Punti chiave
- Il ritorno al Medioevo rappresenta una metafora per descrivere la crisi delle sintesi moderne e la frammentazione della realtà attuale.
- Autori come Eco e Zielonka vedono nel ‘nuovo Medioevo’ una fase in cui il vecchio ordine non regge più, evidenziando localismi e autorità sovrapposte.
- Boccaccio, attraverso il Decameron, offre una chiave narrativa per comprendere le complessità del presente e il nostro comportamento attuale.
- La storia di Ser Ciappelletto dimostra come la reputazione e l’autenticità possano trasformare una menzogna in verità pubblica, riflettendo la nostra società contemporanea.
- Il ritorno al Medioevo, quindi, solleva interrogativi sulla natura della verità e sulla costruzione della reputazione nella vita collettiva odierna.
Il ritorno al Medioevo come metafora del presente
Il ritorno al Medioevo non va inteso, in questi autori, come un ritorno letterale ai secoli medievali.
È piuttosto una metafora storica per descrivere una fase in cui si indeboliscono le grandi sintesi della modernità
— Stato centrale, sovranità chiara, universalismo giuridico, fiducia lineare nel progresso —
e riemergono invece pluralità di poteri, identità concorrenti, dipendenze personali, reputazione, frammentazione e insicurezza.
Il nuovo Medioevo da Eco a Zielonka
Umberto Eco è il nome più noto fra quelli che hanno negli ultimi decenni pensato che certe situazioni decisioni e cambiamenti culturali possano essere considerati in qualche modo riportabili ai tempi del medioevo erroneamente noti come IL BUIO.
Per lui il “nuovo Medioevo” non è un’età oscura in senso banale, ma il ritorno al Medioevo una condizione di transizione:
il vecchio ordine non regge più e il nuovo non è ancora nato.
In questa fase crescono localismi, miti, mediazioni simboliche, crisi della ragione pubblica e sovrapposizione di autorità diverse.
Il suo Medioevo è dunque una chiave per leggere il presente, non un semplice paragone polemico.
Per Eco, il ritorno al Medioevo coincide con una fase di transizione in cui il vecchio ordine non regge più e il nuovo non è ancora nato.
Prima di Eco, Nikolaj Berdjaev aveva già parlato di “Nuovo Medioevo” in senso filosofico e religioso:
la modernità, secondo lui, non produce necessariamente emancipazione, ma può sfociare in una nuova epoca di durezza spirituale, gerarchia e bisogno del sacro.
Eco è più storico-culturale; Berdjaev più metafisico.
Il ritorno al Medioevo tra politica e frammentazione
In ambito politico-internazionale, Hedley Bull e poi Jan Zielonka hanno usato la metafora in modo tecnico:
il sistema contemporaneo tende talvolta a somigliare a un ordine “neo-medievale”, cioè a un assetto con sovranità divisa, autorità sovrapposte, attori non statali e confini meno netti.
Zielonka applica questo schema soprattutto all’Europa, che non appare come uno Stato unitario moderno, ma come una costruzione plurale, quasi “imperiale” in senso neo-medievale.
In questa prospettiva, il ritorno al Medioevo descrive soprattutto la frammentazione delle sovranità e la sovrapposizione dei poteri.
Alain Minc ha usato la formula in chiave più giornalistica e geopolitica per descrivere il mondo post-Guerra fredda come uno spazio meno ordinato, più instabile, più esposto a zone grigie e crisi permanenti.
In questa linea stanno anche autori come Kaplan o Enzensberger, che accentuano il lato del disordine diffuso, della guerra frammentata e della debolezza del centro.
Il rischio della banalità: perché la metafora va usata con rigore
Accanto a questi teorici, vanno però ricordati gli studiosi che mettono in guardia dagli abusi della metafora.
Giuseppe Sergi è decisivo perché insiste sul fatto che “Medioevo” viene spesso usato nel senso comune come insulto o sinonimo di barbarie.
Il Medioevo storico fu molto più complesso.
Perciò Sergi non è tanto un profeta del “ritorno al Medioevo”, quanto un correttivo critico: ci ricorda che la metafora può essere utile solo se usata con rigore.
Anche Alessandro Barbero non rientra propriamente tra i teorici del “nuovo Medioevo”, ma è importante perché ha contribuito a smontare l’immagine caricaturale di un Medioevo immobile, buio e irrazionale.
In questo senso aiuta a rendere più seria la discussione.
Philippe Daverio, invece, conta più come interprete culturale e simbolico della lunga durata europea che come teorico del neo-medievalismo.
Il suo interesse sta nella persistenza delle forme, degli immaginari e delle stratificazioni storiche.
