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Memorie dal sottosuolo del lockdown

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Covid 19 lockdown
Covid 19 lockdown

La regola vuole che dopo un anno si possano stilare i bilanci ma, nel caso della pandemia, bisogna derogarla, non è ancora ora di bilanci. Ci siamo ancora dentro, troppo invischiati per poter oggettivamente separare gli attivi dai passivi. Soprattutto ora che, di fatto, in Italia siamo tornati in lockdown, pur se chiamato dai giornalisti e dal governo in maniera diversa. Ma è solo una questione nominale mentre la sostanza resta invariata.

L’ennesimo lockdown ci sta prostrando, perché oltre a recluderci in casa al fine di salvaguardare il funzionamento del sistema sanitario, ci proietta in un tempo che assume la forma circolare dell’eterno ritorno. L’eterno ritorno del rosso scandito da flebili momenti di giallo e arancione. A volte c’è il bianco sì, ma quanto dura?

Perdonate il pessimismo che aleggia in queste poche righe ma francamente è difficile sperare nelle doti taumaturgiche dell’attuale governo, al quale si chiede la moltiplicazione dei vaccini con l’imposizione delle mani. Ma si sa, nella disperazione ci si appiglia ai miracoli!

Al di là delle invocazioni mistiche, resta il lockdown. La chiusura generalizzata dei maggiori luoghi di aggregazione sociale e la reclusione coattiva anche se a fin di bene. Tutto ciò significa un ritorno a quel sottosuolo, descritto magistralmente da Dostoevskij nelle sue Memorie dal sottosuolo. Anche noi, da quell’angolo buio e segreto, rintanati con le nostre paure formuliamo le considerazione più irrazionali, maturate nel lento scorrere di ore solitarie, amplificate dalle irradiazioni digitali degli schermi.

I governanti, a cui forse non piace lo scrittore russo, tentano di risolvere il problema pandemia senza scomporlo nei vari ambiti che vanno dal sanitario all’economico, passando per il campo della psicologia. Chiudere tutto per impedire l’impennarsi della curva, trasformando l’Europa tutta in un enorme lazzaretto. Questa scelta estrema e logica allo stesso tempo deriva da un modello matematico, corretto scientificamente, ma che tralascia il soggetto di tutto: la natura umana. Quella vischiosa melma schiumante di rabbia che sfugge ai sistemi. Così sfuggente, che gli autori sistemici hanno sempre dovuto usare la forza per obbligare l’uomo ad essere docile. Suvvia, rimanendo nel religioso, anche il Paradiso annoia, come potrebbe placarci il lockdown?

La quiete del Paradiso come l’immobilità del lockdown risveglia in noi il demone della disobbedienza. Entrambi ci privano dell’illusione della scena, rendendoci consapevoli, inutili, vuote, disperate comparse. Prima del Covid-19, eravamo abituati a recitare una parte nella tragica commedia dell’esistenza. In fondo sapevamo – e lo sappiamo ancora di più oggi – che si trattava di una recita, ma era anche tutto ciò che avevamo, finché il virus non calasse il sipario sulla quotidianità. La finzione nella socialità era tutto per noi. Noi eravamo il nostro personaggio pubblico, che non può sopravvivere solo sui social. La parte che interpretavamo per e con gli altri era la nostra più cara illusione. Sì un’illusione, ma bisogna pure aggrapparsi a qualcosa in questo universo freddo e senza senso. Le illusioni sono come l’aria fresca quando la realtà si fa irrespirabile e in questo presente, che opprime il futuro, l’immanente è davvero insopportabile.

Vito Varricchio

Vaccini. Un altro approccio (era) possibile

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gloved hand injecting covid-19 vaccine to the world https://pixabay.com/illustrations/earth-planet-world-globe-sun-1990298/

Sarebbe pretenzioso esprimersi sulle vicende di questi giorni sbilanciandosi sulla bontà del controverso vaccino Astrazeneca e, del resto, assumere una posizione mi farebbe cadere nel peccato più comune che affligge la società di massa: parlare di una cosa che non si sa, sparare giudizi senza disporre delle competenze necessarie per farsi un’idea appropriata. Il mio discorso si arresterà, pertanto, al campo delle scienze umane ed in primis della politica. Non spetta a me decretare se quel siero così controverso sia efficiente dal punto di vista medico: può darsi che la scienza ne dimostri l’insostenibile pericolosità ma, fino a quel momento, mi attengo a ciò che è stato già detto dai soggetti preposti, competenti per legge e per dottrina ben più di me…e di un’opinione pubblica fin troppo emotiva.

Per quanto mi riguarda, i problemi sono altri. Sulla gestione dell’affare-vaccini, complessivamente, possono essere mosse critiche severe all’establishment comunitario ed italiano: per avanzare queste obiezioni non è necessaria una particolare preparazione in ambito farmaceutico. La cronaca, impietosa, ci ricorda che tutte le grandi case con cui l’Europa aveva siglato i contratti risultano, al momento, gravemente inadempienti. La capacità produttiva è stata sovrastimata e ciò comporta un significativo rallentamento della campagna vaccinale. Non è cosa da poco, perché rimandare troppo la somministrazione a tappeto delle dosi significa correre il rischio di vanificare gli sforzi iniziali: i primi che hanno ricevuto il vaccino potrebbero perdere l’immunità prima che sia raggiunta la fatidica soglia per l’immunità di gregge. È in atto una corsa contro il tempo per arrivare a questo obiettivo, al netto della diffusione delle varianti che, prima o poi, potrebbero non risultare ‘coperte’ dal medicinale. Se vogliamo davvero provare a stroncare il virus, non c’è tempo da perdere. Altrimenti ci saremmo subiti l’ennesima propaganda a base di spot, slogan e spillette che, in sostanza, non porta a niente. Fermo restando che, anche se tutto andasse bene, un virus globale necessiterebbe di un’azione globale per evitare casi di rientro che, inevitabilmente, si verificherebbero. Il terzo mondo non può restare alla finestra: essere solidali diventa anche nostro interesse. Altrimenti, non resterebbe che asserragliarsi dietro la frontiera con mille controlli e passaporti vaccinali: ma è un’ingenuità pensare che queste misure possano proteggerci a lungo. Piaccia o meno, il coronavirus è il volto oscuro della globalizzazione: viaggia sui barconi, ma non disdegna i voli in prima classe. Va affrontato con soluzioni all’altezza della sfida.

