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Immagine generata con intelligenza artificiale a fini illustrativi. Non rappresenta una fotografia reale dell’evento.
Punti chiave
I nuovi equilibri della potenza globale mostrano il cambiamento della dinamica geopolitica tra USA, Russia e Cina, con l’Europa sempre più ai margini.
Lavrov segnala comunicazioni ‘amichevoli’ tra Putin e Trump, evidenziando che il vero tavolo della crisi ucraina è Washington, non Bruxelles.
L’Ucraina rischia di diventare una variabile negoziale, mentre i rapporti di forza emergono come decisivi nel contesto attuale.
Il ritorno della forza come criterio ordinatore non implica solo il conflitto tra potenze, ma una ristrutturazione degli interessi globali.
Fukuyama avverte che il vero rischio per l’America è l’autodanneggiamento interno, influenzando negativamente anche la stabilità europea.
Trump, Putin, Xi e i nuovi equilibri della potenza globale
Cambiando l’ordine dei fattori geopolitici, cambia anche il risultato storico. È questa la logica che sembra guidare i nuovi equilibri della potenza globale: Washington, Mosca e Pechino si parlano da grandi potenze, mentre l’Europa rischia di scoprire troppo tardi di essere diventata più oggetto che soggetto della storia.
I nuovi equilibri della potenza globale si formano dentro crisi diverse ma collegate: Ucraina, Taiwan, Iran, energia e sicurezza internazionale. Non si tratta di episodi isolati, ma di tasselli di una stessa trasformazione storica.
La frase pronunciata da Sergey Lavrov non è soltanto una notizia diplomatica. È un segnale politico. Secondo il ministro degli Esteri russo, le comunicazioni tra Vladimir Putin e Donald Trump si svolgerebbero in uno spirito “amichevole” e di “reciproco rispetto”.
Lavrov ha anche richiamato presunti principi discussi ad Anchorage, in Alaska, presentandoli come una cornice ancora da completare.1 La formula va letta con cautela: è la narrazione russa di un processo negoziale opaco, non una prova indipendente dell’effettivo contenuto dei colloqui.
Ma proprio per questo è politicamente significativa. Mosca vuole comunicare che il vero tavolo della crisi ucraina non passa anzitutto da Bruxelles, né necessariamente da Kiev, ma da Washington.
Nello stesso tempo, sull’altro fronte del sistema mondiale, Donald Trump incontra Xi Jinping a Pechino. Secondo Reuters, nel vertice sono entrati dossier centrali come Iran, Stretto di Hormuz, Taiwan, commercio, energia e rapporti sino-americani. Il confronto ha mostrato un’apparente disponibilità al dialogo, ma anche la persistenza di divergenze profonde su Taiwan, Iran e sicurezza globale.2
I nuovi equilibri della potenza globale non nascono da una conferenza solenne. Nessun trattato universale li proclama, nessuna dottrina compiuta li organizza.
Prendono forma nei fatti. Mosca e Washington discutono dell’Ucraina. Washington e Pechino trattano su Iran, energia, Taiwan e commercio. L’Europa commenta, protesta e ammonisce, ma fatica ancora a incidere sugli eventi
Il ritorno dei rapporti di forza globali
Per trent’anni l’Occidente ha creduto che la globalizzazione avrebbe addolcito la storia. Il mercato avrebbe reso le guerre irrazionali, le interdipendenze economiche avrebbero disciplinato le ambizioni imperiali, le istituzioni internazionali avrebbero contenuto la forza.
Oggi quello schema appare consumato. La Russia ragiona in termini di profondità strategica, confini di sicurezza e riconoscimento della propria sfera d’influenza.
La Cina ragiona in termini di riunificazione nazionale, controllo delle rotte, autonomia tecnologica e proiezione globale.
Gli Stati Uniti, sotto Trump, sembrano agire sempre meno come guida morale dell’Occidente e sempre più come potenza negoziale: cercano risultati, concessioni e vantaggi misurabili.
È dentro questa trasformazione che prendono forma i nuovi equilibri della potenza globale, dove principi, interessi e rapporti di forza tornano a intrecciarsi in modo sempre più esplicito.
In questa logica, l’Ucraina rischia di non essere più soltanto il luogo della resistenza all’aggressione russa. Rischia di diventare una variabile del negoziato.
Non perché il suo destino sia moralmente secondario, ma perché nel linguaggio brutale delle grandi potenze ciò che conta non è la giustizia in sé, ma il rapporto di forza che riesce a sostenerla.
Il dato più tragico arriva da Kiev. Secondo Reuters, un attacco russo contro un edificio residenziale della capitale ucraina ha causato almeno 24 morti, tra cui tre bambini, secondo le autorità ucraine.3
Mentre si parla di negoziati, la guerra continua a produrre distruzione reale, lutti reali, città reali colpite nel cuore della notte.
L’Ucraina come variabile negoziale
La parola più dura sarebbe “sacrificabile”.
Bisogna usarla con prudenza, perché nessuno dovrebbe mai considerare sacrificabile un popolo.
E tuttavia, nel vocabolario della geopolitica, un territorio, una sovranità, una resistenza possono diventare oggetto di scambio quando le potenze che contano decidono che il prezzo della guerra è ormai superiore al prezzo della pace.
L’Ucraina ha combattuto anche per l’Europa. La sua resistenza ha difeso il principio secondo cui i confini non possono essere cambiati con la forza e ha impedito che la Russia ottenesse rapidamente ciò che voleva.
In questo modo, la resistenza ucraina ha imposto a Mosca un prezzo militare, politico ed economico altissimo.
Ma ora il rischio è che proprio l’Europa, pur avendo sostenuto Kiev, non abbia la forza politica, militare e diplomatica per impedire che altri decidano i termini della pace.
Se Washington e Mosca negoziano direttamente, e se Pechino si propone come potenza indispensabile su Iran, Hormuz e stabilità globale, l’Europa può trovarsi davanti a un paradosso storico: aver pagato una parte rilevante del costo politico ed economico della guerra, senza poter scrivere davvero il capitolo finale.
Tucidide e la grammatica antica della potenza
Per comprendere i nuovi equilibri della potenza globale può essere utile tornare a Tucidide. Nella Guerra del Peloponneso, lo storico greco descrive il conflitto tra Atene e Sparta non soltanto come una guerra tra città, ma come lo scontro tra una potenza in ascesa e una potenza dominante impaurita dal proprio declino relativo.
La trappola di Tucidide
Da qui nasce quella che molti studiosi chiamano oggi “trappola di Tucidide”: il rischio che la crescita di una nuova potenza renda altamente probabile lo scontro con la potenza già dominante. Graham Allison ha reso celebre questo concetto e molti analisti lo applicano spesso al rapporto tra Stati Uniti e Cina.4
Da qui nasce quella che molti studiosi chiamano oggi “trappola di Tucidide”: il rischio che la crescita di una nuova potenza renda altamente probabile lo scontro con la potenza già dominante.
Graham Allison ha reso celebre questo concetto; oggi molti analisti lo usano per interpretare il rapporto tra Stati Uniti e Cina.
Washington teme l’ascesa tecnologica, militare ed economica di Pechino; Pechino considera il contenimento americano come un ostacolo alla propria piena affermazione storica.
Il progetto della Harvard Kennedy School dedicato alla “Thucydides Trap” ha identificato sedici casi storici di rivalità tra potenza emergente e potenza dominante, dodici dei quali sfociati in guerra.
È un dato suggestivo, ma non va letto come una legge meccanica della storia.
La storia non è matematica pura. Non esiste una formula che renda inevitabile la guerra tra Stati Uniti e Cina.
Il valore di Tucidide non sta nel predire fatalisticamente il conflitto. Sta nel ricordare che la politica internazionale è spesso mossa da tre forze elementari: paura, interesse e prestigio.
Paura, interesse e prestigio
Paura della perdita di sicurezza. Interesse per rotte, energia, tecnologia, mercati e territori. Prestigio come riconoscimento della propria posizione nel mondo.
Russia, Cina e Stati Uniti si muovono dentro questa grammatica. La Russia cerca profondità strategica e riconoscimento di una propria sfera d’influenza.
La Cina vuole essere trattata non più come potenza emergente, ma come potenza pari. Gli Stati Uniti oscillano tra difesa del primato e negoziazione selettiva dei propri interessi.
Il limite europeo davanti agli equilibri geopolitici globali
L’Europa, invece, sembra ancora parlare il linguaggio delle regole mentre gli altri parlano quello della forza.
Non perché le regole siano inutili, ma perché senza potere politico, militare, industriale e tecnologico le regole rischiano di diventare invocazioni morali più che strumenti efficaci.
Tucidide non ci insegna che la guerra sia inevitabile.
Ci insegna qualcosa di più inquietante: quando paura, interesse e prestigio guidano la politica internazionale, le grandi potenze tendono ad ascoltare meno chi non dispone di forza sufficiente.
È esattamente il rischio dell’Europa: avere ragione sul piano dei principi, ma non avere abbastanza peso sul piano della decisione.
Meloni e il limite della fedeltà atlantica
Dire che Giorgia Meloni “ha sbagliato” sarebbe una formula troppo semplice. La questione è più complessa. Non si tratta di negare la coerenza della sua linea atlantica sull’Ucraina.
Si tratta di chiedersi se quella linea sia bastata a garantire all’Italia e all’Europa un peso reale nel momento decisivo.
La risposta, oggi, appare problematica.
Meloni ha cercato di costruire un rapporto privilegiato con l’America trumpiana, presentandosi come possibile ponte tra Washington e Bruxelles.
La scelta di Meloni aveva una sua logica politica: se gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza europea, mantenere un canale forte con la Casa Bianca può apparire una necessità, non solo una preferenza ideologica.
Ma la politica di potenza segue una logica più dura.
Nella politica di potenza non basta essere leali: bisogna essere necessari.
Se Trump tratta direttamente con Putin, e se il baricentro del confronto globale si sposta verso l’asse Washington-Pechino, il ruolo italiano rischia di ridursi a quello di alleato fedele ma non determinante.
Il limite, dunque, non è necessariamente nella scelta di sostenere Kiev. Il limite è nell’eventuale illusione che la fedeltà atlantica, da sola, basti a produrre influenza.
Per un Paese come l’Italia, e per l’Europa nel suo insieme, la domanda diventa allora inevitabile: essere dalla parte giusta basta, se poi non si ha la forza di incidere sulle decisioni?
Draghi e la diagnosi europea sugli assetti della potenza mondiale
Mario Draghi ha colto con lucidità il nodo europeo: competitività, industria, tecnologia, energia, difesa comune, investimenti. 5
Il suo rapporto sulla competitività europea ha descritto un continente sotto pressione per produttività debole, costi energetici, ritardo digitale, frammentazione industriale, dipendenze strategiche e necessità di investimenti enormi.
La Commissione europea presenta il rapporto Draghi come una diagnosi su come l’Unione debba adattarsi a un mondo in rapido cambiamento e assicurarsi crescita sostenibile nei prossimi decenni.
Ma il punto è che questa diagnosi arriva quando il mondo si è già mosso.
La Cina ha costruito negli anni una strategia industriale e tecnologica di lungo periodo.
Gli Stati Uniti hanno riscoperto protezionismo, politica industriale e centralità della sicurezza nazionale.
La Russia ha trasformato la guerra in strumento permanente di revisione dell’ordine europeo.
L’Europa, invece, discute ancora di strumenti, procedure, vincoli, compatibilità, maggioranze. Draghi non è in ritardo come uomo.
È in ritardo il sistema europeo, che solo ora sembra accorgersi di non poter sopravvivere come grande mercato senza diventare anche potenza politica.
Il rapporto Draghi, in questo senso, non è solo un documento economico. È una diagnosi strategica.
Dice all’Europa che il tempo della comodità storica è finito. Non basta più essere un mercato ricco, regolato e civile. Bisogna avere energia, tecnologia, difesa, industria, capitale, decisione politica.
Iran, Taiwan, Ucraina: tre crisi nel nuovo ordine mondiale
Iran, Taiwan e Ucraina sembrano crisi separate. In realtà compongono la stessa mappa.
Sono questi dossier — Ucraina, Taiwan e Iran — a mostrare con maggiore chiarezza i nuovi equilibri della potenza globale. Lo Stretto di Hormuz riguarda l’energia, il petrolio, la sicurezza delle rotte e la capacità dell’Iran di condizionare il Golfo.
Taiwan riguarda la sovranità cinese secondo Pechino, la credibilità americana secondo Washington, la sicurezza tecnologica globale per tutti.
L’Ucraina riguarda il futuro dell’Europa, ma anche il rischio che altri attori finiscano per riconoscere alla Russia, formalmente o di fatto, una propria zona d’influenza.
Tre crisi, tre teatri, un unico messaggio: il mondo sta tornando a essere governato da potenze che trattano su territori, rotte, sfere d’influenza, tecnologie e sicurezza.
È il linguaggio del XXI secolo, ma con una grammatica antica.
La novità non è il ritorno della forza.
La forza non è mai scomparsa.
La novità è che la forza torna a presentarsi apertamente come criterio ordinatore dei rapporti internazionali. Le potenze non fingono più di agire soltanto in nome di valori universali.
Parlano di interessi, sicurezza, rotte, energia, semiconduttori, deterrenza, controllo tecnologico.
In questa nuova grammatica, l’Europa appare spesso più preparata a giudicare il mondo che a modificarlo.
Fukuyama e la vera trappola americana
In questo quadro, la riflessione di Francis Fukuyama diventa centrale. La questione non è soltanto la classica “trappola di Tucidide”, cioè il rischio di guerra tra una potenza dominante e una potenza emergente.
Il problema può essere ancora più profondo: l’autodanneggiamento interno dell’America.
Intervistato da Anna Lombardi, Fukuyama ha individuato nel possibile “crollo degli Stati Uniti” la vera trappola del nostro tempo. Non preoccupa soltanto la forza crescente della Cina: pesa anche il rischio che l’America si indebolisca dall’interno, consumata da polarizzazione politica, crisi istituzionale e imprevedibilità strategica.6
La trappola di Tucidide riguarda soprattutto il rapporto tra Stati Uniti e Cina.
Ma la trappola americana contemporanea potrebbe nascere anche da un’altra dinamica: non solo dalla forza crescente di Pechino, ma dalla fragilità interna di Washington.
Se gli Stati Uniti diventano meno prevedibili, l’Europa diventa più fragile.
Se la politica estera americana si trasforma in una serie di transazioni caso per caso, gli alleati non possono più limitarsi ad attendere la protezione del vecchio ordine liberale.
Devono imparare a esistere anche da soli.
La Cina può attendere. Può guadagnare tempo. Può osservare le fratture americane, la polarizzazione interna, la crisi delle istituzioni, la trasformazione della politica estera in negoziazione permanente.
L’Europa, invece, ha meno tempo. La guerra è tornata sul suo continente, mentre la dipendenza energetica ha già mostrato tutta la propria fragilità. La sicurezza europea resta ancora largamente legata alla postura americana e la competizione tecnologica globale rischia di marginalizzare chi non investe con sufficiente rapidità. Per questo il continente non può più permettersi il lusso della lentezza.
La vera domanda, dunque, non è solo se l’America resterà forte. È se l’Europa saprà diventare adulta prima che il vecchio garante americano diventi definitivamente intermittente.
L’Europa tra ricchezza e irrilevanza
Il rischio non è soltanto l’isolamento diplomatico. È qualcosa di più profondo: l’irrilevanza strategica.
L’Europa ha ancora ricchezza, competenze, cultura giuridica, capacità industriale, diplomazia, mercato.
Ha università, imprese, manifattura avanzata, risparmio privato, istituzioni, memoria storica.
Ma fatica a trasformare tutto questo in potere.
L’Europa dispone di una moneta comune, ma non di una piena sovranità fiscale. Le sue istituzioni sono complesse e avanzate, ma non sempre riescono a produrre una decisione politica unitaria.
Sul piano militare, gli eserciti restano nazionali e la difesa europea integrata è ancora incompleta. Anche i valori europei, se non sono sostenuti da strumenti politici, industriali e militari adeguati, rischiano di trasformarsi in principi nobili ma poco efficaci davanti alla forza.
La guerra in Ucraina è stata anche una rivelazione. Ha mostrato che l’Europa può reagire, sanzionare, accogliere profughi, inviare armi, finanziare resistenza.
Ma ha mostrato anche che, senza gli Stati Uniti, la sua capacità di deterrenza resta incompleta.
Ora, se gli Stati Uniti cambiano postura, l’Europa deve scegliere: continuare a essere il commentatore morale della storia oppure diventare soggetto politico della storia.
Questa scelta non riguarda solo Bruxelles. Riguarda Roma, Parigi, Berlino, Varsavia, Madrid. Riguarda la capacità degli Stati europei di capire che nessuno di loro, da solo, ha più la massa critica per sedersi stabilmente al tavolo delle grandi potenze.
Chi pagherà il prezzo del nuovo ordine?
Il nuovo ordine mondiale non sarà necessariamente multipolare in senso armonico. Potrebbe essere multipolare in senso competitivo, instabile, intermittente.
Un mondo in cui le potenze si parlano, ma non per costruire una comunità internazionale: si parlano per delimitare interessi, evitare collisioni dirette, scambiare concessioni, riconoscere rapporti di forza.
In questo mondo, chi non partecipa alla decisione rischia di subirne gli effetti.
L’Ucraina può scoprirlo nella maniera più tragica: vedendo il proprio destino discusso anche altrove, in tavoli dove la sua presenza non è sempre garantita o determinante.
L’Europa può scoprirlo nella maniera più umiliante: accorgendosi che la sua ricchezza non basta, che i suoi valori non bastano, che la sua storia non basta, se non diventano capacità politica.
La linea di Meloni mostra oggi un possibile limite: la vicinanza politica con Washington non garantisce automaticamente centralità negoziale.
Il rapporto Draghi indica una via, ma lo fa quando la crisi europea è già diventata emergenza strategica. L’Ucraina continua a pagare il prezzo della guerra.
Taiwan resta il punto incandescente dell’Asia. L’Iran e Hormuz ricordano che l’energia è ancora geopolitica pura.
Il mondo che si sta formando non è soltanto post-liberale o multipolare. È, in parte, un mondo tucidideo: un mondo in cui paura, interesse e prestigio tornano a organizzare i rapporti tra le grandi potenze.
I nuovi equilibri della potenza globale non aspettano l’Europa. E questa, più che una notizia, è la vera crisi del nostro tempo.
FAQ
Che cosa significa “nuovi equilibri della potenza globale”?
Significa che il potere mondiale non sembra più organizzarsi intorno al solo primato occidentale. Stati Uniti, Cina e Russia si muovono come grandi potenze che trattano su sicurezza, energia, territori, tecnologia e sfere d’influenza.
Perché Ucraina, Taiwan e Hormuz sono collegati?
Perché sono tre punti sensibili dello stesso ordine mondiale. L’Ucraina riguarda la sicurezza europea, Taiwan concentra il confronto tra Stati Uniti e Cina, Hormuz condensa il tema delle rotte energetiche e degli equilibri mediorientali.
Che cos’è la trappola di Tucidide?
La trappola di Tucidide indica il rischio di conflitto tra una potenza dominante e una potenza emergente. Molti analisti la usano oggi per interpretare il rapporto tra Stati Uniti e Cina, ma sarebbe sbagliato considerarla una legge inevitabile della storia.
Perché l’Europa rischia l’irrilevanza strategica?
Perché possiede ricchezza, mercato, competenze e valori, ma fatica a trasformarli in potere politico, militare, industriale e tecnologico comune. Senza questa capacità, rischia di subire decisioni prese altrove.
Nota editoriale
Questo articolo propone una lettura politico-strategica di eventi diplomatici in corso. Le valutazioni espresse distinguono tra fatti riportati da fonti giornalistiche e interpretazioni dell’autore sul loro possibile significato geopolitico.
Fonti
AGI, “Lavrov, rapporto Putin-Trump amichevole e rispettoso”, 15 maggio 2026. ↩︎
Reuters, articoli sul vertice Trump-Xi a Pechino, con riferimento a Iran, Taiwan, commercio, energia e Stretto di Hormuz, 13-15 maggio 2026. ↩︎
Reuters, “Trump suggests deadly Russian strike on Kyiv could set back peace efforts”, 15 maggio 2026 ↩︎
Harvard Kennedy School, Belfer Center, Thucydides’s Trap Case File; Graham Allison, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, 2017. ↩︎
Commissione europea, The Draghi report on EU competitiveness; Mario Draghi, The Future of European Competitiveness, 2024. ↩︎
Anna Lombardi, intervista a Francis Fukuyama, “Il crollo degli Stati Uniti è la vera trappola”, la Repubblica, 15 maggio 2026. ↩︎
Dalla riunificazione all'euro, dalla dipendenza energetica alla difesa: la Germania al centro dei nuovi equilibri europei.
Punti chiave
Germania: riunificazione e crescente influenza europea.
Eurozona: crisi greca e squilibri economici.
Europa orientale: integrazione industriale con Berlino.
Nord Stream: dipendenza energetica dalla Russia.
Ucraina: crisi della sicurezza europea.
Zeitenwende: riarmo tedesco.
Futuro: responsabilità europea condivisa
Germania e nuovo equilibrio europeo: una questione storica che attraversa gli ultimi centocinquant’anni. Come può il continente convivere con una grande potenza industriale collocata nel suo cuore geografico?
Nel 1871 la Germania diventò uno Stato unitario. Nel giro di pochi decenni si affermò come una delle maggiori potenze economiche e militari del mondo. Le due guerre mondiali mostrarono quanto la questione tedesca fosse strettamente legata alla stabilità dell’Europa.
Dopo la catastrofe del 1945, la Germania occidentale intraprese una strada radicalmente diversa. Rinunciò al revisionismo territoriale, ricostruì la propria industria e inserì la propria sicurezza nell’alleanza occidentale.
La sua influenza non scomparve. Si trasformò.
L’integrazione europea, il mercato comune, il marco e successivamente l’euro contribuirono a restituire alla Germania una posizione centrale nell’economia continentale.
La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e la riunificazione dell’anno successivo rafforzarono ulteriormente questa centralità.
Ma proprio mentre l’Europa immaginava di aver superato definitivamente la politica di potenza attraverso il mercato e l’interdipendenza economica, emergevano nuove asimmetrie tra gli Stati.
La crisi greca avrebbe mostrato quanto il potere finanziario potesse incidere sulle decisioni politiche di un Paese sovrano.
La guerra in Ucraina avrebbe invece costretto la Germania a riconsiderare il proprio ruolo militare.
La questione tedesca, dunque, non riguarda soltanto il passato. Riguarda il futuro dell’Europa.
1871
Nasce l’Impero tedesco sotto la guida della Prussia
Germania e nuovo equilibrio europeo: le origini nel 1871
Per secoli, lo spazio tedesco era rimasto politicamente frammentato.
Nel cuore dell’Europa convivevano principati, regni e città indipendenti, mentre Francia, Austria, Russia e Gran Bretagna cercavano di mantenere un equilibrio tra le grandi potenze.
L’unificazione del 1871 modificò profondamente questa situazione.
Sotto la guida della Prussia e del cancelliere Otto von Bismarck nacque l’Impero tedesco.
La nuova Germania possedeva una posizione geografica strategica, una popolazione numerosa, importanti risorse industriali e un apparato militare particolarmente efficiente.
La vittoria sulla Francia nella guerra franco-prussiana del 1870-1871 aveva già dimostrato la forza del nuovo Stato.
Ma la nascita dell’Impero tedesco rappresentava qualcosa di più della semplice unificazione nazionale.
Nel centro del continente emergeva una potenza capace di modificare gli equilibri politici costruiti nel corso dell’Ottocento.
Da quel momento, la sicurezza europea sarebbe stata strettamente legata al ruolo della Germania.
Bismarck: consolidare la potenza senza provocare una guerra generale
Bismarck comprese che una Germania troppo aggressiva avrebbe rischiato di provocare l’alleanza delle altre potenze europee.
Dopo aver realizzato l’unificazione attraverso una serie di guerre, cercò soprattutto di consolidare il nuovo Impero.
La sua politica estera mirava a isolare diplomaticamente la Francia e a preservare rapporti con Austria-Ungheria e Russia.
Non perseguiva un progetto immediato di conquista dell’intera Europa.
Il suo obiettivo era garantire alla Germania una posizione di forza evitando una coalizione ostile.
La situazione cambiò progressivamente dopo l’ascesa di Guglielmo II.
Guglielmo II e l’ambizione di una potenza mondiale
1890
Bismarck lascia il governo: inizia la svolta
della politica estera tedesca
Nel 1890 Bismarck lasciò il governo.
La Germania imperiale adottò una politica estera più ambiziosa, conosciuta come Weltpolitik.
Berlino cercò di ottenere un ruolo internazionale proporzionato alla propria forza industriale.
La costruzione di una grande flotta militare alimentò la rivalità con la Gran Bretagna, mentre la competizione coloniale e diplomatica contribuì ad aggravare le tensioni europee.
La Germania non voleva più soltanto consolidare la propria posizione nel continente.
Aspirava a essere riconosciuta come una potenza mondiale.
La sua crescita economica e militare rendeva sempre più difficile mantenere gli equilibri precedenti.
1914
La Germania entra nella Prima guerra mondiale
Prima guerra mondiale: la Germania e gli equilibri europei
Il tema della Germania e nuovo equilibrio europeo attraversa anche la Prima guerra mondiale, nata da una combinazione di rivalità imperiali, nazionalismi, alleanze militari e crisi diplomatiche.
Attribuirne l’origine esclusivamente alla Germania significherebbe semplificare un processo storico complesso.
Tuttavia, durante il conflitto emersero progetti tedeschi che prevedevano una profonda riorganizzazione politica ed economica dell’Europa.
Nel settembre 1914, il cancelliere Theobald von Bethmann Hollweg elaborò un programma di obiettivi di guerra che contemplava il rafforzamento dell’influenza tedesca sul continente.
Tra le ipotesi figurava la creazione di un’area economica centroeuropea nella quale diversi Stati sarebbero rimasti formalmente indipendenti, ma sottoposti a una forte influenza tedesca.
Non si trattava di un piano definitivamente condiviso da tutte le componenti del potere imperiale. Era però una testimonianza significativa delle ambizioni maturate durante la guerra.
1915
Naumann pubblica Mitteleuropa: un progetto
economico per l’Europa centrale
Mitteleuropa: il predominio attraverso l’economia
Nel 1915 Friedrich Naumann pubblicò Mitteleuropa, un’opera che immaginava una grande area di collaborazione economica nell’Europa centrale, organizzata intorno alla Germania e all’Austria-Ungheria.
Il progetto prevedeva una cooperazione stabile tra economie formalmente distinte, ma caratterizzate da rapporti di forza diseguali.
La superiorità industriale tedesca avrebbe avuto un ruolo determinante.
È un passaggio storico particolarmente interessante.
Già durante la Prima guerra mondiale, alcuni ambienti tedeschi immaginavano che il predominio continentale potesse essere esercitato non soltanto attraverso il controllo militare, ma anche attraverso l’organizzazione economica dell’Europa centrale.
Naturalmente, la Mitteleuropa imperiale non può essere identificata con l’Unione europea contemporanea.
La prima nasceva nel contesto delle ambizioni di una potenza in guerra; la seconda si è sviluppata attraverso trattati, adesioni volontarie e istituzioni condivise.
Rimane però una questione geografica ed economica ricorrente: la posizione centrale della Germania favorisce la formazione di reti commerciali e produttive nelle quali la sua industria esercita un’influenza considerevole.
1923
L’iperinflazione travolge la Repubblica di Weimar
e i risparmi tedeschi
Iperinflazione e la paura tedesca della perdita del valore della moneta
Per comprendere il rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo, conta anche la frattura economica del dopoguerra: la sconfitta del 1918 lasciò il Paese in una situazione politica e finanziaria estremamente difficile.
Il Paese doveva affrontare i debiti accumulati durante la guerra, le riparazioni previste dal trattato di Versailles e le tensioni sociali della nuova Repubblica di Weimar.
Nel 1923 esplose una crisi monetaria devastante.
L’occupazione franco-belga della Ruhr e il finanziamento della resistenza passiva aggravarono una situazione già compromessa.
Il marco perse rapidamente valore.
I prezzi aumentavano a una velocità tale che i salari potevano essere pagati quotidianamente. I cittadini cercavano di acquistare immediatamente beni e generi alimentari, prima che il denaro diventasse inutilizzabile.
I risparmi di intere famiglie furono cancellati.
Nel novembre 1923 un dollaro americano arrivò a valere circa 4.200 miliardi di marchi.
L’introduzione del Rentenmark contribuì a fermare l’iperinflazione.
L’iperinflazione raggiunse il suo culmine nel 1923.
