Il femminista

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otto marzo festa della donna

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Nella mia ora libera sono andata a prendere un caffè con un mio collega. Piccoli momenti di normalità in una giornata fatta di “tieni su la mascherina”, “ricordatevi di sanificare le mani quando rientrate in classe” e così via.

La giornata è calda per essere marzo. Poggiato sul tavolino del bar, il giornale ci riporta l’ennesimo bollettino sulla pandemia. Il mio collega rigira le pagine del giornale e si sofferma sulla pubblicità di un noto brand di intimo femminile. A tutta pagina campeggia il corpo perfetto della modella. Il mio collega mi guarda e mi dice: “È per questo che le donne non riescono ad avere posti di rilievo in politica”.

La mia espressione interrogativa lo ha esortato a continuare: “Se le donne si prestano a questo tipo di uso non fanno altro che perpetuare lo stereotipo della donna oggetto”. Io gli rispondo che trattandosi di una pubblicità di intimo non sarebbe stata altrettanto efficace se la testimonial non fosse stata così ammiccante.

All’improvviso sono diventata io la donna frivola, senza principi e lui il sostenitore della lotta femminista.

Ci ha tenuto a spiegarmi che noi donne dobbiamo prendere coscienza del nostro valore e della nostra importanza nella società. Che se fossimo più impegnate riusciremmo a ottenere il posto che ci spetta. Che lui ci rispetta e ci sostiene, ma gli uomini non ci prenderanno mai sul serio se continuiamo a mercificare il nostro corpo.

Ho bevuto il mio caffè amaro (non è una metafora). Poi mi sono rivolta al mio collega femminista e gli ho fatto notare che ciò che nuoce alle donne sono esattamente gli uomini come lui: i femministi di facciata. I peggiori tra i maschilisti sono i maschilisti che credono di essere femministi, quelli che credono di doverci spiegare, a noi, povere donne che viviamo ancora in uno stato di minorità imputabile solo a noi stesse (sic!), che cosa vuol dire essere donne in una società maschile. Sentono il bisogno paternalista di indicarci la via, di condurci per mano, perché noi, da sole, non siamo ancora in grado di capire, di scegliere cosa è giusto per noi, cosa vogliamo fare dei nostri cervelli e dei nostri corpi.

Una modella limita, ostacola la lotta per i diritti delle donne (che poi sono i diritti umani)? Una modella, una influencer altro non è che una moderna Mirandolina, una donna d’affari, consapevole delle proprie qualità e che le sfrutta per raggiungere la propria indipendenza economica.

E invece il finto femminista ci vede così: fragili e oppresse. E, quel che è peggio,  gravate dal nostro stesso essere donne. Ancora una volta “l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a sé stesso”, a come lui vorrebbe che fosse.

Anche nella lotta femminista si inserisce l’uomo-narcisista, incapace di lasciarci libere di agire, vuole essere il protagonista. Ma il problema è che l’uomo, per quanto si impegni, non potrà mai capire cosa vuol dire essere donne in una società maschilista, in un Paese in cui è necessario avere un ministero delle pari opportunità, perché, evidentemente, è necessario che ci vengano concesse delle opportunità per via legislativa.    

Gli uomini non sono esclusi dalla lotta per i diritti delle donne ma il loro contributo deve attuarsi nel quotidiano, senza ergersi a timonieri. Noi donne sappiamo bene qual è la direzione e dove vogliamo approdare. Il percorso è lungo e complicato, ne siamo consapevoli, ma sapremo fare da sole.

Giovanna Paradiso

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