La strategia per contrastarlo, oltretutto, rappresenta una formidabile cartina di tornasole per verificare il funzionamento di un sistema politico nell’età tecnocratica. E qui occorre dire che la politica di Paesi come Cina e Russia (ma anche la piccola Cuba) si è mostrata diametralmente opposta a quella adottata da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Europea. Quegli ordinamenti autoritari hanno optato per il farmaco di Stato: BBIBP-CorV è stato sviluppato da Sinopharm, Sputnik V dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica N. F. Gamaleja. I Paesi atlantici, fedeli al loro impianto liberista, hanno puntato sulle imprese private. Sennonché questa scelta è solo in apparenza coerente con le logiche del libero mercato, giacché i governi hanno lautamente pagato non solo l’acquisto del prodotto ma finanche la ricerca. La legge del mercato dice che, laddove l’imprenditore sente odore di guadagno, lì si fionda rischiando il proprio capitale, nella speranza di ottenerne profitto. Qui non solo il profitto era certo, ma l’investimento è stato fatto in buona parte con fondi pubblici, senza peraltro che ciò si traducesse in un prezzo di costo o perlomeno di favore (con l’esclusione proprio dell’economico Astrazeneca). In sostanza, le multinazionali coinvolte sono le vere beneficiarie della pandemia. Il funzionamento di questa impostazione (pseudo)liberista lascia evidentemente a desiderare; le case non riescono ad onorare i (poco chiari) contratti siglati con l’Unione e, ciononostante, non pagano alcuna penale. Invero, l’emergenza smaschera una dinamica in atto, ormai, da almeno vent’anni: i grandi centri di potere economico sovrastano il potere politico degli Stati, con buona pace della sovranità e dei diritti individuali. Il contraente forte è chi detiene il know-how (in questo caso la ricetta del vaccino, ma potremmo estendere il ragionamento ad altri mezzi strategici come quelli legati alla rete). Benché ci siano gli strumenti giuridici per l’espropriazione del brevetto (in Italia, l’art.121 Codice della proprietà industriale) nessuno, in Europa, ha avuto finora il coraggio di operare una scelta così coraggiosa in nome dell’interesse comune. In poche parole: siamo pronti a tollerare forti limitazioni dei diritti di libertà costituzionali con fonti del diritto di dubbia legittimità (i famigerati DPCM), ma non si è disposti ad imporre un sacrificio degli interessi economici dei grandi produttori con un provvedimento senz’altro ammissibile.

Bisognerebbe riflettere su quali siano, nel XXI secolo, le infrastrutture strategiche meritevoli di un monopolio o di una significativa presenza pubblica. Le priorità sono cambiate. Davvero la rete ferroviaria, per dirne una, è più strategica della ricerca sui vaccini? Nessuno vuol togliere ai privati la libertà di ricerca e, magari, di ricavarne guadagno: ma ha avuto senso escludere a priori, in tutta l’Unione, un serio investimento sulla ricerca pubblica? Come se le nostre università e i nostri laboratori non avessero cervelli eccellenti su cui puntare? Non conveniva, forse, puntare le proprie fiches anche sulla ben più disinteressata attività dei centri di ricerca dello Stato? Escluderli, per pompare milioni di euro nella casse dei privati, non è stato forse il frutto di una scelta, ancora una volta, ideologica? E non è forse tutta geopolitica la partita che la Commissione ha intrapreso per bloccare la diffusione del vaccino russo in Europa (ovviamente, geopolitici sono anche gli interessi di Putin in senso opposto)? Sono domande che occorre affrontare con serietà e senza soluzioni preconfezionate. Non si tratta di santificare il modello degli altri, ma di ripensare il nostro per correggerne le storture.

L’assurdo è che quei pochi vaccini attualmente in circolazione rischiano di restare inutilizzati per via della campagna denigratoria che li colpisce sul piano farmacologico da parte di chi non capisce nulla di tali argomenti. Si parla per pregiudizi. Quella no vax è un’ideologia strettamente connessa con un certo ecologismo e con le teorie della decrescita felice: alla base, hanno in comune un rifiuto per la scienza che sa di oscurantismo (verrebbe da dire ‘medievale’ se chi scrive, medievista per professione, sa bene che il Medioevo non maturò mai siffatta ostilità verso le invenzioni ed anzi incensò le forze dell’intelletto umano).