L’ascesa elettorale decisiva del nazionalsocialismo avvenne invece dopo la crisi economica mondiale del 1929.
La Grande depressione provocò disoccupazione di massa, fallimenti, contrazione della produzione e una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche.
Le politiche deflazionistiche e le difficoltà del sistema monetario internazionale contribuirono ad aggravare la situazione economica.
Non fu dunque semplicemente l’inflazione a portare Hitler al potere.
La crisi della Repubblica di Weimar ebbe cause politiche, sociali ed economiche molto più complesse.
Tuttavia, il trauma monetario del 1923 contribuì alla formazione di una cultura tedesca particolarmente sensibile alla stabilità dei prezzi.
Quella memoria avrebbe assunto un’importanza decisiva nel secondo dopoguerra.
E, molti decenni dopo, avrebbe influenzato anche l’architettura dell’euro.
1933
Hitler diventa cancelliere: inizia la
trasformazione della Germania in una
dittatura nazista
La Seconda guerra mondiale: il tentativo nazista di dominare l’Europa
Nel percorso storico della Germania e nuovo equilibrio europeo, l’ascesa di Adolf Hitler nel 1933 segnò una rottura radicale rispetto alla Repubblica di Weimar e alla stessa idea di equilibrio continentale.
Il nazionalsocialismo non si limitava a chiedere una revisione del trattato di Versailles.
Il progetto hitleriano prevedeva la costruzione di un impero continentale fondato sulla conquista militare, sul razzismo e sulla subordinazione o eliminazione di intere popolazioni.
La ricerca dello spazio vitale, il Lebensraum, soprattutto nell’Europa orientale, costituiva uno degli obiettivi fondamentali della politica nazista.
1939
La Germania nazista invade la Polonia:
inizia la Seconda guerra mondiale in Europa
L’invasione della Polonia del 1° settembre 1939 diede inizio alla Seconda guerra mondiale in Europa.
Negli anni successivi, la Germania nazista occupò gran parte del continente.
Il nuovo ordine europeo immaginato da Hitler non prevedeva una cooperazione tra Stati sovrani.
Prevedeva una gerarchia fondata sulla supremazia tedesca.
Non si trattava più di esercitare un’influenza predominante sull’equilibrio europeo, ma di distruggere quell’equilibrio e sostituirlo con un impero nazista.
1945
La sconfitta del nazismo: la Germania viene occupata e divisa
La sconfitta del 1945 pose fine a questo progetto.
La Germania fu occupata, divisa e privata della propria autonomia politica e militare.
Sembrava che la questione della potenza tedesca fosse stata definitivamente risolta.
Ma la storia avrebbe seguito un percorso differente.
1949
Nasce la Repubblica Federale Tedesca: inizia la ricostruzione politica della Germania occidentale
Germania e nuovo equilibrio europeo dopo il 1945: la ricostruzione
Nel secondo dopoguerra, il rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo cambiò radicalmente: la Germania occidentale intraprese una strada profondamente diversa da quella del passato.
La Repubblica Federale, nata nel 1949, si inserì progressivamente nelle istituzioni occidentali.
La ricostruzione industriale, l’economia sociale di mercato e la crescita delle esportazioni diventarono i fondamenti della sua rinascita.
Il cosiddetto Wirtschaftswunder, il miracolo economico tedesco, trasformò la Germania occidentale in una delle principali economie industriali del continente.
La forza economica tornava così a produrre influenza politica, questa volta all’interno di un sistema di alleanze e istituzioni condivise.
Germania e nuovo equilibrio europeo: il ruolo dell’integrazione
La costruzione europea viene generalmente raccontata come il tentativo di superare i nazionalismi che avevano condotto alle due guerre mondiali.
È una ricostruzione fondata, ma incompleta.
L’integrazione rispondeva anche a una precisa esigenza geopolitica: impedire che la ricostruzione della Germania occidentale producesse nuove tensioni con i suoi vicini.
1951
Nasce la CECA: carbone e acciaio diventano strumenti di integrazione europea
La Comunità europea del carbone e dell’acciaio, istituita nel 1951, rappresentò un passaggio decisivo.
Francia e Germania occidentale accettarono di collocare due settori fondamentali per l’industria e la produzione militare sotto un’autorità comune.
Carbone e acciaio erano stati strumenti essenziali della potenza bellica europea.
La loro gestione condivisa avrebbe reso più difficile un nuovo conflitto franco-tedesco.
Ma l’operazione aveva anche un altro significato.
La Germania poteva ricostruire la propria industria e recuperare un ruolo internazionale senza suscitare le stesse paure del passato.
La Francia cercava di integrare la potenza tedesca per renderla politicamente gestibile. La Germania trovava nell’integrazione la strada per recuperare prosperità e legittimità internazionale.
L’Europa diventava contemporaneamente uno strumento di riconciliazione e un sistema di controllo reciproco.
1955
La Germania occidentale entra nella NATO e costituisce la Bundeswehr
Gli Stati Uniti e la rinascita della Germania occidentale
La ricostruzione tedesca non può essere compresa senza considerare il ruolo degli Stati Uniti.
Washington favorì il recupero economico dell’Europa occidentale attraverso il Piano Marshall e sostenne l’integrazione della Repubblica Federale nel sistema occidentale.
L’obiettivo americano era anche strategico.
Una Germania occidentale economicamente forte e politicamente stabile poteva contribuire a contenere l’influenza sovietica.
La protezione militare statunitense consentì alla Germania di sviluppare la propria economia senza dover sostenere autonomamente tutti i costi della sicurezza.
Questo non significa che la Germania rinunciò alle forze armate.
La Bundeswehr fu istituita nel 1955 e la Repubblica Federale entrò nella NATO nello stesso anno.
Tuttavia, la sua difesa rimase inserita nell’alleanza atlantica e fortemente legata alla presenza americana.
Si delineò così una caratteristica destinata a durare per decenni:
La Germania avrebbe esercitato una crescente influenza economica in Europa, mentre la sicurezza strategica del continente sarebbe rimasta largamente garantita dagli Stati Uniti.
1957
I Trattati di Roma avviano la Comunità economica europea
Germania e nuovo equilibrio europeo: la centralità nel mercato comune
Con i Trattati di Roma del 1957 nacque la Comunità economica europea: una tappa fondamentale nel rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo.
L’eliminazione progressiva degli ostacoli agli scambi commerciali favorì la formazione di un mercato sempre più integrato.
Per la Germania occidentale, dotata di una struttura industriale altamente competitiva, si trattava di una grande opportunità.
Le imprese tedesche potevano esportare automobili, macchinari, prodotti chimici e beni industriali in un mercato sempre più ampio.
La crescita delle esportazioni contribuì a rafforzare il peso economico della Repubblica Federale.
Anche gli altri Paesi beneficiarono dell’integrazione.
L’Italia, in particolare, conobbe una straordinaria espansione industriale durante gli anni del miracolo economico.
Il mercato comune non fu quindi un progetto costruito esclusivamente a vantaggio tedesco.
Tuttavia, con il passare dei decenni, emerse una questione destinata a diventare sempre più importante.
Un mercato aperto a tutti garantisce necessariamente un equilibrio tra economie che possiedono capacità industriali, produttività e strutture finanziarie differenti?
La risposta sarebbe diventata particolarmente problematica con l’introduzione della moneta unica.
Germania e nuovo equilibrio europeo: la Bundesbank e l’inflazione
Dopo il 1945, la stabilità monetaria diventò uno dei fondamenti della cultura economica della Germania occidentale.
Il marco forte rappresentava non soltanto uno strumento economico, ma anche un simbolo della riconquistata affidabilità dello Stato tedesco.
La Bundesbank acquisì una reputazione internazionale fondata sull’indipendenza dalla politica e sull’attenzione alla stabilità dei prezzi.
L’esperienza dell’iperinflazione del 1923 contribuì alla formazione di questa cultura.
Ma non fu l’unica causa.
Contarono anche la riforma monetaria del 1948, il successo economico del dopoguerra e l’esperienza delle tensioni inflazionistiche degli anni Settanta.
La stabilità della moneta diventò progressivamente un principio profondamente radicato nella politica economica tedesca.
Quando si trattò di costruire l’euro, la Germania chiese che la nuova moneta fosse organizzata intorno a regole capaci di preservarne il valore.
La futura Banca centrale europea avrebbe dovuto essere indipendente dai governi.
La stabilità dei prezzi sarebbe diventata un obiettivo fondamentale.
La disciplina dei conti pubblici avrebbe dovuto limitare il rischio che gli squilibri finanziari dei singoli Stati compromettessero l’intera unione monetaria.
Una particolare esperienza storica nazionale contribuiva così a influenzare l’architettura economica di un continente.
Questo passaggio sarebbe diventato decisivo durante la crisi greca.
1989
Cade il Muro di Berlino: si apre una nuova fase
negli equilibri europei
La riunificazione della Germania cambia l’equilibrio europeo
La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, segnò una svolta nel rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo, modificando radicalmente gli equilibri del continente.
1990
La Germania torna unita: la riunificazione
modifica il peso politico ed economico di Berlino
Il 3 ottobre 1990 la Germania tornò a essere uno Stato unificato.
Per la popolazione tedesca, la riunificazione rappresentava il superamento della divisione imposta dalla Guerra fredda.
Per gli altri governi europei, significava anche il ritorno di una grande Germania nel centro del continente.
La Repubblica Federale era già una delle principali economie europee.
La riunificazione ne accresceva il peso demografico, territoriale e geopolitico.
Francia, Italia e Gran Bretagna guardarono con attenzione alle conseguenze di questo cambiamento.
Il governo tedesco assicurò che la Germania riunificata sarebbe rimasta saldamente inserita nelle istituzioni europee e occidentali.
La fine della Guerra fredda non aveva eliminato i rapporti di potenza. Aveva aperto una nuova fase nella quale la Germania riunificata avrebbe assunto un ruolo economico e politico ancora più importante.
Mitterrand e Kohl: la Francia voleva europeizzare la Germania
Il presidente francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl svolsero un ruolo decisivo nel processo che avrebbe condotto a Maastricht.
La Francia considerava l’approfondimento dell’integrazione europea un modo per collocare la Germania riunificata all’interno di istituzioni comuni.
La moneta unica avrebbe inoltre ridotto il peso del marco e dell’influenza esercitata dalla Bundesbank sulle altre economie europee.
La Germania, dal canto suo, accettò di rinunciare alla propria moneta nazionale.
Ma chiese che il nuovo sistema monetario incorporasse principi di stabilità e indipendenza della banca centrale.
Si delineava così un compromesso.
La Francia cercava di inserire la Germania in un ordine monetario europeo. La Germania contribuiva a definire le regole di quell’ordine.
La riunificazione non fu l’unica causa dell’euro: il progetto di unione monetaria era precedente al 1989. Ma la caduta del Muro accelerò le decisioni politiche e rafforzò il legame tra unificazione tedesca e integrazione europea.
1992
Il Trattato di Maastricht pone le basi
dell’Unione economica e monetaria europea
Maastricht e l’euro: la Germania nel nuovo equilibrio economico europeo
Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, pose le basi dell’Unione economica e monetaria, incidendo profondamente sul rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo.
1999
L’euro entra in vigore per le operazioni
finanziarie e i pagamenti non in contanti
L’euro nacque nel 1999 come moneta scritturale ed entrò nella circolazione quotidiana nel 2002.
2002
Banconote e monete in euro entrano
nella vita quotidiana dei cittadini
Per la prima volta, economie con strutture produttive differenti condividevano la stessa moneta.
Germania, Francia, Italia, Spagna e gli altri Paesi aderenti non potevano più modificare autonomamente il valore della propria valuta.
Questo cambiamento aveva conseguenze profonde.
Prima dell’euro, uno Stato che perdeva competitività poteva, in determinate condizioni, ricorrere alla svalutazione monetaria.
Con la moneta unica, quello strumento scompariva.
La competitività doveva essere recuperata attraverso produttività, investimenti, innovazione, salari, prezzi e politiche economiche.
La Germania entrò nell’unione monetaria con una struttura industriale fortemente orientata alle esportazioni.
Altri Paesi presentavano caratteristiche economiche differenti.
La moneta unica non cancellava queste differenze.
In alcuni casi, poteva renderle più evidenti.
L’euro ha favorito la Germania?
La Germania ha beneficiato della possibilità di esportare all’interno di un grande mercato senza affrontare oscillazioni valutarie tra i Paesi dell’eurozona.
Ma sarebbe riduttivo attribuire il successo industriale tedesco esclusivamente alla moneta unica.
Contano anche la specializzazione produttiva, la qualità delle infrastrutture, l’organizzazione delle imprese e l’integrazione nelle catene internazionali del valore.
L’euro, inoltre, ha prodotto vantaggi anche per altri Stati, tra cui la riduzione dei costi di transazione e l’eliminazione del rischio di cambio all’interno dell’area monetaria.
Rimane però una questione fondamentale.
Una moneta comune può favorire una reale convergenza economica se gli Stati che la condividono possiedono strutture produttive e capacità competitive profondamente differenti?
L’architettura dell’eurozona avrebbe dovuto confrontarsi ripetutamente con questo problema.
Germania e Italia: due grandi economie industriali, due percorsi differenti
Il confronto tra Germania e Italia permette di comprendere concretamente le conseguenze dell’integrazione monetaria e un aspetto del rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo: le differenti capacità di adattamento delle economie nazionali.
Entrambi i Paesi possiedono importanti apparati manifatturieri.
Entrambi hanno costruito una parte significativa della propria prosperità sulle esportazioni industriali.
Ma le loro strutture economiche presentano differenze rilevanti.
La Germania dispone di una forte presenza nei settori automobilistico, chimico, meccanico e dei beni strumentali, sostenuta da grandi imprese e reti di fornitori specializzati.
L’Italia possiede un sistema produttivo caratterizzato da numerose piccole e medie imprese, distretti industriali e importanti specializzazioni manifatturiere.
Prima dell’euro, la lira poteva essere svalutata rispetto al marco.
La svalutazione non risolveva i problemi strutturali dell’economia italiana, ma poteva contribuire temporaneamente a recuperare competitività sui mercati esteri.
Con la moneta unica, questa possibilità venne meno.
La competitività dipendeva sempre più dalla capacità di innovare, aumentare la produttività e contenere i costi di produzione.
Economia europea · Cronologia
Germania e Italia: due economie, una moneta
Dal 1999 al 2024: seleziona un anno oppure segui l’animazione. L’evento compare sopra la cronologia, senza riquadri né scorrimento.
1999Avvio dell’euro
Avvio dell’euro1999
1999
19992024
Germania+0,0%
Italia+0,0%
0%+15%+30%
Come leggere il grafico: la linea temporale procede in proporzione agli anni trascorsi. Le barre tra 1999 e 2024 sono un’interpolazione illustrativa e non rappresentano dati annuali rilevati. I valori finali del PIL reale per abitante sono Germania +26,3% e Italia +9,6%.
Fonte dei valori finali: Eurofi, Macroeconomic Scoreboard, settembre 2025. Consulta il rapporto. Gli eventi storici non sono punti di rilevazione statistica.
Italia e Germania: la questione della produttività
Le difficoltà economiche italiane non possono essere attribuite esclusivamente all’euro.
La debole crescita della produttività, l’elevato debito pubblico, le carenze infrastrutturali e la ridotta dimensione di molte imprese rappresentano problemi di lunga durata.
Tuttavia, l’unione monetaria ha modificato gli strumenti attraverso i quali l’Italia poteva affrontare tali difficoltà.
Il confronto con la Germania è quindi importante non perché dimostri automaticamente che un Paese abbia prosperato a spese dell’altro.
Mostra piuttosto come regole monetarie identiche possano produrre conseguenze differenti su economie strutturalmente diverse.
È uno dei problemi che l’integrazione europea non è riuscita a risolvere completamente.
Germania e nuovo equilibrio europeo: la crisi greca e l’eurozona
La crisi greca, esplosa nel 2009, mise in evidenza le fragilità dell’eurozona. Deficit elevati, debito pubblico e perdita di fiducia dei mercati resero sempre più difficile per Atene finanziarsi a condizioni sostenibili.
Dal 2010, la Grecia dovette ricorrere a programmi internazionali di assistenza, accompagnati da misure di austerità, riforme fiscali e interventi sul sistema pensionistico.
La Germania di Angela Merkel sostenne una linea fondata sulla disciplina finanziaria e sul rispetto degli accordi. Berlino non decideva autonomamente: le condizioni venivano negoziate con gli altri Stati dell’eurozona, la Commissione europea, la BCE e il Fondo monetario internazionale. Tuttavia, il suo peso economico le garantiva una notevole influenza.
Le quattro tappe della crisi greca
Dal deterioramento dei conti pubblici
al referendum e al terzo programma
di assistenza.
2009
La crisi dei conti pubblici
Emergono gravi squilibri di bilancio
e una crescente sfiducia dei mercati.
2010
Primo programma di assistenza
Gli aiuti internazionali sono
subordinati a misure di consolidamento
fiscale e riforme economiche.
2012
Ristrutturazione del debito
Riduzione del debito detenuto dai creditori
privati e secondo programma di aiuti.
2015
Referendum e terzo programma
Il confronto tra governo greco e creditori
culmina nel referendum e in un nuovo
accordo finanziario.
Le quattro tappe ricostruiscono gli eventi politici ed economici della crisi greca. Il grafico seguente mostra invece come il debito pubblico, in rapporto al PIL, sia cambiato dal 2011 al 2024, anche dopo la conclusione dei programmi di assistenza.
Economia europea · Crisi greca
Grecia: il debito pubblico e gli anni della crisi
Debito pubblico in percentuale del PIL, dal 2011 al 2024. La curva segue dati annuali effettivi; gli eventi storici compaiono durante il percorso.
La crisi del debito e i negoziati sugli aiuti2011
175,1%Debito pubblico / PIL 2011
2011
20112024
Debito pubblico greco · % del PIL
Scala dal 100% al 220% del PIL (asse non parte da zero)
Come leggere il grafico: il debito pubblico in rapporto al PIL non segue una crescita costante: scende nel 2012, aumenta negli anni successivi, tocca il 209,4% nel 2020 e si riduce al 154,2% nel 2024. La linea congiunge i dati ufficiali di fine anno; durante l’animazione, il cursore interpola visivamente fra due rilevazioni annuali. Il rapporto debito/PIL dipende sia dal debito sia dalla dimensione dell’economia.
Fonte: Eurostat, General government gross debt, dataset sdg_17_40 (Grecia, valori 2011–2024; aggiornamento aprile 2026). Consulta i dati.
Grecia 2015: referendum, Schäuble e sovranità
Nel gennaio 2015 Alexis Tsipras vinse le elezioni promettendo di rinegoziare le politiche di austerità. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble difese invece la necessità di rispettare gli impegni assunti nell'ambito dell'unione monetaria.
Il 5 luglio 2015, il 61,3% dei votanti respinse le proposte dei creditori sottoposte al referendum. Il risultato espresse una netta opposizione politica, ma non risolse la crisi di liquidità delle banche né il problema dei finanziamenti allo Stato.
Durante i negoziati emerse anche un'ipotesi tedesca di uscita temporanea della Grecia dall'euro. La proposta non venne adottata.
Il 13 luglio i leader dell'eurozona raggiunsero un'intesa che aprì la strada a un terzo programma di assistenza, con finanziamenti previsti fino a 86 miliardi di euro.
La crisi mostrò una contraddizione fondamentale dell'unione monetaria: uno Stato poteva conservare istituzioni democratiche e un Parlamento sovrano, ma vedere fortemente ridotta la propria libertà di scelta economica quando dipendeva dai finanziamenti internazionali.
Il confronto metteva in evidenza tre esigenze differenti:
Grecia
Difendere le decisioni democratiche
e contenere le conseguenze sociali
dell'austerità.
Germania
Garantire la disciplina finanziaria,
il rispetto degli accordi
e la stabilità dell'euro.
Europa
Conciliare solidarietà tra Stati,
responsabilità dei bilanci
e sovranità nazionale.
La condizionalità degli aiuti era considerata necessaria dai creditori per tutelare le risorse impegnate. I critici ritenevano invece che limitasse eccessivamente le decisioni di un governo democraticamente eletto.
La Grecia non perse formalmente la propria sovranità, ma la dipendenza finanziaria ne ridusse i margini di scelta. Il potere economico si tradusse così in una significativa influenza politica.
Germania e Grecia: memoria storica e rapporti di forza
La crisi riaprì anche il confronto sulla memoria dell'occupazione nazista della Grecia durante la Seconda guerra mondiale, comprese le controversie sulle riparazioni e sul prestito forzoso imposto dalle autorità di occupazione.
Per una parte dell'opinione pubblica greca, le condizioni economiche richieste dai creditori, e in particolare dalla Germania, richiamavano una storia di rapporti diseguali.
Questo parallelismo non rende equivalenti la Germania nazista e la Germania democratica contemporanea. Mostra, piuttosto, quanto la memoria storica possa continuare a influenzare la percezione delle relazioni tra gli Stati europei.
La Grecia come precedente per l'Europa
La vicenda greca sollevò una questione che riguardava l'intera eurozona: come conciliare sovranità democratica, disciplina finanziaria e solidarietà tra Stati quando un Paese dipende dall'assistenza dei partner?
Le condizioni economiche degli altri membri dell'euro erano differenti e il caso greco non rappresentava un destino inevitabile.
La crisi dimostrò però che, in assenza di un pieno governo economico comune, la capacità negoziale degli Stati poteva diventare profondamente diseguale proprio nei momenti di maggiore difficoltà.
Germania e nuovo equilibrio europeo nell'Europa orientale dopo il 1989
La caduta dei regimi comunisti aprì alla Germania un'altra grande opportunità economica.
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria avviarono la transizione verso l'economia di mercato.
Le imprese occidentali investirono progressivamente nei Paesi dell'Europa centro-orientale.
La Germania svolse un ruolo particolarmente importante in questo processo.
La vicinanza geografica, i collegamenti infrastrutturali e le differenze nei costi di produzione favorirono l'integrazione delle economie orientali nelle catene produttive tedesche.
Componenti industriali potevano essere fabbricati in un Paese, assemblati in un altro e incorporati in prodotti destinati ai mercati internazionali.
La produzione diventava sempre più transnazionale.
Lo studio evidenzia l'integrazione tra Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
Il processo ha favorito investimenti, trasferimenti tecnologici e crescita economica nei Paesi dell'Europa centrale, rafforzando contemporaneamente i legami produttivi con l'industria tedesca.
Una nuova Mitteleuropa economica?
A questo punto possiamo tornare al concetto di Mitteleuropa.
Durante la Prima guerra mondiale, alcuni progetti tedeschi avevano immaginato un'Europa centrale economicamente organizzata intorno alla Germania.
Dopo il 1989 si sviluppò, in un contesto completamente diverso, uno spazio produttivo centroeuropeo nel quale la Germania occupava nuovamente una posizione fondamentale.
Il parallelismo è interessante, ma richiede prudenza.
La Mitteleuropa imperiale era associata a progetti di predominio politico ed economico.
L'integrazione europea contemporanea si è sviluppata attraverso trattati, adesioni volontarie e istituzioni multilaterali.
Non si può quindi parlare della realizzazione dello stesso progetto.
Resta però una continuità strutturale.
La posizione geografica e la forza industriale della Germania continuano a influenzare l'organizzazione economica dell'Europa centrale.
L'allargamento dell'Unione europea del 2004 consolidò ulteriormente questa trasformazione.
Per i Paesi dell'Est, l'integrazione significava investimenti, occupazione, modernizzazione industriale e accesso al mercato europeo.
Per la Germania, significava anche la possibilità di organizzare la produzione su uno spazio economico più ampio.
Ma l'economia non cancellava le differenze geopolitiche.
La Germania, la Polonia e la Russia: tre visioni dell'Europa dopo il 1989
Il caso polacco illumina un'altra dimensione del rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo: la distanza fra integrazione economica e percezioni della sicurezza dopo la Guerra fredda.
Per Varsavia, l'ingresso nell'Unione europea rappresentava una grande opportunità economica.
Ma la prosperità non eliminava la memoria storica delle invasioni e delle dominazioni straniere.
La Polonia cercò quindi contemporaneamente l'integrazione economica europea e la protezione militare della NATO.
La Germania contribuiva alla costruzione di uno spazio economico europeo sempre più integrato.
La Polonia continuava a considerare indispensabile la garanzia strategica americana.
Berlino considerava l'interdipendenza economica uno strumento capace di contribuire alla stabilità europea.
Varsavia, invece, riteneva indispensabili garanzie militari per assicurare la propria sicurezza.
Mosca percepiva l'espansione delle istituzioni occidentali verso Est come una perdita di influenza e profondità strategica.
Queste differenti percezioni non implicano responsabilità equivalenti né giustificano l'aggressione russa all'Ucraina.
Evidenziano, tuttavia, quanto fosse difficile costruire un ordine europeo condiviso dopo il 1989.
L'economia avvicinava gli Stati europei, ma non cancellava le loro differenti percezioni della sicurezza.
Germania e nuovo equilibrio europeo: il gas russo e l'interdipendenza
Nel rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo, la dipendenza dal gas russo ha avuto un peso strategico. Per comprenderne le origini bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo. Non fu Angela Merkel a inventare questo rapporto. E non fu neppure Vladimir Putin a inaugurarlo. La sua origine precede la fine della Guerra fredda e affonda nella Ostpolitik di Willy Brandt.
La convinzione di fondo era semplice: se due Paesi sviluppano interessi economici reciproci, avranno maggiori ragioni per evitare uno scontro. Ma ciò che per Berlino appariva una garanzia di stabilità, per Varsavia e Kiev poteva diventare un fattore di insicurezza.
Dalle origini della cooperazione energetica a Nord Stream 2
La cooperazione energetica tra Germania e Russia affonda le radici nella Ostpolitik di Willy Brandt. Nel 1970, durante la Guerra fredda, imprese della Germania occidentale e dell'Unione Sovietica conclusero accordi che collegavano la fornitura di tubi industriali e finanziamenti tedeschi all'acquisto di gas sovietico. Le prime forniture arrivarono nel 1973.
L'obiettivo politico era favorire la distensione attraverso il commercio, senza mettere in discussione l'appartenenza della Germania occidentale alla NATO. Si affermò così una convinzione destinata a durare: l'interdipendenza economica avrebbe potuto contribuire a rendere più prevedibili le relazioni con Mosca. Una possibilità, non una garanzia.
Dopo la riunificazione tedesca del 1990 e la dissoluzione dell'URSS nel 1991, la cooperazione si intensificò. La Germania beneficiava delle risorse energetiche russe, mentre Mosca otteneva importanti entrate dalle esportazioni.
Da Schröder a Nord Stream 2
Con il cancelliere Gerhard Schröder, il rapporto assunse una dimensione strategica. Nel 2005 il progetto Nord Stream 1 ricevette un impulso decisivo: un collegamento diretto attraverso il Mar Baltico avrebbe consentito di trasportare gas dalla Russia alla Germania evitando i territori di transito di Ucraina e Polonia.
Per Berlino significava maggiore continuità degli approvvigionamenti; per Mosca, una maggiore libertà nella scelta delle rotte energetiche. Dopo aver lasciato il governo, Schröder assunse incarichi nelle società collegate al progetto, sollevando interrogativi sul rapporto tra politica e interessi industriali.
Le imprese europee e l'accordo su Nord Stream 2
Il 4 settembre 2015, dopo l'annessione russa della Crimea, Gazprom e cinque grandi gruppi energetici europei — BASF/Wintershall, E.ON, OMV, ENGIE e Royal Dutch Shell — sottoscrissero l'accordo societario per Nord Stream 2. Il progetto prevedeva due nuove condotte, con una capacità complessiva di 55 miliardi di metri cubi annui. L'intesa fu firmata dalle società, non personalmente da Angela Merkel e Vladimir Putin, come documenta il comunicato ufficiale OMV.
Nel 2017 la struttura finanziaria cambiò: Gazprom rimase unico azionista della società di progetto e cinque gruppi europei si impegnarono a finanziarne fino alla metà dei costi, secondo l'accordo di finanziamento.
1970–1973
Brandt e il gas sovietico
Gli accordi tra imprese tedesche e
sovietiche collegano tubi industriali,
finanziamenti e acquisti di gas.
Le prime forniture arrivano nel 1973.
1990–1991
Una nuova interdipendenza
La riunificazione tedesca e la
dissoluzione dell’URSS ampliano
la cooperazione tra industria tedesca
e risorse energetiche russe.
2005
Schröder e Nord Stream 1
Il progetto del gasdotto baltico
riceve un impulso decisivo:
una rotta diretta tra Russia e Germania,
senza attraversare Ucraina e Polonia.
2015
L’accordo su Nord Stream 2
Gazprom e cinque gruppi europei
sottoscrivono l’accordo societario
per due nuove condotte con capacità
complessiva di 55 miliardi di m³ annui.