In sintesi: Eco, Bull, Zielonka e altri usano il Medioevo come metafora del presente frammentato;
Sergi e Barbero servono invece a evitare che quella metafora degeneri in banalità.
Il risultato migliore nasce tenendo insieme entrambe le linee: la forza interpretativa della metafora e la cautela storica contro il suo abuso.
Perché Boccaccio può spiegare il presente meglio di molte formule astratte
Boccaccio e il presente
Ma allora come facciamo a spiegare al semplice lettore ed appassionato critico dei nostri tempi che cosa vuol dire tornare al medioevo?
Boccaccio aiuta a leggere il ritorno al Medioevo in forma narrativa, concreta e umanamente riconoscibile.
Forse non tutti se ne saranno accorti ma abbiamo in un testo letterario tutto ciò che può servirci per fare da ponte e collegamento a quel mondo narrativo che ci può offrire tutte le qualità narrative che convinceranno il lettore.
La pluralità di norme, reputazione, declassamento, dipendenza, ospitalità, arbitrio sono tutte cose che il Decameron è perfettamente capace di farci capire come ci stiamo comportando come i nostri antenati e personaggi del più grande narratore italiano di tutti i tempi:
Giovanni Boccaccio perché il suo Decameron non parla solo del Trecento ma, in controluce, racconta anche noi.
Il Decameron come chiave del presente
Quindi non stiamo tornando al Medioevo in senso storico.
Ma stiamo attraversando una fase in cui molte promesse della modernità — stabilità degli status, trasparenza delle istituzioni, forza delle norme impersonali — sembrano incrinarsi.
Per capire questa condizione, più che certi slogan sociologici, può essere utile rileggere Boccaccio.
Il Decameron non offre una teoria del presente, ma mette in scena un mondo fatto di verità negoziate, poteri asimmetrici, denaro, desiderio, reputazione e sopravvivenza.
Un mondo che oggi ci appare, inquietantemente, meno lontano del previsto.
Parlare di “ritorno al Medioevo” è quasi sempre fuorviante.
Fa pensare a una regressione lineare, a un crollo della civiltà moderna in favore di forme antiche, statiche, oscure.
Ma non è questo il punto.
Il presente non assomiglia al Medioevo perché abbia rinunciato alla tecnica, alla finanza globale o alla burocrazia.
Gli assomiglia, piuttosto, perché torna a mostrare alcune condizioni che la modernità aveva promesso di ridurre:
la fragilità degli status, la pluralità dei codici morali, il peso della reputazione, il ritorno dei rapporti personali come fattore decisivo, la distanza crescente tra norma proclamata e pratica concreta.
Il Decameron come grammatica del presente
Per questo Boccaccio può aiutarci più di molte formule astratte.
Non perché il Decameron sia un trattato sociologico ante litteram, ma perché è un eccezionale repertorio di situazioni umane nelle quali gli individui vivono tra poteri diseguali, istituzioni imperfette, desideri irregolari, verità pubbliche costruite e ricchezze instabili.
In altre parole:
Boccaccio non spiega il nostro tempo, ma ci offre una grammatica narrativa per leggerlo.
Per nostra comodità, abbiamo scelto di soffermarci solo sulla prima novella del Decameron nella speranza che il tema si ripresenti ed avremo l’opportunità di rielaborare il tema della metafora del medioevo utilizzando altri fenomeni sociali e societari in ben altri racconti del Boccaccio.
Racconti che erano già vecchi ai tempi di Boccaccio nel trecento e che egli amava rielaborare proprio per trarne l’ulteriore significato etico-morale sui tempi in cui il nuovo mercantilismo cominciava a dare segni di una vera economia moderna, di un commercio in evoluzione e persino di un sistema creditizio nascente dalle antiche pratiche usuraie per essere confermati e sviluppati per un futuro che si sperava essere più roseo per tutti sempre in un sistema cosiddetto cristiano in cui il deviare non è sempre contemplato o ammesso.
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Decameron e presente: il caso di Ser Ciappelletto
Ser Ciappelletto, un personaggio scomodissimo per due fratelli usuari, nella prima novella del Decameron, diventa un personaggio altamente credibile quando la necessità lo porta a dover superare anche i suoi normali e ben noti metodi violenti ed irriverenti e gli chiede invece di usare le sue capacità narrative per nascondere la verità che improvvisamente non appare il miglior modo per traghettare nel mondo dell’ al di là.
La confessione falsa che diventa verità pubblica
Riassunto di Ser Cepparello da Prato
La storia mette in contrasto la fede cristiana e le pratiche di affari e finanze.