Siamo di fronte al paradosso: per un anno ci si è lamentati delle restrizioni ed ora che arriva una possibile soluzione s’innalzano mille obiezioni contro di essa. Finché si tratta di emotività popolare, passi; ma quando lo Stato non interviene per imporre l’obbligo vaccinale, qualche perplessità è più che lecita. Lo stesso Stato che ha chiuso in casa 60 milioni di italiani proclamando la salute come bene costituzionalmente superiore alla libertà individuale (parole di Conte) adesso si fa scrupolo di stabilire l’obbligo vaccinale per non offendere la libertà di scelta. Eppure, quel 15% di sanitari liguri che hanno rifiutato il vaccino rischia di mettere nei guai i malcapitati che avranno contatto con essi (ma lo stesso discorso vale per poliziotti ed insegnanti renitenti). E anche qui, bisogna dirlo, lo Stato pecca di omissione, perché l’art.32 della Costituzione consente l’obbligo e demanda al legislatore la determinazione di quali vaccini vadano assunti (è ciò che prevede la legge Lorenzin per ben 10 vaccini). A questo punto ci si chiede perché le istituzioni ruggiscono quando si tratta di chiudere e squittiscono quando si tratta di provare a risolvere il problema.

La sensazione è che, sotto sotto, siamo in ostaggio dei no vax e dei loro fantasmi irrazionali, più moderni di quanto si pensi. E viene da dire che, se quel lockdown indiscriminato della scorsa primavera fu più terroristico che ragionato, così anche l’improvviso e scriteriato liberi tutti dell’estate fu frutto di un macroscopico processo di rimozione di massa. Non diversamente, l’attuale panico da vaccino è figlio della stessa ipocondria di marzo 2020. In queste reazioni, dal basso ma anche dall’alto, si fatica a trovare qualcosa di sanamente equilibrato.

Il problema è che l’uomo, questa fragilissima creatura la cui vita è come un soffio rispetto alla storia del mondo, con questa pandemia ha riscoperto una voragine che supponeva colmata dal progresso. L’uomo ha paura di morire. Per 30, massimo 75 anni, il benessere occidentale ha narcotizzato le coscienze coi suoi consumi e le sue (apparenti) trasgressioni. Sotto sotto, ci siamo illusi che la sofferenza fosse destinata a tramontare con l’incedere della tecnica e che la medicina potesse regalare l’elisir di lunga vita. Tanto impegno per migliorare le sorti dell’uomo sarebbe certamente cosa buona se non sconfinasse in utopia fideistica (e se non riguardasse, in fin dei conti, la parte infinitesimale del pianeta). La scienza non è una religione e non può regalare l’immortalità. Chi crede in Dio, vi trova il porto delle proprie insicurezze e relativizza i mali del presente. Chi non ci crede, deve accettare la finitezza intrinseca dell’uomo e la mancanza di un approdo finale. Qualunque altro appiglio è illusorio e non sarà la scienza a sopperire.

Il black out segnato dal lockdown è stato un brutto colpo psicologico per chi s’era abituato a confidare nella grandezza titanica dell’uomo. La paura improvvisa di morire: così si spiega perché fummo pronti ad accettare ogni limitazione, anche la più illogica, durante la sciagurata primavera dello scorso anno. E così, d’altra parte, si spiega il rifiuto paranoide del vaccino. A contrario, le folle di Ferragosto non sono state la negazione del problema-Covid: sono state la negazione del problema-morte. Bisognava a tutti i costi tornare alla movida, perché la vita dell’uomo moderno è una (noiosissima ed insensata) giustapposizione tra la routine del lavoro meccanico ed una movida non meno ripetitiva.

Se è la morte l’interrogativo solenne davanti al quale non possiamo né evadere né restare pietrificati, allora – conviene dirlo – neanche il vaccino sarà la risposta definitiva. Bisognerà scommettere sull’intelligenza umana e, quindi, anche sul vaccino per superare il momento. Ma il virus potrà mutare ed il vaccino risultare inadeguato. Così come potrebbe diffondersi un virus affatto diverso. Siamo di fronte ad una stagione ignota, ricca di sfide, pericoli ed opportunità. Occorre realismo ed equilibrio, senza cadere in preda all’ansia ma rifiutando, al contempo, un ingenuo ottimismo. Il vaccino non è un complotto ma non sarà nemmeno il Salvatore.

Gustavo Adolfo Nobile Mattei

Il femminista

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otto marzo festa della donna

Nella mia ora libera sono andata a prendere un caffè con un mio collega. Piccoli momenti di normalità in una giornata fatta di “tieni su la mascherina”, “ricordatevi di sanificare le mani quando rientrate in classe” e così via.

La giornata è calda per essere marzo. Poggiato sul tavolino del bar, il giornale ci riporta l’ennesimo bollettino sulla pandemia. Il mio collega rigira le pagine del giornale e si sofferma sulla pubblicità di un noto brand di intimo femminile. A tutta pagina campeggia il corpo perfetto della modella. Il mio collega mi guarda e mi dice: “È per questo che le donne non riescono ad avere posti di rilievo in politica”.

La mia espressione interrogativa lo ha esortato a continuare: “Se le donne si prestano a questo tipo di uso non fanno altro che perpetuare lo stereotipo della donna oggetto”. Io gli rispondo che trattandosi di una pubblicità di intimo non sarebbe stata altrettanto efficace se la testimonial non fosse stata così ammiccante.

All’improvviso sono diventata io la donna frivola, senza principi e lui il sostenitore della lotta femminista.

Ci ha tenuto a spiegarmi che noi donne dobbiamo prendere coscienza del nostro valore e della nostra importanza nella società. Che se fossimo più impegnate riusciremmo a ottenere il posto che ci spetta. Che lui ci rispetta e ci sostiene, ma gli uomini non ci prenderanno mai sul serio se continuiamo a mercificare il nostro corpo.