2017
Il finanziamento
Gazprom resta unico azionista
della società di progetto;
cinque gruppi energetici europei
si impegnano a finanziarne
fino a metà dei costi.
Cronologia sintetica dei principali passaggi
industriali e societari. Le decisioni politiche
e gli interessi dei protagonisti sono
approfonditi nel testo dell’articolo.
Gli interessi politici e industriali
Nord Stream 2 non fu sostenuto soltanto da Schröder. Anche Sigmar Gabriel e settori della SPD ne difesero la realizzazione, mentre importanti imprese energetiche vedevano nel progetto un'opportunità economica. Matthias Warnig ricoprì ruoli dirigenziali nelle società Nord Stream e il governo regionale di Manuela Schwesig intervenne nel 2021 a sostegno del completamento del gasdotto.
Il progetto nacque dunque dalla convergenza di interessi industriali, relazioni personali e scelte politiche. Questo non significa che tutti i sostenitori agissero per conto di Mosca: molti ritenevano realmente vantaggiosa la cooperazione energetica. Tuttavia, il sostegno politico e industriale contribuì a mantenerla anche mentre aumentavano le tensioni geopolitiche.
La vicenda mostra il limite di una strategia fondata sull'interdipendenza: un rapporto economico reciprocamente vantaggioso non garantisce necessariamente interessi politici e strategici condivisi.
Merkel, Nord Stream e le preoccupazioni dell'Europa orientale
Angela Merkel, cancelliera dal 2005 al 2021, mantenne verso Putin una posizione diversa da quella di Schröder. Dopo l'annessione russa della Crimea nel 2014 sostenne le sanzioni europee contro Mosca, ma non bloccò Nord Stream 2, continuando a considerare la cooperazione energetica compatibile con gli interessi tedeschi.
Per Polonia e Ucraina, invece, i gasdotti attraverso il Baltico rappresentavano un rischio strategico. Aggirare i loro territori significava ridurne le entrate e il peso politico, offrendo a Mosca maggiori possibilità di pressione.
La stessa infrastruttura veniva così interpretata in modi opposti: sicurezza degli approvvigionamenti per Berlino, possibile vulnerabilità geopolitica per Varsavia e Kiev.
2022: la sospensione e il sabotaggio di Nord Stream
Il 22 febbraio 2022, dopo il riconoscimento russo delle entità separatiste di Donetsk e Luhansk, il cancelliere Olaf Scholz sospese il procedimento di certificazione di Nord Stream 2. Due giorni dopo la Russia avviò l'invasione su vasta scala dell'Ucraina.
Nord Stream 2, completato nel 2021, non era mai entrato in funzione commerciale. Nord Stream 1 aveva invece trasportato gas per anni, ma le forniture cessarono all'inizio di settembre 2022.
Il 26 settembre esplosioni sottomarine nei pressi dell'isola danese di Bornholm danneggiarono gravemente tre delle quattro condotte dei due sistemi Nord Stream.
Le indagini della Procura federale tedesca si sono concentrate su presunti responsabili ucraini. Nel 2025 venne arrestato in Italia Serhii K., indicato dagli investigatori come presunto coordinatore dell'operazione.
Il 14 ottobre 2026 è iniziato ad Amburgo il processo contro l'ex militare ucraino accusato di aver coordinato il sabotaggio. L'imputato contesta le accuse. La responsabilità individuale e l'eventuale coinvolgimento di autorità politiche devono essere accertati dalla giustizia.
Il sabotaggio non provocò la sospensione di Nord Stream 2 né l'interruzione iniziale delle forniture di Nord Stream 1: entrambe erano già avvenute. Compromise però ulteriormente le infrastrutture e le prospettive di una ripresa dei collegamenti.
La fine dell'interdipendenza come garanzia di sicurezza
Nel 2021 circa la metà delle importazioni tedesche di gas proveniva dalla Russia. Dopo l'invasione, Berlino accelerò la diversificazione dei fornitori e lo sviluppo delle infrastrutture per il gas naturale liquefatto.
[Inserire qui il grafico esistente: «Gas russo: dalla dipendenza alla rottura», 2021–2024]
La cooperazione aveva prodotto vantaggi economici per entrambi i Paesi, ma non aveva impedito alla Russia di ricorrere alla forza.
La Germania aveva cercato di rendere Mosca più prevedibile attraverso l'economia. Nel 2022 quella stessa dipendenza si rivelò una vulnerabilità strategica.
Merkel, Nord Stream e le preoccupazioni dell'Europa orientale
Angela Merkel, cancelliera dal 2005 al 2021, mantenne verso Putin una posizione diversa da quella di Schröder. Dopo l'annessione russa della Crimea nel 2014 sostenne le sanzioni europee contro Mosca, ma non bloccò Nord Stream 2, continuando a considerare la cooperazione energetica compatibile con gli interessi tedeschi.
Per Polonia e Ucraina, invece, i gasdotti attraverso il Baltico rappresentavano un rischio strategico. Aggirare i loro territori significava ridurne le entrate e il peso politico, offrendo a Mosca maggiori possibilità di pressione.
La stessa infrastruttura veniva così interpretata in modi opposti: sicurezza degli approvvigionamenti per Berlino, possibile vulnerabilità geopolitica per Varsavia e Kiev.
2022: la sospensione e il sabotaggio di Nord Stream
Il 22 febbraio 2022, dopo il riconoscimento russo delle entità separatiste di Donetsk e Luhansk, il cancelliere Olaf Scholz sospese il procedimento di certificazione di Nord Stream 2. Due giorni dopo la Russia avviò l'invasione su vasta scala dell'Ucraina.
Nord Stream 2, completato nel 2021, non era mai entrato in funzione commerciale. Nord Stream 1 aveva invece trasportato gas per anni, ma le forniture cessarono all'inizio di settembre 2022.
Il 26 settembre esplosioni sottomarine nei pressi dell'isola danese di Bornholm danneggiarono gravemente tre delle quattro condotte dei due sistemi Nord Stream.
Le indagini della Procura federale tedesca si sono concentrate su presunti responsabili ucraini. Nel 2025 venne arrestato in Italia Serhii K., indicato dagli investigatori come presunto coordinatore dell'operazione.
Il 14 ottobre 2026 è iniziato ad Amburgo il processo contro l'ex militare ucraino accusato di aver coordinato il sabotaggio. L'imputato contesta le accuse. La responsabilità individuale e l'eventuale coinvolgimento di autorità politiche devono essere accertati dalla giustizia.
Il sabotaggio non provocò la sospensione di Nord Stream 2 né l'interruzione iniziale delle forniture di Nord Stream 1: entrambe erano già avvenute. Compromise però ulteriormente le infrastrutture e le prospettive di una ripresa dei collegamenti.
La fine dell'interdipendenza come garanzia di sicurezza
Nel 2021 circa la metà delle importazioni tedesche di gas proveniva dalla Russia. Dopo l'invasione, Berlino accelerò la diversificazione dei fornitori e lo sviluppo delle infrastrutture per il gas naturale liquefatto.
Energia e geopolitica · Germania
Gas russo: dalla dipendenza alla rottura
La dipendenza dal gas russo diminuisce nel 2022. Dal 2023 si osserva invece l’interruzione delle forniture dirette via gasdotto: le due misure non sono equivalenti.
Prima della guerra: forte dipendenza dal gas russo
2021
Quota russa delle importazioni52%
0%25%50%60%
2021. Secondo la Bundesnetzagentur, la Russia rappresentava circa il 52% delle importazioni tedesche di gas.
Come leggere il grafico: 2021 e 2022 indicano la quota annua russa nelle importazioni totali (52% e 22%). Per il 2023 e 2024 la dicitura “Assenti” indica l’assenza di forniture dirette dalla Russia via gasdotto: non certifica l’origine di ogni molecola acquistata indirettamente nel mercato europeo. Il movimento tra le tappe è una transizione grafica, non una serie mensile di dati.
La cooperazione aveva prodotto vantaggi economici per entrambi i Paesi, ma non aveva impedito alla Russia di ricorrere alla forza.
La Germania aveva cercato di rendere Mosca più prevedibile attraverso l'economia. Nel 2022 quella stessa dipendenza si rivelò una vulnerabilità strategica.
Il 2022: la guerra in Ucraina mette in crisi il modello tedesco
L'invasione russa dell'Ucraina del 24 febbraio 2022 segnò un'altra svolta nel rapporto tra Germania e nuovo equilibrio europeo: costrinse Berlino a rivedere contemporaneamente la politica energetica verso Mosca e il ruolo attribuito alla forza militare nella sicurezza europea. Il cancelliere Olaf Scholz definì questa svolta una Zeitenwende, un cambiamento d'epoca.
La Germania cercò nuovi fornitori energetici, aumentò il sostegno all'Ucraina e avviò il rafforzamento della Bundeswehr. La crisi non cancellava i vantaggi economici prodotti in precedenza dagli scambi con la Russia, ma mostrava il limite politico della strategia: l'interdipendenza economica non aveva generato una concezione condivisa della sicurezza europea.
La potenza militare della Germania nel nuovo equilibrio europeo
Dopo il 1945, la Repubblica Federale aveva ricostruito la propria centralità attraverso l’industria e l’integrazione europea. La sua difesa era stata organizzata all’interno della NATO, con un ruolo decisivo degli Stati Uniti. Dopo la riunificazione del 1990, il peso politico dell’economia crebbe molto più rapidamente dell’ambizione militare.
La guerra in Ucraina ha cambiato le priorità. Nel 2026 il bilancio ordinario tedesco della difesa è pari a circa 82,7 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 25,5 miliardi del fondo speciale per la Bundeswehr. Nel progetto di bilancio per il 2027, discusso al Bundestag nel settembre 2026, la spesa complessiva prevista sale a circa 139,6 miliardi di euro, tra bilancio ordinario e fondo speciale.
Geopolitica · Difesa europea
Il riarmo tedesco: dalla svolta ai nuovi bilanci
La Zeitenwende del 2022 apre una nuova fase. Dal 2025 al 2027 il grafico confronta le risorse previste per la difesa, in miliardi di euro: bilancio ordinario e fondo speciale Bundeswehr. Il 2027 è ancora un progetto.
La Germania annuncia la Zeitenwende
2022
Svolta strategica, non un dato di spesa confrontabile
Bilancio ordinarioFondo speciale
Risorse per la difesa—
Nel 2022 viene istituito il fondo specialeScala: 0–150 miliardi €
Come leggere i dati: per il 2025 e 2026 si tratta di stanziamenti di bilancio; il 2027 è un progetto discusso dal Bundestag, non una spesa effettuata. Il fondo speciale non va sommato due volte.
Si tratta di stanziamenti e previsioni, non di capacità militari già operative. Servono personale, infrastrutture, equipaggiamenti, produzione industriale e addestramento. I numeri e la loro distinzione sono illustrati nella documentazione ufficiale del Bundestag sul bilancio della difesa.
La novità geopolitica è che la maggiore economia dell’Unione europea intende affiancare alla propria influenza industriale e finanziaria una capacità militare più consistente. Questo processo apre questioni sulla distribuzione delle responsabilità nella NATO e sulle prospettive di una difesa europea più integrata.
Germania e nuovo equilibrio europeo: una questione ancora aperta
Dal 1871 a oggi la Germania ha attraversato regimi, confini e scelte politiche radicalmente differenti. L’Impero tedesco cercò un ruolo di grande potenza; il nazionalsocialismo impose un progetto di conquista e persecuzione; dopo il 1945 la Repubblica Federale scelse la democrazia e l’integrazione occidentale. Queste esperienze non sono politicamente o moralmente equivalenti.
Eppure una domanda geografica e strategica rimane: come organizzare un equilibrio europeo nel quale la forza della Germania non susciti nuove dipendenze e sia, invece, parte di istituzioni condivise?
La costruzione europea ha offerto una risposta originale: integrare l’industria tedesca in un mercato comune, condividere regole monetarie e affidare la sicurezza a un sistema di alleanze. La crisi greca ha però mostrato il peso diseguale degli Stati nelle decisioni economiche; l’allargamento a Est ha rafforzato le catene produttive legate alla Germania; il gas russo ha rivelato i rischi di una dipendenza strategica mascherata da interdipendenza.
La guerra in Ucraina ha riportato al centro la dimensione militare. Per la Polonia, il rafforzamento della difesa tedesca può contribuire alla sicurezza del fianco orientale della NATO; per Francia, Italia e altri partner, pone anche la questione di come condividere capacità, decisioni e responsabilità.
Il percorso iniziato nel 1989 non ha eliminato la geopolitica: ha ampliato il ruolo dell’economia, senza cancellare le differenti percezioni della sicurezza. Berlino ha puntato sull’integrazione produttiva, Varsavia sulle garanzie atlantiche, Mosca ha continuato a rivendicare una sfera d’influenza nello spazio post-sovietico. Queste prospettive non attribuiscono uguali responsabilità: l’invasione russa dell’Ucraina resta una violazione della sua sovranità.
La questione non è se la Germania sarà forte: lo è già. È se l’Europa saprà trasformare la sua forza economica e militare in una responsabilità collettiva, senza riprodurre gli squilibri che l’integrazione avrebbe dovuto superare.
FAQ
Perché la Germania è diventata così influente in Europa dopo il 1989?
La riunificazione del 1990, la forza dell'industria esportatrice e l'integrazione economica europea hanno rafforzato il peso della Germania. L'euro e l'allargamento dell'Unione europea verso Est hanno ulteriormente consolidato la centralità di Berlino, soprattutto sul piano economico e finanziario.
Quale ruolo ebbe la Germania nella crisi greca?
Durante la crisi del debito greco, la Germania di Angela Merkel sostenne programmi di assistenza finanziaria subordinati a riforme e misure di austerità. Questa posizione mirava a tutelare la stabilità dell'euro, ma sollevò questioni sul rapporto tra solidarietà europea, sovranità nazionale e decisioni democratiche.
Perché la Germania continuò a sostenere Nord Stream nonostante le tensioni con la Russia?
Berlino considerava il gas russo una risorsa importante per la competitività industriale e la sicurezza degli approvvigionamenti. Anche dopo l'annessione della Crimea nel 2014, il progetto Nord Stream 2 mantenne un significativo sostegno economico e politico. L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 mostrò i rischi strategici di questa dipendenza.
Che cosa significa Zeitenwende e come cambia il ruolo della Germania in Europa?
Zeitenwende significa «svolta epocale». Il termine fu utilizzato dal cancelliere Olaf Scholz nel 2022 per indicare il cambiamento della politica tedesca dopo l'invasione dell'Ucraina. Il rafforzamento della Bundeswehr e l'aumento degli stanziamenti per la difesa aprono una nuova fase, nella quale la Germania cerca di affiancare alla propria influenza economica un maggiore ruolo nella sicurezza europea.
Il Dossier
Il dossier
L’Europa dopo il 1989
Un percorso di approfondimento dedicato
alle grandi contraddizioni dell’ordine europeo
nato dopo la Guerra fredda.
La sicurezza dell’Europa orientale tra il timore della Russia e la protezione della NATO.
Punti chiave
La storia tra Polonia e Russia è segnata da guerre e dominazioni, con una memoria collettiva che influenza la sicurezza polacca.
Dopo la caduta del comunismo nel 1989, la Polonia ha cercato garanzie per la propria indipendenza, temendo il ritorno dell’influenza russa.
L’ingresso della Polonia nella NATO nel 1999 rappresenta un’importante conquista di sicurezza contro potenziali minacce russe.
La guerra in Ucraina ha confermato le paure polacche, spingendo Varsavia verso una maggiore cooperazione con la NATO e gli Stati Uniti.
La geopolitica europea rimane complessa, con la necessità di garantire la sicurezza dei Paesi dell’Est senza provocare la Russia.
La Polonia e la Russia condividono una storia segnata da guerre, occupazioni e rivalità territoriali. Per comprendere perché Varsavia tema ancora Mosca non basta osservare l’invasione dell’Ucraina del 2022. Occorre tornare indietro di oltre due secoli, quando la Polonia scomparve dalla carta geografica europea.
Nel 1989, mentre l’Europa occidentale celebrava la fine della Guerra fredda e immaginava un continente finalmente pacificato, i Paesi dell’Europa orientale guardavano al futuro con aspettative differenti.
Per la Polonia, la caduta del comunismo non significava soltanto riconquistare la democrazia. Significava soprattutto impedire che la propria indipendenza potesse essere nuovamente compromessa da una grande potenza confinante.
Quello che la Russia avrebbe interpretato come un progressivo accerchiamento strategico, la Polonia lo avrebbe considerato una garanzia contro il ritorno della dominazione russa.
È questa la contraddizione geopolitica che attraversa la storia europea dopo il 1989.
Nel nostro precedente approfondimento, Russia e paura dell’accerchiamento NATO, abbiamo esaminato il problema dal punto di vista di Mosca. Adesso dobbiamo osservare gli stessi avvenimenti dalla prospettiva di Varsavia.
1795
La Polonia scompare dalla carta d’Europa
Polonia e Russia: una storia segnata dalla geografia
La paura polacca della Russia ha radici molto più antiche dell’Unione Sovietica.
Nel XVIII secolo la Confederazione polacco-lituana, un tempo tra le maggiori realtà politiche europee, attraversò una lunga crisi istituzionale e militare.
Le potenze confinanti approfittarono della sua debolezza.
Nel 1772, nel 1793 e nel 1795, Russia, Prussia e monarchia asburgica procedettero alle tre spartizioni della Polonia.
Con la terza spartizione, lo Stato polacco cessò di esistere come entità indipendente.
Per 123 anni, fino al 1918, la Polonia rimase priva di uno Stato sovrano.
La sua identità nazionale sopravvisse attraverso la lingua, la cultura, la religione, le tradizioni e i movimenti indipendentisti.
Questa esperienza ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva polacca.
Per Varsavia, l’indipendenza non è mai stata una condizione da considerare definitivamente acquisita.
È stata una conquista da difendere continuamente.
1918
La Polonia riconquista l’indipendenza
La geografia come destino politico
La posizione geografica della Polonia ha contribuito alla sua vulnerabilità.
Situata nella grande pianura europea, tra lo spazio germanico e quello russo, la Polonia è stata frequentemente coinvolta nei conflitti tra le potenze continentali.
Il problema non era soltanto la forza militare dei suoi vicini, ma l’assenza di garanzie internazionali sufficientemente credibili per impedire che il suo territorio diventasse oggetto di accordi tra Stati più potenti.
È un elemento che ritroveremo anche dopo il 1989.
1939
Germania nazista e Unione Sovietica invadono la Polonia
La Polonia tra Hitler e Stalin
Il 23 agosto 1939 la Germania nazista e l’Unione Sovietica firmarono il patto Molotov-Ribbentrop.
Formalmente si trattava di un accordo di non aggressione. Un protocollo segreto stabiliva però la divisione di alcune aree dell’Europa orientale in sfere d’influenza.
La Polonia era al centro di questa intesa.
Il 1° settembre 1939 la Germania invase il territorio polacco da occidente.
Il 17 settembre l’Armata Rossa entrò da oriente.
La Polonia venne nuovamente divisa tra due potenze.
L’esperienza del 1939 rafforzò una convinzione già presente nella storia nazionale: quando le grandi potenze raggiungono un accordo sulla sicurezza europea senza coinvolgere gli Stati più piccoli, questi ultimi rischiano di pagarne il prezzo.
1940
Il massacro di Katyn
Katyn: una ferita nella memoria polacca
Nel 1940 la polizia politica sovietica, l’NKVD, uccise quasi 22.000 cittadini polacchi, tra ufficiali, funzionari, agenti e altri prigionieri.
Il massacro viene generalmente ricordato con il nome di Katyn, anche se le esecuzioni avvennero in diverse località.
Per decenni le autorità sovietiche negarono la propria responsabilità, attribuendo il crimine ai nazisti.
Nel 1990 l’Unione Sovietica riconobbe la responsabilità dell’NKVD.
Katyn rappresenta ancora oggi uno degli episodi più dolorosi nei rapporti tra Polonia e Russia.
Non soltanto per il numero delle vittime, ma perché colpì una parte importante della classe dirigente polacca.
La Polonia entra nella sfera d’influenza sovietica
Polonia e Russia dopo il 1945: l’influenza sovietica
La sconfitta della Germania nazista non restituì alla Polonia una piena autonomia politica.
Al termine della Seconda guerra mondiale il Paese entrò nella sfera d’influenza sovietica.
Il nuovo sistema politico venne progressivamente organizzato attorno a un regime comunista sostenuto da Mosca.
La Polonia conservava formalmente le proprie istituzioni statali, ma le principali scelte strategiche erano condizionate dall’appartenenza al blocco sovietico.
1955
Nasce il Patto di Varsavia
Nel 1955 aderì al Patto di Varsavia, l’alleanza militare guidata dall’Unione Sovietica.
Il Patto rappresentava la risposta orientale alla NATO, costituita nel 1949.
Tuttavia, per molti polacchi, l’appartenenza all’alleanza sovietica non significava ricevere una protezione liberamente scelta.
Significava appartenere a un sistema politico e militare dal quale non era possibile uscire autonomamente.
La lezione di Budapest e Praga
Due episodi contribuirono a rafforzare questa percezione.
Nel 1956 l’intervento militare sovietico soffocò la rivoluzione ungherese.
Nel 1968 le truppe del Patto di Varsavia, comprese unità polacche, parteciparono all’invasione della Cecoslovacchia per interrompere il processo riformatore della Primavera di Praga.
Questi avvenimenti dimostrarono che Mosca considerava la stabilità del blocco orientale una priorità strategica da difendere anche attraverso la forza.
La Polonia, pur attraversata da proteste e tensioni sociali, rimase all’interno del sistema sovietico.
1989
La Polonia rompe con il sistema comunista
Polonia e Russia verso il 1989: Solidarność e la riconquista della libertà
Negli anni Ottanta la crisi del comunismo polacco divenne sempre più evidente.
Il movimento sindacale indipendente Solidarność, guidato da Lech Wałęsa, rappresentò una sfida politica e sociale al monopolio del potere comunista.
La proclamazione della legge marziale nel dicembre 1981 mostrò quanto il regime temesse la crescita dell’opposizione.
Ma la repressione non riuscì a cancellare la domanda di libertà.
Nel 1989, dopo i negoziati della Tavola rotonda tra governo e opposizione, si svolsero elezioni parzialmente libere che aprirono la strada alla trasformazione democratica del Paese.
La Polonia fu tra i protagonisti della dissoluzione del sistema comunista nell’Europa orientale.
Per Varsavia il 1989 rappresentò dunque una svolta fondamentale.
La Polonia non voleva semplicemente cambiare governo. Voleva riconquistare il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.
E questa aspirazione riguardava anche la politica estera.
1999
La Polonia entra nella NATO
Perché la Polonia volle entrare nella NATO
Nel 1991 il Patto di Varsavia venne sciolto.
Nello stesso anno scomparve anche l’Unione Sovietica.
Si apriva una possibilità storica: costruire un nuovo sistema di sicurezza europeo che superasse definitivamente la divisione militare della Guerra fredda.
Ma per la Polonia la fine dell’URSS non eliminava automaticamente il problema della sicurezza.
La Russia rimaneva una grande potenza militare.
Le istituzioni politiche russe attraversavano una trasformazione incerta.
Nessuno poteva garantire che in futuro Mosca non avrebbe tentato di recuperare parte dell’influenza perduta nell’Europa orientale.
Varsavia cominciò quindi a cercare garanzie militari occidentali.
Nel 1994 aderì al programma NATO Partnership for Peace.
Nel 1997 ricevette l’invito ad avviare i negoziati di adesione.
Il 12 marzo 1999 la Polonia entrò ufficialmente nella NATO, insieme a Repubblica Ceca e Ungheria. nato.int
Per Varsavia fu il coronamento di una lunga aspirazione.
L’adesione all’Alleanza Atlantica significava soprattutto beneficiare dell’articolo 5 del Trattato di Washington, che stabilisce il principio della difesa collettiva.
Un attacco contro uno Stato membro sarebbe stato considerato un attacco contro tutti gli alleati, con gli obblighi di assistenza previsti dal Trattato.
La Polonia riteneva così di aver ottenuto una garanzia di sicurezza molto più credibile di quelle sperimentate in passato.
Polonia e Russia
Cinque date per comprendere Varsavia
La scelta atlantica della Polonia nasce da una memoria storica
nella quale indipendenza nazionale, geografia e sicurezza
sono strettamente collegate.
1795
La Polonia scompare dalla carta d’Europa
1918
Rinasce lo Stato polacco
1939
Germania nazista e URSS invadono la Polonia
1989
Finisce il sistema comunista
1999
La Polonia entra nella NATO
La chiave di lettura:
per Varsavia l’ingresso nella NATO non rappresentò soltanto
un riallineamento politico verso l’Occidente, ma anche una
garanzia contro il possibile ritorno di una pressione proveniente da Est.
La stessa NATO, due interpretazioni opposte
Dal punto di vista polacco, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica rappresentava una scelta sovrana.
Dal punto di vista russo, invece, l’allargamento della NATO verso Est veniva progressivamente interpretato come una riduzione della propria profondità strategica.
Le due interpretazioni partivano da esperienze storiche differenti.
Per la Polonia, il pericolo era il ritorno dell’influenza russa.
Per la Russia, il problema era l’avvicinamento di un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti.
La contraddizione è evidente.
Quello che rassicurava Varsavia contribuiva ad alimentare l’insicurezza percepita da Mosca.
Ma riconoscere questa contraddizione non significa attribuire alla Russia il diritto di impedire alla Polonia di scegliere le proprie alleanze.
Il problema della sicurezza europea nasce proprio dall’esigenza di conciliare due principi: il diritto degli Stati alla sovranità e la necessità di evitare un’escalation militare tra potenze confinanti.
Il dilemma della sicurezza
La stessa NATO, due percezioni di sicurezza
Ciò che Varsavia considera una garanzia contro una possibile
pressione russa, Mosca può interpretarlo come una riduzione
della propria profondità strategica.
PL
Varsavia
La NATO è soprattutto una garanzia di sicurezza.
Memoria delle spartizioni e delle occupazioni
Esperienza del dominio sovietico nell’Europa orientale
Ricerca di una garanzia militare occidentale
✦
NATO
una alleanza
due percezioni
RU
Mosca
L’allargamento può essere percepito come una perdita di spazio strategico.
NATO progressivamente più vicina ai confini russi
Riduzione della tradizionale profondità strategica
Percezione di un equilibrio europeo meno favorevole
Più sicurezza per Varsavia↔Più insicurezza percepita da Mosca
Il paradosso:
la sicurezza cercata da uno Stato può aumentare
l’insicurezza percepita dall’altro.
La guerra in Ucraina ha confermato le paure polacche?
Gli avvenimenti successivi hanno rafforzato profondamente la posizione polacca.
2008
La guerra in Georgia riaccende i timori nell’Europa orientale
Georgia: la guerra con la Russia e il primo grande allarme a Est
Nel 2008 la guerra tra Georgia e Russia riaccese i timori dell’Europa orientale. Il conflitto esplose dopo anni di tensioni nelle regioni separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia. Nella notte tra il 7 e l’8 agosto, l’esercito georgiano attaccò Tskhinvali, provocando un intervento militare russo che si estese ben oltre la regione contesa. La guerra si concluse con la sconfitta georgiana e il successivo riconoscimento, da parte di Mosca, dell’indipendenza delle due regioni separatiste. Per la Polonia e gli Stati baltici, il conflitto rafforzò la convinzione che la sicurezza nazionale richiedesse garanzie militari occidentali.
2014
La Russia annette la Crimea
Nel 2014 la Russia annesse la Crimea e sostenne le forze separatiste nel Donbas.
2022
La Russia invade l’Ucraina
Il 24 febbraio 2022 iniziò l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina.
Per Varsavia, questi avvenimenti confermarono la necessità di mantenere una forte capacità di difesa e una stretta cooperazione con gli Stati Uniti e gli altri alleati NATO.
La Polonia divenne uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, svolgendo anche un ruolo logistico fondamentale nel trasferimento degli aiuti occidentali.
L’invasione russa del 2022 ha modificato inoltre la percezione della sicurezza in tutta l’Europa settentrionale.
La Finlandia entrò nella NATO nel 2023 e la Svezia nel 2024.
Si è così prodotto un paradosso strategico.
La Russia aveva denunciato per anni l’espansione della NATO come una minaccia.
Ma la guerra contro l’Ucraina ha contribuito a spingere altri Paesi europei a chiedere di entrare nell’Alleanza.
La pressione militare russa ha quindi rafforzato proprio quella domanda di protezione occidentale che Mosca contestava.
Polonia, Russia e NATO: il dilemma della sicurezza
La situazione polacca permette di comprendere uno dei problemi fondamentali della geopolitica contemporanea: il cosiddetto dilemma della sicurezza.
