivity Report.
Internet viene spesso immaginata come una realtà immateriale.
In realtà, la maggior parte delle comunicazioni intercontinentali dipende da infrastrutture fisiche posate sul fondo degli oceani.
Transazioni finanziarie, cloud computing, comunicazioni governative, attività industriali e servizi digitali dipendono da questa rete.
Proteggere il mare significa quindi proteggere anche la circolazione dei dati.
Il potere marittimo contemporaneo comprende non soltanto navi e rotte commerciali, ma anche infrastrutture digitali invisibili e vulnerabili.
Baltic Sentry e la protezione delle infrastrutture sottomarine
La NATO ha riconosciuto esplicitamente questa vulnerabilità.
Nel gennaio 2025 l’Alleanza ha avviato Baltic Sentry, rafforzando la presenza nel Mar Baltico con unità navali, aerei da pattugliamento e nuove tecnologie, compresi droni navali.
L’obiettivo è aumentare la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine.
La documentazione ufficiale è disponibile sul sito della NATO – Baltic Sentry.
È un passaggio significativo.
Il dominio del mare non riguarda più soltanto ciò che naviga sulla superficie.
Riguarda almeno quattro dimensioni: la superficie, dove transitano navi commerciali e militari; le profondità, dove operano i sommergibili; il fondale, dove corrono cavi e infrastrutture energetiche; infine lo spazio e il dominio digitale, dai quali dipendono comunicazioni, navigazione, intelligence e sorveglianza.
Il mare è quindi diventato uno spazio multidimensionale.
La geografia dei nuovi equilibri mondiali
Guardando una carta geografica, la continuità diventa evidente.
Suez collega Mediterraneo e Mar Rosso.
Bab el-Mandeb apre l’accesso all’Oceano Indiano.
Hormuz controlla l’uscita dal Golfo Persico.
Malacca collega Oceano Indiano e Pacifico.
Taiwan si trova davanti alle coste cinesi, lungo una delle principali direttrici dell’Asia orientale.
Questi punti appartengono a regioni politicamente molto diverse.
Dal punto di vista della circolazione globale, però, formano una rete.
È proprio la capacità di garantire, condizionare o interrompere quella rete che trasforma il dominio del mare in una forma di potere.
Chi domina il mare domina ancora il mondo?
La formula deve essere utilizzata con cautela.
Nel XXI secolo il dominio del mare, da solo, non permette di dominare il mondo.
Servono economia, industria, tecnologia, energia, capacità spaziale, intelligence, demografia e stabilità politica.
Una grande potenza continentale può inoltre possedere enormi capacità militari senza esercitare un controllo globale degli oceani.
Rimane tuttavia difficile immaginare una vera potenza mondiale incapace di utilizzare e proteggere le grandi rotte marittime.
È questo che gli Stati Uniti hanno compreso nel Novecento.
La Cina sembra averlo compreso nel XXI secolo.
La competizione tra Washington e Pechino non si svolge soltanto nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio o nella produzione industriale.
Si svolge anche sulla superficie degli oceani, nelle loro profondità e sui loro fondali.
I galeoni portoghesi e spagnoli sono scomparsi. Le flotte britanniche appartengono alla storia. Al loro posto sono arrivati portaerei, sommergibili nucleari, missili, satelliti, droni e cavi in fibra ottica.
Gli strumenti sono cambiati radicalmente.
La geografia molto meno.
Ed è forse questo il punto essenziale: chi domina il mare non domina automaticamente il mondo, ma una potenza che perde la capacità di accedere alle grandi rotte oceaniche rischia ancora oggi di perdere una parte decisiva della propria libertà economica, militare e politica.
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Riferimenti bibliografici
A.T. Mahan, The Influence of Sea Power upon History, 1660–1783, Little, Brown and Company, Boston, 1890.
J.S. Corbett, Some Principles of Maritime Strategy, Longmans, Green and Co., London, 1911.
P. Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers, Random House, New York, 1987.
G. Till, Seapower: A Guide for the Twenty-First Century, 4ª edizione, Routledge, London-New York, 2018.
A. Lambert, Seapower States: Maritime Culture, Continental Empires and the Conflict That Made the Modern World, Yale University Press, New Haven, 2018.
Fonti istituzionali
UN Trade and Development (UNCTAD) – Review of Maritime Transport
U.S. Energy Information Administration – World Oil Transit Chokepoints
International Telecommunication Union – Global Connectivity Report
United States Navy – Navigation Plan for America’s Warfighting Navy