Ho bevuto il mio caffè amaro (non è una metafora). Poi mi sono rivolta al mio collega femminista e gli ho fatto notare che ciò che nuoce alle donne sono esattamente gli uomini come lui: i femministi di facciata. I peggiori tra i maschilisti sono i maschilisti che credono di essere femministi, quelli che credono di doverci spiegare, a noi, povere donne che viviamo ancora in uno stato di minorità imputabile solo a noi stesse (sic!), che cosa vuol dire essere donne in una società maschile. Sentono il bisogno paternalista di indicarci la via, di condurci per mano, perché noi, da sole, non siamo ancora in grado di capire, di scegliere cosa è giusto per noi, cosa vogliamo fare dei nostri cervelli e dei nostri corpi.

Una modella limita, ostacola la lotta per i diritti delle donne (che poi sono i diritti umani)? Una modella, una influencer altro non è che una moderna Mirandolina, una donna d’affari, consapevole delle proprie qualità e che le sfrutta per raggiungere la propria indipendenza economica.

E invece il finto femminista ci vede così: fragili e oppresse. E, quel che è peggio,  gravate dal nostro stesso essere donne. Ancora una volta “l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a sé stesso”, a come lui vorrebbe che fosse.

Anche nella lotta femminista si inserisce l’uomo-narcisista, incapace di lasciarci libere di agire, vuole essere il protagonista. Ma il problema è che l’uomo, per quanto si impegni, non potrà mai capire cosa vuol dire essere donne in una società maschilista, in un Paese in cui è necessario avere un ministero delle pari opportunità, perché, evidentemente, è necessario che ci vengano concesse delle opportunità per via legislativa.    

Gli uomini non sono esclusi dalla lotta per i diritti delle donne ma il loro contributo deve attuarsi nel quotidiano, senza ergersi a timonieri. Noi donne sappiamo bene qual è la direzione e dove vogliamo approdare. Il percorso è lungo e complicato, ne siamo consapevoli, ma sapremo fare da sole.

Giovanna Paradiso

Pandemia: ovvero l’ultimo vaso di Pandora!

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"Opera di Stefano Tulipani" www.stefanotulipani.it

Ci stiamo abituando, dopo un anno di pandemia, alla morte dei nostri simili. Sopravviviamo ignari come animali di allevamento destinati al macello.

Prima o dopo finirà. Alla fine… fra un anno o due anche questa pandemia, come tutte quelle che hanno afflitto l’umanità nel corso dei secoli, svanirà lasciando la sua scia di morte. È sempre andata così anche senza vaccini e dpcm governativi.

Passata la pandemia, la vita riprenderà come nulla fosse successo: ci accoppieremo, andremo in giro, e da qualche parte riprenderemo a massacrarci nel nome di una fede, di una ideologia o per istinto criminale… tutto come sempre… morire per sentirsi immortali.

Dopo la pandemia alcuni si saranno arricchiti speculando sul dolore degli altri. Mentre gli altri, gli eroi, saranno morti per salvare qualcuno che forse neanche lo meritava. Gli eroi sono il velo pietoso sulle nefandezze della nostra specie.

Dopo la pandemia, tutti, tranne i morti, festeggeranno e rivendicheranno meriti per lo scampato pericolo: essere stati più furbi ad accaparrarsi una dose di vaccino sottratta ai più deboli. L’istinto di sopravvivenza non ha scrupoli di carattere etico.

I sopravvissuti dimenticheranno che l’unione Europea ha fallito nell’approvvigionamento e nella somministrazione dei vaccini.

 I sopravvissuti dimenticheranno le speculazioni economiche dei produttori.

I sopravvissuti dimenticheranno gli errori dei loro politici in cambio della promessa di una regalia.

I sopravvissuti dimenticheranno i morti che potevano essere salvati.

Siamo tutti complici: vittime e carnefici!

Siamo sepolcri imbiancati. Fuori ai nostri sepolcri abbiamo inciso parole di pace, di ecologia, di fratellanza, di uguaglianza, di giustizia e di amore per la natura e per il prossimo ma dentro quei sepolcri custodiamo e coltiviamo la putritudine delle nostre avidità.

Se l’unica scusa che ha Dio è quella di non esistere, la nostra unica giustificazione è di non aver mai creduto seriamente nella sua esistenza.

Ludovico Martello

Draghi e i politici di professione

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Mario Draghi
Mario Draghi

In una recente intervista, il prof. Massimo Cacciari, con riferimento alla probabile formazione di un governo presieduto da Mario Draghi, ha dichiarato: << Draghi in questo momento è perfetto, ma in prospettiva è la testimonianza notarile della catastrofe del ceto politico>>.

Niente affatto! Il candore etico e la coerenza politica del ragionamento del professore Cacciari sono di un idealismo eroico ma questi valori appartengono alla cultura politica del Novecento, quando i politici intendevano fare la storia ed erano pronti a sacrificare la propria vita per le proprie idee.

Oggi, e forse fortunatamente, non è così. Oggi coloro che sosterranno il governo Draghi, a discapito degli obiettivi politici professati, si fregeranno del titolo di salvatori della Patria in un grave momento di emergenza nazionale e mondiale!

Anzi, il governo Draghi consentirà a quanti lo sosterranno di giustificare agli occhi dei propri elettori la sospensione della realizzazione delle promesse elettorali da loro disattese.

Sovranisti, populisti, teorici della decrescita felice, ambientalisti, neofascisti e neocomunisti…democratici di destra, di sinistra e di centro… tutti insieme faranno il nobile gesto di congelare i propri obiettivi politici, pro e/o antisistema.