Uno Stato rafforza le proprie difese perché teme un’aggressione.
Un altro Stato interpreta quel rafforzamento come una possibile minaccia.
Per reagire aumenta a sua volta le proprie capacità militari.
Il primo Stato considera questa reazione una conferma dei propri timori e cerca ulteriori garanzie.
Si crea così una spirale di sfiducia.
Nel caso dell’Europa orientale, il meccanismo è particolarmente evidente.
La Polonia teme la Russia e cerca protezione nella NATO.
Mosca considera l’espansione dell’Alleanza una minaccia ai propri interessi strategici.
Le azioni militari russe aumentano le paure dei Paesi confinanti.
Questi ultimi chiedono una presenza ancora maggiore della NATO.
Il risultato è un sistema nel quale ogni tentativo di rafforzare la sicurezza nazionale rischia di alimentare nuove tensioni.
Occorre tuttavia distinguere le percezioni strategiche dalle responsabilità politiche.
Il timore russo dell’allargamento della NATO non giustifica l’invasione di uno Stato sovrano.
Allo stesso modo, la storia polacca aiuta a comprendere perché Varsavia consideri insufficiente una sicurezza europea fondata esclusivamente sul dialogo diplomatico con Mosca.
Dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sarebbe stato possibile superare anche la NATO?
Gli Stati Uniti preferirono conservare l’Alleanza Atlantica, considerandola uno strumento fondamentale della propria presenza strategica in Europa.
Anche molti governi europei ne sostenevano la permanenza.
Successivamente, i Paesi dell’Europa orientale chiesero di aderirvi per ottenere garanzie di sicurezza.
Ma è legittimo domandarsi se fosse possibile costruire un sistema alternativo.
Un’organizzazione paneuropea avrebbe potuto garantire la sicurezza di tutti gli Stati, compresa la Russia?
Avrebbe potuto impedire la formazione di nuove sfere d’influenza?
Oppure avrebbe lasciato i Paesi più piccoli esposti alle pressioni delle potenze maggiori?
La prospettiva polacca rende evidente la difficoltà di questa ipotesi.
Per sciogliere la NATO non sarebbe bastato rassicurare Mosca. Sarebbe stato necessario rassicurare anche Varsavia.
E rassicurare Varsavia significava offrirle garanzie credibili contro il possibile ritorno dell’influenza russa.
Non sappiamo se un diverso ordine di sicurezza avrebbe evitato le guerre successive.
Sappiamo però che l’Europa non riuscì a costruire un sistema capace di superare definitivamente le diffidenze ereditate dal Novecento.
Polonia, Russia e NATO
Una spirale difficile da interrompere
La ricerca di maggiore sicurezza può generare
reazioni che aumentano nuovamente il senso
di insicurezza.
Il meccanismo
Dilemma della sicurezza
La sicurezza cercata da uno Stato può
aumentare l’insicurezza percepita dall’altro.
1
Memoria polacca
Spartizioni, occupazioni e decenni
di influenza sovietica.
2
Ricerca di garanzie
Varsavia cerca nella NATO
una garanzia di sicurezza.
3
Percezione russa
Mosca percepisce la NATO sempre più
vicina ai propri confini.
4
Nuove tensioni
Aumentano diffidenza,
contrapposizione e pressione strategica.
5
Più domanda di NATO
I Paesi più esposti chiedono
maggiori garanzie militari.
1
Memoria polacca
Spartizioni, occupazioni e decenni
di influenza sovietica hanno segnato
la percezione della sicurezza.
2
Ricerca di garanzie
Varsavia cerca nella NATO una garanzia
contro un possibile ritorno
della pressione russa.
3
Percezione russa
Mosca percepisce l’allargamento della NATO
come una riduzione della propria
profondità strategica.
4
Nuove tensioni
Aumentano diffidenza,
contrapposizione e percezioni
reciproche della minaccia.
5
Più domanda di NATO
I Paesi più esposti dell’Europa orientale
chiedono maggiori garanzie militari
e una presenza occidentale più forte.
Il paradosso:
ogni attore può considerare difensive
le proprie scelte, mentre l’altro
può percepirle come una minaccia.
Comprendere questo meccanismo
non significa equiparare responsabilità
politiche o giuridiche.
L’Europa occidentale e quella orientale non hanno vissuto lo stesso 1989
Per molti Paesi dell’Europa occidentale, la fine della Guerra fredda apriva una stagione di opportunità economiche.
L’integrazione dei mercati, la libera circolazione, l’allargamento dell’Unione europea e la cooperazione internazionale sembravano indicare la strada verso una pace duratura.
Per la Polonia e per altri Paesi dell’Europa orientale, invece, l’integrazione occidentale aveva anche un significato strategico.
Non si trattava soltanto di partecipare al mercato europeo.
Si trattava di ottenere una protezione contro il possibile ritorno della dominazione russa.
L’Europa occidentale guardava soprattutto alle opportunità economiche offerte dalla fine della divisione continentale.
L’Europa orientale continuava a interrogarsi sulle conseguenze geopolitiche di quella stessa trasformazione.
Due esperienze storiche differenti finirono così per convivere all’interno delle medesime istituzioni europee.
La guerra in Ucraina ha reso questa differenza molto più evidente.
I Paesi che per decenni avevano temuto il ritorno dell’influenza russa hanno assunto un ruolo centrale nella discussione sulla sicurezza europea.
La Polonia ne è uno degli esempi più significativi.
Il Muro era caduto. La geografia era rimasta.
La storia dei rapporti tra Polonia e Russia mostra perché il 1989 non abbia cancellato le grandi contraddizioni della geopolitica europea.
La fine del comunismo aveva restituito ai popoli dell’Europa orientale la possibilità di scegliere il proprio futuro.
Ma non aveva eliminato la memoria delle occupazioni, la paura della dominazione e il problema della sicurezza nazionale.
Per Varsavia, entrare nella NATO significava rendere più difficile il ritorno a un passato che aveva segnato profondamente la storia polacca.
Per Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica rappresentava invece una trasformazione sfavorevole degli equilibri strategici europei.
L’Europa si è trovata così davanti a una contraddizione che non è mai riuscita a risolvere completamente.
Come garantire la sicurezza dei Paesi dell’Europa orientale senza costruire un ordine europeo percepito dalla Russia come ostile?
E, soprattutto, come coinvolgere la Russia in un sistema di sicurezza condiviso senza riconoscerle il potere di decidere il destino dei propri vicini?
Sono domande che avrebbero richiesto risposte politiche e istituzionali molto più ambiziose di quelle elaborate dopo la fine della Guerra fredda.
Per la Polonia, però, una questione rimaneva prioritaria: impedire che la propria indipendenza potesse essere nuovamente compromessa.
Il Muro era caduto. Ma per Varsavia non bastava abbattere un muro: bisognava impedire che qualcuno potesse ricostruirlo.
Perché la Polonia teme ancora la Russia?
La diffidenza polacca verso la Russia nasce da una lunga esperienza storica: dalle spartizioni della Polonia all’invasione sovietica del 1939, fino ai decenni trascorsi nella sfera d’influenza di Mosca. Questa memoria continua a influenzare la percezione della sicurezza nazionale.
Perché la Polonia è entrata nella NATO?
La Polonia entrò nella NATO il 12 marzo 1999. Per Varsavia l’adesione rappresentava soprattutto una garanzia di sicurezza dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, oltre che il consolidamento della propria appartenenza politica all’Occidente.
Perché Polonia e Russia vedono diversamente l’allargamento della NATO?
Varsavia considera l’allargamento della NATO una protezione contro possibili pressioni russe. Mosca, invece, lo interpreta come una riduzione della propria profondità strategica e come l’avvicinamento dell’Alleanza ai propri confini. È uno degli elementi del dilemma della sicurezza europeo.
Sciogliere la NATO dopo il 1991 avrebbe evitato le tensioni con la Russia?
Non possiamo saperlo. Lo scioglimento della NATO avrebbe potuto favorire la costruzione di un diverso sistema di sicurezza paneuropeo, ma avrebbe anche lasciato aperta la questione delle garanzie richieste da Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale. La fine della NATO non avrebbe automaticamente garantito la pace.
Il Dossier
Il dossier
L’Europa dopo il 1989
Un percorso di approfondimento dedicato
alle grandi contraddizioni dell’ordine europeo
nato dopo la Guerra fredda.
Navi Pillay, Premio Nobel per la Pace 2026, in una composizione che richiama le Nazioni Unite, la Corte penale internazionale e i conflitti contemporanei.
Punti chiave
Il Nobel per la Pace 2026 va a Navi Pillay per il suo impegno a favore della giustizia internazionale e per i diritti umani.
Il riconoscimento rappresenta una sfida politica a Trump, Netanyahu e Putin, coinvolti in contesti di violazione dei diritti internazionali.
La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e Putin, mentre Trump ha imposto sanzioni contro la Corte stessa.
Pillay ha una lunga carriera, dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica alla magistratura internazionale, culminata con la sua presidenza della Commissione d’inchiesta su Gaza.
Il premio sottolinea l’importanza del diritto internazionale, sfidando l’idea che le grandi potenze possano sottrarsi alla giustizia.
Il Nobel per la Pace 2026 assegnato a Navi Pillay non rappresenta soltanto un riconoscimento alla carriera della giurista sudafricana, ma assume il significato di una sfida politica a Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin. Tre protagonisti dell’attuale scenario internazionale che, in modi e con responsabilità differenti, sono entrati in conflitto con i principi o con le istituzioni del diritto internazionale.
Il riconoscimento arriva mentre la Corte penale internazionale affronta crescenti pressioni. Putin e Netanyahu sono destinatari di mandati di arresto per presunti crimini internazionali, mentre l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro la stessa istituzione giudiziaria.
La scelta del Comitato norvegese riapre così una questione fondamentale: il diritto internazionale deve valere per tutti, comprese le grandi potenze e i loro alleati, oppure soltanto per gli Stati che non dispongono della forza necessaria a sottrarsi alla giustizia?
Il Premio Nobel per la Pace 2026
Navanethem “Navi” Pillay, ex Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha ricevuto il Nobel per la Pace 2026 “per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale”. Il Comitato norvegese per il Nobel ha così riconosciuto il ruolo della giurista sudafricana nella difesa della giustizia internazionale.
E sì, pare proprio che il Comitato norvegese per il Nobel per la pace non sia in grado di comprendere l’orwelliana e sgangherata politica di guerra messa in campo dal presidente statunitense Donald Trump per raggiungere la pace.
Eppure, da Washington ce la stanno mettendo tutta per ricomporre i cocci della pax americana. È il resto del mondo che non capisce.
Sono quei cattivoni dei musulmani sciiti, i perfidi comunisti cinesi – non sempre ma ogni tanto – e gli ucraini a rovinare i piani del nuovo ordine universalemade in USA. E adesso ci si mettono anche l’accademia e le organizzazioni internazionali e multilaterali.
Il Nobel a Navi Pillay e le sanzioni di Washington
Ma da Washington non si è fatta attendere un’altra offensiva contro la giustizia internazionale.
A poche ore dalla proclamazione della giudice sudafricana Pillay, Washington ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI).
I procuratori e i giudici delle organizzazioni di giustizia multilaterali sono solo dei pericolosi sovversivi che attaccano gli Stati Uniti e Israele.
A noi italiani questi toni di invettiva contro le magistrature dovrebbero ricordare qualcuno. Qualcuno di importante a cui è stato anche dedicato un aeroporto.
Chi è Navi Pillay?
Pillay nasce a Durban, in Sudafrica, da una famiglia di origine tamil dell’India. Si laurea in giurisprudenza all’Università del Natal durante l’apartheid. Il National Party aveva istituito quel regime di segregazione razziale a difesa degli interessi economici afrikaner.
Fin dai primi momenti della sua carriera, ella abbraccia la lotta per la difesa dei diritti delle persone non bianche in Sudafrica. Come avvocato difende gli attivisti dell’African National Congress (ANC).
A sceglierla come avvocato difensore fu Nelson Mandela, futuro presidente del Sudafrica, che nel frattempo viveva rinchiuso in una minuscola cella a Robben Island.
Lo stesso Nelson Mandela che USA e Regno Unito ritenevano un pericoloso terrorista, insieme al regime razzista sudafricano.
E sia detto per inciso, Nelson Mandela rimase soggetto a restrizioni statunitensi legate al terrorismo fino al 2008.
La lotta contro l’apartheid rappresenta il primo capitolo di un impegno per i diritti umani che, molti anni dopo, porterà Navi Pillay a ricevere il Nobel per la Pace 2026.
Dalla lotta contro l’apartheid alla magistratura internazionale
Dopo la fine dell’apartheid, il presidente Mandela scelse proprio Pillay come giudice dell’Alta Corte del Sudafrica. Inutile sottolineare che fu la prima donna non bianca a ricoprire quel ruolo.
Ma, sempre nel 1995, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite la elesse giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Il Tribunale aveva il compito di perseguire i responsabili del genocidio del 1994. Pillay ne divenne presidente nel 1999 e mantenne l’incarico fino al 2003.
La storica sentenza Akayesu e il genocidio in Ruanda
Come membro della corte diede un contributo eccezionale soprattutto nella sentenza contro Jean-Paul Akayesu.
Quella sentenza stabilì un principio fondamentale: lo stupro e le violenze sessuali possono costituire atti di genocidio quando chi li commette intende distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto.
La decisione segnò così un precedente legale fondamentale nella storia della giustizia internazionale.
Agli inizi del Terzo Millennio Pillay divenne giudice della Corte penale internazionale. Il suo mandato durò solo pochi anni, perché nel 2008 ricevette l’incarico di Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani.
Il Nobel per la Pace 2026 e la denuncia del genocidio a Gaza
Dopo la guerra a Gaza del 2021, le Nazioni Unite nominarono Pillay presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato e Israele.
Nello svolgere questo incarico, Pillay dovette affrontare anche accuse di antisemitismo da parte di suoi critici. Le contestazioni riguardavano alcune sue dichiarazioni su Israele e sui territori palestinesi occupati.
Secondo le conclusioni della Commissione, le autorità e le forze di sicurezza israeliane avevano commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla relativa Convenzione internazionale. Israele ha respinto le accuse.
Il rapporto rappresenta una conclusione investigativa della Commissione ONU, non una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia.
Anche questo lavoro contribuisce a spiegare il significato del Nobel per la Pace 2026: riconoscere l’impegno di Navi Pillay per una giustizia internazionale che non si arresti davanti agli interessi delle grandi potenze.
La Corte penale internazionale aveva intanto emesso mandati di arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. I provvedimenti riguardavano presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel contesto del conflitto a Gaza.
Ai mandati di arresto, tuttavia, non ha fatto seguito l’arresto dei destinatari.
Anzi, l’amministrazione Trump ha adottato sanzioni contro procuratori e giudici della Corte, fino a colpire l’istituzione stessa.
Né gli Stati Uniti né Israele aderiscono allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della CPI.
Il contrasto tra le istituzioni della giustizia internazionale e la politica delle grandi potenze emerge così in tutta la sua evidenza. Un contrasto che il Nobel per la Pace 2026 contribuisce a riportare al centro del dibattito internazionale.
Un Nobel per la pace politico
Secondo la motivazione illustrata dal presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jørgen Watne Frydnes, il riconoscimento premia il coraggio e l’integrità con cui Pillay ha contribuito a rafforzare l’ordine giuridico internazionale.
Il Premio Nobel per la Pace a Pillay ha dunque il sapore di un riconoscimento alla carriera e all’impegno della giurista sudafricana, già giudice della Corte penale internazionale e impegnata anche presso la Corte internazionale di giustizia.
Un riconoscimento, in particolare, per la sua continua battaglia contro ogni forma di apartheid e per il perseguimento dei responsabili dei genocidi. Una battaglia che Pillay ha sempre condotto nell’alveo del diritto internazionale.
“Se applaudite un po’ più forte, condividerò il premio con Trump”. Con questa battuta Pillay ha commentato la notizia del Nobel, un annuncio che inizialmente pensava fosse uno scherzo.
La notizia le è arrivata nel luogo forse più iconico del diritto internazionale: Norimberga, dove Pillay stava partecipando a un forum.
Proprio a Norimberga si celebrò il processo contro i vertici del nazismo. Quel processo gettò le basi della moderna giustizia penale internazionale.
Ai giornalisti Pillay ha ricordato l’importanza dei diritti umani. Ha inoltre rivendicato il suo ultimo lavoro: il rapporto su Gaza, con il quale la Commissione d’inchiesta ha concluso che Israele ha commesso atti di genocidio.
Frydnes ha presentato il riconoscimento come un sostegno al diritto internazionale, alle sue istituzioni e a quanti operano per rafforzarle. Un sostegno rivolto a Navi Pillay, ma non soltanto a lei.
Il Nobel a Navi Pillay e il futuro del diritto internazionale
La scelta del Nobel per la Pace 2026 ricade dunque su Pillay in un preciso momento storico.
Proliferano i focolai di guerra permanenti. I valori del diritto internazionale subiscono continue pressioni e le istituzioni multilaterali affrontano crescenti contestazioni.
In questo scenario, Pillay va a incarnare una precisa idea di sistema internazionale. Un sistema basato sul rispetto di regole giuridiche condivise, sulla tutela degli individui e sull’autodeterminazione dei popoli.
Un Nobel che chiama il mondo a scegliere
Il Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay assume così un significato che va ben oltre il riconoscimento individuale. È una sfida politica a Trump, Netanyahu e Putin, ma soprattutto all’idea che la forza militare, il potere economico e le alleanze strategiche possano prevalere sulle regole del diritto internazionale.
Putin e Netanyahu sono destinatari di mandati di arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini commessi rispettivamente nel contesto della guerra in Ucraina e del conflitto a Gaza. Donald Trump, invece, ha scelto di colpire la Corte attraverso le sanzioni, contestandone la giurisdizione e ostacolandone l’attività.
Tre situazioni giuridicamente differenti che sollevano, tuttavia, una medesima questione politica: chi ha il potere di giudicare i potenti?
Il premio a Pillay pone questa domanda anche ai governi del resto del mondo. In particolare, agli Stati europei che hanno costruito la propria identità internazionale sulla difesa della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto.
Non si tratta soltanto di condannare le violazioni commesse dagli avversari geopolitici. Si tratta di stabilire se gli stessi principi debbano essere applicati anche agli alleati, quando le decisioni della giustizia internazionale entrano in conflitto con gli interessi politici e strategici.
La scelta degli Stati: difendere la Corte o ostacolarla?
Il Nobel non impone formalmente agli Stati di schierarsi. Ma la crisi della Corte penale internazionale rende sempre più difficile sottrarsi alla questione. Difenderne l’indipendenza, ostacolarne l’operato oppure rimanere in silenzio sono scelte che contribuiscono a definire il futuro dell’ordine internazionale.
Ed è proprio qui che il riconoscimento a Navi Pillay acquista il suo significato più profondo.
Il mondo è chiamato a decidere se difendere un diritto internazionale capace di limitare anche il potere dei più forti, oppure accettare un ordine nel quale siano ancora una volta i più forti a stabilire le regole.
Perché, se la giustizia internazionale può essere applicata soltanto ai deboli e ai nemici, mentre i potenti e i loro alleati riescono a sottrarsi al suo giudizio, che cosa resta dell’universalità del diritto?
FAQ
Perché Navi Pillay ha ricevuto il Nobel per la Pace 2026?
Navi Pillay ha ricevuto il Nobel per la Pace 2026 per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica ai tribunali internazionali, la sua carriera rappresenta un contributo alla giustizia e alla tutela delle vittime dei crimini più gravi.
Perché il Nobel a Navi Pillay rappresenta una sfida a Trump, Netanyahu e Putin?
Il riconoscimento richiama l’importanza della giustizia internazionale proprio mentre Putin e Netanyahu sono destinatari di mandati di arresto della Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump, invece, ha imposto sanzioni contro la Corte. Le tre situazioni sono giuridicamente differenti, ma sollevano il problema dei limiti del potere politico.
Qual è il ruolo della Corte penale internazionale nei conflitti in Ucraina e a Gaza?
La Corte penale internazionale indaga e giudica persone accusate di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, alle condizioni previste dal suo Statuto, crimine di aggressione. Ha emesso mandati di arresto contro Vladimir Putin per presunti crimini legati al trasferimento di bambini ucraini e contro Benjamin Netanyahu per presunti crimini commessi nel conflitto a Gaza.
Il Nobel per la Pace 2026 obbliga gli Stati a schierarsi a favore della Corte penale internazionale?
No. Il Nobel non impone obblighi giuridici agli Stati. Tuttavia, il riconoscimento a Navi Pillay richiama l’attenzione sull’indipendenza della giustizia internazionale. I Paesi aderenti allo Statuto di Roma hanno specifici obblighi di cooperazione con la Corte, mentre tutti i governi possono assumere posizioni politiche sul suo ruolo e sulle sanzioni che ne ostacolano l’attività.
Il paesaggio e la vita quotidiana nel Sahel. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.
Punti chiave
Le sfide contemporanee del Sahel nascono da una storia complessa e da processi di islamizzazione e colonialismo.
Il colonialismo europeo ha interrotto lo sviluppo della regione, lasciando confini che perpetuano conflitti interni.
I movimenti secessionisti, come quello dei Tuareg, e l’emergere del jihadismo hanno destabilizzato il Sahel.
I regimi militari di Mali, Burkina Faso e Niger stanno cercando nuove soluzioni di sicurezza attraverso l’Alliance des Étates du Sahel.
La situazione rimane fluida, con sfide significative alla democrazia e continui attacchi jihadisti.
Le sfide contemporanee del Sahel affondano le radici nella storia della regione. Per secoli, il Sahel è stata terra dell’Umma. Il termine, di origine araba, significa sponda. I mercanti arabi la battezzarono così perché rappresentava l’altra riva di quell’enorme mare di sabbia che è il Sahara.
Le sfide contemporanee del Sahel: le radici storiche e l’Islam
La storia dell’Islam nel Sahel racconta di sincretismi e di scontri.
Il processo di islamizzazione fu lento. I monarchi di regni estesi e multietnici spesso usarono il messaggio universalistico dell’Islam come fonte di legittimità. Era un’arma politica per consolidare il potere durante i momenti di sconvolgimenti sociali. Quando, ad esempio, agli inizi del secolo XIX, la Gran Bretagna mise fuori legge la tratta atlantica degli schiavi, il Sahel fu attraversato da una serie di jihad della spada per istituire nuove entità statali e governare i cambiamenti. Basti pensare all’Impero del Macina, tra il Senegal orientale e la parte settentrionale della Guinea, e al Califfato di Sokoto tra il nord della Nigeria e il sud del Niger.
Colonialismo e decolonizzazione nel Sahel
Ma lo sviluppo storico endogeno della regione fu bruscamente interrotto dal colonialismo europeo. In particolare la Francia e la Gran Bretagna sconvolsero gli equilibri già molto precari della regione, imponendo un’amministrazione coloniale. Dal canto suo il governo di Parigi impose il modello coloniale dell’assimilazione, importando la cultura europea, mentre la Gran Bretagna, fautrice dell’indirect rule, conservò i governanti musulmani, i quali però si vedevano depotenziati e privati della loro autentica legittimità.
Nonostante il colonialismo l’Islam continuò a circolare tra i villaggi e sotto la sabbia del deserto. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli imperi coloniali tradizionali erano in declino. Il nuovo equilibrio mondiale era retto dal bipolarismo tra due blocchi contrapposti: da una parte, gli USA e dall’altra l’URSS.
Entrambe facevano pressioni, affinché le decadute potenze europee smantellassero i loro imperi coloniali. Dalla decolonizzazione nacquero i nuovi Stati indipendenti del continente africano. Nel 1960, anno che è passato alla storia come l’anno dell’Africa, videro la luce tra gli altri anche gli Stati della Mauritania, del Mali, del Burkina Faso (allora chiamato Alto Volta), del Niger e del Ciad. Insomma, quegli Stati che oggi compongono, dal punto di vista politico, il Sahel.
Stati indipendenti e confini coloniali: le sfide del Sahel
Tutto bene? Non proprio, perché queste neonate formazioni statali conservarono i confini coloniali e, quindi, in un certo senso perpetuarono gli interessi europei. Così negli stessi Stati convivevano etnie diverse e religioni diverse.
Sarebbe un grave errore credere che la decolonizzazione permise agli africani di riappropriarsi del proprio percorso di sviluppo storico. Quello oramai era stato spazzato via dal colonialismo. Si trattava di ricominciare daccapo, dovendo adoperare gli strumenti dello Stato-nazione, cioè di una creatura tutta europea, delimitata da confini che le popolazioni di fatto non riconoscevano oppure non comprendevano. Il concetto di confini è un concetto alquanto aleatorio in mezzo al deserto.
Riprendendo un’espressione di René Dumont, economista francese, «l’Africa è partita male». E in effetti, i disguidi politico sociali si fecero subito sentire.
Tuareg e movimenti secessionisti nel Sahel
I piani sviluppisti, fossero capitalistici oppure socialistici, non raggiunsero l’auspicato balzo verso la modernità. In diversi stati le forze centrifughe, alimentate da un atavico richiamo etnico e clanico, si concentrarono in movimenti secessionisti. Uno dei più importanti per la regione che stiamo osservando è rappresentato dal movimento secessionista dei Tuareg.
Proprio i Tuareg, popolazione nomade del deserto del Sahara, riconoscibili per il loro abbigliamento blu, considerati una sorta di aristocrazia del deserto, sono considerati come una spina nel fianco nella stabilità della regione.
Le sfide contemporanee del Sahel tra jihadismo e colpi di Stato
Il movimento nazionale per la liberazione dell’Azawed, legato anche a cellule di Al-Qaida, scuote il nord del Mali dal 2012. Molti osservatori ritengono che la caduta del regime di Gheddafi abbia liberato numerose cellule jihadiste, tra cui il movimento secessionista Tuareg. Dunque, movimenti secessionisti, revival del fondamentalismo islamico legati a reti terroristiche internazionali hanno minato i legittimi governi del Mali, del Burkina Faso e del Niger. Questi tre paesi negli ultimi anni sono stati scenari di profondi cambiamenti e trasformazioni e, molto spesso, sono finiti sulle pagine della cronaca internazionale. Il motivo è molto semplice: un’ondata di colpi di Stato ha scacciato i governanti civili e favorito l’instaurazione di regimi militari. Ad oggi, mentre parliamo, Mali, Burkina Faso e Niger sono governati da governi militari, rispettivamente dal colonnello Goita, da Ibrahim Traore e da Abdhourameni Tchani.
Quest’aumento dei colpi di Stato in paesi che sembravano avviarsi dopo gli anni Novanta – soprattutto il Mali e il Niger – non devono meravigliare più di tanto, almeno per due ordini di motivi. Il primo è che si tratta di Stati fragili sotto l’attacco continuo di forze estremiste e jihadiste. Le missioni francesi che si sono succedute negli ultimi dieci anni non sono stato in grado di garantire l’affermazione dello Stato, quindi, è normale che lo Stato si sia difeso delegando il potere all’esercito, unico strumento di difesa della integrità territoriale. Il secondo motivo, invece, affonda le sue radici in una pagina della storia contemporanea dell’Africa e della regione del Sahel, ossia che i colpi di Stato non sono proprio una novità.
Dagli anni Sessanta ad oggi, soprattutto nella regione Saheliana, i governi militari e la deposizione di governanti civili da parte delle giunte si sono succedute con una certa regolarità. Eppure, oggi, stiamo assistendo a qualcosa di nuovo nel Sahel.
L’Alleanza degli Stati del Sahel e il nuovo equilibrio mondiale
Il Sahel, infatti, rappresenta il più importante e vivace laboratorio politico di questo mondo alla ricerca spasmodica di un diverso equilibrio mondiale. Nella regione semi-desertica a sud del deserto del Sahara, i tre regimi militari del Mali, del Niger e del Burkina Faso hanno costituito una nuova piattaforma regionale, l’Alliance des Étates du Sahel (AES). Istituita con la Carta di Liptako-Gourma nel 2023 per la creazione di una forza militare congiunta tra i tre paesi fondatori, ha lo scopo di difendere la sicurezza nazionale dalla minaccia jihadista. Questi regimi militari appaiono come uno strano ibrido, difficile da incastrare nelle polverose categorie accademiche occidentali.
