Le sfide contemporanee del Sahel

Le sfide contemporanee del Sahel tra eredità coloniale, colpi di Stato e minaccia jihadista: Mali, Burkina Faso e Niger alla ricerca di sicurezza e maggiore autonomia.

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Punti chiave

  • Le sfide contemporanee del Sahel nascono da una storia complessa e da processi di islamizzazione e colonialismo.
  • Il colonialismo europeo ha interrotto lo sviluppo della regione, lasciando confini che perpetuano conflitti interni.
  • I movimenti secessionisti, come quello dei Tuareg, e l’emergere del jihadismo hanno destabilizzato il Sahel.
  • I regimi militari di Mali, Burkina Faso e Niger stanno cercando nuove soluzioni di sicurezza attraverso l’Alliance des Étates du Sahel.
  • La situazione rimane fluida, con sfide significative alla democrazia e continui attacchi jihadisti.

Le sfide contemporanee del Sahel affondano le radici nella storia della regione. Per secoli, il Sahel è stata terra dell’Umma. Il termine, di origine araba, significa sponda. I mercanti arabi la battezzarono così perché rappresentava l’altra riva di quell’enorme mare di sabbia che è il Sahara.

Le sfide contemporanee del Sahel: le radici storiche e l’Islam

La storia dell’Islam nel Sahel racconta di sincretismi e di scontri.

Il processo di islamizzazione fu lento. I monarchi di regni estesi e multietnici spesso usarono il messaggio universalistico dell’Islam come fonte di legittimità. Era un’arma politica per consolidare il potere durante i momenti di sconvolgimenti sociali. Quando, ad esempio, agli inizi del secolo XIX, la Gran Bretagna mise fuori legge la tratta atlantica degli schiavi, il Sahel fu attraversato da una serie di jihad della spada per istituire nuove entità statali e governare i cambiamenti. Basti pensare all’Impero del Macina, tra il Senegal orientale e la parte settentrionale della Guinea, e al Califfato di Sokoto tra il nord della Nigeria e il sud del Niger.

Colonialismo e decolonizzazione nel Sahel

Ma lo sviluppo storico endogeno della regione fu bruscamente interrotto dal colonialismo europeo. In particolare la Francia e la Gran Bretagna sconvolsero gli equilibri già molto precari della regione, imponendo un’amministrazione coloniale. Dal canto suo il governo di Parigi impose il modello coloniale dell’assimilazione, importando la cultura europea, mentre la Gran Bretagna, fautrice dell’indirect rule, conservò i governanti musulmani, i quali però si vedevano depotenziati e privati della loro autentica legittimità.

Nonostante il colonialismo l’Islam continuò a circolare tra i villaggi e sotto la sabbia del deserto. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli imperi coloniali tradizionali erano in declino. Il nuovo equilibrio mondiale era retto dal bipolarismo tra due blocchi contrapposti: da una parte, gli USA e dall’altra l’URSS.

Entrambe facevano pressioni, affinché le decadute potenze europee smantellassero i loro imperi coloniali. Dalla decolonizzazione nacquero i nuovi Stati indipendenti del continente africano. Nel 1960, anno che è passato alla storia come l’anno dell’Africa, videro la luce tra gli altri anche gli Stati della Mauritania, del Mali, del Burkina Faso (allora chiamato Alto Volta), del Niger e del Ciad. Insomma, quegli Stati che oggi compongono, dal punto di vista politico, il Sahel.

Stati indipendenti e confini coloniali: le sfide del Sahel

Tutto bene? Non proprio, perché queste neonate formazioni statali conservarono i confini coloniali e, quindi, in un certo senso perpetuarono gli interessi europei. Così negli stessi Stati convivevano etnie diverse e religioni diverse.

Sarebbe un grave errore credere che la decolonizzazione permise agli africani di riappropriarsi del proprio percorso di sviluppo storico. Quello oramai era stato spazzato via dal colonialismo. Si trattava di ricominciare daccapo, dovendo adoperare gli strumenti dello Stato-nazione, cioè di una creatura tutta europea, delimitata da confini che le popolazioni di fatto non riconoscevano oppure non comprendevano. Il concetto di confini è un concetto alquanto aleatorio in mezzo al deserto.

Riprendendo un’espressione di René Dumont, economista francese, «l’Africa è partita male». E in effetti, i disguidi politico sociali si fecero subito sentire.

Tuareg e movimenti secessionisti nel Sahel

I piani sviluppisti, fossero capitalistici oppure socialistici, non raggiunsero l’auspicato balzo verso la modernità. In diversi stati le forze centrifughe, alimentate da un atavico richiamo etnico e clanico, si concentrarono in movimenti secessionisti. Uno dei più importanti per la regione che stiamo osservando è rappresentato dal movimento secessionista dei Tuareg.

Proprio i Tuareg, popolazione nomade del deserto del Sahara, riconoscibili per il loro abbigliamento blu, considerati una sorta di aristocrazia del deserto, sono considerati come una spina nel fianco nella stabilità della regione.