Offre così un vero campione di etica commerciale nel nascente settore bancario, in cui Firenze ebbe un ruolo importantissimo nel Medioevo e nel Rinascimento.
La cornice religiosa e narrativa della novella
Ser Cepparello da Prato è quindi il titolo della prima novella del Decameron.
Panfilo apre la novella con una premessa articolata. Prima di raccontare la storia, chiarisce che Dio è il creatore di tutte le cose e che il racconto vuole mostrare uno dei suoi miracoli.
Per questo conclude:
“Convenevole cosa è, carissime donne, che ciascheduna cosa, la quale l’uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui, il quale di tutte fu facitore le dea principio.
Per che, dovendo io al vostro novellare, sì come primo, dare cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in Lui, sì come in cosa impermutabile, si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato.”
Musciatto Franzesi affida l’incarico a Ser Ciappelletto
Il ricco mercante Musciatto Franzesi, dovendosi recare in Toscana con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, su richiesta di Papa Bonifacio, desidera sistemare i propri affari in Francia, e in particolare in Borgogna, dove vi sono numerosi suoi creditori da cui deve riscuotere denaro.
Si rivolge perciò a Ser Cepparello da Prato, anche detto Ser Ciappelletto.
Il ritratto morale del protagonista
Questi è un peccatore incallito: ama testimoniare il falso, prova piacere a creare malintesi tra le persone e a suscitare scontri, non si tira mai indietro di fronte a un omicidio ed è irascibile e incline alla bestemmia.
Insomma, Ser Ciappelletto è “il piggiore uomo forse che mai nascesse”.
La malattia e il problema degli usurai
Ser Ciappelletto, trovandosi in precarie condizioni economiche, accetta volentieri di lavorare per Musciatto Franzesi ed una volta arrivato in Francia si fa ospitare da due fratelli usurai fiorentini che si trovano proprio dove lui deve svolgere il suo operato.
Tuttavia, ben presto si ammala e continua a peggiorare, tanto che diventa evidente che si sta avvicinando alla morte.
I due fratelli che lo ospitano si trovano in grave imbarazzo e iniziano a discutere su come liberarsi di Ser Ciappelletto, ormai diventato per loro un grosso problema.
Mandarlo via all’improvviso, dopo averlo accolto in casa, li esporrebbe però al giudizio della gente.
Inoltre, conoscendo bene che tipo di uomo sia, immaginano che non si confesserebbe neppure in punto di morte e che verrebbe quindi privato di una degna sepoltura.
Anche loro, di conseguenza, finirebbero in cattiva luce per averlo ospitato.
Ser Ciappelletto prepara la sua ultima mossa
Ancora lucidissimo, Ser Ciappelletto comprende il grave imbarazzo in cui ha finito per mettere, pur senza volerlo, i due usurai fiorentini che lo ospitano.
Dopo aver ascoltato le loro preoccupazioni, chiede loro di chiamare un santo frate per potersi confessare.
I due si rivolgono allora a un vicino convento e pregano uno dei frati più stimati e rispettati della regione di recarsi da loro per raccogliere la confessione del loro ospite morente.
L’inizio della confessione
Giunto al capezzale del malato, il frate gli domanda quando si sia confessato l’ultima volta.
Ser Ciappelletto risponde che, di norma, era solito farlo almeno una volta alla settimana, ma che la malattia glielo aveva ormai impedito.
Lo prega quindi di interrogarlo come se non si fosse mai confessato.
Il frate lo loda per questa decisione e comincia a porgli domande sui peccati che potrebbe aver commesso.
A ogni domanda, Ser Ciappelletto risponde con una menzogna, facendosi passare per l’uomo più probo e mansueto del mondo.
Quando il frate gli chiede se abbia peccato di lussuria, Ser Ciappelletto risponde di non essere mai giaciuto con una donna e quindi di essere vergine, suscitando così la sua ammirazione.
Confessa poi come peccati di gola l’aver desiderato acqua durante i digiuni o l’aver talvolta trovato il cibo più buono di quanto fosse opportuno.
Anche in questo caso il frate lo consola, osservando che si tratta di colpe di lieve entità, anzi di comportamenti del tutto normali.
Quanto all’avarizia, Ser Ciappelletto dichiara di aver sempre lavorato onestamente, di aver diviso i propri guadagni con i poveri e di aver usato l’eredità ricevuta dal padre per fare ingenti donazioni di beneficenza alla Chiesa.
La costruzione di una falsa santità
Per buona misura nel cercare di convincere il frate della sua integrità morale, aggiunge di aver peccato d’ira verso quegli uomini che si mostravano poco timorosi di Dio e che non ne rispettavano i comandamenti.