Regimi militari e ricerca di autonomia nel Sahel
Potrebbero essere definiti come un ossimoro, poiché sono insieme conservatori e riformisti. Sono conservatori/riformisti. Conservatori perché sono saliti al potere con l’intenzione di mantenere lo Stato davanti agli attacchi terroristici delle milizie jihadiste e secessioniste. D’altro canto, non va escluso del tutto il loro ansito riformista. Infatti, Goita, Traoré e Tchani, espulsi dell’ECOWAS, hanno fondato una propria organizzazione sovrannazionale e regionale. L’Alliance des Étates du Sahel. Animati da un forte spirito panafricanista, multipolare e anti-francese (più che anti-occidentale) stanno cercando di ricostruire il tessuto sociale dei rispettivi paesi, interpretando una richiesta di autonomi e indipendenza maggiore dalle intromissioni francesi.
Le sfide contemporanee del Sahel e le prospettive democratiche
Al momento, però, gli attacchi jihadisti non rallentano ma ogni tanto tornano a rivendicare conquiste territoriali importanti. Dunque, sembra che non possano rappresentare il viatico per una via più democratica, perché le contingenze non lo permettono del tutto. È una grande sfida quella che si sta giocando nel Sahel. A noi che osserviamo la complessità delle vicende, non resta altro che attendere nuovi sviluppi e analizzare dati più certi.
Faq
Quali sono le sfide contemporanee del Sahel?
Le principali sfide riguardano la fragilità degli Stati, la violenza jihadista, le tensioni territoriali e l’instabilità politica. A queste si aggiunge la ricerca di maggiore autonomia nei rapporti con le potenze straniere.
Quale ruolo ha avuto il colonialismo nel Sahel?
Il colonialismo europeo ha trasformato gli equilibri politici e sociali della regione. Dopo l’indipendenza, i nuovi Stati hanno mantenuto i confini coloniali, affrontando la difficoltà di integrare popolazioni diverse e consolidare le proprie istituzioni.
Che cos’è l’Alleanza degli Stati del Sahel?
L’Alleanza degli Stati del Sahel, conosciuta con la sigla AES, riunisce Mali, Burkina Faso e Niger. È nata nel 2023 come patto di difesa reciproca, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione nella sicurezza e tutelare la sovranità dei paesi membri.
Perché sicurezza e democrazia sono centrali per il futuro del Sahel?
Contrastare la violenza e proteggere la popolazione sono esigenze fondamentali. La stabilità duratura richiede però anche istituzioni responsabili, partecipazione politica e tutela dei diritti: il controllo militare, da solo, non garantisce un percorso democratico.
Russia, NATO e Ucraina: dalla fine della Guerra fredda all’allargamento dell’Alleanza verso Est e alla guerra del 2022.
Punti chiave
La guerra in Ucraina ha radici complesse che risalgono alla fine della Guerra fredda e al rapporto tra Russia e allargamento NATO.
L’Europa centrale cercava sicurezza nell’Unione Europea e nella NATO, mentre la Russia attraversava una difficile transizione politica sotto Gorbačëv e El’cin.
L’allargamento della NATO ha generato insicurezza in Russia, accentuando il suo timore di accerchiamento, mentre per i Paesi dell’Europa orientale rappresentava sicurezza contro la Russia.
La crescita della NATO è stata fatta percepire da Mosca come una minaccia, mentre i Paesi ex sovietici la vedevano come una protezione da possibili aggressioni russe.
La mancanza di un accordo chiaro su quale ordine europeo sostituire quello della Guerra fredda ha contribuito alla crisi attuale e alla guerra in Ucraina.
La guerra in Ucraina non nasce il 24 febbraio 2022. Per comprenderne le radici bisogna ricostruire il rapporto tra Russia e allargamento NATO e tornare alla fine della Guerra fredda, quando la caduta del Muro di Berlino sembrò aprire la possibilità di costruire un ordine europeo completamente nuovo.
In quel momento non era ancora scritto quale Europa sarebbe nata.
L’Unione Sovietica di Michail Gorbačëv stava rinunciando alla contrapposizione che aveva diviso il continente. La Germania si avviava verso la riunificazione. Il Patto di Varsavia sarebbe presto scomparso. Pochi mesi dopo sarebbe scomparsa anche l’URSS.
Trent’anni più tardi, invece, la Russia e l’Occidente sarebbero tornati a considerarsi avversari e la guerra sarebbe nuovamente esplosa nel cuore dell’Europa.
Come si arrivò da un’estremità all’altra?
La risposta non può essere ridotta a una sola causa.
Non basta l’allargamento della NATO. Vladimir Putin, da solo, non spiega questa trasformazione. Né sono sufficienti l’Ucraina, l’energia o la progressiva crisi dei rapporti tra Russia e Stati Uniti.
Due trasformazioni dopo il 1989
Per comprendere questa storia occorre seguire contemporaneamente due trasformazioni.
Da una parte l’Europa centro-orientale, uscita dal dominio sovietico, cercava nell’Unione europea e nella NATO prosperità, appartenenza occidentale e soprattutto sicurezza. È uno dei processi che abbiamo ricostruito nel dossier di PoliticaMagazine Europa dopo il 1989: economia, NATO e ritorno della geopolitica.
Dall’altra la Russia passava dall’apertura di Gorbačëv alla difficile transizione di Boris El’cin e infine alla concezione dello Stato, della sovranità e della potenza incarnata da Vladimir Putin.
Tra queste due traiettorie si collocò per molti anni la Germania di Angela Merkel, convinta che dialogo, commercio e interdipendenza potessero continuare a legare la Russia all’Europa anche quando la distanza politica diventava sempre maggiore.
È dall’incontro — e poi dallo scontro — tra queste due traiettorie che emerge uno dei grandi problemi geopolitici dell’Europa contemporanea: il rapporto tra Russia e allargamento NATO e quella che a Mosca sarebbe stata progressivamente rappresentata come la paura dell’accerchiamento.
1989
Cade il Muro di Berlino
Gorbačëv e l’Europa che sembrava possibile
Nel 1989 Michail Gorbačëv non immaginava necessariamente un’Europa nella quale la Russia sarebbe rimasta separata dall’Occidente da una nuova linea di divisione.
La sua idea della “casa comune europea” presupponeva piuttosto il progressivo superamento della logica dei blocchi.
Era una visione profondamente legata alla perestrojka e alla convinzione che l’Unione Sovietica potesse modernizzarsi riducendo la contrapposizione militare con l’Occidente.
La caduta del Muro sembrò confermare questa possibilità.
Ma proprio allora si aprì la questione che avrebbe attraversato i decenni successivi: quale sistema di sicurezza avrebbe sostituito quello della Guerra fredda?
La NATO sarebbe sopravvissuta?
Si sarebbe trasformata?
Sarebbe nata una struttura paneuropea nella quale anche Mosca avrebbe trovato una collocazione stabile?
Oppure l’Alleanza Atlantica, sopravvissuta al Patto di Varsavia, si sarebbe progressivamente allargata verso Est?
Nel 1989 nessuna di queste possibilità era ancora inevitabile.
1990
La riunificazione tedesca e le rassicurazioni a Mosca
Russia e allargamento NATO: che cosa fu promesso davvero a Gorbačëv?
Questo è uno dei passaggi più controversi dell’intera storia.
Durante i negoziati sulla riunificazione tedesca, esponenti occidentali formularono ai dirigenti sovietici diverse rassicurazioni politiche sulle conseguenze strategiche dell’unificazione della Germania.
Il 9 febbraio 1990 il segretario di Stato americano James Baker discusse con Gorbačëv l’ipotesi di una Germania riunificata nella NATO, utilizzando la celebre formula “one inch eastward”.
Rassicurazioni diplomatiche e obblighi giuridici
non sono la stessa cosa.
Rassicurazioni politiche
James Baker
9 febbraio 1990
“one inch eastward”
Dialogo sulla sicurezza europea
≠
non equivale a
Obblighi giuridici
Trattato Due più Quattro
12 settembre 1990
Nessun divieto generale all’allargamento NATO
Rassicurazione politica
≠
Obbligo giuridico
Il nodo storico è la distanza tra
aspettative politiche
e impegni formalizzati nei trattati.
Allargamento della NATO: rassicurazioni politiche e obblighi giuridici
È però necessario distinguere due piani.
Le rassicurazioni politiche e le aspettative diplomatiche non equivalgono a un trattato internazionale che vietasse per sempre l’allargamento della NATO all’Europa orientale.
Il trattato “Due più Quattro” del 12 settembre 1990 regolò la riunificazione tedesca e importanti questioni militari riguardanti soprattutto il territorio dell’ex Germania Est. Il testo del trattato depositato presso le Nazioni Unite consente di distinguere ciò che venne formalmente sottoscritto dalle più ampie discussioni politiche di quei mesi.
Il trattato non attribuì all’Unione Sovietica — e successivamente alla Russia — un diritto permanente di veto sull’eventuale ingresso nella NATO di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia o degli altri Stati dell’Europa orientale.
È quindi possibile sostenere contemporaneamente due cose senza contraddirsi.
Mosca può sostenere di aver ricevuto assicurazioni politiche durante la fine della Guerra fredda; non esiste però un trattato del 1990 che attribuisse alla Russia un diritto di veto permanente sull’adesione alla NATO dei Paesi dell’Europa orientale.
Questa distinzione tra aspettative politiche e obblighi giuridici è essenziale per comprendere il successivo confronto tra Russia e allargamento NATO.
1991
Scompare l’Unione Sovietica
La Russia dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica
Nel dicembre 1991 scomparve l’URSS.
Per l’Occidente fu soprattutto la conclusione della Guerra fredda.
Per molti russi l’esperienza fu molto più complessa.
Scompariva uno Stato che, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, era stato una delle due superpotenze mondiali. Milioni di cittadini sovietici si ritrovarono improvvisamente fuori dai confini della Federazione Russa.
La Russia perse territori, popolazione, profondità strategica, influenza politica e una parte enorme della capacità di condizionare gli equilibri europei.
Gorbačëv, celebrato in larga parte dell’Occidente come l’uomo che aveva contribuito pacificamente alla conclusione della Guerra fredda, sarebbe rimasto una figura molto più controversa in Russia.
La memoria collettiva russa avrebbe associato gli anni della dissoluzione sovietica non soltanto alla libertà, ma anche alla perdita dello status di grande potenza.
El’cin, la Russia e la debolezza dello Stato
Boris El’cin cercò di trasformare rapidamente la Russia sovietica in una democrazia di mercato inserita nell’ordine economico e politico occidentale.
La trasformazione fu però traumatica.
Privatizzazioni rapidissime, concentrazione della ricchezza, ascesa degli oligarchi, inflazione, impoverimento di una parte della popolazione, crisi istituzionali, guerra in Cecenia e infine il collasso finanziario del 1998 contribuirono a identificare gli anni Novanta, nella memoria di molti russi, con la debolezza dello Stato.
Anche l’immagine pubblica di El’cin contribuì alla percezione di uno Stato indebolito. I suoi problemi con l’alcol furono documentati anche da testimoni occidentali e alcuni episodi pubblici divennero simbolicamente associati alla fragilità della Russia degli anni Novanta.
Ma ridurre la crisi russa all’alcolismo del presidente sarebbe fuorviante: le cause erano economiche, istituzionali, sociali e geopolitiche molto più profonde.
Ed è proprio in questo contesto che maturò la domanda politica alla quale Putin avrebbe successivamente dato una risposta:
come restituire autorità allo Stato russo?
1997
NATO e Russia firmano il Founding Act
Russia e NATO: quando non si consideravano avversarie
La rottura tra Russia e Occidente non era ancora inevitabile.
Il documento contiene un’affermazione che, letta oggi, assume un significato particolare: NATO e Russia dichiaravano di non considerarsi avversarie.
1997
NATO e Russia: il tentativo di costruire una sicurezza condivisa
Il Founding Act cercò di trasformare il rapporto
tra l’Alleanza Atlantica e Mosca da contrapposizione
a consultazione e cooperazione.
NATO
Alleanza Atlantica
27 maggio 1997
NATO–Russia
Founding Act
Atto fondatore sulle relazioni,
la cooperazione e la sicurezza reciproche
RUSSIA
Federazione Russa
NATO e Russia dichiaravano di
non considerarsi avversarie.
Sovranità
Rispetto dell’indipendenza degli Stati
Sicurezza
Stabilità dell’area euro-atlantica
Consultazione
Dialogo sulle questioni di sicurezza
Cooperazione
Meccanismi di collaborazione
Cooperazione
≠
Diritto di veto
Il Founding Act costruiva strumenti di
consultazione e cooperazione,
ma non attribuiva alla Russia un potere di veto
sulle decisioni della NATO.
Il significato del 1997
Per un momento, l’architettura europea sembrò poter
comprendere contemporaneamente
NATO e Russia all’interno di un rapporto
strutturato di cooperazione.
Gli sviluppi successivi avrebbero progressivamente
incrinato questa prospettiva.
Il Founding Act mostra quanto fosse ancora aperta, alla fine degli anni Novanta, la definizione del nuovo ordine europeo. Cooperazione tra NATO e Russia e progressivo allargamento dell’Alleanza verso Est convivevano all’interno dello stesso quadro politico.
Quell’equilibrio, tuttavia, sarebbe diventato sempre più difficile da mantenere.
1999
La NATO si allarga a Est
L’allargamento della NATO a Est e l’arrivo di Putin
Il 12 marzo 1999 Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria entrarono nella NATO.
Erano tre Paesi appartenuti al sistema strategico sovietico e al Patto di Varsavia.
Per Varsavia, Praga e Budapest l’adesione significava il definitivo ricongiungimento politico e militare con l’Occidente.
Per Mosca il significato poteva apparire opposto: l’Alleanza nata per contenere l’Unione Sovietica continuava a esistere e si avvicinava progressivamente allo spazio che fino a pochi anni prima apparteneva al sistema strategico sovietico.
Con Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, l’allargamento della NATO verso Est smise di essere un’ipotesi e divenne una realtà geopolitica.
Nello stesso anno un personaggio ancora poco conosciuto fuori dalla Russia diventava primo ministro:
Vladimir Putin.
Putin e la Russia: perché El’cin lo scelse
Putin non fu semplicemente “scelto dai russi perché era stato nel KGB”.
La sua ascesa fu molto più complessa.
Aveva servito nel KGB e trascorso alcuni anni a Dresda, nella Germania orientale. Dopo la dissoluzione sovietica entrò nell’amministrazione di San Pietroburgo, quindi raggiunse Mosca e salì rapidamente ai vertici dello Stato.
Nel 1998 divenne direttore dell’FSB.
Nell’agosto 1999 El’cin lo nominò primo ministro e lo indicò pubblicamente come possibile successore.
Il 31 dicembre 1999 El’cin si dimise e Putin divenne presidente ad interim.
Nel marzo 2000 vinse le elezioni presidenziali.
2000
Putin diventa presidente della Russia
Putin, la Russia e il ritorno dello Stato
Questo è probabilmente il passaggio politico fondamentale.
Putin non offrì ai russi il ritorno al comunismo. Offrì il ritorno dello Stato.
Alla frammentazione contrappose la centralizzazione.
La debolezza del potere federale lasciò spazio a quella che sarebbe stata definita la “verticale del potere”.
Il primato del Cremlino ridimensionò la capacità degli oligarchi di condizionare lo Stato.
Sul piano internazionale, alla perdita di influenza contrappose il recupero della sovranità e dello status di grande potenza.
Non si trattava semplicemente di restaurare l’Unione Sovietica.
Il progetto politico di Putin combinava centralizzazione del potere, sovranità, nazionalismo statale, memoria storica e recupero della capacità russa di condizionare lo spazio ex sovietico.
Nella visione progressivamente maturata dal Cremlino, l’espansione della NATO a Est diventò uno dei simboli della perdita di influenza e di profondità strategica subita dalla Russia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
2004
La NATO arriva ai Paesi baltici
Russia e allargamento NATO: l’insicurezza percepita da Mosca
Nel 2004 si verificò il più grande allargamento nella storia della NATO.
Entrarono Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania. La cronologia ufficiale dei Paesi membri della NATO permette di seguire le successive fasi dell’espansione dell’Alleanza.
Per Estonia, Lettonia e Lituania il significato era particolarmente importante: erano state repubbliche dell’Unione Sovietica e vedevano l’ingresso nell’Alleanza come una garanzia contro un possibile ritorno della pressione russa.
È qui che il rapporto tra Russia e allargamento NATO entra in una fase ancora più delicata.
Russia e NATO nel dilemma della sicurezza
Qui emerge in tutta la sua evidenza il dilemma della sicurezza.
La Polonia e le repubbliche baltiche leggevano la propria storia attraverso le occupazioni, le spartizioni, la dominazione sovietica e il timore che la Russia potesse tornare a esercitare la propria influenza.
Mosca osservava invece una struttura militare nata durante la Guerra fredda avanzare progressivamente verso i propri confini.
La stessa trasformazione produceva quindi due interpretazioni opposte della sicurezza europea.
Il rapporto tra Russia e NATO può essere letto anche
attraverso un classico meccanismo geopolitico:
ciò che aumenta la sicurezza di una parte può
aumentare la percezione di insicurezza dell’altra.
Geopolitica
DILEMMA
DELLA
SICUREZZA
La sicurezza dell’uno può aumentare
l’insicurezza percepita dall’altro.
1
L’Est teme la Russia
Polonia, Baltici e altri Paesi dell’Europa
orientale cercano garanzie contro un possibile
ritorno della potenza russa.
2
Cerca protezione nella NATO
L’adesione all’Alleanza viene interpretata
come garanzia di sicurezza e deterrenza.
3
Mosca percepisce una minaccia
L’avanzamento dell’Alleanza verso Est viene
interpretato dal Cremlino come riduzione
della propria profondità strategica.
4
Aumenta la pressione russa
Mosca reagisce cercando di difendere
influenza, profondità strategica
e interessi di sicurezza.
5
Cresce la domanda di NATO
La pressione russa rafforza nei Paesi vicini
la convinzione che siano necessarie maggiori
garanzie occidentali.
Il paradosso:
ogni misura adottata da una parte per aumentare
la propria sicurezza può essere interpretata
dall’altra come una nuova minaccia, alimentando
una nuova richiesta di sicurezza.
Il dilemma della sicurezza descrive un meccanismo
di percezioni e reazioni reciproche: spiega
l’escalation strategica, ma non attribuisce automaticamente
la stessa responsabilità politica o giuridica alle parti.
2007
Il discorso di Monaco
Putin, la Russia e l’allargamento NATO
Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin rese pubblica in maniera particolarmente netta la critica russa all’ordine internazionale post-Guerra fredda.
Contestò l’unilateralismo, il predominio americano e l’espansione delle strutture militari occidentali.
Il discorso di Monaco non rappresentò l’inizio improvviso di una nuova politica.
Fu piuttosto la dichiarazione pubblica di un cambiamento già maturato.
La Russia di Putin non accettava più l’idea di adattarsi passivamente a un ordine europeo costruito prevalentemente dall’Occidente.
Il rapporto tra Russia e allargamento NATO diventava così parte di una contestazione molto più ampia dell’assetto internazionale nato dopo il 1991.
2008
Bucarest e la guerra in Georgia
Russia e NATO: Ucraina, Georgia e il vertice di Bucarest
Il vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008 rappresentò un altro momento decisivo.
Ucraina e Georgia non entrarono nella NATO e non ottennero immediatamente il Membership Action Plan.
Dal punto di vista occidentale si ribadiva il principio secondo cui uno Stato sovrano deve poter scegliere autonomamente le proprie alleanze.
Dal punto di vista del Cremlino, la prospettiva dell’allargamento della NATO si spostava verso due Paesi considerati strategicamente molto più sensibili.
Pochi mesi dopo, nell’agosto 2008, scoppiò la guerra tra Russia e Georgia.
Russia e allargamento NATO: perché l’Ucraina è diversa
Per Mosca l’Ucraina non è mai stata soltanto un altro Paese dell’Europa orientale.
Geografia, storia, economia, Mar Nero, Crimea, industria, infrastrutture energetiche, legami familiari e memoria dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica attribuiscono all’Ucraina un peso particolare nella visione strategica russa.
Questo aiuta a comprendere perché l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO sia stato percepito dal Cremlino in maniera diversa rispetto agli allargamenti precedenti.
Ma comprendere una percezione strategica non significa riconoscere un diritto politico o giuridico.
L’Ucraina è uno Stato sovrano.
E il Founding Act del 1997, sottoscritto dalla stessa Russia, riconosceva il principio della sovranità, dell’integrità territoriale e del diritto degli Stati di scegliere i mezzi con cui garantire la propria sicurezza.
Questa distinzione deve rimanere centrale in qualsiasi analisi del rapporto tra Russia e allargamento NATO.
2008–2014
Dalla guerra in Georgia alla Crimea e al Donbas
Russia, NATO e Ucraina: dalla Georgia alla Crimea
Dopo la guerra in Georgia del 2008, la distanza strategica tra Russia e Occidente continuò a crescere, anche se cooperazione, commercio e dialogo non scomparvero.
La vera frattura arrivò nel 2014.
La crisi politica ucraina, la caduta di Viktor Janukovyč, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbas trasformarono profondamente il rapporto tra Mosca e l’Occidente.
Da quel momento la possibilità di mantenere contemporaneamente integrazione economica e crescente rivalità geopolitica diventò sempre più difficile.
La guerra tornava inoltre ad avere un costo umano diretto. PoliticaMagazine ha affrontato questo aspetto anche raccontando le vittime innocenti della guerra in Ucraina.
Merkel, Putin e i rapporti tra Russia e NATO
Merkel e Putin: due lezioni del 1989
Angela Merkel e Vladimir Putin rappresentano quasi
due interpretazioni opposte dello stesso 1989.
Entrambi conoscevano direttamente la Germania orientale,
ma dalle esperienze dell’Europa divisa sembrano aver
tratto conclusioni profondamente diverse.
Due visioni
1989
La fine dell’Europa divisa
Angela Merkel
Cresciuta nella Germania Est (RDT) · conosceva il russo
↗
Il 1989 come apertura
La fine della divisione europea apre
la strada a istituzioni comuni,
mercato e cooperazione.
La lezione politica
Superare le divisioni attraverso l’integrazione
Per Merkel, il superamento della divisione europea
dimostrava la forza dell’integrazione,
delle istituzioni, del
mercato e della
cooperazione.
↓
Il percorso
Apertura
Integrazione
Interdipendenza
Cooperazione
Vladimir Putin
Ufficiale del KGB a Dresda · conosceva il tedesco
↓
Il 1989 come dissoluzione
La crisi dell’ordine sovietico mostra
il costo della dissoluzione e
dell’indebolimento dello Stato.
La lezione politica
La debolezza dello Stato ha un costo geopolitico
Per Putin, la dissoluzione sovietica mostrava anche
che la debolezza dello Stato poteva
significare perdita di territorio,
influenza,
sicurezza e
status internazionale.
↓
Il percorso
Dissoluzione
Stato
Sovranità
Potenza
Merkel
1989 → superare i confini della Guerra fredda
attraverso integrazione e interdipendenza.
Putin
1989 → comprendere il costo strategico
della debolezza dello Stato.
Due biografie legate alla stessa Europa divisa.
Lo stesso 1989 produsse due diverse
concezioni dell’ordine europeo.
Merkel e Putin: rispetto politico senza fiducia
Sarebbe sbagliato parlare semplicemente di amicizia tra Merkel e Putin.
È più corretto parlare di conoscenza reciproca e rispetto politico, accompagnati da divergenze sempre più profonde.
Merkel conosceva bene la visione di Putin e Putin aveva davanti una cancelliera che conosceva personalmente il mondo dell’Europa orientale e che avrebbe guidato la Germania per sedici anni.
Dopo la Crimea, Merkel sostenne le sanzioni europee contro Mosca, ma continuò contemporaneamente a mantenere aperti i canali diplomatici.
Era una caratteristica essenziale della sua politica:
deterrenza e dialogo non erano considerati necessariamente incompatibili.
Russia e NATO nella grande scommessa tedesca
La Germania rappresentò più di ogni altro Paese europeo la grande scommessa del continente dopo la Guerra fredda.
L’idea di fondo era che l’interdipendenza economica avrebbe reso la contrapposizione sempre più costosa e quindi sempre meno razionale.
Per anni questa formula sembrò funzionare. Anche quando i rapporti politici peggioravano, gas, commercio, investimenti e rapporti industriali continuavano a legare Germania e Russia.
Ma il problema fondamentale restava irrisolto:
l’interdipendenza economica poteva realmente sostituire un accordo politico sulla sicurezza europea?
La Germania costruì una parte decisiva del proprio
modello post-Guerra fredda sull’integrazione economica:
legare Russia, industria tedesca e mercati
attraverso interessi sempre più interdipendenti.
→
Energia russa
Gas e materie prime alimentano
il sistema produttivo tedesco.
→
Industria tedesca
Produzione, esportazioni
e competitività industriale.
→
Mercato europeo e globale
Le esportazioni collegano
produzione tedesca, Europa
e mercati mondiali.
Interdipendenza
Più forti gli interessi reciproci,
più alto il costo politico
ed economico della rottura.
La base strategica
Sicurezza: NATO e presenza americana
Mentre cresceva l’integrazione economica con Mosca,
la sicurezza tedesca ed europea continuava a poggiare
in larga parte sull’Alleanza Atlantica e sulla
presenza militare degli Stati Uniti.
Commercio
→
Interdipendenza
→
Costi della
rottura
→
?
Pace?
La scommessa era che
l’interdipendenza economica rendesse
la contrapposizione sempre più costosa
e quindi sempre meno razionale.
2022
Il limite della scommessa
L’invasione russa dell’Ucraina mostrò che
l’interdipendenza economica, da sola,
non era sufficiente a sostituire
un accordo politico sulla sicurezza europea.
2021
Merkel lascia la cancelleria
Merkel, Putin e la crisi tra Russia e NATO
Il 20 agosto 2021 Merkel compì una delle sue ultime visite a Mosca da cancelliera.
Discusse con Putin anche dell’Ucraina e insistette sulla necessità di preservare il formato Normandia e continuare il confronto diplomatico.
L’8 dicembre 2021 Merkel lasciò definitivamente la cancelleria e Olaf Scholz divenne cancelliere.
Meno di tre mesi dopo la Russia avrebbe invaso l’Ucraina su vasta scala.
Russia, Putin e NATO dopo l’uscita di Merkel
È legittimo chiedersi quanto l’uscita di scena di Merkel abbia modificato il contesto politico percepito dal Cremlino.
Ma sarebbe scorretto trasformare questa successione temporale in una spiegazione causale.
I preparativi militari russi erano già in corso mentre Merkel era ancora cancelliera.
La domanda più interessante è quindi un’altra:
quanto pesò, nei calcoli del Cremlino, la scomparsa di un interlocutore europeo che Putin conosceva da sedici anni?
Non abbiamo elementi sufficienti per trasformare questa domanda in una certezza storica.
Possiamo però affermare che con Merkel scompariva dalla scena uno dei leader occidentali che conosceva Putin da più tempo e che aveva cercato di mantenere contemporaneamente pressione economica, deterrenza occidentale e canali diplomatici con Mosca.
24 febbraio
2022
La Russia invade l’Ucraina
Russia, NATO e il crollo dell’ordine post-1989
Con l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, crollò definitivamente l’idea che l’interdipendenza economica fosse sufficiente a impedire una grande guerra europea.
La guerra non può essere spiegata esclusivamente attraverso il rapporto tra Russia e allargamento NATO.
Ridurre l’invasione a una sola causa significherebbe ignorare le decisioni del Cremlino, l’evoluzione politica della Russia, la concezione putiniana dell’Ucraina, le trasformazioni dello spazio post-sovietico e il diritto degli Stati dell’Europa orientale a determinare autonomamente le proprie alleanze.
Allo stesso modo, cancellare completamente dalla ricostruzione trent’anni di trasformazioni dell’architettura di sicurezza europea impedirebbe di comprendere come Mosca abbia progressivamente interpretato il nuovo ordine continentale.
Spiegare non significa giustificare.
2023–2024
Finlandia e Svezia entrano nella NATO
Russia e allargamento NATO: il paradosso dell’accerchiamento
Ed è qui che la storia produce uno dei suoi paradossi più significativi.
Putin ha indicato per anni l’avvicinamento della NATO ai confini russi come una minaccia alla sicurezza della Federazione.
Ma l’invasione dell’Ucraina ha prodotto esattamente l’effetto opposto a quello che Mosca dichiarava di voler ottenere.
Finlandia e Svezia, Paesi caratterizzati da una lunga tradizione di non allineamento militare, decisero di chiedere l’ingresso nella NATO dopo l’invasione.
La Finlandia entrò nell’Alleanza il 4 aprile 2023.
Una sequenza di percezioni, decisioni e conseguenze
che ha trasformato la sicurezza europea.
Mosca teme
l’accerchiamento
NATO sempre più vicina
Aumenta la
pressione russa
Sullo spazio ex sovietico
24 febbraio
2022
Invasione dell’Ucraina
Finlandia
+ Svezia
Entrano nella NATO
32
membri NATO
L’Alleanza
si allarga
Il risultato opposto
Il paradosso
La guerra del 2022 ha contribuito a produrre
un ulteriore allargamento della NATO.