Gli antieuropeisti rinunceranno al proposito di guidare l’Italia fuori dalla Comunità europea, rinunceranno ad abbandonare l’Euro ed a reintrodurre la vecchia cara Lira. Del resto, forse, non ne sono mai stati veramente convinti di farlo. Ma diranno che rinunciano per salvare il Paese dalla pandemia e dalla bancarotta. Del resto anche molti dei loro elettori non hanno mai pensato seriamente di uscire dall’euro e bruciare i loro sudati risparmi.

Draghi fornirà, involontariamente, ad ognuno di loro un alibi e un capro espiatorio.

Così, se il nuovo governo adotterà provvedimenti necessari ma troppo supini alle direttive della troika o ai “poteri forti” sarà stata colpa di Draghi! Oppure se questi adotterà misure che creeranno nuove diseguaglianze… da destra e da sinistra indicheranno Draghi quale responsabile delle nuove ingiustizie. E riserveranno per sé stessi i meriti, se ci saranno, di aver evitato che il paese sprofondasse nel baratro.

Superato il baratro riprenderanno, da destra e da sinistra, l’attacco alla istituzioni liberaldemocratiche con rinnovato vigore. Non certo per abbatterle in nome di un totalmente Altro.. del sol dell’avvenire ma per conservare insieme alle vituperate istituzioni il loro mestiere di governanti e/o di oppositori in un gioco delle parti.

La stragrande maggioranza dei politici di professione del ventunesimo secolo non ha una ideologia per la quale morire. Essi hanno una sola idea: perseguire l’interesse immediato personale e della loro formazione politica. La maggioranza dei politici di questo nostro secolo adora apparire nei talk show televisivi e di ottenere migliaia di like sui social dai loro followers e non certo rischiare la pelle sulle barricate!

La maggioranza dei politici del ventunesimo secolo non intende fare la Storia ma godere, quanto più a lungo possibile, della rendita di governo o di opposizione conquistata… Si guadagna bene ed è sempre meglio che andare a lavorare.

Ludovico Martello

Sulla tomba di Bettino

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vent'anni dalla morte di Bettino Craxi

All’ingresso del piccolo cimitero, collocato a pochi passi fuori dalle mura della Medina di Hammamet, ci accoglie un uomo smilzo dai modi gentili ma non servili. Gli basta un attimo per incrociare i nostri sguardi impacciati e capire.

<< Siete italiani, –  dice sorridendoci – venite vi accompagno alla tomba di Craxi>>.

In silenzio lo seguiamo. Pochi metri a destra, poi a sinistra. All’improvviso, dal verde della vegetazione compare il bianco marmoreo, candido e levigato del sepolcro. Sulla lapide verticale i dati anagrafici. Più in basso, in orizzontale, sulle pagine di un libro, fatto di dura pietra, leggiamo, incisa indelebile, la frase : <<La mia vita equivale alla mia libertà>>.

Il marmo riflette la luce del sole. Dietro agli occhi socchiusi, precipitati nel silenzio, la memoria proietta immagini televisive, fotografie, ritagli di giornali, ricordi di incontri anonimi e fugaci fra la folla vociante dei convegni e dei Congressi del Partito. Siamo stati con te dalla “ Svolta del Midas “ all’uscita coraggiosa ed incosciente dal Raphael. E’ trascorsa una vita. Forse, solamente un frammento di tempo nella parabola storica del Socialismo.

La morte non ci assolve dalle nostre responsabilità politiche, ma ci conforta la certezza che, nonostante le nostre colpe, noi, socialisti liberali siamo sempre stati dalla parte giusta. Dalla parte del rispetto dell’altro. Dalla parte di chi lotta per il riscatto degli umili. Dalla parte dell’amore per l’umanità. Dalla parte di chi combatte contro ogni forma di dogmatismo totalitario ed omicida. Dalla parte delle vittime e mai nei panni dei carnefici.

<< Sapete, non solo adesso che è il primo dell’anno, ma  ogni giorno vengono decine di visitatori a rendergli omaggio.>>. La voce rauca del custode interrompe il flusso dei ricordi.

Lentamente, si avvicina ad un grosso quaderno, sfoglia –  con cura, a ritroso nel tempo, attento a non sgualcirle –  le pagine e pagine di dediche o di sole firme, poi si ferma e, fiero, esclama: <<qualche giorno fà è stata qui stefania>>. Ci mostra il messaggio che ha lasciato. Lo leggiamo: << Ciao papà!>>.

Apponiamo le nostre firme su una pagina ancora bianca. Nessuna dedica. Ci allontaniamo verso l’uscita. Improvvisamente mia moglie torna sui suoi passi. Si china e depone il suo rosario su quella rosa del deserto che, posta alla base del mausoleo, guarda verso l’Italia.

Ludovico Martello

Da Washington a Kenosha attacco alla democrazia

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Tanto tuonò che piovve! Dopo che Donald Trump, Presidente americano uscente, ha ripetutamente giudicato illegittima l’elezione di Joe Biden a nuovo inquilino della Casa Bianca, tutto il mondo ha potuto ammirare gli effetti del populismo. Il 6 gennaio 2021, un gruppo di facinorosi trumpiani ha preso d’assalto Capital Hill per tentare di impedire la proclamazione di Joe Biden, saccheggiando le aule del Congresso. Forse nemmeno Donald Trump si aspettava una così esagerata “manifestazione d’affetto” da parte dei suoi seguaci, poiché ha cercato di domare gli animi attraverso reiterati ma tardivi inviti alla calma. Il malcontento di questi dimenticati della globalizzazione è emerso come un fiume carsico, riversandosi nei luoghi simbolo della sovranità popolare. Davanti all’impotenza delle forze dell’ordine, la più longeva liberal democrazia ha vacillato sotto i colpi dell’uomo-massa con la pelle bianca.