Nega di aver mai compiuto alcun tipo di violenza, di aver mai detto maldicenze o di aver mai truffato chicchessia.
Confessa infine alcuni suoi peccati, che consistono nell’aver mentito una volta a sua madre da bambino, e, in un’occasione, nel non aver rispettato il riposo domenicale, nonché nell’aver sputato per sbaglio in chiesa, all’udire il quale, il buon frate gli risponde che loro sono frati;
eppure, lo fanno spesso per necessità, cosa che permette al gran peccatore in fin di vita di biasimare anche i frati per la mancanza di rispetto del luogo sacro.
Naturalmente questa confessione fatta di menzogne magnificamente recitate convince sempre di più il frate di trovarsi di fronte a un sant’uomo, invece che al più incallito dei peccatori.
D’altra parte, al religioso risulta inimmaginabile che un uomo così vicino alla morte possa mentire in confessione.
Lo assolve quindi da ogni peccato, gli augura di guarire e gli promette che, una volta morto, i frati del suo convento gli avrebbero volentieri dato sacra sepoltura nel proprio monastero.
Dalla menzogna privata alla consacrazione pubblica
Per tutta la durata della confessione i due fratelli usurai, nascosti dietro la porta ad origliare, si divertono ad ascoltare le esorbitanti bugie che Ser Ciappelletto propina al confessore, e si stupiscono della sua totale assenza di timore di Dio.
Ser Ciappelletto muore qualche giorno dopo la confessione, e, come promesso dal frate, viene seppellito con tutti gli onori presso il monastero.
La cerimonia funebre è seguita da tutti gli abitanti della città;
il frate pronuncia un discorso così convincente sui presunti meriti del morto che tutti si convincono di aver di fronte un sant’uomo:
“Terminato l’ufficio funebre, una folla enorme andò a baciargli i piedi e le mani; tutti gli strapparono di dosso i panni, ritenendosi fortunati se riuscivano a prenderne almeno un frammento.
Per questo il corpo fu lasciato esposto per tutto il giorno, così che tutti potessero vederlo e visitarlo.”
L’uomo che in vita era stato “bestemmiatore di Dio e de’ Santi” e che “a chiesa non usava giammai e i sacramenti di quella tutti come vil cosa con abominevoli parole scherniva” finisce così per essere noto a tutti come San Ciappelletto.
Ritorno al Medioevo, la reputazione e il nostro tempo
La prima novella del Decameron è già un piccolo trattato sul rapporto tra realtà e riconoscimento.
Ser Ciappelletto è un uomo moralmente corrotto, eppure riesce a morire in odore di santità grazie a una confessione falsa ma perfettamente costruita. Il punto decisivo non è soltanto la menzogna.
Il punto decisivo è che una comunità, un frate e un intero sistema di credenze accolgono quella menzogna, la certificano e la trasformano in verità pubblica.
Ser Ciappelletto mostra così come il ritorno al Medioevo passi anche attraverso reputazione, riconoscimento pubblico e verità costruita.
Qui Boccaccio coglie una cosa che oggi conosciamo benissimo: la vita collettiva non si organizza solo attorno ai fatti, ma attorno ai fatti resi credibili.
Conta chi narra, chi autentica, chi consacra. La verità sociale non coincide sempre con la verità sostanziale.
In un’epoca dominata da reputazione, immagine, consenso e certificazione morale, Ser Ciappelletto è più contemporaneo di quanto sembri.
Non perché viviamo di superstizione, ma perché viviamo dentro meccanismi nei quali il riconoscimento pubblico ha spesso più forza della sostanza.
FAQ
Il ritorno al Medioevo non va inteso come un ritorno storico letterale ai secoli medievali. Indica piuttosto una metafora del presente: una fase in cui si indeboliscono alcune certezze della modernità e riemergono frammentazione, reputazione, dipendenze personali e pluralità di poteri.
Per Umberto Eco, il nuovo Medioevo non coincide con un’età oscura nel senso banale del termine. È una condizione di transizione in cui il vecchio ordine non regge più e il nuovo non è ancora nato. In questo senso, il ritorno al Medioevo diventa una chiave per leggere il presente.
Boccaccio aiuta a capire il presente perché il Decameron mette in scena un mondo fatto di reputazione, arbitrio, denaro, dipendenza, verità negoziate e rapporti di forza. Per questo Boccaccio e il presente si illuminano a vicenda.
Ser Ciappelletto è attuale perché mostra un meccanismo ancora vivo: la vita collettiva non si organizza solo attorno ai fatti, ma attorno ai fatti resi credibili. In questo senso, il ritorno al Medioevo aiuta a capire anche il rapporto contemporaneo tra immagine, consenso e verità pubblica.