Una dinamica che mostra come la ricerca di sicurezza
possa generare conseguenze strategiche opposte
a quelle perseguite.
Accerchiamento NATO: il paradosso strategico
Il paradosso è evidente.
La Russia temeva l’avvicinamento della NATO.
La pressione russa aumentò la percezione della minaccia nei Paesi vicini.
Quella percezione aumentò la domanda di protezione occidentale.
E la guerra contro l’Ucraina contribuì infine a produrre un ulteriore allargamento della NATO.
È la forma quasi perfetta del dilemma della sicurezza:
un’azione intrapresa per aumentare la propria sicurezza può indurre gli altri Stati a reagire, producendo alla fine una situazione percepita come ancora meno sicura.
Russia e NATO: comprendere non significa giustificare
Questo punto è fondamentale.
Ricostruire la percezione russa dell’accerchiamento non significa accettarla come verità oggettiva.
E soprattutto non significa attribuire alla Russia un diritto di veto sulle decisioni degli Stati vicini.
Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e gli altri Paesi dell’Europa centro-orientale non entrarono nella NATO semplicemente perché Washington decise di “spostare” l’Alleanza verso la Russia.
Furono anche quei Paesi a chiedere insistentemente di entrare.
La loro esperienza storica — occupazioni, spartizioni, dominio sovietico e repressione — contribuiva a una percezione della sicurezza diametralmente opposta a quella russa.
Per Mosca, la NATO che avanzava verso Est poteva apparire come una minaccia.
Per Varsavia, Tallinn, Riga o Vilnius, la presenza della NATO rappresentava invece una protezione proprio dalla possibilità che la Russia tornasse a esercitare il proprio potere sulla regione.
Russia e NATO: due paure che si alimentano reciprocamente
Non esiste quindi una sola paura dell’accerchiamento.
Esistono due paure che si alimentano reciprocamente.
La paura russa di perdere profondità strategica.
E la paura dell’Europa orientale di tornare sotto la dominazione russa.
Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti per comprendere l’intera crisi dell’ordine europeo successivo al 1989.
Russia e allargamento NATO: il 2022 comincia molto prima del 2022
La guerra in Ucraina non ha una spiegazione monocausale.
Il 2022 non ha una sola causa
La guerra in Ucraina nasce dall’interazione
di processi storici, politici e strategici.
2022
Guerra
in Ucraina
Dissoluzione
dell’Unione Sovietica
Trauma della
transizione russa
Recupero dello Stato
sotto Putin
Allargamento
euro-atlantico
Paure storiche
dell’Europa orientale
Centralità strategica
dell’Ucraina
Fallimento della sicurezza
europea condivisa
Non una causa,
ma l’interazione di più processi storici e strategici.
È dentro questa storia che va collocato anche il rapporto tra Russia e allargamento NATO.
Per i Paesi dell’Europa orientale, l’espansione dell’Alleanza significava soprattutto sicurezza dopo decenni di dominio sovietico; per Mosca, l’allargamento della NATO verso Est finì invece per rappresentare la progressiva riduzione dello spazio strategico russo.
Russia e NATO da Gorbačëv a Putin
Gorbačëv aveva immaginato che la fine della Guerra fredda potesse aprire una nuova stagione di cooperazione europea.
El’cin cercò di collocare la nuova Russia nell’ordine politico ed economico nato dalla vittoria occidentale.
Putin arrivò progressivamente alla conclusione che la Russia dovesse recuperare sovranità, autorità e potenza per non accettare una posizione subordinata.
I Paesi dell’Europa orientale giungevano contemporaneamente alla conclusione opposta: proprio il ritorno della potenza russa dimostrava quanto fosse stato necessario entrare nella NATO.
Merkel tentò per anni di tenere insieme ciò che stava progressivamente separandosi: deterrenza e dialogo, sanzioni e commercio, NATO e interdipendenza con la Russia.
Alla fine anche quell’equilibrio fallì.
Russia, NATO e la domanda lasciata aperta dal 1989
Forse allora la domanda fondamentale lasciata aperta dal 1989 non è soltanto se l’Occidente abbia saputo gestire la propria vittoria o se la Russia abbia accettato la perdita del proprio impero.
È una domanda ancora precedente:
quale ordine europeo avrebbe dovuto sostituire quello che era appena crollato?
Nel 1997 NATO e Russia dichiaravano ancora di voler costruire insieme un’Europa stabile, pacifica e indivisa.
Undici anni dopo, la NATO dichiarava che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri.
Il 2014 segnò l’arrivo della Crimea.
Nel 2022 seguì l’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Trent’anni dopo la caduta del Muro, quella domanda non aveva ancora trovato una risposta condivisa.
Il Muro era caduto. Ma nessuno aveva realmente concordato quale ordine avrebbe dovuto sostituirlo.
FAQ
Perché la Russia considera l’allargamento della NATO una minaccia?
Mosca considera l’allargamento della NATO verso Est una progressiva riduzione della propria profondità strategica e della propria influenza nello spazio europeo ed ex sovietico. Per molti Paesi dell’Europa orientale, invece, l’ingresso nella NATO rappresenta una garanzia di sicurezza rispetto al possibile ritorno della potenza russa.
La NATO promise a Gorbačëv di non espandersi verso Est?
Durante i negoziati del 1990 sulla riunificazione tedesca furono formulate rassicurazioni politiche sulla futura presenza della NATO. Tuttavia, non venne firmato un trattato che vietasse permanentemente l’allargamento della NATO ai Paesi dell’Europa orientale. La distinzione tra rassicurazioni diplomatiche e obblighi giuridici è essenziale per comprendere la controversia.
Perché Putin cambiò il rapporto tra Russia e Occidente?
Putin interpretò la debolezza della Russia degli anni Novanta come una perdita di sovranità, influenza e status internazionale. Il suo progetto puntò quindi sul rafforzamento dello Stato, sulla centralizzazione del potere e sul recupero del ruolo della Russia come grande potenza. In questo quadro, l’espansione della NATO a Est divenne uno dei principali elementi della contrapposizione con l’Occidente.
L’allargamento della NATO è la causa della guerra in Ucraina?
La guerra in Ucraina non ha una spiegazione monocausale. L’allargamento della NATO è uno degli elementi della crisi tra Russia e Occidente, ma deve essere considerato insieme alla dissoluzione dell’URSS, alla trasformazione politica della Russia, alle paure storiche dell’Europa orientale, alla crescente importanza strategica dell’Ucraina e al fallimento di un sistema di sicurezza europeo condiviso.
Il Dossier
Il dossier
L’Europa dopo il 1989
Un percorso di approfondimento dedicato
alle grandi contraddizioni dell’ordine europeo
nato dopo la Guerra fredda.
Dalla caduta del Muro di Berlino al ritorno della geopolitica: l’Europa dopo il 1989 tra integrazione economica, NATO e nuove divisioni strategiche
Punti chiave
La caduta del Muro di Berlino nel 1989 segnò l’inizio di una nuova era per l’Europa, con la convinzione che la geopolitica fosse finita.
L’integrazione economica dopo la Guerra fredda ha sostituito rivalità statali con cooperazione attraverso l’Unione europea e l’euro.
Tuttavia, l’Europa ha separato economia e geopolitica, portando a tensioni durante eventi come l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Le aspirazioni di sicurezza dei Paesi dell’Est nel contesto della NATO rivelano una diversa percezione della storia rispetto all’Europa occidentale.
Il futuro dell’Europa sarà segnato dalla necessità di integrare capacità strategiche con l’economia per affrontare le sfide geopolitiche attuali.
L’Europa dopo il 1989 pensò che la caduta del Muro di Berlino non segnasse soltanto la fine della divisione della Germania, ma l’inizio di una nuova epoca. Per una parte consistente dell’Occidente sembrava terminare un’intera stagione della storia europea, dominata dalla contrapposizione tra blocchi e dalla logica della potenza.
1989
Cade il Muro di Berlino
Europa dopo il 1989: quando pensammo che la geopolitica fosse finita
La caduta del Muro di Berlino non segnò soltanto la fine della divisione della Germania. Per una parte consistente dell’Occidente rappresentò qualcosa di molto più grande: la convinzione che stesse terminando un’intera epoca della storia europea.
Il blocco sovietico si dissolveva. Due anni più tardi sarebbe scomparsa la stessa Unione Sovietica. La contrapposizione che per quasi mezzo secolo aveva diviso il continente sembrava improvvisamente appartenere al passato.
L’Occidente aveva vinto la Guerra fredda senza uno scontro militare diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il capitalismo sembrava aver prevalso sull’economia pianificata e la democrazia liberale appariva destinata ad allargare progressivamente il proprio spazio.
È in quel clima che Francis Fukuyama pubblicò nel 1989 il celebre saggio The End of History?. La sua tesi sarebbe stata in seguito spesso semplificata. Fukuyama non sosteneva che gli avvenimenti storici sarebbero cessati, ma si interrogava sulla possibilità che, esaurita la grande alternativa ideologica rappresentata dal comunismo sovietico, la democrazia liberale costituisse il punto di arrivo dell’evoluzione politica moderna.
Ma al di là della formula della “fine della storia”, ciò che conta è il clima culturale e politico di quegli anni.
Sembrava possibile immaginare un continente nel quale le tradizionali rivalità fra Stati sarebbero state progressivamente sostituite dall’integrazione economica, dal commercio e da istituzioni comuni.
Una lettura del 1989 che oggi appare ancora più problematica se confrontata con quella che abbiamo definito, su PoliticaMagazine, la promessa tradita del 1989: un mondo che avrebbe dovuto essere più libero e pacificato e che invece ha visto riemergere nuove forme di conflitto, concentrazione del potere e competizione globale.
L’Europa si trovò davanti a un’occasione storica straordinaria: riunificare un continente che per quasi mezzo secolo era stato separato dalla cortina di ferro.
E scelse di farlo soprattutto attraverso l’economia.
1992
Nasce l’Unione europea con Maastricht
L’Europa dopo il 1989 scelse l’integrazione
L’Europa uscita dalla Guerra fredda non cercò di trasformarsi innanzitutto in una grande potenza militare. Scelse una strada diversa.
Mercato unico, libera circolazione, commercio, investimenti, regole comuni e istituzioni sovranazionali diventarono gli strumenti attraverso i quali costruire il nuovo ordine europeo.
Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992 ed entrato in vigore nel 1993, istituì formalmente l’Unione europea e pose le basi dell’Unione economica e monetaria. Il mercato unico entrò in funzione nel 1993 fondandosi sulle quattro libertà di circolazione di persone, merci, servizi e capitali.
Dietro questa costruzione esisteva una convinzione potente:
Stati sempre più interdipendenti avrebbero avuto sempre meno interesse a combattersi.
Non era un’idea priva di fondamento.
La stessa integrazione europea era nata dopo la Seconda guerra mondiale anche con questo obiettivo. Francia e Germania, protagoniste di conflitti ripetuti, erano state progressivamente legate attraverso carbone, acciaio, mercato comune e istituzioni condivise.
L’integrazione economica aveva contribuito a trasformare due antichi avversari nel motore della costruzione europea.
Perché quel modello non avrebbe dovuto funzionare anche su scala continentale?
La formula appariva convincente:
1992
Mercato
→
1999–2002
Interdipendenza
→
2004
Prosperità
→
2004–2008
Stabilità
→
?
Pace
Fu questa una delle grandi intuizioni dell’Europa liberale dopo il 1989.
Ma anche uno dei suoi possibili errori: pensare che l’economia potesse progressivamente rendere secondaria la geopolitica.
1999–2002
Nasce l’euro
L’Europa dell’euro: una moneta senza uno Stato
Il simbolo più ambizioso di questa costruzione fu l’euro.
La moneta unica venne introdotta nel 1999 per le transazioni finanziarie e commerciali; banconote e monete entrarono in circolazione il 1° gennaio 2002.
Non era soltanto un cambiamento monetario.
Significava affidare a una banca centrale comune una delle prerogative storicamente più importanti della sovranità statale: la moneta.
Per dimensioni, profondità economica e architettura istituzionale, si trattava di un esperimento storico straordinario.
Ma conteneva una contraddizione.
L’Europa aveva una moneta comune, ma non uno Stato comune.
Aveva una banca centrale, ma non un governo federale europeo dotato di un bilancio paragonabile a quello di uno Stato. Aveva un mercato unico, ma non una politica estera realmente unica. Alla moneta comune, inoltre, non corrispondeva un esercito europeo capace di garantire autonomamente la sicurezza del continente
La stessa Banca centrale europea descrive l’Unione economica e monetaria come una combinazione peculiare fra una politica monetaria unica e politiche fiscali ed economiche che restano in larga misura decentralizzate a livello degli Stati membri.
Questa asimmetria è essenziale per comprendere l’Europa dopo il 1989.
L’integrazione economica procedeva rapidamente.
Quella politica molto più lentamente.
Quella strategica ancora più lentamente.
1999–2004
L’Est entra nella NATO e nell’Unione europea
L’Europa verso Est: economia, integrazione e sicurezza
Dopo la fine del comunismo, l’Europa centro-orientale entrò progressivamente nello spazio economico occidentale.
Capitali, imprese e catene produttive si spostarono verso Paesi nei quali il costo del lavoro era inferiore, la forza lavoro spesso altamente qualificata e i mercati in rapida trasformazione.
Per le economie dell’Europa occidentale significava accedere a nuove capacità produttive e a nuovi mercati.
Per molti Paesi orientali significava ricevere investimenti, modernizzare le infrastrutture, aumentare gli scambi e accelerare la convergenza economica.
Il grande allargamento del 1º maggio 2004 portò nell’Unione europea Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta e Cipro.
EUROPA 2004
Entrare nell’UE, poi adottare l’euro
Dei dieci Paesi entrati nell’Unione europea nel 2004,
sette hanno adottato l’euro
negli anni successivi. Ecco quando.
2007Slovenia
2008Malta e Cipro
2009Slovacchia
2011Estonia
2014Lettonia
2015Lituania
Tutte le date si riferiscono al 1º gennaio.
Conservano la propria moneta:
Polonia (złoty), Repubblica Ceca (corona ceca)
e Ungheria (fiorino).
Partecipano quindi al mercato unico europeo conservando
una propria moneta e una politica monetaria nazionale.
I risultati economici non possono essere ignorati. Secondo la Commissione europea, il PIL pro capite medio dei dieci Paesi entrati nel 2004 è passato dal 59% della media UE nel 2004 all’81% nel 2022. Questa convergenza riguarda dunque un gruppo che comprende sia Paesi dell’eurozona sia Paesi che conservano la propria valuta.
La NATO come garanzia contro il ritorno di Mosca
Questo fu uno dei grandi processi di trasformazione dell’Europa dopo il 1989: l’integrazione economica procedeva insieme all’allargamento politico e strategico verso Est.
Ridurre l’allargamento a Est a un semplice errore occidentale sarebbe quindi storicamente ed economicamente fuorviante. Accanto alla ricerca della prosperità, infatti, nei Paesi dell’Europa centro-orientale esisteva una motivazione altrettanto importante: la sicurezza.
Per Varsavia, Tallinn, Riga, Vilnius e per altri Paesi dell’ex blocco comunista, entrare nelle istituzioni occidentali non significava soltanto raggiungere maggiore prosperità. Significava anche non tornare sotto il dominio di Mosca.
La memoria storica dell’Europa orientale era diversa da quella dell’Europa occidentale. A Parigi, Roma o Madrid la Russia poteva essere osservata soprattutto come interlocutore diplomatico, fornitore energetico o grande mercato. A Varsavia o nelle capitali baltiche era anche l’erede geografico della potenza che per decenni aveva dominato la regione.
L’ingresso nella NATO aveva quindi una dimensione esistenziale di sicurezza. Nel 1999 entrarono Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria: gli stessi tre Paesi che avrebbero aderito all’UE nel 2004 e che ancora oggi conservano le proprie monete nazionali.
Integrazione economica europea, adozione dell’euro e protezione militare atlantica erano dunque tre percorsi distinti, con tempi e motivazioni differenti. Per questi Paesi, la ricerca di sicurezza attraverso la NATO precedette l’ingresso nell’Unione europea e non richiese l’adozione della moneta unica.
Qui nasce uno dei grandi paradossi della storia europea contemporanea.
1997–2004
La NATO si allarga verso Est
L’Europa vista da Mosca
Ciò che per l’Europa orientale rappresentava maggiore sicurezza poteva essere percepito dalla Russia come una riduzione della propria sicurezza.
È il classico dilemma della sicurezza.
Uno Stato rafforza le proprie difese per sentirsi più sicuro. Il vicino interpreta quel rafforzamento come una minaccia e aumenta a sua volta le proprie capacità militari. Alla fine entrambi possono sentirsi meno sicuri di prima.
Negli anni Novanta non sembrava inevitabile che Russia e NATO dovessero tornare avversarie.
Nel 1997 venne firmato il NATO-Russia Founding Act. Il documento affermava l’obiettivo di costruire uno spazio comune di sicurezza e stabilità senza linee di divisione o sfere d’influenza e ribadiva il diritto degli Stati a scegliere i mezzi con cui garantire la propria sicurezza.
Era un tentativo di conciliare due principi destinati a entrare sempre più in tensione.
Da un lato, il diritto sovrano di Polonia, Repubbliche baltiche e altri Stati a scegliere le proprie alleanze.
Dall’altro, la percezione russa di vedere progressivamente restringersi quello spazio strategico che Mosca aveva storicamente considerato essenziale per la propria sicurezza.
Comprendere questa percezione non significa legittimarla.
E soprattutto non significa riconoscere alla Russia un diritto di veto sulle scelte sovrane degli Stati confinanti.
Significa però riconoscere che la geografia strategica non era scomparsa insieme al Muro di Berlino.
2008–2014
Da Bucarest alla Crimea
Da Bucarest alla Crimea: ritorna la geopolitica europea
Nel 2008 il vertice NATO di Bucarest segnò un passaggio particolarmente delicato.
Ucraina e Georgia non entrarono nella NATO e non ottennero allora il Membership Action Plan. Ma la dichiarazione finale stabilì esplicitamente che i due Paesi sarebbero diventati membri dell’Alleanza.
Pochi mesi dopo scoppiò la guerra tra Russia e Georgia.
Nel 2014 arrivò una frattura ancora più profonda: la Russia annesse la Crimea e il Donbas divenne teatro di un conflitto destinato a proseguire negli anni successivi.
A quel punto diventava sempre più difficile sostenere che la geopolitica fosse un residuo del Novecento.
Era tornata.
O forse, più semplicemente, non se n’era mai andata.
2011–2021
Cresce la dipendenza europea dal gas russo
Germania: energia russa, industria europea, sicurezza americana
Nessun Paese rappresentò il modello dell’Europa dopo il 1989 meglio della Germania.
La sua forza economica si inseriva in un sistema estremamente favorevole:
01 · Energia
Energia russa
Gas e risorse energetiche a sostegno della produzione.
02 · Produzione
Industria tedesca
Capacità manifatturiera e filiere produttive integrate.
03 · Mercati
Mercato europeo e globale
Scambi nel mercato unico ed esportazioni nel mondo.
04 · Sicurezza
NATO e Stati Uniti
Sicurezza garantita in larga misura
dall’Alleanza atlantica e dagli USA.
Era una combinazione razionale dal punto di vista economico.
La Russia vendeva energia all’Europa.
L’industria europea, e soprattutto quella tedesca, utilizzava quella disponibilità energetica per alimentare un sistema produttivo fortemente orientato alle esportazioni.
Il mercato unico ampliava lo spazio economico.
Gli Stati Uniti continuavano a rappresentare il pilastro fondamentale della sicurezza europea attraverso la NATO.
In questa architettura, l’interdipendenza con la Russia non appariva necessariamente come una vulnerabilità.
Poteva essere interpretata come una garanzia di stabilità.
Perché Mosca avrebbe dovuto mettere in pericolo un rapporto economico dal quale traeva enormi ricavi?
La domanda sembrava razionale.
La storia avrebbe fornito una risposta diversa.
24 febbraio 2022
La Russia invade l’Ucraina
24 febbraio 2022: l’interdipendenza non basta
L’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 rappresentò il momento in cui molte delle convinzioni maturate dopo il 1989 entrarono definitivamente in crisi.
Il 2 marzo 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione “Aggression against Ukraine” con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni.
L’interdipendenza economica non aveva impedito la guerra.
Gli scambi commerciali non erano stati sufficienti.
La dipendenza energetica non aveva prodotto una convergenza politica.
La guerra mostrava che uno Stato poteva considerare obiettivi territoriali, strategici o di sicurezza più importanti dei costi economici derivanti dalla rottura delle relazioni commerciali.
La Germania reagì parlando di Zeitenwende, una svolta epocale, e istituì un fondo speciale da 100 miliardi di euro per rafforzare la Bundeswehr.
Anche Paesi che per decenni avevano scelto il non allineamento militare modificarono radicalmente la propria posizione.
La Finlandia entrò nella NATO nel 2023.
La Svezia nel 2024.
L’Alleanza raggiunse così 32 membri. La NATO stessa collega esplicitamente il cambiamento delle politiche di non allineamento dei due Paesi all’invasione russa dell’Ucraina del 2022.
Il paradosso è evidente.
Una guerra che Mosca ha giustificato anche attraverso argomenti legati alla propria sicurezza ha contribuito a produrre un ulteriore allargamento della NATO.
È il dilemma della sicurezza nella sua forma più drammatica.
PoliticaMagazine aveva affrontato fin dai primi giorni della guerra anche un’altra dimensione, quella spesso cancellata dalle grandi analisi strategiche: le vittime innocenti della guerra in Ucraina.
Perché dietro le mappe, le alleanze e gli equilibri di potenza restano sempre gli esseri umani.
2022
Finlandia e Svezia chiedono di entrare nella NATO
L’errore non fu integrare l’Est
A questo punto sarebbe facile arrivare a una conclusione semplicistica: l’Europa avrebbe sbagliato ad allargarsi verso Est e la NATO avrebbe inevitabilmente provocato la reazione russa.
Ma la storia è più complessa.
L’allargamento dell’Unione europea ha prodotto trasformazioni economiche profonde e, in molti Paesi, un significativo processo di convergenza.
Polonia, Repubbliche baltiche, Repubblica Ceca, Ungheria e altri Stati non furono trascinati contro la loro volontà nella NATO.
Volevano entrarvi.
E volevano farlo proprio perché la loro esperienza storica della Russia era profondamente diversa da quella dell’Europa occidentale.
Negare questa volontà significherebbe sostituire alla vecchia sfera d’influenza sovietica un’altra idea ugualmente problematica: quella secondo cui le grandi potenze avrebbero il diritto di decidere le alleanze dei Paesi più piccoli.
Allo stesso tempo, ignorare completamente la percezione strategica russa significa rinunciare a comprendere una parte essenziale del problema.
Le due realtà possono esistere contemporaneamente:
i Paesi dell’Est avevano diritto a cercare protezione nella NATO;
la Russia poteva percepire l’avanzamento dell’Alleanza come una minaccia alla propria sicurezza.
Spiegare la seconda proposizione non cancella la prima.
E soprattutto non giustifica l’invasione dell’Ucraina.
2022
La sicurezza torna al centro dell’Europa
L’Europa dopo il 1989 aveva separato economia e geopolitica
È qui che emerge il vero problema dell’Europa dopo il 1989.
L’errore non fu credere nell’integrazione.
Non fu costruire il mercato unico.
Non fu creare l’euro.
Né fu aprire l’Unione europea ai Paesi liberati dal sistema sovietico.
L’errore fu forse più profondo:
credere che l’integrazione economica potesse progressivamente sostituire la geopolitica.
L’Europa aveva costruito una delle più sofisticate architetture economiche e giuridiche della storia.
Ma aveva lasciato irrisolta la questione fondamentale di ogni ordine politico: chi garantisce, in ultima istanza, la sicurezza?
La risposta continuava a essere soprattutto la NATO.
E all’interno della NATO, soprattutto gli Stati Uniti.
L’Europa poteva quindi permettersi di comportarsi come una grande potenza economica senza dover diventare contemporaneamente una grande potenza militare.
Questa divisione del lavoro funzionò finché l’ordine internazionale rimase sufficientemente stabile.
Quando quell’ordine iniziò a deteriorarsi, le contraddizioni divennero visibili.
Non è un problema soltanto europeo. Come abbiamo analizzato parlando dei nuovi equilibri della potenza globale tra Trump, Putin e Xi, il sistema internazionale sta tornando a essere strutturato dalla competizione fra grandi potenze, mentre l’Europa rischia di trovarsi ai margini se alla propria forza economica non riesce ad affiancare una capacità politica e strategica.
Persino la geografia fisica, che la globalizzazione sembrava aver reso meno importante, continua a condizionare il potere. È una dinamica che emerge anche analizzando il dominio del mare e il ruolo strategico degli oceani.
La tecnologia↻
L’economia↻
Le istituzioni↻
La geografia≈
↻ = cambia
·
≈ = cambia molto meno
2023–2026
L’Europa rafforza la propria difesa
Dalla moneta comune alla ricerca di una difesa europea
Nel 2026 il cambiamento è ormai evidente.
L’Europa che per decenni aveva discusso soprattutto di deficit, moneta, mercato, concorrenza e regole economiche parla sempre più frequentemente di deterrenza, munizioni, capacità industriale militare, difesa aerea, droni e autonomia strategica.
La Defence Readiness Roadmap 2030 della Commissione europea punta a colmare entro il 2030 importanti carenze nelle capacità militari europee e individua progetti comuni riguardanti, tra l’altro, difesa aerea, droni, spazio e protezione del fianco orientale. Nel 2026 la Commissione ha inoltre annunciato oltre un miliardo di euro per 57 nuovi progetti del Fondo europeo per la difesa.
Anche all’interno della NATO il linguaggio è cambiato.
Nel luglio 2026, il vertice di Ankara ha indicato come prospettiva “a stronger Europe in a stronger NATO”, sottolineando che gli alleati europei e il Canada stanno assumendo maggiori responsabilità nella difesa dell’Alleanza.
È difficile non vedere il paradosso storico.
L’Europa aveva cominciato il percorso post-1989 cercando di superare la logica della potenza attraverso l’integrazione.
Quasi quarant’anni dopo deve interrogarsi su come trasformare quella stessa integrazione in capacità strategica.
Aveva costruito una moneta senza uno Stato.
Ora scopre che potrebbe aver bisogno anche di una politica di sicurezza capace di accompagnare quella moneta, quel mercato e quello spazio politico.
Non significa necessariamente costruire gli Stati Uniti d’Europa.
Significa però riconoscere che una potenza economica che dipende strutturalmente da altri per la propria sicurezza possiede una sovranità incompleta.
1989 → 2026
La geopolitica ritorna al centro della storia europea
Il Muro era caduto. La geografia era rimasta
Nel 1989 avevamo creduto di assistere alla conclusione di un’epoca.
Forse avevamo ragione.
Ci eravamo sbagliati, però, nel pensare che con quell’epoca potessero scomparire anche le categorie che avevano attraversato la storia europea: potenza, sicurezza, confini, sfere d’influenza, paura, deterrenza.
Il Muro di Berlino era reale.
Ma era anche un simbolo.
Abbattendolo, l’Europa pensò di poter abbattere progressivamente molte delle divisioni che avevano segnato il continente.
In parte ci riuscì.
Milioni di europei hanno potuto vivere, studiare, lavorare e commerciare in uno spazio che nel Novecento era stato attraversato da guerre, dittature e frontiere quasi invalicabili.
Questo successo non deve essere negato.
Ma l’integrazione economica non ha cancellato gli interessi strategici degli Stati.
La moneta comune non ha prodotto automaticamente una politica estera comune.
Il commercio non ha eliminato la competizione fra potenze.
L’interdipendenza non ha reso impossibile la guerra.
E la globalizzazione non ha cancellato la geografia.
La lezione dell’Europa dopo il 1989 non è quindi che l’integrazione abbia fallito.
È più sottile.
L’economia può ridurre il conflitto, ma non può abolire la geopolitica.
Una società può cambiare le proprie istituzioni, le proprie monete, le proprie tecnologie e persino le proprie alleanze.
Non può cambiare la propria posizione sulla carta geografica.
Forse fu questo ciò che non comprendemmo fino in fondo nel 1989.
Il Muro era caduto. La geografia era rimasta.
FAQ
Perché il 1989 rappresenta una svolta per l’Europa?
La caduta del Muro di Berlino aprì una nuova fase della storia europea. L’Europa dopo il 1989 puntò sull’integrazione politica ed economica e sulla convinzione che mercato e interdipendenza potessero favorire stabilità e pace.
Perché si può definire l’euro una “moneta senza Stato”?