Ma i fatti di Washington riguardano gli aspetti più roboanti della crisi sociale e politica degli Stati Uniti. Lo spettacolo trash a cui abbiamo assistito da quest’altra parte dell’oceano, mi ha riportato alla mente un passaggio di Ohio, il romanzo di Stephen Markley. «Difficile dire – si legge – dove finisca questa storia o come sia cominciata perché una delle cose che alla fine imparerete è che il concetto di linearità non esiste. Esiste solo questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti».

Infatti, oltre all’indecorosa esibizione dei trumpiani qualcos’altro è accaduto negli Stati Uniti. Twitter, Facebook e Instagram hanno deciso di oscurare l’account di Trump. La liberal democrazia ha dimostrato di non avere i meccanismi costituzionali adeguati per fronteggiare il populismo del Terzo Millennio. Addirittura, si è sentito in dovere di intervenire il CEO di Twitter. Se, come sostiene Carl Schmitt, sovrano è chi decide nello stato d’eccezione, allora sovrano è il consiglio di amministrazione di un social network. Sovrano è Twitter! Davanti a ciò, è indubbio che il ruolo delle multinazionali del web e dei messaggi che circolano in rete devono diventare oggetto di discussione politica, altrimenti si rischia che in nome della libertà d’espressione saranno pochi managers a giudicare cosa sia giusto o ingiusto pensare. Oggi, alcuni applaudono perché è stato oscurato l’account di Trump. E se domani toccasse al leader di coloro che gioiscono?

A questo punto, però, spostiamoci da Washington e facciamo un passo indietro nel tempo. Siamo a Kenosha nel Winsconsin. Il 23 agosto la polizia riceve una chiamata per un incidente domestico. Una donna spaventata chiede l’aiuto delle forze dell’ordine perché il suo compagno, Jacob Blake (29 anni) afro-americano tentava di rubarle l’auto. Tre poliziotti bianchi giungono sul luogo e accerchiano Blake, il quale, dopo essersi divincolato dagli agenti, tenta di salire a bordo del suo SUV. Per impedirgli la “fuga” uno dei tre poliziotti, esplode sette colpi alle spalle di Blake. Blake non muore ma rimane paralizzato dalla cintola in giù.

Il 5 gennaio 2021 (il giorno prima degli scandalosi episodi di Washington) il procuratore distrettuale, Michael Gravley decide di non muovere alcuna accusa verso Rusten Sheskey, l’agente bianco che sparò sette colpi ravvicinati alle spalle di Blake, afro-americano. Il tutto nel rispetto delle regole processuali. Inoltre, per timore che si verificassero disordini da parte della comunità afro-americana, la città di Kenosha dichiara lo stato d’emergenza e il governatore del Wisconsin chiede l’intervento della Guardia Nazionale. Ironicamente, poi, questi provvedimenti estremi sarebbero serviti meno di ventiquattro ore dopo più a Washington che a Kenosha. Che le proteste afro-americane siano ancora considerate più pericolose ed eversive? Eppure, gli afro-americani chiedono il rispetto di quella dignità umana così cara alla tradizione liberale. Due proteste, una bianca e spettacolare a Washington e una nera e silenziosa a Kenosha. Due proteste, trattate in maniera differente ma che germogliano nello stesso territorio.

Chi intende salvaguardare questo difficile esperimento, chiamato liberal democrazia, non può lasciarsi abbagliare dal folklore populista, dimenticando di guardarsi alle spalle dove qualcuno è pronto a colpirlo, impunemente, sette volte.

Vito Varricchio

Assalto al Capitol Hill!!!

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L’ assalto al Capitol Hill segna l’inizio della fine del sistema politico liberaldemocratico nei paesi occidentali.

L’ uomo massa ha assaltato il Palazzo. Il delirio delle voci dal web ha preso corpo! È sceso in piazza armato. Si è fatto carne e sangue.

L’ uomo massa urla la sua disperazione di escluso dall’orgia consumistica dei nuovi ricchi.

L’uomo massa è stanco di essere l’unica vittima della globalizzazione selvaggia dei liberisti.

L’uomo massa non ha programmi. Egli invoca il caos apocalittico e rigeneratore.

L’ uomo massa non è né di destra né di sinistra. L’ uomo massa detesta la diversità, rifiuta il multiculturalismo, rifiuta l’altro da sé e l’accoglienza da quando i   nuovi ricchi liberal giocano a fare i buonisti di sinistra a spese del sottoproletariato delle periferie.

Per ora saranno respinti ma torneranno ancora più disperati e violenti.

Alla fine saranno sconfitti dai nuovi ricchi e colti liberal di sinistra ma questa nuova élite per battere l’uomo massa dovrà usare metodi illiberali. La nuova èlite dovrà mostrare il suo vero volto, la sua vera natura di neofascisti radical chic!!!

Ludovico Martello

Tu Diego ….divinità pagana

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Tu Diego ….divinità pagana
Foto pubblicata sul sito tgcom24 - Napoli quartieri Spagnoli - Tu Diego ….divinità pagana

Pur di anticipare Pelé te ne sei andato con uno scatto imprevedibile come un tuo dribbling! Tu Diego ….divinità pagana.

Siamo attoniti e addolorati ma ci consola l’idea che la dea Eupalla, di breriana memoria, ti accoglierà con le sue ancelle: Gloria e Fama Eterna.

Intanto Mozart ed Einstein ti avranno già invitato a far parte del club dei geni irriverenti e trasgressivi.

Irriverente, trasgressivo, eccessivo.