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Le sfide contemporanee del Sahel tra jihadismo e colpi di Stato

Il movimento nazionale per la liberazione dell’Azawed, legato anche a cellule di Al-Qaida, scuote il nord del Mali dal 2012. Molti osservatori ritengono che la caduta del regime di Gheddafi abbia liberato numerose cellule jihadiste, tra cui il movimento secessionista Tuareg. Dunque, movimenti secessionisti, revival del fondamentalismo islamico legati a reti terroristiche internazionali hanno minato i legittimi governi del Mali, del Burkina Faso e del Niger. Questi tre paesi negli ultimi anni sono stati scenari di profondi cambiamenti e trasformazioni e, molto spesso, sono finiti sulle pagine della cronaca internazionale. Il motivo è molto semplice: un’ondata di colpi di Stato ha scacciato i governanti civili e favorito l’instaurazione di regimi militari. Ad oggi, mentre parliamo, Mali, Burkina Faso e Niger sono governati da governi militari, rispettivamente dal colonnello Goita, da Ibrahim Traore e da Abdhourameni Tchani.

Quest’aumento dei colpi di Stato in paesi che sembravano avviarsi dopo gli anni Novanta – soprattutto il Mali e il Niger – non devono meravigliare più di tanto, almeno per due ordini di motivi. Il primo è che si tratta di Stati fragili sotto l’attacco continuo di forze estremiste e jihadiste. Le missioni francesi che si sono succedute negli ultimi dieci anni non sono stato in grado di garantire l’affermazione dello Stato, quindi, è normale che lo Stato si sia difeso delegando il potere all’esercito, unico strumento di difesa della integrità territoriale. Il secondo motivo, invece, affonda le sue radici in una pagina della storia contemporanea dell’Africa e della regione del Sahel, ossia che i colpi di Stato non sono proprio una novità.

Dagli anni Sessanta ad oggi, soprattutto nella regione Saheliana, i governi militari e la deposizione di governanti civili da parte delle giunte si sono succedute con una certa regolarità. Eppure, oggi, stiamo assistendo a qualcosa di nuovo nel Sahel.

L’Alleanza degli Stati del Sahel e il nuovo equilibrio mondiale

Il Sahel, infatti, rappresenta il più importante e vivace laboratorio politico di questo mondo alla ricerca spasmodica di un diverso equilibrio mondiale. Nella regione semi-desertica a sud del deserto del Sahara, i tre regimi militari del Mali, del Niger e del Burkina Faso hanno costituito una nuova piattaforma regionale, l’Alliance des Étates du Sahel (AES). Istituita con la Carta di Liptako-Gourma nel 2023 per la creazione di una forza militare congiunta tra i tre paesi fondatori, ha lo scopo di difendere la sicurezza nazionale dalla minaccia jihadista. Questi regimi militari appaiono come uno strano ibrido, difficile da incastrare nelle polverose categorie accademiche occidentali.

Regimi militari e ricerca di autonomia nel Sahel

Potrebbero essere definiti come un ossimoro, poiché sono insieme conservatori e riformisti. Sono conservatori/riformisti. Conservatori perché sono saliti al potere con l’intenzione di mantenere lo Stato davanti agli attacchi terroristici delle milizie jihadiste e secessioniste. D’altro canto, non va escluso del tutto il loro ansito riformista. Infatti, Goita, Traoré e Tchani, espulsi dell’ECOWAS, hanno fondato una propria organizzazione sovrannazionale e regionale. L’Alliance des Étates du Sahel. Animati da un forte spirito panafricanista, multipolare e anti-francese (più che anti-occidentale) stanno cercando di ricostruire il tessuto sociale dei rispettivi paesi, interpretando una richiesta di autonomi e indipendenza maggiore dalle intromissioni francesi.

Le sfide contemporanee del Sahel e le prospettive democratiche

Al momento, però, gli attacchi jihadisti non rallentano ma ogni tanto tornano a rivendicare conquiste territoriali importanti. Dunque, sembra che non possano rappresentare il viatico per una via più democratica, perché le contingenze non lo permettono del tutto. È una grande sfida quella che si sta giocando nel Sahel. A noi che osserviamo la complessità delle vicende, non resta altro che attendere nuovi sviluppi e analizzare dati più certi.

Faq

Quali sono le sfide contemporanee del Sahel?

Le principali sfide riguardano la fragilità degli Stati, la violenza jihadista, le tensioni territoriali e l’instabilità politica. A queste si aggiunge la ricerca di maggiore autonomia nei rapporti con le potenze straniere.

Quale ruolo ha avuto il colonialismo nel Sahel?

Il colonialismo europeo ha trasformato gli equilibri politici e sociali della regione. Dopo l’indipendenza, i nuovi Stati hanno mantenuto i confini coloniali, affrontando la difficoltà di integrare popolazioni diverse e consolidare le proprie istituzioni.

Che cos’è l’Alleanza degli Stati del Sahel?

L’Alleanza degli Stati del Sahel, conosciuta con la sigla AES, riunisce Mali, Burkina Faso e Niger. È nata nel 2023 come patto di difesa reciproca, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione nella sicurezza e tutelare la sovranità dei paesi membri.

Perché sicurezza e democrazia sono centrali per il futuro del Sahel?

Contrastare la violenza e proteggere la popolazione sono esigenze fondamentali. La stabilità duratura richiede però anche istituzioni responsabili, partecipazione politica e tutela dei diritti: il controllo militare, da solo, non garantisce un percorso democratico.

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Vito Varricchio
Vito Varricchiohttps://www.politicamagazine.it/author/vito-varricchio/
Docente di Storia e istituzioni dell' Africa e di storia delle dottrine politiche.

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