L’espressione “euro, moneta senza Stato” descrive una peculiarità dell’unione monetaria: esistono una moneta e una banca centrale comuni, ma non uno Stato federale europeo. Fiscalità, debito e gran parte della spesa pubblica restano prevalentemente nazionali.
Perché i Paesi dell’Europa orientale hanno voluto entrare nella NATO?
Per molti Paesi dell’ex blocco comunista, l’allargamento NATO rappresentava soprattutto una garanzia di sicurezza. La memoria della dominazione sovietica spinse Polonia, Paesi baltici e altri Stati a cercare nell’Alleanza Atlantica una protezione contro il possibile ritorno dell’influenza russa.
L’allargamento della NATO è la causa della guerra in Ucraina?
La guerra non può essere spiegata attraverso una sola causa. Mosca ha indicato l’espansione della NATO come una minaccia alla propria sicurezza, mentre i Paesi dell’Europa orientale rivendicano il diritto di scegliere autonomamente le proprie alleanze. Questa contrapposizione è centrale per comprendere Europa e Russia e il ritorno della geopolitica europea.
Il Dossier
Il dossier
L’Europa dopo il 1989
Un percorso di approfondimento dedicato
alle grandi contraddizioni dell’ordine europeo
nato dopo la Guerra fredda.
Donne, lavoro e leadership a Napoli: medicina, professioni, inclusione e futuro del lavoro in una grafica ispirata alla città e al congresso Women & Work.
Il futuro del lavoro non riguarda soltanto intelligenza artificiale, robotica e nuove professioni. Riguarda anche il modo in cui uomini e donne possono partecipare alla vita professionale, crescere, assumere responsabilità e costruire una carriera senza essere costretti a scegliere tra lavoro e vita personale.
È da questa prospettiva che il 16 ottobre 2026 Napoli ospiterà una giornata dedicata a donne, lavoro e leadership, sviluppata attraverso due iniziative differenti ma strettamente collegate.
La prima si svolgerà presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale, dove Women in Surgery Italia e il Consiglio Nazionale Donne Italiane promuoveranno il congresso congiunto Women & Work – Per un futuro inclusivo del lavoro.
L’evento attribuisce 6 crediti ECM, unendo al confronto culturale e professionale anche una dimensione di formazione e aggiornamento per gli operatori sanitari.
Il tema della giornata mette così in relazione organizzazione del lavoro, professioni sanitarie, inclusione, leadership e trasformazione tecnologica.
La sera il confronto lascerà spazio al teatro. Alle 20.30, al Teatro Cilea di Napoli, andrà in scena Le Medichesse – Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove.
Congresso e spettacolo utilizzeranno strumenti diversi per affrontare una stessa questione: come sta cambiando il lavoro e quale spazio avranno le persone, le relazioni e le differenze nel lavoro del futuro?
Donne, lavoro e leadership: una questione che riguarda tutti
Parlare di presenza femminile nel mondo professionale non significa affrontare soltanto una questione di parità.
Il problema riguarda anche il funzionamento degli ambienti di lavoro, i percorsi di carriera, i criteri attraverso i quali vengono attribuite le responsabilità, la gestione del tempo e la distribuzione del lavoro di cura.
Il congresso Women & Work nasce proprio da questa impostazione.
Il programma mette in dialogo sanità, istituzioni, professioni e sport, con l’obiettivo di confrontare esperienze differenti e trasformare la riflessione sull’inclusione in soluzioni concrete.
La stessa missione di Women in Surgery Italia richiama la necessità di creare ambienti capaci di favorire crescita professionale, rispetto, partecipazione e accesso delle chirurghe ai ruoli di responsabilità.
La questione supera quindi la semplice contrapposizione tra uomini e donne.
Riguarda il modello di lavoro che vogliamo costruire in una società nella quale tecnologia, demografia e rapporti familiari stanno cambiando rapidamente.
Il programma della giornata
16 ottobre 2026 · Napoli
09:00Registrazione partecipanti
09:00 – 09:30
+
Accoglienza e registrazione dei partecipanti.
09:30Apertura del Congresso
09:30 – 10:00
+
Apertura di Women & Work – Per un futuro inclusivo del lavoro
con Daniela Rega e Ornella Cappelli e saluti istituzionali del management sanitario dell’INT Pascale.
10:00Work-life balance: modelli a confronto
10:00 – 11:30
+
Organizzazione del lavoro, confronto USA–Italia in chirurgia, criticità e opportunità della realtà italiana, comunicazione, benessere e inclusività.
11:30Coffee break
11:30 – 11:50
+
Pausa dei lavori congressuali.
11:50Leadership femminile: guidare il cambiamento
11:50 – 13:30
+
Leadership infermieristica, chirurgica, sportiva e organizzativa, fino alla leadership in orchestra come capacità di trasformare le differenze in armonia.
13:30Light lunch
13:30 – 14:15
+
Pausa pranzo.
14:15Politiche del lavoro e giustizia economica di genere
14:15 – 15:25
+
Dati, politiche e strumenti per ridurre il gender gap e leve per costruire un lavoro più equo e sostenibile.
15:25Linguaggio e cultura di genere
15:25 – 16:25
+
Comunicazione di genere e femminile professionale: grammatica, uso e impatto culturale.
16:25Conclusioni finali
16:25 – 17:00
+
Conclusione della giornata congressuale e chiusura dei lavori.
20:30Le Medichesse
Teatro Cilea · Napoli
+
Le Medichesse – Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove
La giornata prosegue al Teatro Cilea con lo spettacolo che porta sul palco esperienze professionali e personali di donne medico.
🎓Congresso accreditato ECM
6 crediti ECM
Work-life balance: quando lavoro e vita personale devono convivere
Uno dei temi affrontati al Pascale sarà il work-life balance, cioè l’equilibrio tra attività professionale e vita personale.
Il programma prevede anche un confronto tra differenti modelli, compreso quello della chirurgia, mettendo in relazione l’esperienza italiana con quella statunitense.
La conciliazione tra professione e vita privata viene spesso presentata come una responsabilità individuale. In realtà dipende anche da orari, servizi, turnazioni, carichi di lavoro e organizzazione familiare.
Nel settore sanitario il problema diventa particolarmente evidente.
Continuità assistenziale, emergenze, turni e necessità di aggiornamento rendono infatti difficile separare nettamente il tempo dedicato alla professione da quello riservato alla propria vita.
L’inclusione, quindi, non può limitarsi alle dichiarazioni di principio. Deve tradursi anche in modelli organizzativi capaci di tenere conto delle esigenze concrete delle persone.
Leadership femminile tra chirurgia, sport e musica
Una parte importante del congresso sarà dedicata alla leadership femminile.
La prospettiva scelta è volutamente interdisciplinare.
Il programma mette in relazione chirurgia, professioni sanitarie, organizzazione sportiva e direzione d’orchestra: mondi apparentemente lontani, ma accomunati dalla necessità di prendere decisioni, coordinare persone, distribuire compiti, affrontare situazioni complesse e costruire una squadra.
La leadership, dunque, non coincide semplicemente con il raggiungimento di una posizione gerarchica.
Può essere interpretata anche come capacità di valorizzare competenze differenti, favorire la collaborazione e trasformare esperienze diverse in un risultato comune.
Il punto non è soltanto aumentare il numero delle donne nei ruoli decisionali, ma comprendere se stanno cambiando anche i modelli attraverso i quali viene esercitata la responsabilità.
È uno degli aspetti centrali del congresso: non soltanto quante donne arrivano ai vertici, ma quale tipo di partecipazione, collaborazione e cultura professionale viene costruito.
Donne, lavoro e giustizia economica: anche il linguaggio conta
Il congresso affronterà anche le politiche del lavoro e la giustizia economica di genere, discutendo gli strumenti necessari per creare condizioni professionali più equilibrate e sostenibili.
Una parte della giornata sarà inoltre dedicata al linguaggio, alla comunicazione di genere e al femminile professionale.
Nel programma il tema viene affrontato anche dal punto di vista grammaticale, dell’uso e dell’impatto culturale.
Non si tratta di una questione separata dal lavoro.
Le parole con cui definiamo professioni e ruoli raccontano anche il modo in cui una società immagina chi può svolgerli.
Il cambiamento linguistico può quindi accompagnare un processo più ampio: quello della crescente presenza femminile nei luoghi in cui vengono assunte decisioni e attribuite responsabilità.
Intelligenza artificiale e sanità: come cambia il lavoro
Esiste però un altro elemento che rende particolarmente significativo discutere oggi del futuro del lavoro all’interno di un grande istituto sanitario: la trasformazione tecnologica della medicina.
Su PoliticaMagazine.it abbiamo già affrontato questo tema parlando di sanità algoritmica, cioè dell’ingresso crescente di intelligenza artificiale, big data, sistemi predittivi e automazione nella medicina contemporanea.
La sanità si trova così davanti a un doppio cambiamento: sociale e tecnologico.
Da una parte evolvono i rapporti tra professione, famiglia, carriera e responsabilità. Dall’altra cambiano gli strumenti con cui medici e professionisti sanitari svolgono il proprio lavoro.
Sistemi di supporto decisionale, algoritmi, automazione e analisi dei dati possono modificare numerose attività quotidiane, senza però eliminare il valore della relazione con il paziente, della responsabilità clinica e della capacità di interpretare situazioni complesse.
Il futuro della medicina dipenderà quindi non soltanto dalla qualità delle tecnologie disponibili, ma anche dal modo in cui queste verranno integrate nelle organizzazioni e utilizzate dalle persone.
Le Medichesse: quando medicina e lavoro diventano teatro
Alle 20.30 la giornata si trasferirà dal Pascale al Teatro Cilea.
Qui andrà in scena Le Medichesse – Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove.
Sul palcoscenico quindici donne medico porteranno storie legate alla propria esperienza professionale e personale.
I testi sono stati scritti da dottoresse dell’Associazione Italiana Donne Medico e raccolti da Adriana Lorenzi. Alla rappresentazione partecipa inoltre Francesca Lascala nel ruolo di Igea.
È qui che cambia il linguaggio.
Ciò che durante il congresso viene analizzato attraverso politiche del lavoro, inclusione, leadership e modelli professionali assume sul palcoscenico la forma dell’esperienza vissuta.
La medicina non appare più soltanto come una professione.
Diventa relazione con il paziente, scelta personale, sacrificio, responsabilità, famiglia, aspirazione e talvolta conflitto tra tempi differenti della vita.
Il teatro permette così di mostrare una dimensione umana che statistiche, regolamenti e modelli organizzativi non sempre riescono a raccontare.
Dal Pascale al Teatro Cilea: la mappa della giornata
Due luoghi, una sola giornata
Il 16 ottobre 2026 Napoli ospita un percorso
tra congresso e teatro.
MATTINA / POMERIGGIO
🎓
Prima tappa
Istituto Pascale
Sede del congresso
Women & Work
☀️
Mattina
09:00 – 13:30
☕
Coffee break
11:30 – 11:50
🍽️
Light lunch
13:30 – 14:15
🌤️
Pomeriggio
14:15 – 17:00
→
La giornata
prosegue
SERA
🎭
Seconda tappa
Teatro Cilea
In scena
Le Medichesse
🕣
Spettacolo
ore 20:30
🎭
Le Medichesse
Teatro, medicina e leadership al femminile
✨
La giornata continua
Dal confronto professionale al linguaggio del teatro
🚗
0 min · 0,0 km
4 min · 1,2 km
8 min · 2,4 km
11 min · 3,6 km
15 min · 4,8 km
Women & Work: 6 crediti ECM per i professionisti sanitari
Il congresso
Women & Work – Per un futuro inclusivo del lavoro
è anche un evento formativo accreditato.
6 crediti ECM
Educazione Continua in Medicina
I temi affrontati comprendono:
Work-life balance
Leadership femminile
Organizzazione del lavoro
Giustizia economica
Linguaggio e rappresentazione
Futuro delle professioni
Innovazione e sanità
L’accreditamento ECM rende quindi il congresso non soltanto
un momento di confronto culturale, ma anche un’occasione
di aggiornamento per i professionisti sanitari.
Il lavoro del futuro non sarà soltanto tecnologico
Women & Work e Le Medichesse sono due eventi autonomi, ma osservano lo stesso cambiamento da prospettive diverse.
Il congresso affronta organizzazione, leadership, inclusione, professioni e innovazione. Il teatro porta invece in scena l’esperienza concreta delle donne medico, con le loro scelte, responsabilità, relazioni e vite personali.
In questo quadro, donne, lavoro e leadership si intrecciano inevitabilmente con l’intelligenza artificiale, la sanità e l’evoluzione delle professioni.
Le nuove tecnologie possono rendere più efficienti molte attività, automatizzare procedure e supportare l’analisi dei dati. Allo stesso tempo modificano competenze, ruoli e modalità di collaborazione.
La questione centrale non riguarda quindi soltanto ciò che la tecnologia sarà in grado di fare.
Riguarda soprattutto il modo in cui verrà inserita nei luoghi di lavoro e utilizzata dalle persone.
Un futuro realmente inclusivo dipenderà dalla capacità di conciliare innovazione, competenze e relazioni umane; dalla possibilità di armonizzare professione e vita personale; e dalla capacità di riconoscere il talento indipendentemente dal genere.
Il 16 ottobre 2026 a Napoli, il congresso Women & Work e lo spettacolo Le Medichesse affronteranno questi temi con strumenti differenti: prima il confronto professionale e sociale, poi il racconto teatrale.
Due linguaggi per una stessa domanda: come vogliamo lavorare domani?
Come acquistare i biglietti per Le Medichesse
Lo spettacolo Le Medichesse – Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove è in programma il 16 ottobre 2026 alle ore 20.30 al Teatro Cilea, in via San Domenico 11, Napoli.
Women & Work – Per un futuro inclusivo del lavoro è il congresso in programma il 16 ottobre 2026 all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli. L’evento affronta temi legati a donne, lavoro e leadership, work-life balance, giustizia economica di genere, linguaggio professionale, innovazione e futuro delle professioni.
Quanti crediti ECM assegna il congresso Women & Work?
Il congresso attribuisce 6 crediti ECM ai professionisti sanitari partecipanti, affiancando all’approfondimento culturale anche un momento di formazione e aggiornamento professionale.
Che cos’è lo spettacolo Le Medichesse?
Le Medichesse – Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove è lo spettacolo in programma il 16 ottobre 2026 alle 20.30 al Teatro Cilea di Napoli. Sul palco, quindici donne medico portano esperienze professionali e personali legate alla medicina, al lavoro e alla vita quotidiana.
Perché Women & Work parla anche di intelligenza artificiale e tecnologia?
Perché il futuro del lavoro sanitario dipende anche dalla trasformazione tecnologica della medicina. Intelligenza artificiale, big data, sistemi predittivi e robotica stanno modificando strumenti, competenze e responsabilità dei professionisti, insieme ai modelli di organizzazione del lavoro e di leadership.
La crescita dei sistemi di intelligenza artificiale riapre il dibattito sulla sicurezza, sul controllo umano e sui limiti da imporre ai modelli più avanzati.
Punti chiave
I rischi dell’intelligenza artificiale preoccupano ora scienziati e imprenditori, non solo filosofi.
Jacob Coxon ha lanciato l’allerta, affermando che nei laboratori si corre troppo senza risolvere il problema del controllo.
La velocità di sviluppo dell’IA ha sorpreso molti; i sistemi possono ora programmare e migliorarsi rapidamente.
Esperimenti hanno mostrato che gli agenti artificiali sviluppano linguaggi che gli umani faticano a comprendere, aumentando i rischi di controllo.
Politici come Sergio Mattarella e Donald Trump sollevano preoccupazioni sui poteri privati nell’IA e sull’importanza della leadership geostrategica.
I rischi dell’intelligenza artificiale sembravano fino a poco tempo fa materia da futurologi e racconti distopici. Nelle scorse settimane Ludovico Martello li aveva affrontati, in forma volutamente provocatoria, nell’articolo di PoliticaMagazine “L’intelligenza artificiale si sta servendo di noi?”. Leggi l’articolo su PoliticaMagazine
L’idea era volutamente provocatoria: e se l’intelligenza artificiale non fosse destinata a rimanere semplicemente uno strumento dell’uomo? E se l’umanità stesse costruendo macchine destinate un giorno a diventare più intelligenti dei loro stessi creatori?
Martello precisava che non si trattava di una previsione scientifica, ma di un’ipotesi filosofica e fantascientifica.
Eppure, poche settimane dopo, alcuni rischi dell’intelligenza artificiale vengono discussi apertamente non soltanto da filosofi e futurologi, ma dagli stessi scienziati, ricercatori e imprenditori che stanno costruendo i sistemi più avanzati.
La domanda diventa quindi inevitabile:
perché l’allarme esplode proprio adesso?
Jacob Coxon e i rischi dell’intelligenza artificiale: l’allarme dall’interno
Una delle scintille che hanno riacceso il dibattito è arrivata direttamente dai laboratori.
Jacob Coxon, giovane matematico e ricercatore britannico, aveva lavorato prima in OpenAI e successivamente in Anthropic. Poi ha deciso di lasciare l’azienda.
Coxon ha accusato i principali laboratori di correre verso sistemi sempre più potenti senza avere ancora risolto il problema fondamentale del loro controllo. Ha sostenuto che alcune persone direttamente impegnate nello sviluppo dell’IA ritengono seriamente possibili conseguenze catastrofiche entro la fine del decennio.
La sua denuncia è stata particolarmente dura: secondo Coxon, le aziende starebbero “giocando d’azzardo con le nostre vite”. La sua uscita da Anthropic e le ragioni indicate pubblicamente hanno contribuito a trasformare una discussione interna agli specialisti della sicurezza in un caso internazionale.
Coxon non è certamente il primo a parlare dei rischi dell’intelligenza artificiale.
Il significato del suo gesto deriva piuttosto dalla posizione dalla quale arriva l’allarme: uno dei laboratori che stanno sviluppando i modelli più avanzati.
Perché i rischi dell’intelligenza artificiale preoccupano proprio adesso?
Gli allarmi sull’intelligenza artificiale non nascono nel 2026.
Già nel marzo 2023 Elon Musk era stato tra i firmatari della lettera del Future of Life Institute che chiedeva una pausa di almeno sei mesi nell’addestramento di sistemi più potenti di GPT-4. Leggi la lettera del Future of Life Institute
Che cosa è cambiato?
Non esiste una prova che l’intelligenza artificiale sia improvvisamente diventata incontrollabile. Non sappiamo neppure se, quando e in quale forma potrà emergere una vera superintelligenza.
È cambiata però la velocità dello sviluppo.
I sistemi più recenti non producono soltanto testi e immagini. Possono programmare, utilizzare strumenti, navigare sul web, eseguire lunghe sequenze di operazioni e interagire con altri agenti.
Possono inoltre contribuire ad alcune attività di ricerca e sviluppo necessarie per costruire modelli successivi.
Il timore riguarda quindi una possibile accelerazione.
L’IA aiuta gli uomini a costruire sistemi di IA migliori. I nuovi sistemi possono a loro volta rendere più rapido lo sviluppo della generazione successiva.
Questo non significa che esista già una macchina capace di migliorarsi autonomamente senza intervento umano.
Significa però che il ciclo di sviluppo può diventare molto più rapido.
Ed è proprio qui che nasce uno dei principali rischi dell’intelligenza artificiale: le capacità dei sistemi potrebbero aumentare più rapidamente della nostra capacità di comprenderli, testarli e controllarli.
L’IA sviluppa un linguaggio che gli esseri umani non riescono più a comprendere
Un esperimento della startup americana Emergence ha aggiunto un nuovo elemento al dibattito.
I ricercatori hanno collocato gruppi di agenti artificiali autonomi all’interno di società virtuali, consentendo loro di interagire per periodi prolungati.
Gli agenti utilizzavano diversi modelli, tra cui Claude, Gemini, Grok, OpenAI, DeepSeek, Qwen e Mistral.
Durante l’esperimento hanno iniziato spontaneamente a sviluppare abbreviazioni, convenzioni e nuovi significati condivisi.
Non erano stati programmati per creare una propria lingua.
Eppure una parte delle comunicazioni è diventata progressivamente difficile da interpretare per gli osservatori umani. Secondo i risultati riportati da Euronews, per alcuni modelli la percentuale di messaggi il cui significato non poteva più essere determinato con sicurezza dagli osservatori è arrivata intorno alla metà. Leggi lo studio raccontato da Euronews
Non ci sono prove che gli agenti abbiano deliberatamente creato un “linguaggio segreto” per nascondere qualcosa agli uomini.
È più plausibile che abbiano sviluppato forme abbreviate ed efficienti di comunicazione all’interno del loro ambiente.
Il problema, tuttavia, rimane.
Poter osservare ciò che due sistemi artificiali si stanno dicendo potrebbe non significare più essere in grado di comprenderlo.
Ed è una distinzione fondamentale quando si parla di controllo.
Nelle simulazioni sono comparsi anche altri comportamenti problematici in condizioni sperimentali costruite per mettere i sistemi sotto pressione.
Non sono episodi avvenuti nel mondo reale e lo studio non dimostra che l’IA stia già sfuggendo al controllo.
Mostra però quanto possa diventare complessa la supervisione di popolazioni di agenti autonomi che interagiscono tra loro.
Rischi dell’intelligenza artificiale: Amodei chiede di rallentare
Pochi giorni dopo le dimissioni di Coxon è intervenuto Dario Amodei, amministratore delegato e cofondatore di Anthropic.
In un’intervista trasmessa da CBS News il 13 settembre, Amodei ha sintetizzato la propria posizione con una formula molto chiara:
non fermarsi, ma rallentare.
Amodei sostiene che la crescita esponenziale delle capacità dell’IA rappresenti un segnale che richiede maggiori salvaguardie. Propone verificatori indipendenti, standard condivisi tra i grandi laboratori e forme di cooperazione internazionale. L’intervista di Dario Amodei a CBS News
La sua preoccupazione riguarda almeno due categorie di rischio.
La prima è l’utilizzo intenzionalmente pericoloso dell’IA da parte degli esseri umani.
La seconda riguarda sistemi sempre più autonomi capaci di eseguire azioni non previste o non autorizzate.
Amodei non propone quindi di fermare la ricerca.
Vuole che la sicurezza torni a correre almeno alla stessa velocità delle capacità dei sistemi.
Ed è proprio qui che emerge il problema più difficile.
Nessuna azienda vuole rallentare da sola.
E nessuna grande potenza vuole essere la prima a farlo.
Amodei aveva già sfidato il Pentagono
L’attenzione di Amodei ai limiti dell’intelligenza artificiale non nasce in questi giorni.
Nel febbraio 2026 Anthropic è entrata in conflitto con il Pentagono sull’utilizzo militare di Claude.
È importante però ricostruire correttamente l’episodio.
Anthropic non rifiutava in assoluto di collaborare con la Difesa statunitense. Il contrasto riguardava la richiesta di eliminare alcune salvaguardie che impedivano l’utilizzo del sistema per la sorveglianza interna di massa e per armi completamente autonome.
Anthropic sosteneva che gli attuali modelli non fossero sufficientemente affidabili per affidare loro decisioni autonome in sistemi d’arma capaci di determinare la vita o la morte di una persona.
L’allarme di Amodei, quindi, non è nato improvvisamente.
Hinton e il problema del controllo dell’intelligenza artificiale
All’appello si è aggiunto Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica e uno dei pionieri delle moderne reti neurali.
Hinton considera seriamente il problema del controllo di sistemi futuri più intelligenti dell’uomo.
È importante però distinguere il problema scientifico dalle percentuali catastrofiche che circolano nel dibattito pubblico.
Non esiste oggi un metodo capace di stabilire con precisione quale sia la probabilità che una futura intelligenza artificiale produca conseguenze esistenziali per l’umanità.
Quelle percentuali rimangono in larga parte valutazioni soggettive.
La domanda fondamentale sollevata da Hinton è più semplice:
se costruissimo una macchina molto più intelligente di noi, sapremmo realmente mantenerla sotto controllo?
Il problema non è stato ancora risolto. È proprio questo uno dei rischi dell’intelligenza artificiale più difficili da valutare: costruire sistemi sempre più potenti prima di sapere con certezza come mantenerli sotto controllo.
Gli scenari estremi discussi dentro i laboratori
Le valutazioni più radicali provengono proprio dagli ambienti che lavorano sulla sicurezza.
Alcuni ricercatori hanno attribuito probabilità non trascurabili a scenari catastrofici.
È fondamentale precisare che non si tratta di previsioni scientifiche.
Numeri di questo genere non possono essere trattati come una previsione meteorologica.
Il dato giornalisticamente rilevante è un altro: persone che lavorano direttamente allo sviluppo e alla sicurezza dei sistemi più avanzati ritengono ormai necessario discutere scenari che, fino a pochi anni fa, sarebbero sembrati confinati alla fantascienza.
Amodei e Altman: stesso problema, risposte non identiche
Anche Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha riconosciuto che la crescita delle capacità dei modelli richiede maggiori misure di sicurezza.
Tra Altman e Amodei rimane però una differenza di impostazione.
Per Amodei la velocità stessa dello sviluppo è diventata parte del problema.
Altman ha generalmente sostenuto una progressione accompagnata da test e misure di sicurezza sempre più forti.
Negli ultimi giorni le posizioni si sono però avvicinate. Altman ha dichiarato di condividere la necessità di “pace the frontier”, cioè modulare il ritmo di sviluppo dei sistemi di frontiera, e ha escluso una quotazione di OpenAI nel 2026, indicando tra le ragioni il momento particolarmente delicato sul fronte della sicurezza e dell’allineamento. Reuters sulla decisione di OpenAI e le dichiarazioni di Altman
Questo non significa che OpenAI abbia interrotto la propria crescita.
La società continua a investire in capacità di calcolo, infrastrutture e nuovi modelli.
La distinzione può essere sintetizzata così: Amodei insiste sul rallentamento collettivo della frontiera; Altman ammette sempre più apertamente che il ritmo di avanzamento deve essere condizionato dalla capacità di mantenere i sistemi sotto controllo.
Musk aveva chiesto una pausa già nel 2023
Anche Elon Musk ha sostenuto la richiesta di rallentamento.
Non è una posizione nuova.
Nel marzo 2023 fu tra i firmatari della lettera del Future of Life Institute che chiedeva sei mesi di pausa nell’addestramento di sistemi più potenti di GPT-4.
Oggi, però, Musk possiede xAI e partecipa direttamente alla stessa competizione.
Questa apparente contraddizione rappresenta bene il problema dell’intero settore:
anche chi teme la corsa difficilmente può permettersi di fermarsi mentre gli altri continuano ad accelerare.
Figalli: il rischio di smettere di capire
Esiste poi un altro pericolo, meno spettacolare dell’estinzione dell’umanità ma molto più vicino alla nostra esperienza quotidiana.
Lo ha evidenziato Alessio Figalli, matematico italiano e vincitore della Medaglia Fields nel 2018.
Figalli ha posto il problema del rapporto tra intelligenza artificiale, ricerca matematica e comprensione.
Una macchina può contribuire a trovare rapidamente la soluzione di un problema estremamente complesso.
Ma trovare una soluzione non significa necessariamente averla compresa.
Per un matematico, il percorso fatto di tentativi, errori, intuizioni e correzioni non rappresenta tempo sprecato.
Mentre costruiamo macchine sempre più capaci di ragionare, potremmo formare esseri umani sempre meno abituati a farlo.
Anche questo rientra tra i rischi dell’intelligenza artificiale, sebbene sia molto diverso dagli scenari catastrofici.
Rischi dell’intelligenza artificiale: Mattarella e il problema del controllo
Il 15 settembre è intervenuto anche Sergio Mattarella.
Ricevendo al Quirinale una delegazione della World Jurist Association e della World Law Foundation, il Presidente della Repubblica ha riconosciuto le straordinarie opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.
Ha però richiamato la necessità che l’innovazione rimanga ancorata alla dignità della persona, alla libertà e ai diritti fondamentali.
Mattarella ha soprattutto posto una questione politica: Stati e organismi sovranazionali devono recuperare autorità nei confronti di soggetti privati dotati, nelle sue parole, di una “smisurata potenza finanziaria e tecnologica”. Leggi l’intervento integrale sul sito del Quirinale
Il problema, dunque, non riguarda soltanto un’eventuale futura superintelligenza fuori controllo.
Prima ancora dobbiamo chiederci:
chi controlla oggi l’intelligenza artificiale?
Trump: gli Stati Uniti non vogliono perdere la corsa
È qui che il problema tecnologico diventa geopolitico.
Il presidente statunitense Donald Trump ha respinto gli scenari più catastrofici e ha indicato come priorità il mantenimento della leadership americana.
Alla domanda sui rischi di estinzione ha dichiarato di non condividerli, sottolineando invece il rischio strategico per gli Stati Uniti di perdere la competizione con la Cina.