I tuoi eccessi li hai mostrati al mondo, alla luce del sole come divinità pagana che squarcia il velo della moralità ipocrita e bigotta e denuda i vizi di una umanità avida e incontinente.

Tu, Diego, divinità pagana hai donato la vittoria a due popoli sconfitti: la Coppa del mondo al popolo argentino e lo scudetto al popolo napoletano.

Da solo, contro i più forti, hai guidato i più deboli che hanno vinto, per una volta, contro i potenti!

Il popolo napoletano ha creduto in te.

I tuoi goals e i tuoi dribblings sono stati bende e unguenti che hanno lenito l bruciore delle piaghe di un antico popolo disincantato che, come hai fatto tu, spreca, dietro un malinconico sorriso, il proprio genio per amore della ineluttabilità della morte e per lo scettico rifiuto della vita troppo breve, ingiusta e priva di senso.

Marco Cuomo – Ludovico Martello

Juventus vs Napoli….partita da giocare????

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Juventus-vs-Napoli
Juventus-vs-Napoli

La legge deve tener distinto ciò che è morale da ciò che è legale altrimenti il diritto si trasforma in una aberrazioni da società totalitaria…..

La giustizia sportiva non può comportarsi come una sorta di Santa Inquisizione: <<ti punisco per mancanza di lealtà….>>.

La mancanza di lealtà è un disvalore morale non un fatto penalmente perseguibile !

L’esaltazione della fratellanza comunitaria nell’ultima Enciclica di Papa Francesco

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Accoglienza del Papa

Il Covid-19 prosegue la sua corsa. I governi di tutto il mondo stanno valutando nuovi piani per arginare gli effetti della pandemia sull’economia. E, di solito, al primo starnuto del libero mercato i suoi nemici inneggiano alla sua ineluttabile caduta, riproponendo ricette di decrescita felice.

Nello stesso filone, si potrebbe inserire anche l’ultima enciclica, Fratelli tutti. «Siamo più soli che mai – scrive il Papa – in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori».

Oggi la Chiesa si trova ad affrontare scandali interni, come lo stile di vita poco francescano del cardinale Becciu, e tensioni esterne con alleati storici come gli Stati Uniti, tanto che lo scorso settembre Papa Francesco non ha incontrato il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, presente al meeting sulla libertà religiosa all’Ambasciata americana presso la Santa Sede. Eppure, molti vedono in papa Francesco l’ultimo baluardo contro il sovranismo. Ma, ci chiediamo, chi è l’avversario dell’ultima enciclica?

Per tentare una risposta leggiamo: «tanto da alcuni regimi politici populisti quanto da posizioni economiche liberali, si sostiene che occorre evitare ad ogni costo l’arrivo di persone migranti. Al tempo stesso si argomenta che conviene limitare l’aiuto ai Paesi poveri, così che tocchino il fondo e decidano di adottare misure di austerità». Dunque, il nemico sembra sempre lo stesso: il libero mercato. Spesso capita, però, che il libero mercato rappresenti il classico «fantoccio», come lo definiva Einaudi, per attaccare il liberalismo. Infatti, sempre papa Francesco sostiene che «la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero». Altro che modernità! Altro che progressismo!

Così sembra che la Chiesa cattolica non strizzi l’occhio al pensiero moderno, al mito della ricchezza materiale e spirituale, ma che stia tornando indietro di secoli. Verso il cristianesimo delle origini? Se la risposta è affermativa, allora il Papa sta riallacciando relazioni culturali con il marxismo. E quindi, si tratterebbe di una vera riproposizione di valori etici, che hanno già segnato a ferro e a fuoco il mondo. Entrambe le religioni – quella cristiana e quella marxista – convinte dell’inesorabile destino apocalittico di un  mondo devastato dall’individualismo, prospettano un ritorno dell’uomo nell’Eden collettivistico. Tutti fratelli, dunque, in un’unica grande comunità. In un Noi senza Io.

Il dissolvimento dell’io in qualcosa di più grande che trascenda l’individualità viene presentata anche dall’enciclica papale, quando si afferma che «abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune».

In Fratelli tutti, risuona il messaggio ecumenico e materno della Chiesa. Il mondo, in bilico tra gli squali delle agenzie di ranking e i piranha nazionalisti, può ricevere conforto solo dalla Chiesa, perché depositaria unica del puro messaggio di fratellanza e d’amore. Solo la Chiesa è pronta ad accogliere ed accudire i suoi figli più sfortunati, le vittime della malefica globalizzazione.

Ma cosa succede, quando il figlio diviene maggiorenne? La risposta è molto semplice. Gli uomini saranno trattenuti in un’eterna infanzia. Una madre ti coccolerà sempre, ti proteggerà dalle avversità, che la vita per forza di cose ti metterà davanti e alimenterà i tuoi sogni affinché tu possa sempre credere. Una madre non ti abbandonerà mai. Ma se queste frasi al miele, farebbero arrossire qualsiasi madre, dal punto di vista politico suonano liberticide. Alla fine, l’umanità rischia di somigliare a una massa di poveri ed eterni adolescenti incompiuti, stretta nella morsa affettiva – così stretta da togliere il fiato – di Madre Chiesa e Padre Stato.

Tornano dunque, le eterne accuse di Nietzsche, secondo il quale il cristianesimo «ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito; della contraddizione contro gli istinti di conservazione della vita forte ha fatto un’ideale». Che Dio sia morto davvero?

Vito Varricchio

Contro il Covid-19 : Resilienza!!!

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Resilienza Covid

Le società del Terzo Millennio hanno abbandonato le meta-narrazioni, come insegna François Lyotard in La condizione post-moderna. Tuttavia, il gusto del racconto non svanisce ma esplode in innumerevoli micro-narrazioni, irradiate tramite i social. Tra queste parabole contemporanee spicca quella della resilienza, propagandata da influencer e youtuber, intellettuali déclassé della nostra epoca. Il termine, mutuato dalla fisica sta ad indicare la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi, è stato ripreso dalla psicologia per sottolineare la capacità di un individuo di sopportare un evento traumatico. E durante la pandemia, resilienza è divenuto il vessillo di ogni governo. Insomma, bisogna assorbire le restrizioni alle libertà individuali per un bene superiore – la salute della collettività – senza protestare. Il resiliente virtuoso è colui che si piega ma non si spezza.

La resilienza, dunque, trasmigrata nel campo sociale, invita le comunità politiche a tollerare qualsiasi decisione politica. Ma essa non possiede solo un volto conservatore. Da novello Giano Bifronte ha anche una faccia progressista, che spinge ad accettare ogni trasformazione, perché queste rappresentano il naturale progresso dell’esistente. Adeguarsi ai cambiamenti inevitabili, figli dello sviluppo scientifico e tecnologico, è la parola d’ordine della nostra società. La resilienza è il nuovo dio legittimante dell’esistente presente e futuro insieme.

I mutamenti erano già in atto, solo che procedevano molto lentamente prima della diffusione su scala globale del Covid-19. Preme sottolineare che non intendiamo avvalorare nessuna tesi complottista ma soltanto evidenziare come il virus abbia solo accelerato i processi di digitalizzazione e di eco-sostenibilità. Di questo inesorabile cammino verso un domani prospero e radioso, infatti, la Next Generation EU rappresenta la veste istituzionale.

L’Unione Europea ha deciso di creare un debito condiviso per permettere ai paesi membri di implementare i settori del futuro, ponendo i confini della nuova società globale. Ed è in questo contesto che trova spazio la narrazione della resilienza, la quale ha il compito di far accettare una trasformazione radicale non solo del modo in cui gli individui interpreteranno la realtà ma anche di come si relazioneranno tra di loro. Costumi, usi e tradizioni che hanno cementato anche la società liberal democratica stanno per essere spazzati via con un click e sostituiti da insegnanti-tablet e da auto elettriche guidate da algoritmi.

I nuovi altari della religione progressista della resilienza saranno innalzati per insegnare a tutti di adattarsi all’inevitabile. Che fine farà l’eretico? Colui che non vorrà genuflettersi davanti al nuovo dio? Al massimo, crediamo che l’a-social miscredente sarà tacciato di populismo reazionario e nulla più. Nessuna condanna. Nessun martirio. A chi non vorrà entusiasticamente aderire alla Nuova Parola non resterà che estinguersi per incapacità produttiva, riproduttiva e relazionale.

Vito Varricchio

La prima pandemia nel “villaggio globale”

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Fonte foto: ilsuperuovo.it
Fonte foto: ilsuperuovo.it/

Se si pensa alla febbre spagnola, del 1919 con almeno 30 milioni di morti, e a tutte le epidemie precedenti…. beh! potremmo anche vivere questa pandemia senza modificare di molto le nostre esistenze. Come è sempre successo nel passato in casi analoghi: rassegnati ad una ignota volontà superiore.

Diversamente oggi non è più possibile per tre motivi.

Il primo motivo: non esiste più la credenza in una volontà superiore.

 Secondo motivo: la Rete e le televisioni hanno ridotto il pianeta ad un “villaggio globale” dove tutti discutono di tutto, e le incessanti trasmissioni hanno spettacolarizzato il fenomeno pandemico, facendone una fonte di marketing, trasformando noi tutti in protagonisti, spettatori e consumatori dei prodotti consigliati dagli intermezzi pubblicitari per lenire le nostre angosce.

Terzo motivo: non accettiamo più la morte con la antica rassegnazione naturalistica. Il rifiuto della morte è diventato una sorta di sfida e lottiamo con tutte le forze, con l’ausilio della scienza,  per vivere anche un solo minuto in più.

È così siamo tutti coinvolti in una sorta di show mondiale… Un panshow mediatico interattivo in cui siamo tutti protagonisti con le nostre emozioni e le nostre paure …

E catturati da questa nuova forma di pandemia videoinformatica sarà difficile uscire dalla Rete come da una tossico-dipendenza dolorosa.

Di questo passo saremo condannati, in un futuro prossimo, ad altre nuove forme di partecipazione individuale ad alienanti riti collettivi mondiali. È probabile che, in futuro, i mezzi di comunicazione ci informeranno quotidianamente su quanti umani al mondo muoiono per incidenti stradali, e ognuno potrà essere contento di essere ancora vivo almeno un altro giorno, oppure trasmetteranno il numero dei suicidi al mondo, aggiornati minuto per minuto, in tempo reale, mentre ognuno, ascoltando, sarà fiero di aver scelto la vita, almeno per un altro istante fino al successivo comunicato dei canali televisivi o dei social.

Speriamo che non avvenga, speriamo che la morte, anche la morte di ogni umano non si trasformi in un dato di un algoritmo quotidiano per l’allestimento di un talk show con alto indice di ascolti da infarcire di pubblicità!

Intanto ci lamentiamo come bambini capricciosi e viziati per le perdute libertà incuranti di chi non ce la fa a vivere.

Speriamo che la politica torni a governare e non sia governata dai sondaggi elettorali!

I governanti scelgano una rotta per uscire dalla tempesta e tengano saldo il timone senza cercare il consenso di tutti su tutto. Prima che la barca diventi ingovernabile e l’equipaggio preda del caos!

Ludovico Martello

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