Dal punto di vista strategico il ragionamento è semplice.
Se l’intelligenza artificiale determinerà una parte crescente della potenza economica, scientifica e militare, rallentare unilateralmente potrebbe concedere un vantaggio all’avversario.
È una posizione diversa da quella di Amodei, ma evidenzia esattamente il dilemma che rende difficile trasformare gli allarmi sulla sicurezza in un accordo internazionale.
USA e Cina: i rischi dell’IA diventano geopolitici
Dall’altra parte emerge una logica analoga.
La Cina dispone già di forme di regolamentazione sugli algoritmi, sui dati e sui contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Ma Washington e Pechino considerano entrambe lo sviluppo dell’IA fondamentale per la propria competitività economica e militare.
Anche se Stati Uniti e Cina riconoscessero gli stessi rischi dell’intelligenza artificiale, nessuno dei due avrebbe interesse a rallentare per primo. I rischi dell’intelligenza artificiale diventano così anche un problema geopolitico: riconoscere il pericolo non significa automaticamente avere interesse a fermare la competizione.
È la logica classica di una corsa strategica: tutti possono considerare pericolosa l’accelerazione, ma ciascuno teme ancora di più il vantaggio che l’altro otterrebbe continuando da solo.
C’è una strategia dietro la tempistica dell’allarme?
È una domanda legittima.
Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale stanno investendo somme enormi in chip, data center, energia e ricerca.
Un rallentamento coordinato potrebbe quindi avere anche conseguenze economiche: riduzione della pressione finanziaria, maggiore tempo per consolidare le infrastrutture e possibili barriere più elevate all’ingresso di nuovi concorrenti.
Questo non dimostra però l’esistenza di una strategia concordata.
Non abbiamo prove che le dichiarazioni di Coxon, Amodei, Altman, Musk e Hinton facciano parte di un piano comune.
Le contraddizioni, anzi, sono evidenti.
Le stesse aziende che chiedono maggiore prudenza continuano a investire nella costruzione di modelli più potenti.
Ed è forse proprio questa la migliore rappresentazione del dilemma:
si può essere sinceramente preoccupati per la velocità della corsa e, nello stesso tempo, non potersi permettere di rallentare da soli.
La distopia e i rischi dell’intelligenza artificiale
No.
Non sappiamo se nascerà una superintelligenza capace di sfuggire al controllo umano.
Non sappiamo quando potrebbe arrivare.
Le percentuali sull’estinzione dell’umanità non sono previsioni scientifiche.
E un esperimento in cui agenti artificiali sviluppano convenzioni comunicative difficili da comprendere non significa che le macchine abbiano acquisito una volontà propria o stiano complottando contro l’uomo.
Trasformare questi segnali in certezze sarebbe un errore.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare ciò che sta accadendo.
Un ricercatore passato da OpenAI ad Anthropic lascia il proprio lavoro denunciando una corsa che considera pericolosa.
Il CEO di Anthropic chiede di rallentare.
Il CEO di OpenAI accetta che il ritmo dello sviluppo debba dipendere anche dalla sicurezza.
Musk torna a invocare prudenza.
Hinton ricorda che non sappiamo ancora come controllare eventuali sistemi molto più intelligenti dell’uomo.
Figalli teme che l’IA possa impoverire alcuni processi della formazione intellettuale.
Esperimenti con agenti artificiali mostrano che questi sistemi possono sviluppare autonomamente convenzioni comunicative che diventano almeno in parte difficili da interpretare per gli esseri umani.
Mattarella chiede agli Stati di recuperare capacità di governo nei confronti di un potere tecnologico concentrato nelle mani di pochi soggetti privati.
E mentre aumentano gli interrogativi sui rischi dell’intelligenza artificiale, Stati Uniti e Cina continuano a correre.
Forse, dunque, l’interrogativo posto poche settimane fa sulle pagine di PoliticaMagazine non era così lontano dalla realtà come sembrava.
Non perché le macchine abbiano già preso il controllo.
Ma perché stiamo costruendo sistemi sempre più potenti senza avere ancora stabilito con certezza chi dovrà controllarli, quali limiti imporre e, soprattutto, se quando decideremo di rallentare saremo ancora nelle condizioni di farlo.
FAQ
Quali sono oggi i principali rischi dell’intelligenza artificiale?
I principali rischi dell’intelligenza artificiale riguardano la difficoltà di controllare sistemi sempre più autonomi, il possibile uso pericoloso da parte dell’uomo, la perdita di trasparenza nei processi decisionali e l’accelerazione dello sviluppo più rapida della nostra capacità di testare e governare i nuovi modelli.
L’intelligenza artificiale sta davvero sfuggendo al controllo umano?
Non esistono prove che l’intelligenza artificiale sia già fuori controllo. Tuttavia, alcuni esperimenti con agenti autonomi hanno mostrato comportamenti inattesi e forme di comunicazione diventate in parte difficili da comprendere per gli esseri umani. Per questo diversi ricercatori chiedono maggiori strumenti di supervisione e sicurezza.
Perché scienziati e aziende chiedono di rallentare lo sviluppo dell’IA?
Ricercatori come Geoffrey Hinton e dirigenti come Dario Amodei ritengono che le capacità dei sistemi stiano aumentando molto rapidamente. La richiesta non è necessariamente quella di fermare la ricerca, ma di rallentare abbastanza da consentire alla sicurezza, ai controlli indipendenti e alla regolamentazione di tenere il passo con lo sviluppo tecnologico.
Perché Stati Uniti e Cina rendono difficile rallentare la corsa all’intelligenza artificiale?
Stati Uniti e Cina considerano l’intelligenza artificiale una tecnologia strategica per economia, ricerca, sicurezza e difesa. Anche riconoscendo i rischi dell’intelligenza artificiale, nessuna delle due potenze ha interesse a rallentare per prima, perché teme che l’altra possa ottenere un vantaggio tecnologico e geopolitico.
Confronto tra la proiezione di Mercatore e Equal Earth nella rappresentazione delle dimensioni dei continenti.
Punti chiave
Il 4 settembre 2026, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che propone una nuova rappresentazione cartografica, sfidando la proiezione di Mercatore.
La proiezione di Mercatore distorce le dimensioni reali dei continenti, creando una rappresentazione errata, in particolare per l’Africa.
La risoluzione consiglia l’adozione della proiezione Equal Earth, che rappresenta in modo più proporzionale le dimensioni dei continenti.
La proiezione di Mercatore ha facilitato l’espansione coloniale europea, contribuendo a giustificare pratiche di sfruttamento.
Modificare la percezione della mappa del mondo potrebbe aiutare a rielaborare la storia delle relazioni tra Europa e Africa.
La proiezione di Mercatore e la risoluzione ONU
Il 4 settembre 2026 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la risoluzione Correct the Map: Rebalancing global cartographic representation and promoting equitable representation of the world’s regions, riaprendo il dibattito sulla proiezione di Mercatore e sulla rappresentazione delle reali dimensioni dei continenti.
La risoluzione è stata approvata con 164 voti favorevoli, 6 astenuti (Ucraina, Georgia, Moldavia, Serbia, Estonia e Lituania) e il solo voto contrario degli Stati Uniti d’America.
Il testo, proposto dal Togo in rappresentanza del Gruppo Africano, chiede l’adozione di un planisfero che rispetti in maniera più proporzionale le dimensioni dei continenti.
Infatti, la rappresentazione del mondo di Mercatore, che ognuno di noi ha visto appesa nelle aule di scuola, raffigura l’Africa quasi quanto la Groenlandia. Eppure, il continente potrebbe contenere al suo interno sette volte la superficie dei Paesi membri dell’Unione Europea e tre volte la Cina.
Esempi che, da soli, danno un’idea della vastità dell’Africa.
Non solo immensa: l’Africa ospita anche la popolazione più giovane del globo. Con un’età media di 19 anni, gli africani si candidano a essere tra i protagonisti di questo XXI secolo.
E allora proprio dall’Africa, continente ancora frainteso attraverso logiche coloniali, è venuta la proposta di modificare l’immagine del mondo.
Caricamento mappa…
Equal Earth e una nuova rappresentazione del mondo
La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non ha carattere vincolante.
Essa consiglia l’adozione delle proiezioni a superficie equivalente, tra cui Equal Earth, elaborata dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny.
Caricamento mappa…
I Paesi africani si vedono riconosciuta sulla carta – è proprio il caso di dirlo – una posizione differente rispetto a quella che ha plasmato per secoli l’immaginario collettivo.
Il ministro degli Esteri del Togo, Robert Dussey, ha salutato con ottimismo la votazione favorevole, ricordando che «le mappe plasmano la nostra comprensione del mondo».
È chiaro che modificare la mappa della Terra non cambierà i rapporti di forza tra gli attori internazionali. Soprattutto in questo momento, il sistema internazionale naviga a vista in un mare di conflitti regionali alla ricerca di un nuovo equilibrio.
Tuttavia, non bisogna nemmeno bollare il tutto come una vittoria di Pirro.
La risoluzione potrebbe essere il grimaldello per scardinare la presunzione di neutralità intrisa in ogni affermazione tecnica e scientifica proveniente dalla storia dell’Europa.
La mappa di Mercatore: una carta per la navigazione
Quando, nel XVI secolo, il cartografo fiammingo Gerhard Kremer – Gerardo Mercatore, secondo la tradizione italiana di adattare i nomi – disegnò la cartina del mondo su un piano, aveva in mente un obiettivo ben preciso: rendere affidabile e sicura la navigazione per le diverse compagnie mercantili che solcavano gli oceani.
È inevitabile che rappresentare una forma sferico-elissoidale su un piano crei problemi dal punto di vista geometrico.
Poiché per Kremer era di fondamentale importanza realizzare una carta che aiutasse la navigazione, utilizzò la geometria e la trigonometria per raggiungere il suo scopo.
Così, nel planisfero di Mercatore, le figure più vicine ai poli appaiono più grandi rispetto alle terre situate nei pressi dell’equatore.
E l’Africa appare grande quasi quanto la Groenlandia, il che ovviamente non corrisponde alle reali proporzioni delle due superfici.
Mercatore, commercio e colonialismo europeo
La proiezione di Mercatore, però, permise alle compagnie mercantili europee di tracciare rotte affidabili mediante linee rette.
E questo era un obiettivo preminente per la nascente classe mercantile europea.
Dunque, attraverso una commistione tra tecnologia europea, algebra araba e geometria persiana, Mercatore disegnò uno strumento utile all’espansione coloniale europea.
Contribuì anche all’inclusione del pianeta all’interno del modello economico mercantile.
La tratta atlantica degli schiavi assunse, tra il XVI e il XVIII secolo, dimensioni sempre più vaste.
Dalle coste dell’Africa occidentale, gli europei acquistavano a basso prezzo forza lavoro ridotta in schiavitù, venduta anche da regni africani come il Benin e il Dahomey.
I giovani africani venivano successivamente venduti nelle colonie europee delle Americhe.
Da qui le navi europee, cariche di materie prime e di oro, salpavano nuovamente verso i porti della penisola iberica, della Gran Bretagna, della Francia e dei Paesi Bassi.
L’Atlantico era solcato da navi cariche di oro, argento, oli e schiavi.
Grazie al genio matematico di Mercatore, un triangolo ideale cominciava a legare in maniera inestricabile i destini dell’Europa, dell’America Latina e dell’Africa.
Con una precisazione: era l’Europa a detenere il controllo di tutto e a estendere la propria forma di civiltà attraverso l’instaurazione di un modello di governo di tipo coloniale.
La cartografia di Mercatore e l’espansione dell’Europa
Non intendiamo dire che dalla raffigurazione errata delle dimensioni dell’Africa sia sorta la giustificazione del colonialismo.
No, assolutamente.
Il colonialismo ha preteso una giustificazione nella diffusione del cristianesimo prima e nella missione civilizzatrice laica dopo.
Tuttavia, la rappresentazione di Mercatore ha favorito, questo sì, senza dubbio, lo sviluppo economico dell’Europa.
Senza l’accumulo di capitale attraverso la pirateria delle compagnie mercantili e delle monarchie europee, che si erano create ad hoc le proprie giustificazioni giuridico-religiose e morali, non sarebbe stato possibile sottrarre l’oro dalle vene profonde dell’America Latina.
Senza il sangue e il sudore degli schiavi dell’Africa non ci sarebbe stata la messa in coltura di enormi distese di cotone.
Né famiglie o grandi gruppi finanziari, come i Lloyd’s di Londra, avrebbero raccolto i capitali necessari per diventare i colossi che sono.
E ancora, senza le ingenti quantità di olio di palma prelevato dalle foci del Niger, i macchinari dell’industria britannica non avrebbero avuto a disposizione una delle materie prime utilizzate nei processi industriali dell’epoca.
È anche attraverso questi rapporti economici che l’Europa consolidò il proprio primato.
La proiezione di Mercatore e il modo di vedere il mondo
Sì, una cartina geografica più accurata nelle proporzioni e meno adeguata alla navigazione non cambierà il mondo.
Oggi la navigazione si compie grazie ai sistemi di geolocalizzazione più avanzati e ai satelliti, risultato della tecnica occidentale e del coltan ricoperto del sangue dei congolesi.
Superare la mappa di Mercatore non darà, da solo, all’Africa un ruolo centrale nella disputa sul nuovo equilibrio mondiale.
Ma modificare la percezione e la rappresentazione del mondo può consentire una rielaborazione della storia dei rapporti tra l’Europa e l’Africa.
Una rielaborazione priva – si spera – di razzismi conservatori ed evangelici progressismi.
E, seppure la storia non abbia ancora annunciato verso quale baratro la civiltà europea caracollerà, è almeno testimone del cuore di tenebra dal quale è emersa.
FAQ
Che cos’è la proiezione di Mercatore?
La proiezione di Mercatore è una rappresentazione cartografica elaborata nel XVI secolo da Gerhard Kremer, detto Mercatore. Fu pensata soprattutto per facilitare la navigazione, ma tende a ingrandire le aree vicine ai poli rispetto a quelle prossime all’equatore.
Perché la proiezione di Mercatore viene criticata?
Perché altera la percezione delle dimensioni relative dei continenti. Nell’articolo si sottolinea, per esempio, che l’Africa appare quasi grande quanto la Groenlandia, mentre in realtà la sua superficie è molto maggiore.
Che cos’è Equal Earth?
Equal Earth è una proiezione cartografica a superficie equivalente, sviluppata da Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. L’obiettivo è rappresentare le aree del pianeta in modo più proporzionato rispetto alla proiezione di Mercatore.
Cosa chiede la risoluzione ONU “Correct the Map”?
La risoluzione invita ad adottare rappresentazioni cartografiche più proporzionate e meno distorsive, con particolare attenzione alla corretta rappresentazione dell’Africa. Non è vincolante, ma propone un cambiamento nel modo in cui il mondo viene rappresentato e percepito.
Il dominio del mare nel XXI secolo tra rotte strategiche, potenza navale e competizione tra Stati Uniti e Cina.Immagine generata con intelligenza artificiale a fini illustrativi. Non rappresenta una fotografia reale dell’evento.
Per secoli il dominio del mare non ha significato soltanto controllare uno spazio da attraversare. Gli oceani sono stati vie commerciali, barriere difensive, strumenti di espansione e, soprattutto, fonti di potere.
Oggi il mondo è molto diverso da quello delle grandi flotte a vela. Eppure una domanda rimane sorprendentemente attuale: il dominio del mare continua a essere decisivo per una potenza che vuole esercitare un’influenza globale?
La risposta è sì, ma con una precisazione.
Nel XXI secolo dominare il mare non significa controllare materialmente ogni oceano. Vuol dire soprattutto essere capaci di proteggere le proprie rotte, mantenere aperti i passaggi strategici, assicurare gli approvvigionamenti e, se necessario, impedire a un avversario di fare altrettanto.
È proprio questa capacità che torna al centro della competizione internazionale.
Dal Mediterraneo al potere marittimo degli imperi oceanici
La storia offre numerosi precedenti, ma bastano pochi esempi per comprendere quanto il potere marittimo abbia inciso sulla distribuzione della potenza.
Atene costruì gran parte della propria forza sulla flotta. Roma comprese durante le guerre puniche che non avrebbe potuto sconfiggere Cartagine senza diventare anche una potenza navale. Dopo la vittoria, il Mediterraneo divenne progressivamente il suo Mare Nostrum.
Secoli dopo, Venezia e Genova prosperarono grazie a reti commerciali, porti e collegamenti marittimi.
La grande svolta arrivò però tra il XV e il XVI secolo.
Il Portogallo costruì una rete di basi e scali che, passando per l’Africa e il Capo di Buona Speranza, raggiungeva l’India, Malacca e l’Estremo Oriente.
La Spagna utilizzò invece gli oceani per collegare un enorme sistema imperiale tra Europa, Americhe e Asia.
Il mare trasformò così potenze europee relativamente piccole in protagonisti mondiali.
La successiva supremazia britannica portò questa logica alla sua massima espressione. Flotta, commercio, basi navali e controllo delle rotte consentirono alla Gran Bretagna di sostenere un impero distribuito su più continenti.
Questa dinamica aiuta anche a comprendere la più ampia storia dell’ascesa dell’Occidente e il progressivo spostamento dei centri del potere mondiale.
La questione decisiva, tuttavia, riguarda il presente.
Il dominio del mare nell’economia globale
La rivoluzione digitale non ha cancellato la geografia.
Secondo UN Trade and Development (UNCTAD), circa l’80% del commercio internazionale di merci, misurato in volume, continua a essere trasportato via mare. Per approfondire: Review of Maritime Transport – UNCTAD.
Container, petrolio, gas, cereali, minerali, automobili, componenti industriali e prodotti finiti attraversano ogni giorno gli oceani.
Per questo il dominio del mare continua ad avere un significato economico prima ancora che militare.
Una grande economia può possedere fabbriche, tecnologie e capitali. Se però non riesce a importare materie prime o esportare i propri prodotti, una parte della sua potenza diventa vulnerabile.
La globalizzazione non ha quindi eliminato la dipendenza dal mare.
L’ha aumentata.
Malacca, Hormuz e Suez: i colli di bottiglia della globalizzazione
Il sistema presenta una fragilità evidente.
Le rotte marittime mondiali non sono distribuite uniformemente. In diversi punti devono attraversare stretti e canali relativamente limitati.
Sono i cosiddetti chokepoint, i colli di bottiglia della globalizzazione.
Tra i più importanti troviamo Malacca, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, gli Stretti Turchi e Panama.
Lo Stretto di Malacca, tra Oceano Indiano e Pacifico, rappresenta uno dei passaggi più importanti del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 vi sono transitati circa 23,2 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa il 29% dei flussi petroliferi marittimi mondiali.
Ancora più delicato dal punto di vista energetico è lo Stretto di Hormuz. Nello stesso periodo vi transitavano mediamente circa 20,9 milioni di barili al giorno.
Una crisi concentrata in pochi chilometri di mare può quindi produrre conseguenze sull’energia, sui trasporti, sulla produzione industriale e sull’inflazione a migliaia di chilometri di distanza.
Il petrolio continua, del resto, a essere una vera infrastruttura del potere mondiale. La questione non riguarda soltanto chi possiede le risorse, ma anche chi può garantirne o condizionarne la circolazione.
Gli Stati Uniti e il sistema marittimo costruito nel Novecento
La potenza degli Stati Uniti non deriva soltanto dalle dimensioni della loro economia o dall’arsenale nucleare.
Una parte fondamentale dell’influenza americana nasce dalla capacità di operare contemporaneamente nell’Atlantico, nel Pacifico, nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano.
La forza americana è costituita da un sistema.
Portaerei, sommergibili, flotte, basi, porti alleati, satelliti, intelligence, logistica e accordi militari permettono agli Stati Uniti di proiettare forza a enorme distanza dal proprio territorio.
Il dominio del mare americano non dipende quindi semplicemente dal numero delle navi. Conta soprattutto la possibilità di sostenerle, rifornirle, proteggerle e inserirle all’interno di una rete mondiale.
È un vantaggio costruito nel corso di decenni e difficilmente replicabile in tempi brevi.
La U.S. Navy indica la Repubblica Popolare Cinese come la principale sfida strategica di riferimento. Il confronto va ormai molto oltre le dimensioni numeriche delle rispettive flotte.
In questo quadro devono essere letti i nuovi equilibri della potenza globale. Non si tratta soltanto di un confronto diplomatico tra Washington, Pechino e le altre grandi capitali, ma di una competizione per la capacità concreta di operare nelle aree decisive del pianeta.
Per gran parte della propria storia moderna la Cina è stata soprattutto una grande potenza continentale.
La crescita economica degli ultimi decenni ha modificato radicalmente questa condizione.
Una gigantesca economia industriale dipendente dal commercio internazionale deve importare energia e materie prime ed esportare enormi quantità di prodotti.
Pechino deve quindi affrontare una questione strategica inevitabile: come proteggere le proprie linee di comunicazione marittime?
Gran parte dei collegamenti tra la Cina, il Golfo Persico, l’Africa e l’Europa attraversa l’Oceano Indiano e passa nei pressi di punti vulnerabili come Malacca.
Questa dipendenza spiega perché il dominio del mare abbia assunto un’importanza crescente nella strategia cinese.
Il Libro bianco sulla sicurezza nazionale pubblicato da Pechino nel 2025 inserisce la tutela dei diritti e degli interessi marittimi nella più ampia concezione della sicurezza nazionale.
La trasformazione è coerente con la strategia economica e tecnologica cinese. Industria, autonomia tecnologica, energia, sicurezza e capacità militare sono ormai parti di una stessa traiettoria di lungo periodo.
Il cambiamento è visibile soprattutto nella marina militare.
Il 5 novembre 2025 la Cina ha ufficialmente immesso in servizio la Fujian, terza portaerei del Paese.
Con un dislocamento a pieno carico superiore alle 80.000 tonnellate, la nave è la prima portaerei cinese dotata di un sistema di catapulte elettromagnetiche per il lancio degli aerei.
Questo non significa che la Cina abbia raggiunto la capacità globale degli Stati Uniti.
Le portaerei sono soltanto una componente di un sistema molto più complesso. Servono addestramento, gruppi navali, basi, rifornimento, aviazione imbarcata, protezione antisommergibile ed esperienza operativa.
La Fujian rappresenta però un’indicazione chiara della direzione intrapresa.
La Cina non vuole più soltanto difendere le proprie coste. Punta progressivamente ad aumentare la capacità di operare più lontano.
Taiwan e la geografia strategica del Pacifico
È in questa prospettiva che Taiwan assume un significato ancora più ampio.
La disputa riguarda innanzitutto sovranità, identità politica e sicurezza.
L’isola occupa però anche una posizione geografica straordinariamente importante.
Taiwan si trova lungo quella che gli strateghi definiscono prima catena di isole, una linea che dal Giappone passa attraverso Taiwan e prosegue verso le Filippine.
Per Pechino, poter operare con maggiore libertà oltre questa fascia faciliterebbe l’accesso alle profondità del Pacifico.
Dal punto di vista degli Stati Uniti e di diversi alleati regionali, mantenere l’attuale equilibrio contribuisce invece a limitare una proiezione navale cinese incontrollata verso il Pacifico occidentale.
Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Mar delle Filippine e Stretto di Malacca devono quindi essere osservati anche come parti di un’unica geografia strategica.
Sea control e sea denial: come cambia il dominio del mare
Esiste una differenza fondamentale rispetto all’epoca degli imperi coloniali.
Oggi nessuno può semplicemente occupare gli oceani.
Nella strategia contemporanea vengono utilizzati due concetti fondamentali: sea control e sea denial.
Il sea control consiste nella capacità di utilizzare con sufficiente libertà una determinata area marittima, limitando contemporaneamente quella dell’avversario.
Il sea denial segue una logica differente.
Non occorre controllare permanentemente il mare. Può essere sufficiente rendere una zona troppo pericolosa perché l’avversario possa utilizzarla liberamente.
Proprio questa possibilità ha trasformato profondamente il dominio del mare nel XXI secolo.
Missili, sommergibili e droni cambiano la guerra navale
Portaerei e grandi unità navali rimangono strumenti formidabili, ma devono confrontarsi con minacce sempre più sofisticate.
Missili antinave a lungo raggio, sommergibili, mine, droni di superficie, sistemi subacquei autonomi, satelliti e sensori distribuiti possono rendere estremamente rischioso l’accesso a determinate aree.
Una potenza non deve necessariamente distruggere l’intera flotta nemica. Può cercare di costringerla a operare più lontano.
Questa logica è particolarmente importante nel Pacifico occidentale.
La competizione navale tra Stati Uniti e Cina non può quindi essere ridotta alla domanda: chi possiede più navi?
Chi riesce a individuare per primo l’avversario? A quale distanza può colpirlo? Quanto sono protette le basi da cui opera?
Un altro elemento decisivo riguarda l’efficienza delle reti satellitari e di intelligence. Infine, conta la capacità di rifornire le proprie forze durante un conflitto prolungato.
Il dominio del mare è diventato un sistema tecnologico.
Internet viene spesso immaginata come una realtà immateriale.
In realtà, la maggior parte delle comunicazioni intercontinentali dipende da infrastrutture fisiche posate sul fondo degli oceani.
Transazioni finanziarie, cloud computing, comunicazioni governative, attività industriali e servizi digitali dipendono da questa rete.
Proteggere il mare significa quindi proteggere anche la circolazione dei dati.
Il potere marittimo contemporaneo comprende non soltanto navi e rotte commerciali, ma anche infrastrutture digitali invisibili e vulnerabili.
Baltic Sentry e la protezione delle infrastrutture sottomarine
La NATO ha riconosciuto esplicitamente questa vulnerabilità.
Nel gennaio 2025 l’Alleanza ha avviato Baltic Sentry, rafforzando la presenza nel Mar Baltico con unità navali, aerei da pattugliamento e nuove tecnologie, compresi droni navali.
L’obiettivo è aumentare la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine.
Il dominio del mare non riguarda più soltanto ciò che naviga sulla superficie.
Riguarda almeno quattro dimensioni: la superficie, dove transitano navi commerciali e militari; le profondità, dove operano i sommergibili; il fondale, dove corrono cavi e infrastrutture energetiche; infine lo spazio e il dominio digitale, dai quali dipendono comunicazioni, navigazione, intelligence e sorveglianza.
Il mare è quindi diventato uno spazio multidimensionale.
La geografia dei nuovi equilibri mondiali
Guardando una carta geografica, la continuità diventa evidente.
Suez collega Mediterraneo e Mar Rosso.
Bab el-Mandeb apre l’accesso all’Oceano Indiano.
Hormuz controlla l’uscita dal Golfo Persico.
Malacca collega Oceano Indiano e Pacifico.
Taiwan si trova davanti alle coste cinesi, lungo una delle principali direttrici dell’Asia orientale.
Questi punti appartengono a regioni politicamente molto diverse.
Dal punto di vista della circolazione globale, però, formano una rete.
È proprio la capacità di garantire, condizionare o interrompere quella rete che trasforma il dominio del mare in una forma di potere.
Chi domina il mare domina ancora il mondo?
La formula deve essere utilizzata con cautela.
Nel XXI secolo il dominio del mare, da solo, non permette di dominare il mondo.
Servono economia, industria, tecnologia, energia, capacità spaziale, intelligence, demografia e stabilità politica.
Una grande potenza continentale può inoltre possedere enormi capacità militari senza esercitare un controllo globale degli oceani.
Rimane tuttavia difficile immaginare una vera potenza mondiale incapace di utilizzare e proteggere le grandi rotte marittime.
È questo che gli Stati Uniti hanno compreso nel Novecento.
La Cina sembra averlo compreso nel XXI secolo.
La competizione tra Washington e Pechino non si svolge soltanto nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio o nella produzione industriale.
Si svolge anche sulla superficie degli oceani, nelle loro profondità e sui loro fondali.
I galeoni portoghesi e spagnoli sono scomparsi. Le flotte britanniche appartengono alla storia. Al loro posto sono arrivati portaerei, sommergibili nucleari, missili, satelliti, droni e cavi in fibra ottica.
Gli strumenti sono cambiati radicalmente.
La geografia molto meno.
Ed è forse questo il punto essenziale: chi domina il mare non domina automaticamente il mondo, ma una potenza che perde la capacità di accedere alle grandi rotte oceaniche rischia ancora oggi di perdere una parte decisiva della propria libertà economica, militare e politica.
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Riferimenti bibliografici
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J.S. Corbett, Some Principles of Maritime Strategy, Longmans, Green and Co., London, 1911.
P. Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers, Random House, New York, 1987.
G. Till, Seapower: A Guide for the Twenty-First Century, 4ª edizione, Routledge, London-New York, 2018.
A. Lambert, Seapower States: Maritime Culture, Continental Empires and the Conflict That Made the Modern World, Yale University Press, New Haven, 2018.